Partito di Alternativa Comunista


Fiat-Avio e burocrazia Cgil: insieme contro gli operai!
Intervista a Peppe Iannacone, operaio della Fiat-Avio di Pomigliano, rimosso dal suo incarico di delegato Rsu Fiom per aver lottato contro il diciassettesimo turno di lavoro

a cura di Pasquale Cordua

Pc-Rol: prima di parlare del tuo conflitto con i burocrati della Fiom, vogliamo sapere qualcosa sulla Fiat-Avio: quanti operai vi lavorano, qual è il livello di sindacalizzazione, quali sono le condizioni di lavoro, i ritmi, la sicurezza, le retribuzioni?
Iannacone: Il sito Avio in Campania è composto da due realtà produttive: Pomigliano ed Acerra. A Pomigliano vi sono 837 dipendenti, ad Acerra poco più di 300. In entrambe le realtà, in aggiunta, ci sono più di 150 interinali. Sono presenti Fiom-Fim-Uilm, la Fismic e la Cisal, ma nonostante questa frammentazione non vi è un grosso livello di politicizzazione dei lavoratori. In questo ambito i delegati di turno espropriano del tutto la base operaia e lavorano per annebbiare le menti degli operai, non certo per far capire loro qual è la linea giusta per la difesa dei loro interessi di classe. Comunque ci sono compagni che, come me, sono molto combattivi e, sul piano della lotta, possono e vogliono dare molto per raggiungere l’obiettivo dell’emancipazione della classe operaia. In produzione i ritmi di lavorazione stanno diventando sempre più stretti, giacché si lavora a cottimo, ed è in atto un processo di ristrutturazione dell’azienda che prevede non solo la diminuzione dei tempi di lavorazione, ma anche l’eliminazione dei fermi macchina dovuti alla movimentazione dei materiali. In altre parole, ci sarà da qui ad un anno la risistemazione di tutti gli impianti in modo da formare vere e proprie celle di produzione. Ne consegue che i livelli di sicurezza, già oggi bassissimi poiché sugli impianti non vi sono le necessarie misure di emergenza, finiranno per peggiorare. Qualche mese fa capitò un incidente che costò quasi la vita ad un operaio della ditta Comau addetto alla manutenzione che riportò una serie di fratture al volto e agli arti. La Rsu, in quella occasione, non fu capace (o non volle) di gestire il problema, limitandosi a denunciare con un comunicato l’accaduto e non proseguendo con altri provvedimenti. Dopo una tempestiva messa in sicurezza degli impianti da parte dell’azienda, oggi si è tornati al punto di partenza e gli operai sono costretti a lavorare in un ambiente quasi privo di misure di sicurezza ed in condizioni igieniche da “schifo”. Nonostante questo i livelli di retribuzione sono poco al di sopra della fascia di povertà. La maggior parte di noi, ragazzi con il terzo livello di inquadramento, percepisce un salario netto che si aggira tra i 1000 ed i 1100 € al mese. Ci sono poi i lavoratori di quinto livello, al massimo della carriera, che arrivano a percepire anche 1600 € ma è da considerare che questi hanno una famiglia e quindi, percependo gli assegni familiari, si trovano qualcosa in più in busta paga.

Pc-Rol: C’è stata qualche lotta esemplare, anche di reparto, in questi ultimi tempi? Com’è nata e come si è risolta? Quale ruolo ha avuto il sindacato?
Iann.: L’unica lotta davvero esemplare c’è stata dal giugno all’agosto 2005 per sostenere l’accordo integrativo. Più del 90% delle due realtà ha partecipato alle iniziative ed alle relative manifestazioni indette dal sindacato, ma solo con un’astensione dallo straordinario si è messa in ginocchio l’azienda. Ma dal momento che tutti i lavoratori volevano andare avanti fino a che non c’erano risposte concrete dall’azienda, quest’ultima ha deciso di giocare d’anticipo comunicando alla Rsu di voler partire con i diciotto turni. Inizialmente la Rsu ha detto all’azienda che se fosse partita unilateralmente con i turni di servizio si sarebbe assunta gravi responsabilità. L’azienda però è andata avanti per la sua strada facendo pervenire a tutti noi lavoratori le carte che attestavano i turni di lavoro che ci toccavano di settimana in settimana. Da allora in poi la grossa mobilitazione cominciò a venir meno dato che la Rsu invece di mettere in discussione l’atto unilaterale dell’azienda, così come era successo poche settimane prima all’Avio di Torino, intavolò una trattativa per portare a casa un accordo su diciasette turni di lavoro; questo è il grande risultato ottenuto! Prima dell’approvazione definitiva di tale accordo sono stati fatti ben due referendum a distanza di quattro mesi l’uno dall’altro, poiché il primo fu bocciato dai lavoratori. Molte altre lotte sono scemate sino ad annullarsi perché si è puntato sulla rassegnazione della maggior parte dei lavoratori i quali, come dicevo prima, hanno un basso livello di coscienza. E’ stato proprio questo lo strumento nelle mani del sindacato per avere tornaconti personali e far credere di aver portato a casa qualche beneficio economico, mentre i lavoratori hanno avuto solo briciole e, ad oggi, vedono addirittura peggiorare le loro condizioni di lavoro.

Pc-Rol: Il fatto che l’azienda abbia perso commesse ha vanificato l’accordo per i sabati lavorativi a cui ti eri opposto e che ti è costato la rappresentanza nella Rsu. Cosa è successo dopo?
Iann.: Da luglio di quest’anno l’Avio ha perso la sua più importante commessa: un accordo commerciale con l’Alitalia per la revisione dei motori per la durata di vent’anni. Ho denunciato, non da solo, questa situazione già dall’inizio dell’anno. Io mi sono esposto più degli altri decidendo di non firmare quell’accordo - sui diciassette turni - firmato a giugno, mentre a fine luglio la commessa Alitalia non è stata rinnovata perché dirottata verso una compagnia israeliana che poi si è dimostrata priva delle necessarie competenze per la revisione, competenze che invece l’Avio possedeva. Questo episodio ha fatto anche capire che l’Avio non è interessata alla revisione dei motori ed oggi l’azienda chiede alla Rsu ed al Governo la Cassa integrazione per 250 lavoratori. La mia posizione è rimasta quella di allora. Dal mese di giugno sono stato destituito e, nonostante abbia avuto ragione a dire che quello era un accordo capestro, nonostante abbia denunciato la grave crisi cui l’azienda andava incontro, nonostante la Rsu sia andata a disdire l’accordo sui diciassette turni perché mancavano le condizioni per lo sviluppo (principio cardine dell’accordo), nonostante abbia fatto ricorso al collegio di verifica nazionale della Fiom, nonostante i messaggi di solidarietà giunti da tutt’Italia, non sono stato reintegrato.

Pc-Rol: Dopo la raccolta delle firme all’appello per il tuo reintegro nella Rsu, cosa è successo? E tu cosa intendi fare, anche in vista delle prossime elezioni in fabbrica?
Iann.: Ormai sono giunto alla conclusione che esiste anche una “sindacatopoli” visto che non c’è posto per chi si batte per l’emancipazione degli operai. Comunque col mio atto ho voluto dimostrare che per essere una Rsu degna di questo nome bisogna mettersi in discussione sempre e non attaccarsi a un ruolo e a una poltrona i cui titolari sono i lavoratori. Non voglio essere a tutti i costi un rappresentante sindacale, ma faccio questa battaglia per svegliare le coscienze degli operai e portarli ad essere protagonisti attivi del loro futuro. Continuerò la mia battaglia nella Fiom fino alle elezioni di novembre/dicembre per dimostrare che le battaglie di principio si possono e si devono ancora fare. Per quanto mi riguarda dico che non è necessario assumere un ruolo per essere punto di riferimento di una collettività, anzi, tale ruolo è frutto del proprio agire ed unicamente subordinato ad esso. Ecco, cari compagni, cosa voglio fare nella mia vita e vorrei che a tutti fosse chiaro. I lavoratori hanno un grande potere se messi assieme. E’ solo che ancora non lo sanno ed è solo facendogli acquisire coscienza che potranno capire.



Il lavoratore pugliese tra poeti e caporali
Storie di ordinario sfruttamento nella terra della “rivoluzione gentile”

Michele Scarlino

Lo scorso settembre un’inchiesta di Fabrizio Gatti, giornalista de L’espresso, documentava le tragiche e disumane condizioni di lavoro degli immigrati impiegati nella raccolta del pomodoro nelle campagne pugliesi.
Gli immigrati, in maggioranza slavi e nordafricani, lavorano in condizioni pietose per pochi euro al giorno e spesso sotto il controllo di un caporale che controlla e gestisce le loro paghe. Le condizioni di lavoro di questa gente, senza diritti e con salari da fame, rasenta lo schiavismo.
L’inchiesta, che ha avuto un enorme scalpore, ha squarciato quel velo d’ipocrisia che si era adagiato sulla Puglia di Vendola, documentando la condizione dei braccianti agricoli immigrati.
Ma dov’è allora la Puglia della “rivoluzione gentile”, la Puglia dove un commosso Bertinotti è venuto a chiudere la campagna delle primarie, la Puglia dove un governatore/poeta ci faceva commuovere con i suoi discorsi così carichi di umanità e di buoni propositi? Quella Puglia semplicemente non c’è, è un’invenzione. Quella Puglia che ci racconta Vendola è stata smascherata da una semplice inchiesta giornalistica.
Non che i pugliesi non lo sapessero, ma lo stesso Vendola si è trovato, incastrato dai fatti, a dover ammettere che la Puglia da lui gestita non è quel paradiso che ci racconta e, aggiungiamo noi, non è nemmeno la regione in cui un presidente di Rifondazione Comunista abbia cambiato qualcosa gestendo la coalizione di governo. La Puglia è la terra dove il lavoratore è costretto ad essere schiavizzato per poter lavorare a pochi euro l’ora, la terra degli interinali che lavorano con l’angoscia della precarietà, la terra delle delocalizzazioni (seppur concertate, come teorizzato da Vendola) e della disoccupazione, la terra dei tagli alla sanità, dei call center e dei caporali.

