Partito di Alternativa Comunista

Il lavoratore pugliese tra poeti e caporali

Il lavoratore pugliese tra poeti e caporali
Storie di ordinario sfruttamento nella terra della “rivoluzione gentile”

Michele Scarlino

Lo scorso settembre un’inchiesta di Fabrizio Gatti, giornalista de L’espresso, documentava le tragiche e disumane condizioni di lavoro degli immigrati impiegati nella raccolta del pomodoro nelle campagne pugliesi.
Gli immigrati, in maggioranza slavi e nordafricani, lavorano in condizioni pietose per pochi euro al giorno e spesso sotto il controllo di un caporale che controlla e gestisce le loro paghe. Le condizioni di lavoro di questa gente, senza diritti e con salari da fame, rasenta lo schiavismo.
L’inchiesta, che ha avuto un enorme scalpore, ha squarciato quel velo d’ipocrisia che si era adagiato sulla Puglia di Vendola, documentando la condizione dei braccianti agricoli immigrati.
Ma dov’è allora la Puglia della “rivoluzione gentile”, la Puglia dove un commosso Bertinotti è venuto a chiudere la campagna delle primarie, la Puglia dove un governatore/poeta ci faceva commuovere con i suoi discorsi così carichi di umanità e di buoni propositi? Quella Puglia semplicemente non c’è, è un’invenzione. Quella Puglia che ci racconta Vendola è stata smascherata da una semplice inchiesta giornalistica.
Non che i pugliesi non lo sapessero, ma lo stesso Vendola si è trovato, incastrato dai fatti, a dover ammettere che la Puglia da lui gestita non è quel paradiso che ci racconta e, aggiungiamo noi, non è nemmeno la regione in cui un presidente di Rifondazione Comunista abbia cambiato qualcosa gestendo la coalizione di governo. La Puglia è la terra dove il lavoratore è costretto ad essere schiavizzato per poter lavorare a pochi euro l’ora, la terra degli interinali che lavorano con l’angoscia della precarietà, la terra delle delocalizzazioni (seppur concertate, come teorizzato da Vendola) e della disoccupazione, la terra dei tagli alla sanità, dei call center e dei caporali.

Un triste risveglio

La cosa certa è che è stato un triste risveglio per chi credeva che la Puglia fosse un posto dove una “dirigenza illuminata” avesse migliorato le condizioni di vita dei lavoratori pugliesi. A volte il destino è beffardo: lo scandalo dei caporali è scoppiato proprio nella Puglia di Vendola, indicata da molti come esempio da seguire, come avanguardia d’Italia in fatto di diritti e sopratutto indicata dalla direzione di Rifondazione come la regione in cui il Prc avrebbe vinto la propria sfida governista riuscendo a migliorare la società a braccetto con gli industriali; insomma la regione dove era in cantiere la “rivoluzione gentile”.
E’ un Vendola imbarazzato quello che al Corriere del Mezzogiorno dichiara, subito dopo lo scandalo, che “i pugliesi non sono sfruttatori ma gente accogliente” e che il lavoro nero e lo sfruttamento sono “il biglietto salato pagato ad una cattiva globalizzazione”, mentre su Liberazione dichiara che s’istituirà un osservatorio (ancora uno!) sul lavoro nero e che al più presto la regione si doterà di una legge per contrastare il triste fenomeno del caporalato.
Una legge, in effetti, Vendola l’ha fatta: si chiama “norma di contrasto al lavoro non regolare”. Peccato che leggendola non si scorga nulla che possa contrastare il fenomeno caporalato, anzi, si presenta come un nuovo pretesto per regalare soldi alle imprese - mai state meglio trattate prima d’ora in Puglia. Infatti, la legge come misura di “prevenzione” prevede incentivi alle aziende che comunicano le assunzioni agli uffici della Regione un giorno prima dell’instaurarsi del rapporto di lavoro. In pratica Vendola regala soldi alle imprese che garantiscono (grazie davvero!) i minimi diritti di un lavoratore ovvero la copertura sanitaria in caso di incidente ed il versamento dei contributi.
Oltre Vendola anche i sindacati (presenti sul territorio e colpevolmente silenziosi di fronte ad un fenomeno che non è stato scoperto certo da Fabrizio Gatti) sulla scia dell’indignazione generale hanno manifestato lo scorso ventuno ottobre a Foggia contro il “lavoro nero”, tralasciando e non mettendo minimamente in discussione le leggi sia italiane sia europee che del fenomeno caporalato sono la sorgente, ed hanno chiesto al governo una commissione di controllo che dovrà fare “un severo monitoraggio” per prevenire il rinnovarsi del fenomeno, una sorta di “patto del lavoro contro i padroni-negrieri”, dai giornalisti chiamato “patto di Foggia”. Alla manifestazione erano presenti anche Vendola e Ferrero, ministro della solidarietà sociale, anche loro contenti della richiesta dei sindacati. Insomma oltre a proclami di facciata e a parole di sdegno nessuno ha messo in discussione il sistema che produce il fenomeno. Il classico caso del dottore che combatte una malattia curandone il sintomo.
Sia da parte di Vendola che da parte dei sindacati confederali si è in realtà cercato di oscurare le reali ragioni socioeconomiche che sono alla base del fenomeno del caporalato.