Un triste risveglio

La cosa certa è che è stato un triste risveglio per chi credeva che la Puglia fosse un posto dove una “dirigenza illuminata” avesse migliorato le condizioni di vita dei lavoratori pugliesi. A volte il destino è beffardo: lo scandalo dei caporali è scoppiato proprio nella Puglia di Vendola, indicata da molti come esempio da seguire, come avanguardia d’Italia in fatto di diritti e sopratutto indicata dalla direzione di Rifondazione come la regione in cui il Prc avrebbe vinto la propria sfida governista riuscendo a migliorare la società a braccetto con gli industriali; insomma la regione dove era in cantiere la “rivoluzione gentile”.
E’ un Vendola imbarazzato quello che al Corriere del Mezzogiorno dichiara, subito dopo lo scandalo, che “i pugliesi non sono sfruttatori ma gente accogliente” e che il lavoro nero e lo sfruttamento sono “il biglietto salato pagato ad una cattiva globalizzazione”, mentre su Liberazione dichiara che s’istituirà un osservatorio (ancora uno!) sul lavoro nero e che al più presto la regione si doterà di una legge per contrastare il triste fenomeno del caporalato.
Una legge, in effetti, Vendola l’ha fatta: si chiama “norma di contrasto al lavoro non regolare”. Peccato che leggendola non si scorga nulla che possa contrastare il fenomeno caporalato, anzi, si presenta come un nuovo pretesto per regalare soldi alle imprese - mai state meglio trattate prima d’ora in Puglia. Infatti, la legge come misura di “prevenzione” prevede incentivi alle aziende che comunicano le assunzioni agli uffici della Regione un giorno prima dell’instaurarsi del rapporto di lavoro. In pratica Vendola regala soldi alle imprese che garantiscono (grazie davvero!) i minimi diritti di un lavoratore ovvero la copertura sanitaria in caso di incidente ed il versamento dei contributi.
Oltre Vendola anche i sindacati (presenti sul territorio e colpevolmente silenziosi di fronte ad un fenomeno che non è stato scoperto certo da Fabrizio Gatti) sulla scia dell’indignazione generale hanno manifestato lo scorso ventuno ottobre a Foggia contro il “lavoro nero”, tralasciando e non mettendo minimamente in discussione le leggi sia italiane sia europee che del fenomeno caporalato sono la sorgente, ed hanno chiesto al governo una commissione di controllo che dovrà fare “un severo monitoraggio” per prevenire il rinnovarsi del fenomeno, una sorta di “patto del lavoro contro i padroni-negrieri”, dai giornalisti chiamato “patto di Foggia”. Alla manifestazione erano presenti anche Vendola e Ferrero, ministro della solidarietà sociale, anche loro contenti della richiesta dei sindacati. Insomma oltre a proclami di facciata e a parole di sdegno nessuno ha messo in discussione il sistema che produce il fenomeno. Il classico caso del dottore che combatte una malattia curandone il sintomo.
Sia da parte di Vendola che da parte dei sindacati confederali si è in realtà cercato di oscurare le reali ragioni socioeconomiche che sono alla base del fenomeno del caporalato.

Il caporalato: analisi di un fenomeno, i mezzi per distruggerlo

Tutti hanno detto la loro sul caporalato, ma nessuno ha fatto una seria analisi del fenomeno che non c’entra nulla con la “battaglia per la legalità” promossa dai sindacati, ma ha radici ben più profonde legate allo sfruttamento degli immigrati ed allo sfruttamento del lavoro imposto da leggi italiane ed europee.
Per capire quali possono essere le soluzioni per eliminare il caporalato dobbiamo prima capire cos’è e come si sviluppa, da dove nasce, il fenomeno. Iniziamo con il dire che il caporalato non è solo un fenomeno pugliese e non è circoscrivibile solo alle campagne. Esso è presente sempre, ove possibile; dall’agricoltura, all’edilizia, alle pulizie.
E’ un sistema molto semplice ed è figlio della stessa filosofia che muove le agenzie interinali: il padrone incarica un altro soggetto (il caporale) di procacciargli manodopera. Sarà compito del caporale trovare i lavoratori e poi controllarli sul posto di lavoro. Come vedete la regola di base è molto semplice.
Il caporale guadagnerà una percentuale da ogni lavoratore, mentre il padrone minimizza i costi ed aumenta la produzione. Come vedete il padrone non è più o meno barbaro di un industriale del Nord, segue soltanto una banale regola del mercato capitalista: massimizzare i profitti ed abbattere i costi, essendo disposto anche a trattare come bestie da soma gli immigrati che il caporale gli ha trovato. Ci guadagnano entrambi e ci rimette il lavoratore.
I fattori che rendono forti il caporale ed il suo padrone, e rendono inermi i lavoratori, sono due: il primo è lo status di clandestino degli immigrati il secondo è il loro cronico e disperato bisogno di soldi (anche pochi euro) per poter sopravvivere. Questo li porta a sopportare qualunque abuso sia del padrone che del caporale che a loro volta sanno molto bene di avere un potere quasi illimitato sui lavoratori sui quali molto spesso pende un ordine di espulsione. Inoltre il padrone è spesso (è questo anche il caso foggiano) coperto da bande mafiose locali che costituiscono un ulteriore deterrente alle eventuali rivolte dei migranti o alla semplice voglia di farla pagare ai loro aguzzini.
Alla luce delle ragioni che permettono la proliferazione e la prosperità del caporalato, una vera battaglia per l’eliminazione del fenomeno, che è la battaglia di Progetto Comunista anche a livello europeo, non può essere una generica battaglia “contro il lavoro nero” come voluto dai sindacati, ma deve chiedere l’eliminazione di tutte le leggi precarizzanti a livello nazionale e comunitario e deve inoltre chiedere l’abolizione di tutte le leggi contro i migranti: dalla Bossi-Fini alla Turco-Napolitano a livello nazionale e delle leggi contro gli immigrati a livello europeo.
Quella contro il caporalato è una battaglia che può essere vinta solo combattendo e distruggendo il malsano sistema che lo partorisce ed ottenendo con la lotta l’abolizione delle leggi che ne permettono l’esistenza, ricordando sempre che questi fenomeni nel sistema capitalistico sono fisiologici e funzionali allo sfruttamento della forza lavoro, che ne rappresenta l’essenza.







Lotte e mobilitazioni

a cura di Michele Rizzi


Atene (Grecia)
Forte contestazione degli studenti dell’Università ateniese contro il Governo greco. Il motivo che ha portato alla protesta attuale, che si protrae dal 18 settembre, è la volonta del premier di centrodestra Karamanlis di istituire delle università private a scapito delle publiche. Lo scontro con il Governo ha raggiunto l’apice nella manifestazione nazionale del 2 ottobre dove i manifestanti hanno cercato di raggiungere la residenza ufficiale del Primo ministro Costas Karamanlis e lì hanno subito le cariche della polizia. L’ultima grande protesta di docenti e studenti, con uno sciopero proclamato dal sindacato dei professori universitari (Posdel), c’è stato lo scorso 20 marzo e si era protratta per diversi giorni con manifestazioni, lezioni sospese occupazioni della stragrande maggioranza degli atenei greci.

Modugno (BA)
Da qualche mese si è costituito un Comitato contro le devastazioni ambientali, del quale fanno parte come soggetti promotori, Nicola Cantucci e Angela Calluso, rappresentanti di Progetto comunista – Rol della stessa cittadina dell’interland barese e responsabili della Lila di Bari. La protesta del Comitato contro la costruzione del termovalorizzatore è sfociata in una manifestazione di protesta che ha percorso le vie di Modugno, domenica 22 ottobre, ed ha ribadito un no secco alle devastazioni ambientali che sono generate da scelte governative che passano sulla testa delle popolazioni locali.

Pisa
La speculazione edilizia in città universitarie, dove i costi per il pagamento di una stanza, magari da dividere con altri universitari o lavoratori, sono decisamente proibitivi, ha portato gli studenti di un collettivo universitario di Pisa all’occupazione di un edificio. Il collettivo universitario chiede a tutti gli studenti e non solo, di partecipare ed estendere l’occupazione, poiché si ritiene assurdo pagare centinaia di euro al mese per una stanza, quando, per un chiaro progetto speculativo, le case sfitte sono più di 1200.

Roma
Folta partecipazione alla manifestazione contro la precarietà indetta dai sindacati extraconfederali e con l’adesione di Progetto Comunista - Rol. La parola d’ordine è stata quella dell’abolizione di tutti i contratti precari, dalla Legge Biagi al Pacchetto Treu. Alla manifestazione alcuni dirigenti del Prc sono stati contestati per la loro partecipazione al Governo Prodi che lungi dal voler abrogare le leggi in materia di lavoro del Governo Prodi, si prepara, con la finanziaria, ad assegnare un ulteriore fendente contro i diritti dei lavoratori, dei precari e dei disoccupati.

Oaxaca (Messico)
I compagni messicani ci informano che la repressione militare e poliziesca contro la Comune di Oaxaca, che da cinque mesi si è costituita come vero e proprio contropotere rispetto al potere dello Stato di Oaxaca, continua imperterrita con un forte dispiego di mezzi terrestri ed aerei, la Polizia federale e l'esercito. L’intervento repressivo sta mettendo a dura prova la resistenza dei lavoratori della città. Si sono susseguiti arresti ed omicidi, tra cui, quello del mediattivista Bradley Roland Will, vittima degli squadroni paramilitari. Siamo convinti che la Comune di Oaxaca sia un esempio del coraggio e della lotta dei lavoratori messicani per i lavoratori dell'America latina e di tutto il mondo contro il potere statuale borghese. Per questo è necessario che tutte le organizzazioni militanti e le forze sociali, sindacali e di liberazione, manifestino apertamente la loro solidarietà agli eroici combattenti dell'Appo e della Comune oaxaqueña, poiché la loro lotta contro il governo e le istituzioni capitalistiche è la lotta di tutti. Per manifestare la solidarietà e l’appoggio alla lotta da far pervenire ai compagni messicani: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo..

Torino
Il 6 novembre è entrato nel vivo a Torino il processo per i fatti di via Po' del giugno 2005 dove all’interno di una manifestazione antifascista ci furono cariche da parte delle forze dell’ordine e barricate da parte dei giovani della sinistra antagonista. Ai giovani antifascisti si contesta il reato di devastazione e saccheggio che prevede l’applicazione di una elevata pena carceraria che va dagli 8 ai 15 anni di carcere. Gli arrestati hanno già subito misure di custodia cautelare di 20 giorni di carcere, 6 mesi di arresti domiciliari e 4 con obbligo di firma. Progetto Comunista – Rol chiede l’immediata messa in libertà dei compagni antifascisti.

Roma
Il coordinamento cittadino di lotta per la casa di Roma ha manifestato sotto la sede dell’Unione contro la mancata approvazione del decreto legge sugli sfratti, che arreca un ulteriore danno alle masse popolari per gli sfratti imminenti e per l’emergenza abitativa, figlia della politica di speculazione edilizia, assecondata e favorita dai governi cittadini.

Roma
Manifestazione dei pensionati delle confederazioni sindacali contro il governo a fine ottobre. I dirigenti sindacali chiedevano “una finanziaria più equa” per i pensionati, mentre sono pronti alla concertazione per l’innalzamento dell’età pensionabile contro la loro stessa base. L’ulteriore vergognosa condotta dei burocrati sindacali, anche in tema di pensioni, rende ancora più necessario uno sciopero generale contro la finanziaria ed il governo Prodi.








Vicenza: no al progetto Dal Molin
Riconvertiamo le basi militari ad usi civili!

Patrizia Cammarata*

“La base americana di Vicenza? La posizione del governo è chiara: non c'è nessun problema politico nei confronti di una nazione alleata e amica come gli Stati Uniti”. A dichiararlo è il sottosegretario Giovanni Lorenzo Forcieri, l'uomo forte dei Ds, nelle questioni della Difesa (L'Espresso, 22 settembre).
A Vicenza, ricchissima città industriale, all’interno dell’affollato quartiere di S.Pio X sorge la caserma Ederle, dove “lavorano” i soldati americani che vivono con le famiglie in un villaggio blindato e vietato alla cittadinanza italiana. Gli Usa a Vicenza usufruiscono inoltre di due siti in provincia, a Tormeno e Longare. Mentre la base della Maddalena in Sardegna è dismessa e Camp Derby a Pisa è ridimensionato, gli Usa sono intenzionati a dirottare ingenti risorse su Vicenza, città del Nord-Est, per la costruzione di una nuova base militare all’aeroporto Dal Molin, per la ristrutturazione della base già esistente (l’Ederle), per la costruzione di un ospedale, scuole, alberghi e di un villaggio residenziale per i soldati e le loro famiglie, soldati che dagli attuali 2.900 aumenteranno a poco meno di 5.000.
L’Espresso nel suo inquietante articolo parla del Dal Molin come “base più importante. Da dove partirà ogni attacco in Medio Oriente. E forse in Iran (…)Il Pugno di combattimento, (…) il cuore e il cervello della risposta bellica di pronto intervento sull’intero scacchiere mediorientale, Iraq e Afghanistan inclusi”.

Il coordinamento dei comitati per il NO e le manifestazioni

La risposta a questo progetto è stata la nascita di numerosi comitati per il NO che, insieme all’Osservatorio contro le servitù militari, ha promosso da subito una petizione popolare contro il progetto raccogliendo più di diecimila firme e facendosi promotore di varie iniziative, fra le quali manifestazioni, occupazione di rotatorie, blocco della circolazione in prossimità della fiera durante la manifestazione “Orogemma”, assemblee pubbliche, convegni con la presenza di rappresentanti dei comitati a livello nazionale, conferenze stampa (la più recente invadendo pacificamente l’area dell’aeroporto). D’enorme successo anche mediatico (la trasmissione di Santoro “Anno Zero” ha dedicato una serata in diretta) la manifestazione in Piazza dei Signori, sotto il Consiglio Comunale, la sera del 26/10/2006, quando il Consiglio si è pronunciato per un sì al progetto.
Il collettivo di Vicenza di Progetto Comunista-Rol partecipa e collabora attivamente al lavoro dei comitati ma è al contempo teso affinché l’opposizione alla nuova base non sia solo un argomento “urbanistico”, ma diventi un’opposizione alla guerra, all’imperialismo e un’occasione per smascherare la continuità del governo attuale di centrosinistra con la politica internazionale del precedente governo di centrodestra. A dire il vero su quest’argomento ormai è come aprire una porta sfondata. Molti componenti dei comitati, infatti, egemonizzati nel primo periodo dal centrosinistra locale che li illudeva che il governo sarebbe stato sensibile alla pressione esercitata dai parlamentari e partiti locali e che scaricava la responsabilità solo sull’amministrazione cittadina di centro-destra, ora scoprono “il tradimento” dei loro rappresentanti istituzionali.

I sindacati. La Cub e la Cgil

I sindacati che si schierano contro la realizzazione della base sono la Cub e la Cgil. La posizione della Cub è coerente, poiché questo sindacato a Vicenza è sempre stato partecipe o promotore d’iniziative contro la guerra, compresa la guerra “umanitaria” del 1999 quando ad aiutare gli Usa a sganciare le bombe sulla testa dei lavoratori serbi (ricordiamo la Zastava) era il governo di centrosinistra di D’Alema. Sulla questione Dal Molin la Cub si sta spendendo con gran generosità, mobilitando iscritti e militanti e partecipando attivamente al lavoro dei comitati. L’opposizione della Cgil vicentina al progetto, e la presenza alle iniziative contro la nuova base, è stata un avvenimento non scontato per chi ricorda il silenzio che la Cgil mantenne nel 1999 con il governo amico. Ciò nonostante quest’opposizione, per un lungo periodo, si è concretata di fatto solo con la richiesta di un referendum cittadino, in linea con i partiti di centrosinistra.

La battaglia di Progetto Comunista-Rol nella Cgil

Per noi di PC-Rol era sempre più chiaro che la Cgil stava mettendo in atto un’azione di mera “copertura a sinistra” del centrosinistra in crisi. Da quest’analisi è partito l’intervento dei nostri compagni veneti con ruoli negli organismi dirigenti della Cgil che il 24 ottobre pubblicano sulla stampa locale il seguente comunicato: “Leggiamo con stupore l'appello al sindaco di Vicenza Hullweck, in vista del consiglio comunale della città, da parte del compagno Oscar Mancini, segretario generale Cgil Vicenza, per un referendum sulla questione della nuova base militare. Referendum che, Mancini lo sa benissimo, non sarà possibile per tempi tecnici prima del 2007 e che avrà solo potere consultivo in quanto trattasi di politica internazionale sulla quale la risposta definitiva può darla solo il governo nazionale dell'Unione, di centrosinistra. Il governo si è espresso per bocca del ministro Parisi ritenendo la richiesta (della nuova base NdR) 'coerente e compatibile' con la linea politica e militare del nostro paese. Compito della Cgil è mobilitare oggi i lavoratori assieme a tutte le forze della sinistra, sociali e sindacali, a cominciare dai “Comitati per il NO" al Dal Molin e alla RdB-Cub di Vicenza, contrari alla nuova base militare statunitense. La Cgil, anziché fare appelli al sindaco forzista di Vicenza, deve mobilitare i suoi militanti e la sua organizzazione per un'informazione capillare nei luoghi di lavoro (attraverso assemblee e volantinaggi) e partecipare attivamente alle manifestazioni di protesta che si susseguono in questo periodo. La Cgil non può nascondersi dietro i comitati sulla questione del referendum, né relegarsi al ruolo d’ammortizzatore delle lotte sociali giocando a nascondino con il 'governo amico' su una questione cosi importante, com’è avvenuto durante la guerra in Jugoslavia, limitandosi ad invocare democrazia e senso di responsabilità. Quello che chiedono migliaia di lavoratori e centinaia d’iscritti a Vicenza e nel Veneto è di essere conseguenti nei fatti con il suo pronunciamento per un NO alla base”.
Il comunicato ha rappresentato un vero terremoto nella Cgil vicentina e nei media locali e, anche se la burocrazia sindacale ha fatto subito quadrato intorno al segretario di Vicenza, ha ottenuto il concreto risultato di far sì che dal giorno dopo nei posti di lavoro cominciassero ad entrare volantini informativi sulla questione Dal Molin e che gli stessi esponenti della Cgil dichiarassero in una pubblica assemblea che “in seguito alla pressione ricevuta da nostri iscritti da oggi la Cgil entrerà pesantemente sulla lotta contro la base e sarà presente nelle manifestazioni e nei luoghi di lavoro con assemblee e volantinaggi”.

I sindacati e i partiti

Gli Usa avrebbero minacciato di chiudere anche l’Ederle se non si dovesse rendere concreto l’ampliamento richiesto. All’interno della caserma Ederle lavorano 744 dipendenti italiani e vige il veto ad iscriversi alla Cgil e al sindacalismo di base; i sindacati ammessi e ai quali i lavoratori sono iscritti sono Cisl e Uil che, guarda caso, si dichiarano da subito favorevoli alla nuova base, organizzano i lavoratori in un Comitato per il SI all’ampliamento e raccolgono diecimila firme che consegnano al sindaco forzista (che le contesta poiché la petizione non specifica da nessuna parte che i firmatari del documento sostengano esplicitamente il progetto, mentre è citata solo la difesa dei posti di lavoro).
Le forze politiche dell’Unione vicentina (compresa Rifondazione) firmano un ordine del giorno di contrarietà al progetto anche se il diessino Poletto in un’intervista chiarisce che l’opposizione “al nuovo insediamento militare Usa non è di natura ideologica, ma di tipo pragmatico”. E ogni tanto qualcuno, attraverso la stampa, lascia intendere che forse in un’altra area (ad esempio Vicenza Est) la cosa potrebbe essere accettata. Eventualità questa rilanciata dalla Presidente della Provincia della Lega, la quale, inoltre, deve fare i conti con una frangia di dissidenza all’interno del suo partito.
Il 27 settembre il Ministro della Difesa Parisi, in diretta televisiva alla Camera, risponde a tre diverse interrogazioni da parte di parlamentari locali della sua maggioranza e dichiara: “Movendo dallo spirito d’amicizia che contraddistingue il rapporto d’alleanza tra Italia e Stati Uniti, il Governo ritiene che la richiesta avanzata resti coerente e compatibile con la linea politica e militare del nostro paese”. All’indomani di queste dichiarazioni, Ezio Lovato, segretario provinciale di Rifondazione, dichiara candidamente alla stampa: “Sul programma dell’Unione si parla delle riduzioni delle servitù militari. Che fine ha fatto quell’intenzione?”... e rilancia l’idea del referendum. Numerosi esponenti del centrosinistra, dopo la delusione che il discorso del ministro Parisi ha suscitato in gran parte dell’elettorato che si sta battendo contro il progetto, cercano di uscire dalla situazione di crisi premendo per il referendum nonostante la campagna referendaria, per quanto riguarda l’informazione, sarebbe in gran parte gestita dal quotidiano locale, “Il Giornale di Vicenza”, giornale letto dalla stragrande maggioranza dei vicentini ed unica testata italiana invitata dagli USA a Bruxelles dove si prepara il super-vertice di Riga.

Il voto del Consiglio comunale

A dare una spallata alla situazione interviene, dopo un incontro a Roma con il sindaco di Vicenza, il ministro Parisi che chiede che il Comune di Vicenza si esprima, nonostante sia perfettamente consapevole del fatto che a Vicenza l’amministrazione di centrodestra, favorevole all’insediamento, avrebbe avuto senza problemi la maggioranza in caso di voto in Consiglio comunale.
Il 26 ottobre si tiene un Consiglio comunale “blindato”. Ammessi come pubblico sono solo venti persone per il comitato del SI e 20 persone per il comitato del NO. Quest’ultime, compresa chi scrive, non accettano di partecipare intendendo delegittimare in questo modo il Consiglio e restando in piazza con i numerosi e rumorosi manifestanti. La Tv locale è invitata per una diretta televisiva e i vicentini sono invitati a rimanere a casa davanti la televisione.
In una situazione di gran mobilitazione e partecipazione da parte della cittadinanza esclusa dal dibattito, ma che si è fatta sentire in un modo inconsueto per una città come Vicenza, con la polizia in forza “da stadio”, con una diretta televisiva (Santoro) che ha portato nelle abitazioni di tutta Italia la lotta di Vicenza, è arrivato il sì della maggioranza di centrodestra. Ora la decisione definitiva tocca al ministro Parisi e al governo Prodi. Ora più che mai il dissenso deve manifestarsi con la mobilitazione.