Il caporalato: analisi di un fenomeno, i mezzi per distruggerlo

Tutti hanno detto la loro sul caporalato, ma nessuno ha fatto una seria analisi del fenomeno che non c’entra nulla con la “battaglia per la legalità” promossa dai sindacati, ma ha radici ben più profonde legate allo sfruttamento degli immigrati ed allo sfruttamento del lavoro imposto da leggi italiane ed europee.
Per capire quali possono essere le soluzioni per eliminare il caporalato dobbiamo prima capire cos’è e come si sviluppa, da dove nasce, il fenomeno. Iniziamo con il dire che il caporalato non è solo un fenomeno pugliese e non è circoscrivibile solo alle campagne. Esso è presente sempre, ove possibile; dall’agricoltura, all’edilizia, alle pulizie.
E’ un sistema molto semplice ed è figlio della stessa filosofia che muove le agenzie interinali: il padrone incarica un altro soggetto (il caporale) di procacciargli manodopera. Sarà compito del caporale trovare i lavoratori e poi controllarli sul posto di lavoro. Come vedete la regola di base è molto semplice.
Il caporale guadagnerà una percentuale da ogni lavoratore, mentre il padrone minimizza i costi ed aumenta la produzione. Come vedete il padrone non è più o meno barbaro di un industriale del Nord, segue soltanto una banale regola del mercato capitalista: massimizzare i profitti ed abbattere i costi, essendo disposto anche a trattare come bestie da soma gli immigrati che il caporale gli ha trovato. Ci guadagnano entrambi e ci rimette il lavoratore.
I fattori che rendono forti il caporale ed il suo padrone, e rendono inermi i lavoratori, sono due: il primo è lo status di clandestino degli immigrati il secondo è il loro cronico e disperato bisogno di soldi (anche pochi euro) per poter sopravvivere. Questo li porta a sopportare qualunque abuso sia del padrone che del caporale che a loro volta sanno molto bene di avere un potere quasi illimitato sui lavoratori sui quali molto spesso pende un ordine di espulsione. Inoltre il padrone è spesso (è questo anche il caso foggiano) coperto da bande mafiose locali che costituiscono un ulteriore deterrente alle eventuali rivolte dei migranti o alla semplice voglia di farla pagare ai loro aguzzini.
Alla luce delle ragioni che permettono la proliferazione e la prosperità del caporalato, una vera battaglia per l’eliminazione del fenomeno, che è la battaglia di Progetto Comunista anche a livello europeo, non può essere una generica battaglia “contro il lavoro nero” come voluto dai sindacati, ma deve chiedere l’eliminazione di tutte le leggi precarizzanti a livello nazionale e comunitario e deve inoltre chiedere l’abolizione di tutte le leggi contro i migranti: dalla Bossi-Fini alla Turco-Napolitano a livello nazionale e delle leggi contro gli immigrati a livello europeo.
Quella contro il caporalato è una battaglia che può essere vinta solo combattendo e distruggendo il malsano sistema che lo partorisce ed ottenendo con la lotta l’abolizione delle leggi che ne permettono l’esistenza, ricordando sempre che questi fenomeni nel sistema capitalistico sono fisiologici e funzionali allo sfruttamento della forza lavoro, che ne rappresenta l’essenza.







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