Le mobilitazioni si moltiplicano

Il fronte unico per la lotta contro l’insediamento della nuova base si amplia di giorno in giorno. Negli ultimi giorni si schierano per il No i sindaci di Caldogno e Dueville, ma è soprattutto la lotta popolare che si allarga. Il 2 dicembre è prevista un’imponente manifestazione europea a Vicenza contro il progetto. Gli strumenti d’informazione sono in mano ai poteri forti e l'opposizione alla missione coloniale in Libano e la richiesta di chiusura e riconversione delle basi militari Usa non hanno voce in parlamento: la devono trovare nelle piazze e nei luoghi di lavoro. Come PC-Rol siamo impegnati in questo senso partecipando attivamente a questa lotta. I posti di lavoro, la loro sicurezza e stabilità non si difendono come fanno la Cisl e la Uil vicentine, ma lottando ed organizzando i lavoratori perché le basi militari siano chiuse e i posti di lavoro della base e dell’indotto siano riconvertiti in lavori stabili e sicuri.

Vicenza, 28 ottobre 2006

*Coordinatrice di Pc-Rol a Vicenza



“L’affare Telecom”: l’ennesima telenovela del capitalismo italiano
Una lotta interna alla borghesia italiana che colpisce i lavoratori

Francesco Fioravanti

Una vicenda che ha destato scalpore

La "vicenda Telecom" è riuscita a catalizzare intorno a sé l'attenzione del mondo politico e finanziario, scatenando furiose polemiche fra i due poli e all'interno della stessa maggioranza di governo, e riaprendo un dibattito, quello sulla crisi strutturale del capitalismo italiano, dal quale emerge con chiarezza la consapevolezza generale della fragilità intrinseca ad un sistema che si caratterizza per la scarsezza dei capitali necessari per emergere all'interno di un mercato mondiale nel quale pochi grandi gruppi nazionali si confrontano nei settori vitali della moderna economia capitalistica.
Ripercorrendo la storia recente della maggiore azienda italiana di telecomunicazioni, risulta subito evidente come l'intrecciarsi di interessi politici ed economici ne abbia costantemente determinato le sorti, andando ad influenzare in profondità gli equilibri di un settore industriale dotato di un proprio notevole peso specifico; parte integrante com'è di quel generale processo di riorganizzazione di un capitalismo tricolore sconvolto nell'ultimo ventennio da scandali, crack e tentativi di ascesa di nuovi parvenu. Se si procede anche in una superficiale analisi dei più importanti avvenimenti economici italiani degli ultimi anni, non si può non cogliere un sottile filo-conduttore che evidenzia come questo stesso processo di riassestamento avvenga con la partecipazione attiva dei soliti protagonisti politici. Basti qui ricordare tre avvenimenti particolarmente significativi: la prima scalata a Telecom condotta da Roberto Colannino e dai suoi amici della "razza padana", attuata sotto la supervisione appassionata di D'Alema e della burocrazia dirigente dei Ds; la privatizzazione di Autostrade, gentile dono dello stesso D'Alema alla famiglia Benetton; ed infine la fusione avvenuta lo scorso mese fra San Paolo-Imi e Banca Intesa, espressioni entrambe di quella "finanza bianca" che ha in Romano Prodi il suo principale alfiere.

L’intreccio fra politica ed affari

Il terremoto che, a partire dai primi anni Novanta, ha investito il mondo della politica e degli affari ha modificato profondamente le relazioni fra queste due entità, andando a ridisegnare nel suo complesso l'intero quadro politico italiano. La grande borghesia, rimasta orfana della Dc, cerca oggi nuovi rappresentanti in grado di difendere coerentemente i suoi interessi particolari. La futura nascita del partito Democratico in questo senso risponderebbe a un bisogno oggettivo di rappresentanza politica delle classi dominanti, ecco perché esso è diventato l'orizzonte strategico dei suoi più fedeli interlocutori istituzionali. Ma la formazione di questo nuovo soggetto non può avvenire senza che prima si delineino chiaramente i reali rapporti di forza al suo interno: i campioni della "finanza bianca" (Prodi e Margherita) e quelli della "finanza rossa" (Ds) sono diventati inevitabilmente concorrenti per la conquista dell'egemonia. Egemonia che si ottiene attraverso la battaglia quotidiana per ottenere il consenso dei salotti che contano. Egemonia che significa capacità d'influenza dal punto di vista economico e politico. Nemmeno l'"Affare Telecom" è analizzabile al di fuori di questa realtà; al contrario, esso deve essere considerato come un importante tassello di un puzzle intricato e difficile da scandagliare. Proviamo a ricostruirne brevemente le tappe fondamentali e a fare un po' di luce su alcuni episodi che hanno destato scalpore.

Una breve cronistoria

Tutto sembrerebbe avere inizio con la decisione presa da Tronchetti Provera - formalizzata nel Cda dell’11 settembre di riorganizzare l'assetto interno di Telecom, scorporando la telefonia mobile dalla rete fissa e collocandole in due società separate, con un'evidente retromarcia rispetto al piano presentato due anni fa che portò alla scomparsa di Tim come entità autonoma. Gli osservatori più attenti, a cominciare dal mondo politico, hanno letto in questa decisione la volontà da parte del patron di Pirelli di vendere la rinata Tim, che, in queste condizioni, passerebbe quasi certamente in mani straniere. Alcuni giorni dopo, il Corriere della Sera pubblica i dettagli di un piano fatto pervenire a Tronchetti Provera da Angelo Rovati, amico e consigliere del Presidente del Consiglio Romano Prodi. In questo piano viene prospettata la possibile acquisizione di Tim da parte dello Stato attraverso la Cassa Depositi e Prestiti, una società pubblica nata sotto impulso dell’ex-ministro dell'economia Giulio Tremonti. Immediatamente si sollevano le critiche dell'opposizione e degli stessi partiti che compongono la maggioranza di centrosinistra: ad aprire il "fuoco amico" contro Prodi sono in particolar modo i Ds, che attraverso il noto economista Nicola Rossi invocano la necessità di una sconfessione aperta dell'operato di Rovati da parte del presidente del Consiglio e arrivano a chiedere esplicitamente le dimissioni del suo fido consigliere. Le polemiche, all'interno della coalizione di governo, sembrano attenuarsi solo in seguito alle dimissioni di Tronchetti Provera sostituito da un uomo vicino a D'Alema, Guido Rossi e all'audizione del Presidente del Consiglio alla Camera.
Mentre scriviamo giunge notizia che il Cda dell’azienda tenutosi il 25 ottobre ha attuato una svolta a 360 gradi, ritenendo non opportuno intraprendere quel percorso che Tronchetti-Provera aveva indicato ad inizio settembre. Questo significa nei fatti un ritorno al piano del 2004, quello dell’unificazione Telecom-Tim, tanto che rispetto al piano industriale del marzo di quest’anno viene introdotta una sola novità, consistente nella volontà di investire 8-9 miliardi di euro nel “next generation network”, la rete di nuova generazione. Quanto hanno influito quelle polemiche di cui parlavamo nella retromarcia voluta dal nuovo Cda presieduto da Guido Rossi? Sicuramente non poco, la certezza dell’opposizione del Presidente del Consiglio ai nuovi piani strategici presentati in settembre è stato il fattore determinante di questa scelta. Il rischio di ingerenze statali in questa operazione avrebbe potuto significare la fine dei disegni “tronchettiani” così come erano stati concepiti in origine, tanto più che il forte indebitamento che Telecom ha, unito al potere di veto (la golden share) che il Governo conserva, non consente all’azienda di muoversi in maniera totalmente indipendente. Il “piano Rovati” ha solamente fatto crescere la consapevolezza nei dirigenti di Telecom che una eventuale cessione di Tim ad operatori stranieri sarebbe stata ostacolata da Prodi e dai settori del centro-sinistra a lui vicini, molto più interessati ad agevolare una possibile scalata di istituti di credito (San Paolo-Imi e Unicredito) che già possedevano parte del pacchetto azionario di Olimpia, la holding che controlla Telecom. Questa manovra avrebbe da un lato permesso a Prodi di rafforzarsi ulteriormente a scapito dei suoi concorrenti nel Partito Democratico, dall’altro consentito un’acquisizione di Tim a “prezzi stracciati” da parte di quei soggetti.
Non abbiamo elementi sufficienti per poter decretare la fine di una telenovela che ha appassionato solamente i salotti della grande borghesia italiana, al contrario ne abbiamo in abbondanza per poter sottolineare ancora una volta il fatto che politica e grandi affari sono indissolubilmente legati fra loro all’interno di un sistema che compatta la classe dominante quando deve sferrare i suoi colpi alle classi oppresse, ma nel quale continuano ad esistere –come questa vicenda dimostra- blocchi di potere e di interesse che si fanno guerra fra loro per far emergere e consolidare le proprie posizioni.

La nostra opinione

Per quanto ci riguarda, i giochi di potere che muovono le azioni dei politici borghesi e dei consigli d'amministrazione delle grandi imprese ci interessano solo a partire dalla constatazione che, come sempre accade, a pagare il conto di queste manovre sono sempre gli stessi soggetti sociali: i lavoratori e le lavoratrici.
Di solito accade che quando il futuro di un'azienda viene messo in discussione si comincia a parlare di tagli al personale, necessari, secondo i padroni, ad affrontare le fasi critiche e a superare le difficoltà. In risposta a questa ipotesi lo scorso 3 ottobre è stato indetto dai sindacati uno sciopero al quale ha partecipato l'80% circa dei dipendenti di Piazza Einaudi. Noi diciamo che non basta. Da parte del mondo del lavoro serve un'azione più incisiva che sia in grado di porre un freno ad una situazione divenuta ormai insostenibile: gli oscuri intrighi della finanza e dei suoi governi non possono continuare a penalizzare le condizioni di vita delle classi sfruttate. Va rilanciata la mobilitazione di piazza, a partire dalla necessità impellente di opporsi alla nuova finanziaria di lacrime e sangue varata da Padoa-Schioppa e dal suo governo col sostegno del Prc. Un Prc che, come direbbe il ministro Di Pietro, con gli interessi dei lavoratori "che c'azzecca?"




Dalla rivoluzione alla riforma... dei Servizi segreti
La battaglia di Malabarba in difesa dell'onore del Sismi


Francesco Ricci

In un precedente numero di questa rubrica avevamo segnalato l'interesse a dir poco strano di Gigi Malabarba (dirigente di Erre- Sinistra Critica) per lo spionaggio. Non un interesse letterario (anche un comunista può ingannare un paio d'ore di noioso viaggio in treno leggendo Ian Fleming). Non un interesse motivato dalla volontà di denunciare gli apparati dello Stato borghese, visibili o segreti che siano, da sempre destinati a difendere il capitalismo, la sua proprietà e il suo Stato dalle lotte dei lavoratori. Tanto più in Italia, dove queste "bande armate del capitale" (come le chiamava il vecchio Engels) sono state impiegate più che altrove, con le stragi, i golpe, ecc. No, è di un altro tipo l'interesse di Malabarba, per questo ci aveva un po' stupito. Ci era sembrato, leggendo certi suoi articoli, di scorgere in lui l'aspirazione di un parlamentare della Repubblica che, investito dalla volontà popolare e conscio della necessità di far funzionare al meglio lo Stato democratico e le sue leggi, denuncia le deviazioni, cioè le cose che non vanno in un meccanismo in sé sano e dà suggerimenti perché lo Stato (che noi un po' antiquati chiamiamo borghese) possa funzionare meglio (e quindi meglio reprimere i lavoratori, chioserebbe un marxista impertinente).
Non ci eravamo sbagliati. Lo testimonia un libro recentemente uscito e ingiustamente trascurato dai recensori. Luigi Malabarba: 2001-2006, Segreti e bugie di Stato. Sottotitolo: Il partito americano e l'uccisione di Calipari (Edizioni Alegre, 2006).
Il libro è un dialogo tra Malabarba e Alessio Aringoli. Malabarba parte dai fatti di Genova per poi raccontare la sua esperienza come senatore membro del Copaco (l'organismo parlamentare di vigilanza sui Servizi).
Certo, riconosce Malabarba, "si tratta di apparati di uno Stato borghese" ma "non tutte le dinamiche sono uguali". Cioè? "Avere Mario Scelba al Viminale non è la stessa cosa che non averlo." Come a dire: tra un serial killer e un comune sicario...
Nulla di nuovo. E' la consueta logica riformista delle "contraddizioni" dell'avversario e del "meno peggio". Se non fosse che finora (a nostra conoscenza) nemmeno il più incallito riformista di destra si era mai spinto fino al punto di fare una battaglia contro la polizia (o meglio, contro il suo capo De Gennaro) e a favore... del Sismi (e del suo capo Pollari, quello del rapimento di Abu Omar).
Particolarmente toccante è il capitolo dedicato a Calipari, l'agente del Sismi morto in Irak durante la liberazione della Sgrena. Malabarba racconta di come si sono conosciuti durante un viaggio... verso la sede statunitense della Cia. Il capitolo su questa bella amicizia si conclude così: "faremo di tutto perché la memoria di Nicola Calipari e dei suoi collaboratori non sia oltraggiata né dagli Usa, né dai filibustieri di casa nostra." Mai si era visto un rivoluzionario difendere con tanto vigore una spia e i suoi colleghi spioni! Ma evidentemente Malabarba ha a cuore il lavoro di questi che sono pur sempre "nostri ragazzi", in lotta per la democratica Patria...
Quella democrazia che va difesa "contro il terrorismo" anche, spiega con professionalità il dirigente di Sinistra Critica, con "il lavoro di prevenzione di un'intelligence all'altezza del suo compito fondamentale."
E noi che eravamo fermi alle parole d'ordine comuniste per lo scioglimento dei Servizi segreti e delle altre bande armate dello Stato...
Malabarba finalmente si chiede: "che cosa ci facevo lì" (al Copaco)? E dice: "non ho mai avuto il tempo di darmi una risposta e forse non ce n'è neppure bisogno."
Ma si sbaglia, la risposta va cercata e perciò consigliamo la lettura di questo libro che merita i dieci euro di spesa. Perché è un libro che consente di vedere in pratica come il dirigente di un'organizzazione che fino a qualche anno fa si definiva "trotskista" è approdato, col suo gruppo, al riformismo. Uno può leggere decine di analisi di Trotsky sul centrismo, o leggere certi attuali articoli di Lenin su come il parlamentarismo borghese rincretinisca un parlamentare comunista se alle sue spalle non c'è un'organizzazione comunista. Ma non si riesce a comprendere fino in fondo certe trasformazioni. Il libro di Malabarba ha invece questo pregio: ti fa vedere passo per passo come ragiona uno che si definisce ancora "rivoluzionario" ma che sta all'interno di un'area (Sinistra Critica e il Segretariato Unificato a livello internazionale) che accorda il proprio sostegno (critico) al governo imperialista in Italia e ha propri ministri nel governo borghese del Brasile. Se poi proprio non volete leggere il libro, nonostante il nostro invito, sfogliatelo almeno in libreria e guardate a pagina 4 la foto che ritrae Malabarba ("il primo comunista non pentito che è entrato alla Cia", recita la didascalia) in posa, insieme a un gruppo di parlamentari (borghesi, come li chiamiamo noi) tutti in fila vicino al simbolo gigante della Cia. La foto è stata scattata a Langley che i lettori di Segretissimo sanno essere la sede della Cia; e che i popoli oppressi di tutto il mondo sanno essere la base da cui sono partiti i golpe del Cile e l'appoggio a dittature e trame contro i rivoluzionari di tutto il mondo.


ULTIMA ORA
Avevamo già scritto questo corsivo quando questa storia (che è una storia vera, come dicono all'inizio di certi film) ha avuto un nuovo sviluppo. Il Corriere della Sera del 26 ottobre ha pubblicato la trascrizione di alcune intercettazioni tra dirigenti del Sismi (Mancini è il vice di Pollari, inquisito per il rapimento di Abu Omar e per le schedature di politici, ecc.). Una di queste riguarda Malabarba, portavoce di Sinistra Critica. La riportiamo qui per intero, aggiungendo che il giorno dopo Malabarba ha fatto alcune precisazioni (sui suoi rapporti con Giusto Catania, deputato del Prc; e su altre cose secondarie) ma non ha minimamente smentito il fatto centrale: e cioè che si incontrava con le spie del Sismi e si faceva dare da loro suggerimenti.

12 maggio, ore 15,08.
Vicecapo L.:"Il buon compagno Gigi Malabarba dice che se abbiamo bisogna, pensa che carino, lui fino alle 17 è alla sede di Rifondazione."
Mancini: "Sì, ne ho bisogno, perché gli voglio dire che stanno facendo il gioco degli americani, togliendo le responsabilità a chi ce l'ha per addebitarla a noi."
ore 19,43.
Vicecapo L.: "Ora sono qui con Gigi."
Mancini: "Se si può fare un attestato di solidarietà e fiducia nei nostri confronti, sarebbe molto importante...".
Vicecapo L.: "Vediamo, però Gigi dice: se continuo a contrappormi salta fuori che nel partito ci sono due posizioni."
Mancini: "Quindi Rifondazione ci darà addosso."
Vicecapo L.: "Sì, con questo deficiente di Catania. Ma ha Gigi ho spiegato la cosa degli americani e, importante, l'ho collegata a quello che mi ha detto Pio."





Immigrazione: un terreno centrale per i rivoluzionari
La politica di sfruttamento del governo (e del Prc); i nostri compiti

Leonardo Spinedi

Dopo anni di vuota retorica sul razzismo e l’inciviltà della legge Bossi-Fini in materia di immigrazione, il governo Prodi si prepara ad attuare una politica di continuità col centrodestra anche su questo terreno; illuminanti in questo senso sono state le recenti dichiarazioni di Giuliano Amato e del ministro Paolo Ferrero, che senza un minimo di vergogna hanno illustrato le reali volontà del governo e, ci sia consentito dirlo, la totale inconsistenza della “solidarietà sociale” cui il buon Ferrero si dedica in cambio di qualche centinaia di migliaia di euro l’anno.

L’immigrazione è un problema di classe

Prescindendo per ora dall’operato del nostro ministro equo e solidale, cerchiamo di inquadrare il vero problema: la questione dei flussi migratori è strettamente legata alla necessità dei paesi imperialisti di disporre di forza lavoro ricattabile a bassissimo costo da investire in mansioni pesantissime; questo perché la classe lavoratrice di questi paesi, pur subendo in questa fase un attacco violentissimo e senza precedenti negli ultimi cinquant’anni, gode ancora di quelle conquiste minimali (orario di lavoro, salario di sussistenza, diritti sindacali) derivate dalle lotte degli anni passate, in particolare del decennio ’60-’70, difficilmente attaccabili da parte della borghesia senza il rischio di enormi mobilitazioni sociali. Per questo è necessario disporre di un esercito industriale ed agricolo disposto a lavorare a ritmi letteralmente disumani per due soldi e nelle condizioni di estrema ricattabilità ottenute grazie alle legislazioni fortemente repressive. Tutto questo fa degli immigrati il settore più sfruttato della classe operaia, ridotto in una condizione di moderna ma non per questo meno spietata schiavitù; tutto il problema della regolamentazione dei flussi è legato a questa necessità del capitalismo, come si capisce bene anche dalle misure legislative (il nuovo governo ha annunciato che cambierà la vecchia norma secondo cui per entrare in Italia bisognava avere già un lavoro introducendo in buona sostanza delle “liste di collocamento” all’estero: si può essere più chiari?); anche il lavoro nero viene combattuto a parole ma sfruttato nei fatti, dai distretti industriali del nord come dalle imprese e dalle cooperative agricole al sud (recentemente ha fatto scandalo un servizio pubblicato su L’Espresso che trattava delle condizioni disumane dei braccianti pugliesi - in massima parte immigrati - impiegati nella raccolta di pomodori).
Da questo quadro possiamo trarre la prima importane considerazione: non è possibile combattere seriamente la discriminazione razziale e lottare conseguentemente per i diritti sociali dei migranti senza porre il problema della distruzione del capitalismo, poiché come abbiamo visto lo sfruttamento selvaggio della manodopera di questi uomini e donne è un’intima necessità del capitalismo stesso; ed ancora, possiamo capire molto bene che l’assistenzialismo (propinato nella forma più ipocrita e disgustosa proprio dai ministri di questo governo di macelleria sociale) non potrà mai rappresentare una risposta efficace a questi problemi, ma semmai è in massima parte un palliativo utile alla borghesia per contrastare le già deboli forme di lotta messe in campo da questo settore sociale, definibile senza timore di esagerare quello degli schiavi del ventunesimo secolo.

L’ipocrisia della sinistra di governo

E proprio l’assistenzialismo tipico della sinistra istituzionale ha subito una mutazione con l’ingresso nel governo Prodi, trasformandosi in basso cinismo: ecco dunque il ministro Ferrero spiegarci giorno dopo giorno, con un frasario degno di un questore, che la legge Bossi-Fini non va abrogata (come chiesto per anni ed anni dagli immigrati scesi in piazza, dai movimenti e, strumentalmente, dallo stesso Prc allora all’opposizione) ma superata, il che vuol dire resa più efficiente e tutt’al più modificata in qualche dettaglio di secondo piano, ma non messa in discussione nel suo impianto generale (il che del resto sarebbe curioso, dato che quella legge è a sua volta in continuità con la Turco-Napolitano varata dal primo governo Prodi); ecco che la sacrosanta rivendicazione una volta condivisa a parole da tutta la sinistra radicale e vergognosamente utilizzata da Vendola in campagna elettorale della chiusura immediata dei Cpt − veri e propri lager dove gli immigrati in attesa di espulsione marciscono per mesi in condizioni sanitarie da quarto mondo − viene abbandonata per lasciare il posto a quelle certamente più compatibili e “responsabili” della creazione di osservatori parlamentari su queste carceri disumane e dell’apertura di tavoli di confronto da cui le associazioni di immigrati sono puntualmente escluse (e poi confronto su cosa? su quante centinaia di uomini, donne e scorpioni condividono un unico bagno alla turca col caldo a quaranta gradi?).
Come si vede ancora una volta, non c’è pressione di sinistra in grado di condizionare la politica di un governo borghese (verrebbe da dire neppure quando si sorpassa il limite della crudeltà). È invece vero l’opposto: l’appartenenza ad un governo borghese condizione la politica della sinistra, che si trova a difendere gli interessi della classe che il governo rappresenta, interessi assolutamente opposti ed inconciliabili con quelli dei lavoratori e degli oppressi; in altre parole, la sinistra fa la stessa politica della destra in cambio di quattro poltrone sulla pelle dei lavoratori ed in particolare degli immigrati (e non si tratta di una metafora: oltre ai morti per annegamento sulle nostre coste, si pensi alle recenti e sanguinose repressioni della polizia di Zapatero). Questo è il cuore del problema.

Una risorsa enorme per i rivoluzionari

L’intervento sul terreno dell’immigrazione è certamente una delle priorità più urgenti per chi si pone sul terreno della costruzione di un partito marxista rivoluzionario; in primo luogo, come abbiamo già argomentato, si tratta del settore più sfruttato della classe, il che implica − anche se ovviamente non in maniera diretta e meccanica − una maggiore attenzione e sensibilità di questo settore alle posizioni conseguentemente anticapitaliste, a partire dalla difesa dei loro interessi materiali immediati che nessuna forza della sinistra governista è in grado neanche di fingere di avere a cuore, dato il loro clamoroso coinvolgimento nelle politiche di barbarie a cui abbiamo accennato sopra; si tratta di un caso in cui l’approccio transitorio (che lega cioè la lotta contingente alla prospettiva socialista) è incredibilmente “facilitato” rispetto ad altre realtà.
Ma c’è un altro aspetto che rende una volta di più fondamentale l’intervento in questo settore: la storica parola d’ordine del trotskismo della creazione di direzioni conseguenti nei paesi dipendenti e coloniali (cioè di direzioni comuniste rivoluzionarie, alternative a quelle piccolo borghesi e confessionali) può infatti trovare una prima traduzione pratica proprio nel lavoro di raggruppamento comunista tra gli immigrati, uscendo dal campo della vuota fraseologia in cui è stata confinata per decenni da tante sette sedicenti trotskiste del passato e del presente.
Su questo terreno è sicuramente di particolare interesse il percorso di lotta e organizzazione iniziato il 23 settembre a Bruxelles, con la riuscita manifestazione europea dei sans papiers , organizzata dall’ Associazione dei lavoratori immigrati di Spagna (Atraie), dall’Unione per la difesa dei sans papiers del Belgio (Udep) e dal Coordinamento nazionale dei sans papiers di Francia (Cnsp). In particolare Atraie, la principale tra le organizzazioni, quella che ha spinto con maggior insistenza per la creazione di un coordinamento internazionale dei lavoratori immigrati, è legata alla Lega internazionale dei lavoratori (la Lit-Ci), l’organizzazione trotskista internazionale (di cui fa parte anche il Pstu brasiliano) con cui Pc-Rol ha avviato un confronto.
Si è trattato di un primo importante passo avanti, compiuto a partire da rivendicazioni parziali ma avanzate, come la regolarizzazione senza condizioni di tutti i lavoratori senza permesso di soggiorno, il ritiro di tutte le leggi sull’immigrazione fino ad oggi varate, la libertà per tutti i lavoratori senza permesso di soggiorno arrestati, la chiusura immediata di tutti i centri di detenzione degli immigrati, l’abbattimento di tutti gli ostacoli e dei muri con la condanna dei responsabili politici e militari che hanno provocato la morte di lavoratori immigrati. È la dimostrazione che è possibile cominciare un lavoro serio in questa direzione, il lavoro al fianco dei proletari immigrati necessario per un avanzamento concreto della prospettiva socialista.



Il puntello del governo Prodi: la concertazione
Il ruolo dei sindacati confederali. Meriti e limiti del sindacalismo di classe

Alberto Madoglio

Avevamo scritto che il governo di centro sinistra e la grande borghesia avrebbero trovato nei sindacati confederali, e specialmente nella Cgil, un valido sostegno per cercare di far passare le proprie politiche antioperaie in un clima di pace sociale. I primi sei mesi del governo Prodi sono stati la migliore conferma di questa previsione. Dalla manovra correttiva di luglio (una stangata di 7 miliardi di euro) all’approvazione del Dpef, dal decreto Bersani sulle liberalizzazioni (pensato per favorire ulteriormente la concentrazione capitalistica) alla fusione tra Banca Intesa e San Paolo (che crea il terzo gruppo bancario europeo), fino, per la politica estera, alla nuova missione dell’imperialismo italiano in Libano ed al viaggio in Cina per aiutare le imprese italiane a saccheggiare le ricchezze di quell’enorme paese, il carattere di classe del governo dell’Unione è risultato evidente.
E nonostante ciò, ogni volta i tre sindacati confederali hanno applaudito alle scelte governative.
Ma l’indispensabile ruolo di stampella di Cgil Cisl e Uil all’azione del governo, è maggiormente visibile in queste settimane per ciò che riguarda l’iter di approvazione della finanziaria 2007. Riguardo a questo argomento, c’è stata all’inizio molta confusione. Si è cercato di far passare l’idea che si trattasse di una manovra scritta sotto dettatura dei sindacati, in cui gli unici beneficiari erano i lavoratori, mentre agli industriali venivano chiesti enormi sacrifici.
Il tempo, come al solito, ha fatto giustizia di tali fandonie. Prima Prodi (“gli industriali guadagnano 20 volte di più rispetto a ciò che viene loro chiesto”), poi Tommaso Padoa Schioppa (“chi veramente guadagna con la finanziaria sono gli industriali”), hanno fatto capire a chiare lettere chi il loro governo vuole tutelare.
Come hanno già scritto per il nostro sito i compagni Gigli e Marceca, quella di quest’anno sarà una delle manovre più pesanti degli ultimi vent’anni, e i sacrifici imposti ai lavoratori saranno pesantissimi. Inoltre la bocciatura dei conti pubblici italiani da parte di società internazionali di rating sarà la scusa per continuare l’opera di smantellamento di ciò che rimane del welfare state conquistato in decenni di durissime lotte. La tabella di marcia è già scritta: entro marzo 2007 verrà fatta l’ennesima riforma delle pensioni il cui risultato sarà di aumentare gli anni di lavoro per aver diritto ad una pensione sempre più misera.

La subordinazione delle burocrazie sindacali

Tutto questo rende ancor più grandi le responsabilità dei sindacati, che, con la loro totale subordinazione agli interessi del grande capitale italiano, permettono che ai lavoratori venga sferrato un attacco durissimo. In verità quest’atteggiamento non deve stupire. Dall’inizio degli anni novanta in particolare (ma si era già iniziato all’epoca della svolta dell’Eur), il sindacato è stato un soggetto attivo nell’opera di distruzione delle conquiste sociale, rese possibili dalle lotte operaie degli anni precedenti. In nome della necessità di salvare l’azienda Italia dal disastro (come sostenevano in quegli anni governi e padronato), i sindacati hanno consentito che il potere d’acquisto dei salari dei lavoratori venisse sempre più eroso dall’aumento di prezzi e tariffe, che il lavoro diventasse sempre più precario e soggetto al ricatto dei padroni, e che le pensioni non fossero più in grado di assicurare una vita dignitosa a chi smetteva di lavorare.
Neanche le imponenti manifestazioni del 1993, il cosiddetto “autunno dei bulloni”, quando i lavoratori espressero tutta la loro rabbia contro le corrotte burocrazie sindacali con manifestazioni di massa, hanno fatto recedere Cgil Cisl e Uil dalle loro posizioni. Anche durante gli anni del governo Berlusconi l’approccio di fondo non è variato. Più che nella sostanza, le decisioni di quell’esecutivo sono state criticate per il metodo seguito: il rifiuto di coinvolgere il sindacato nelle decisioni prese. Questo, legato al tentativo di Berlusconi di intraprendere una via tatcheriana nei rapporti col mondo del lavoro, ha favorito la ripresa di una certa combattività sindacale, senza però portare a una revisione della strategia fin lì seguita
Il fallimento di questa manovra e l’avvento al governo di Prodi hanno consentito un nuovo slancio della politica della concertazione, cioè l’avallo sindacale a scelte i cui soli beneficiari sono i grandi gruppi industriali e finanziari del paese. Pur con differenti livelli di responsabilità rispetto alla burocrazia maggioritaria della Cgil, anche i sedicenti oppositori di sinistra del sindacato diretto da Epifani - il gruppo dirigente della Fiom e la Rete 28 Aprile - favoriscono questo clima di pace sociale.
Il primo, che per anni è sembrato l’alternativa alla direzione ultra concertativa e conciliante della Cgil, ha dimostrato quanto queste speranze fossero mal riposte. La sua presunta radicalità trovava la sua origine nel tentativo della burocrazia confederale di limitare il peso e nell’autonomia del sindacato dei metalmeccanici. Peso ed autonomia che erano il frutto delle mobilitazioni che in quel periodo vedevano gli operai metalmeccanici scontrarsi duramente con la controparte padronale, costringendo le direzioni di quella categoria ad assumere un atteggiamento che, solo di facciata, sembrava più radicale. Ma oggi, in presenza di un “governo amico”, anche Rinaldini e soci sono prontamente entrati nei ranghi della politica concertativa e hanno salutato con favore l’approvazione di una “finanziaria di svolta”!
Discorso simile per la Rete 28 Aprile, raggruppamento nato per dar voce alle posizioni della sinistra sindacale all’ultimo congresso Cgil. Il gruppo dirigente di questo raggruppamento e in particolare il suo portavoce Cremaschi, dimostrano una totale subordinazione alla linea sindacale maggioritaria e la completa inadeguatezza delle loro proposte. Ad oggi l’opposizione da loro messa in campo si limita ad una serie di critiche espresse in comunicati stampa, articoli di giornale e volantini, in cui però manca la logica conseguenza alle posizioni espresse: la denuncia del carattere borghese e antioperaio del governo, delle enormi responsabilità delle burocrazie sindacali, e la proclamazione immediata dello sciopero generale contro il governo come parola d’ordine in grado di creare la più ampia mobilitazione nel mondo del lavoro.

E i sindacati extraconfederali?

Discorso diverso per quanto riguarda il sindacalismo extraconfederale che, pur tra mille limiti e contraddizioni, evidenzia una posizione di opposizione al governo. L’aver fin da subito criticato i provvedimenti approvati dall’Unione, aver in questi anni denunciato i disastri della concertazione, e per ultimo aver proclamato uno sciopero generale per il 17 novembre, tutto ciò ha contribuito ad aumentarne il prestigio tra settori d’avanguardia dei lavoratori. Tuttavia, non possiamo tacere i limiti che queste organizzazioni hanno, non solo perché ad oggi rappresentano solo una minoranza dei lavoratori sindacalizzati, e in particolare in alcune categorie (settore pubblico), ma per la loro politica generale (anche se fra le diverse sigle vi sono importanti differenze: si va dalla Rdb Cub, che in alcuni momenti sembra voler conseguire più un trattamento paritario con i confederali nei rapporti col governo, dando così l’idea di voler diventare il quarto sindacato confederale, allo Slai Cobas, in cui è più evidente un’impostazione politica combattiva e radicale, ma il cui limite maggiore è il settarismo verso i settori più coerentemente di classe della Cgil).
Lo stesso sciopero generale, convocato unitariamente fra diverse sigle, decisione che rappresenta un passo in avanti rispetto al settarismo che spingeva ogni organizzazione, in passato, a proclamare astensioni dal lavoro in giorni differenti le une dalle altre, ne è una prova: non c’è ad oggi una chiara piattaforma unificante che, fondata su di un programma transitorio, si ponga non solo l’obiettivo del ritiro della finanziaria, ma anche quello della cacciata del governo, così come è assente un reale percorso di preparazione allo sciopero, che attraverso assemblee in ogni luogo di lavoro lanci una chiara sfida alle burocrazie di Cgil Cisl e Uil, avente come obiettivo la loro cacciata dal sindacato, per la creazione di un vero sindacato di classe; rischia di essere un’occasione persa.

L’atteggiamento di Pc Rol

I compagni e le compagne d Pc Rol, al di là della loro collocazione sindacale, parteciperanno allo sciopero del 17 novembre, e alle manifestazioni che lo precedono (in particolare, quella del 4 novembre contro il lavoro precario), esponendo un chiaro programma d’azione. Un programma che, partendo dal livello di coscienza attuale dei lavoratori, faccia comprendere che alla finanziaria di Prodi, D’Alema e Bertinotti può e deve essere contrapposta un’alternativa di classe, che realmente faccia pagare ai padroni il prezzo della crisi economica in atto. Un’alternativa che può provenire solamente da un governo dei lavoratori.



Il gattopardo Fioroni: cambiare tutto per non cambiare nulla
Intervista a Teresa Vicidomini, membro dell’Esecutivo Nazionale Cobas Scuola

a cura di Giuseppe Guarnaccia

Sono passati solo pochi mesi dall’insediamento del governo Prodi e le promesse elettorali, come da copione, sono state disattese. La continuità nelle politiche antipopolari con il precedente governo è palese: dalla politica estera, al mercato del lavoro, all’istruzione scolastica. Teresa Vicidomini, esponente nazionale dei Cobas scuola, traccia un primo bilancio sull’attività del Ministro Fioroni e sulle sue promesse mancate.

Durante l’estate il ministro Fioroni è intervenuto ripetutamente con la sbandierata intenzione di smontare la “riforma” Moratti. Ad oggi quali sono i cambiamenti avvenuti?
Le promesse di riqualificazione della scuola pubblica e di stipendi dignitosi per docenti ed Ata si sono sprecate, ma i risultati non mutano. La Finanziaria 2007 si presenta particolarmente onerosa nei confronti del lavoro dipendente. La scuola è destinata a subire un taglio di spesa tra 500 milioni e un miliardo di euro, con una notevole riduzione degli organici tramite innalzamento del numero degli alunni per classe, più accentuato nelle scuole medie, diminuzione degli insegnanti di sostegno e senza spazio per nuove immissioni in ruolo. Fioroni scarica le responsabilità su Padoa Schioppa (che vuol cancellare quel che resta degli scatti di anzianità), ma intanto assicura alle scuole private un aumento, disatteso da Berlusconi, di 167 milioni di euro di finanziamento pubblico.

Le politiche del Ministro Fioroni sono orientate a mantenere lo status quo nella scuola, ma nel programma dell’Unione è scritto: “… lotta ad ogni forma di precarietà, con l’immediata copertura di tutti i posti vacanti, immettendo in ruolo coloro che già lavorano nella scuola e agevolando coloro che si sono formati in questi anni”.

Erano “promesse da marinaio” quelle dell’Unione in campagna elettorale. Hanno assunto gli insegnanti di religione e aumentato i finanziamenti alle scuole private. Fioroni parla di lotta alla precarietà e poi fa il contrario, promettendo di raddoppiare il numero delle immissioni in ruolo e smentendosi poi clamorosamente nei fatti. Forse il ministro è troppo impegnato a “smontare con il cacciavite” il disastro combinato dalla Moratti. Ma il cacciavite gira a vuoto, perché Fioroni sembra mantenere, a parte i nomi, quanto fatto dalla Moratti, soprattutto in tema di organici, tagli alle risorse, aumento della precarietà dei lavoratori.

Qualcuno pensa che il nuovo governo stia invertendo la tendenza alla precarizzazione del lavoro nella scuola, ma i fatti smentiscono clamorosamente queste accomodanti previsioni.

La scuola al servizio del profitto e del capitale: come reagire?
Urge rilanciare la battaglia contrattuale per un reale recupero del potere d’acquisto dei nostri stipendi e ridurre il divario con quelli europei. Il nostro contratto è scaduto da nove mesi e del rinnovo non c’è traccia; in Finanziaria sarebbero stanziati fondi sufficienti per miseri aumenti di circa 25 euro lordi e c’è chi nel governo propone il blocco della tornata contrattuale per tutto il Pubblico Impiego. Nel contempo, vanno ripristinati un meccanismo automatico di difesa dei salari, una nuova scala mobile e gli scatti biennali di anzianità. Vanno garantiti l’assunzione e il passaggio in ruolo dei precari su tutte le cattedre vacanti. Equiparazione dei diritti sindacali tra personale a tempo determinato e indeterminato, aumento di 300 euro netti mensili per tutti, diritto di assemblea per tutti i sindacati, le singole Rsu e tutti i lavoratori.

Fioroni e la riforma della scuola: la “demorattizzazione” tanto annunciata da autorevoli esponenti della sinistra è dunque avvenuta?

Il ministro Fioroni ha lavorato parecchio in estate e non ha potuto ignorare il possente movimento anti Moratti e i suoi obiettivi di lotta. La restituzione del Tempo Pieno, l’unitarietà dell’orario contro lo “spezzatino”, il ripudio del Tutor, del Portfolio, delle assunzioni a “prestazione d’opera” e della “nuova scheda”, l’ostilità all’anticipo nella scuola dell’infanzia, sono stati gli obiettivi cruciali per i quali tantissimi genitori, insegnanti e Ata si sono battuti senza sosta. Però tutte le azioni del ministro non abrogano questa paccottiglia, ma ne prorogano l’attuazione o la sospendono. Le parti cruciali della riforma restano in piedi e testimoniano la strumentalità della tattica e del no all’abrogazione. Cambiare la forma per lasciare immutata la sostanza.
Certo, a parole Fioroni si muove tra non poche contraddizioni se poi espone alla Camera capitoli quali “L’istruzione è una funzione pubblica”, “L’integrazione dei diversamente abili”, ecc. Ma se non fosse solo un modo di ingraziarsi il popolo della scuola pubblica, questi capitoli dovrebbero costituire il cuore dei programmi: perché se non saranno processi democratici e unitari nazionalmente a dare anima alla scuola, ci penseranno la Confindustria, il mercato e il Vaticano.

L’autonomia scolastica come panacea per la scuola di Fioroni?

L’elemento più pericoloso della strategia fioroniana è l’uso continuo, ricorrente, della cosiddetta “autonomia scolastica”, quella che ha spalancato le porte alle scuole-azienda, l’una in competizione con l’altra, e che mai è autogoverno della didattica.
L’autonomia scolastica è stata decisiva per trasformare le scuole in azienda e i saperi in merce. Questo percorso si è realizzato contro ogni forma di autogoverno e progetto di sviluppo della democrazia nelle scuole. Il ministro, con il suo entusiasmo per l’autonomia su quanto finora ha provocato nelle scuole, stabilisce di fatto una continuità gravissima con l’azione sia di Berlinguer che della Moratti, allarmandoci enormemente perché sembra annunciare un’ulteriore aziendalizzazione delle scuole e la frammentazione regionalistico localistica del sistema scolastico.
Non è difficile pensare a cosa accadrà se ogni scuola inizierà ad adottare “autonomamente” il suo curricolo, la sua scheda di valutazione, il suo portfolio, il suo simil Tutor, e così via disgregando e impoverendo la scuola pubblica. Alla prova dei fatti, si conferma che la principale indicazione odierna per la scuola pubblica è sempre: abrogazione di tutte le leggi Moratti.

La piattaforma Cobas per la scuola in vista delle elezioni Rsu?

Le Rsu Cobas devono continuare a svolgere il ruolo fondamentale sinora svolto, per la difesa dei diritti e per il rispetto delle regole, spesso violate dai dirigenti scolastici: impegnandoci a rilanciare la democrazia sindacale con particolare riferimento al diritto di assemblea e a garantire un rapporto dinamico con tutti i lavoratori. Per quanto concerne il diritto di assemblea è iniziato lunedì 2 ottobre lo sciopero della fame sotto il Ministero della Pubblica Istruzione di tre membri dell’esecutivo nazionale Cobas Scuola per la restituzione del diritto di assemblea per i Cobas e per tutti i lavoratori.
Nella scuola i lavoratori sono i veri titolari del diritto di assemblea, avendo dieci ore a disposizione per tenerle con chi ritengono opportuno: e fino al 1999 tutti i sindacati erano autorizzati a convocare assemblee. Poi nel ’99 Berlinguer regalò il diritto di assemblea ai sindacati maggiormente rappresentativi, quelli che, in base alla legge Bassanini, hanno i diritti alle trattative e ai distacchi.
La Cgil spinge sul ministro Fioroni per conservare il monopolio dei diritti sindacali.
La lotta proseguirà e si estenderà, e da oggi consideriamo Fioroni responsabile della salute dei nostri colleghi, oltre che dichiarato complice di un gravissimo vulnus alla democrazia nelle scuole.
La nostra concezione di Rsu mira a rappresentare la volontà e le esigenze di quanti lavorano nelle scuole e chiedono quotidianamente: la continuazione della battaglia per l’abrogazione delle leggi Moratti, contrastare la riduzione degli organici e del tempo scuola, tutelare e valorizzare il lavoro del personale docente e Ata attraverso l’opposizione a tutte le modalità di divisione della categoria. I Cobas partecipano alle Rsu per renderle strumento di conflitto e di contrattacco nei confronti della scuola azienda, consapevoli che solo un’ampia partecipazione da parte della maggioranza dei lavoratori della scuola possa farci ottenere vittorie significative.



Governo e precarietà: la solita storia
Lavoro precario: cosa (non) cambia con la Finanziaria del centrosinistra

Sabrina Pattarello


Il lavoratore precario soffre di una profonda solitudine, è dominato dalla paura, è minato nella sua identità. È soggetto a malattie fisiche come mal di testa, mal di schiena, ipertensione, e a malattie mentali, come la depressione; perde autostima e si svalorizza, fino ad arrivare in casi estremi al suicidio (1).

Le parole e i fatti

Il lavoro precario frammenta la vita di milioni di lavoratori italiani, divisi tra parasubordinati, perlopiù lavoratori in elusione â”% che complessivamente nel 2005 erano 1.685.071, tra co.co.co., collaboratori a progetto, associati in partecipazione, partite Iva non iscritte all’albo, collaboratori occasionali (2) â”% e somministrati, sfruttati all’osso e gettati via come merce avariata, sui quali si regge la fortuna del nuovo business delle agenzie di lavoro, il cui fatturato secondo Mediobanca è in crescita (2,4 miliardi nel 2005). In testa alla classifica c’è Adecco Italia, che ha registrato un utile di 1,037 miliardi di euro, con grande gioia del suo presidente Tiziano Treu: proprio lui, l’ex-ministro del Lavoro che durante il primo governo Prodi ha aperto all’ingresso delle agenzie interinali in Italia!.
Con estremo opportunismo il programma elettorale dell’Unione si era strumentalmente appropriato delle miserie quotidiane degli atipici, cavalcando la battaglia della lotta alla precarietà, dell’abolizione “senza se e senza ma” della famigerata Legge 30. Tra le righe, trapelava già allora una volontà spuria, tale era l’ansia di accontentare Confindustria e rilanciare le tristi sorti del capitalismo italiano, ma la campagna propagandistica massicciamente dispiegata riusciva a persuadere molti lavoratori: rassegnati all’alternanza borghese (complici partiti pseudo-comunisti e sindacati proni) e sicuri che, in fondo, un governo di centro-sinistra, pur se fautore nel recente passato del Pacchetto Treu, della Turco-Napolitano dei Cpt, della riforma scolastica Berlinguer, non potesse per definizione essere peggio del governo Berlusconi della terribile Legge 30, della Bossi-Fini e della controriforma Moratti.

Cosa prevede la Finanziaria

Non sono destinate a passare inosservate, pur nella guerra di numeri e di emendamenti, le misure della Finanziaria Prodi, che non hanno certo risparmiato i lavoratori precari da una manovra imperniata sul rigore finanziario e sulle lacrime e sul sangue della classe lavoratrice.
Per i lavoratori parasubordinati è previsto un rincaro del 4,80% dei contributi previdenziali, che passeranno così dall’attuale 18,20% al 23%, più uno 0,50% di contributi per maternità, malattia e assegni familiari. A fronte non sono previsti aumenti salariali che (non essendo il salario legato al Ccnl) sottostanno alla completa discrezionalità del datore di lavoro, il quale potrà ricorrere a piacimento alla diminuzione salariale per far fronte al maggior costo del lavoro, vanificando il deterrente dell’aumento dei contributi previdenziali per scoraggiare il ricorso al contratto atipico. Inoltre il prevedibile abbassamento di salari già minimi si ripercuoterà su una futura pensione, destinata a non raggiungere nemmeno l’importo dell’assegno sociale (sorte condivisa da tutte le tipologie dei lavoratori precari, somministrati inclusi).
Da ricordare che nei contratti parasubordinati i contributi previdenziali e Inail sono corrisposti nell’entità di 1/3 dal lavoratore e di 2/3 dal datore di lavoro; che la malattia non viene retribuita se non nel caso di ricovero ospedaliero e che, pur comportando una sospensione del contratto, non è garantita una proroga dello stesso (è stato comunque proposto un indennizzo per la malattia domiciliare, ma solo per 20 giorni complessivi l’anno e per un valore tra i 9 e i 18 € al giorno); che le lavoratrici a progetto e co.co.co. hanno diritto all’indennità di maternità, ma non alla sospensione e all’indennità per la maternità a rischio; che non si può ricorrere all’indennità di disoccupazione ordinaria, ma solo all’esigua prestazione a requisiti ridotti in presenza di particolari condizioni. Maggiori le difficoltà per i lavoratori a partita Iva senza iscrizione all’albo â”% di cui il 40% guadagna meno di 1.000 € al mese e solo il 30% ha una retribuzione mensile regolare (2) â”% per i quali il contributo previdenziale è a totale carico, in quanto teoricamente “lavoratori autonomi”.
Pesantemente penalizzati i precari della Scuola, colpita da pesanti tagli di spesa e di personale: vengono posti ulteriori ostacoli alla stabilizzazione dei docenti, costretti a barcamenarsi tra supplenze in giro per l’Italia e incarichi poco retribuiti (o addirittura gratuiti) negli istituti privati, a sobbarcarsi l’onere di costosi corsi di abilitazione per guadagnare qualche punto in graduatoria. Sul versante Università, in cui le decantate assunzioni diluite in tre anni di 3.500 ricercatori assumono semplice valore palliativo (considerando i 6.500 posti banditi durante l’ultimo triennio del disastroso ministero Moratti), è prevista la stabilizzazione di solo il 40% dei ricercatori precari. Non va meglio per gli atipici del Pubblico Impiego, dove il problema della stabilizzazione di circa 300.000 precari cozza contro il blocco delle assunzioni (un nuovo assunto ogni 4 o 5 lavoratori che vanno in pensione) e risorse economiche insufficienti per la copertura del rinnovo contrattuale.

Ministro Damiano e call-center: un caso di sovrapposizione semantica?

A sottolineare che il ripristino della centralità del contratto a tempo indeterminato non è un obbiettivo all’ordine del giorno dell’esecutivo, è giunta la sigla dell’accordo interconfederale sui call-center, avvenuta in settembre alla presenza del ministro del Lavoro Damiano.
In giugno il ministro emise una circolare applicativa della Legge 30 che distingueva i precari dei call-center in inbound (chi riceve le telefonate) e outbound (chi esegue telefonate per proposte commerciali, servizi, ecc.): si sancisce che gli inbound sono lavoratori subordinati con diritto all’assunzione a tempo indeterminato e alla restituzione dei versamenti previdenziali degli ultimi cinque anni, mentre gli outbound no; a loro, in quanto “autonomi”, è riservato il contratto di collaborazione a progetto.
Una successiva ispezione Inps all’Atesia stabilisce che anche gli outbound sono di fatto dei subordinati, con pari diritto al contratto a tempo indeterminato e alla restituzione dei contributi. Alla firma dell’accordo si fa marcia indietro: andando contro il parere degli ispettori Inps, si torna alla distinzione tra inbound e outbound; inoltre, sindacati e imprenditori chiedono di convalidare le proroghe dei vecchi co.co.co. anche a livello di accordi nazionali e territoriali (non più quindi solo a livello di accordi aziendali), rendendo possibili le proroghe dei co.co.co. Atesia, dove non vigono accordi aziendali, aggirando con un escamotage sia assunzione stabile che restituzione contributiva.
Si crea un grave precedente che le parti sociali (è ancora possibile una distinzione tra sindacato e Confindustria?) non esiteranno a far pesare al grande tavolo concertativo sul lavoro, proposto da Damiano nei primi mesi del 2007 per il superamento della Legge 30.

Prc e Cgil: a fianco di Confindustria

Il Prc insiste a proporsi in tortuose mistificazioni per giustificare l’ossimoro di un’opposizione dall’interno che prevede in contemporanea l’incondizionato appoggio a tutte le scelte del governo, comprese le più inique: in questo momento tutte le energie sono convogliate nell’esercitare pressioni su Prodi, in un estremo tentativo di ricomporre la propria base militante, da cui iniziano ad emergere segnali di disappunto e contrarietà. Giordano assicura che il partito ha svolto “un ruolo” nel passaggio dal Dpef alla Finanziaria, con un contenimento dei danni e l’acquisizione di “qualcosa”…E minaccia di uscire dalla maggioranza se Prodi continuerà ad accontentare le richieste di Confindustria e cederà al richiamo della grande coalizione: lo aspettiamo al varco.
Anche la Cgil “tentenna” di fronte al governo amico (di Confindustria): dopo essersi proclamata complessivamente soddisfatta della manovra finanziaria e aver abbozzato un poco convinto no al nuovo patto di produttività, in cui Montezemolo propone orari più lunghi e salari più corti, non ha esitato ad apporre la propria firma al vergognoso accordo sui call-center. Firma che non intende ritirare, nonostante le ennesime pressioni (leggere, in punta di piedi) esercitate da Rinaldini e Cremaschi. Il definitivo ritiro (insieme a Rifondazione e Ds) dal comitato “Stop precarietà ora”, avvenuto in seguito al comunicato stampa dei Cobas Scuola, rei di aver rotto un’inconsistente piattaforma con l’invito a scendere in piazza il 4 novembre contro la finanziaria “ammazzaprecari” e la richiesta delle dimissioni di Damiano, “amico dei padroni”, denota palesemente la volontà di frenare la mobilitazione dei lavoratori e di svuotarla da qualsiasi valenza politica di segno contrario al governo.

La battaglia di Pc-Rol

Con spirito squisitamente burocratico il sindacato sceglie quindi di collocarsi tra chi, all’esercizio della sana e dura opposizione di classe che connota i dirigenti sindacali di Pc-Rol, preferisce smorzare le lotte a sinistra. Proprio ora che lo sfruttamento viene istituzionalizzato e giustificato da sinistra, ora che la mercificazione del lavoro e la schiavitù assumono forme nuove e subdole, abbiamo il preciso dovere di mobilitare tutte le nostre forze e farle convergere nella battaglia comune contro il lavoro precario e a favore di una piattaforma unificante che permetta di contrastare la parcellizzazione della forza di lotta dei lavoratori.
Pc-Rol proseguirà nel difficile percorso, ispirandosi ai principi marxisti rivoluzionari cui il nostro costituente partito non intende rinunciare, continuando a stare nei sindacati nel tentativo di dirigerne le lotte, propagandando incessantemente le parole d’ordine della proclamazione dello sciopero generale ad oltranza contro la Finanziaria e fino alla caduta del governo anti-operaio Prodi; dell’abolizione delle leggi 30, Bossi-Fini e Moratti; dell’assunzione a tempo indeterminato di tutti i lavoratori precari e della corresponsione di un salario sociale ai medesimi.
Soprattutto, ribadendo l’appello alla costituzione di un nuovo soggetto politico comunista, rivolto a tutti quei compagni che non vogliono negare alle classi sfruttate un ruolo protagonista nella storia, possibile solo attraverso la via rivoluzionaria al potere, l’unica in grado di superare e ricomporre le contraddizioni del capitale in un sistema socialista di uguaglianza, libertà e dignità per tutti: tremino le classi dominanti dinanzi a una rivoluzione comunista. I proletari non hanno nulla da perdere tranne le loro catene. E hanno un Mondo da guadagnare.

(1) Così è scritto nel Journal d’un médecin du travail. Témoignage, di Dorothée Ramaut, medico del lavoro.
(2) Dati forniti da Nidil Cgil.



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