Giù le mani dalla Groenlandia!
Abolire la Nato!

di M.A. Al Gharib
Le minacce di Donald Trump di appropriarsi della Groenlandia, emerse nelle prime settimane del nuovo anno, rimangono inquietanti. All'inizio del suo secondo mandato erano state prese come uno scherzo o come un tentativo di «trattare» con l'Europa. Ma oggi queste minacce non sono più uno scherzo. Prima dell’ultima marcia indietro, c’è stato un timore palpabile, soprattutto in Groenlandia, ma anche in Europa, Nord America e, in realtà, in tutto il mondo, che Trump potesse davvero scatenare un'altra guerra mondiale. Ora ha ridimensionato la minaccia militare, ma solo dopo un prepotente sfoggio di forza al Forum Economico di Davos, in Svizzera.
Trump ha fatto marcia indietro dopo aver dichiarato di aver ottenuto «tutto ciò che volevamo» nei colloqui con il segretario della Nato Mark Rutte a Davos il 21 gennaio. I termini del «quadro di un accordo futuro» sono ancora oscuri, anche se, stando a quanto riferito, garantirebbero agli Stati Uniti la proprietà delle basi militari in Groenlandia e alcuni diritti di estrazione mineraria. Il 25 gennaio, un alto funzionario della Groenlandia, Naaja Nathanielsen, ha insistito sul fatto che al suo governo non era stato ancora «presentato nulla» e che «la rinuncia alla sovranità della Groenlandia non è all'ordine del giorno per ora».
Non ci sono dubbi: la minaccia contro la Groenlandia rimane, anche se è facile immaginare che l'imprevedibile Trump possa svegliarsi un giorno e decidere di invertire la rotta. Come l'attacco di Trump al Venezuela e il rapimento di Nicolás Maduro e Celia Flores, le minacce contro la Groenlandia dimostrano che l'imperialismo statunitense è diventato sempre più disfunzionale, più personalizzato e, di conseguenza, più pericoloso.
L'imperialismo statunitense è sempre stato una minaccia per il mondo
C'è ancora molta nostalgia da parte dei liberali per un'era precedente, a loro dire migliore, dell'imperialismo statunitense (i liberali userebbero parole come «ordine basato sulle regole» invece di «imperialismo»). Ci soffermeremo ad analizzare come il Maga e la versione di estrema destra dell'imperialismo statunitense stiano prendendo una traiettoria qualitativamente diversa rispetto al passato. Tuttavia, dobbiamo anche evidenziare che i nativi americani e i popoli di innumerevoli Paesi a maggioranza nera in ogni continente ci direbbero che gli Stati Uniti non hanno mai avuto problemi a violare la sovranità nazionale e a massacrare milioni di persone per servire gli interessi del capitalismo statunitense.
Come nei precedenti esercizi di brutale imperialismo statunitense, i leader dell'amministrazione anche in questo caso sono in ultima analisi motivati da interessi materiali e politici. Parlano apertamente delle ricchezze minerarie sia del Venezuela che della Groenlandia, dei combustibili fossili e dei minerali rari. Le minacce del segretario di Stato Rubio di un cambio di regime a Cuba rappresentano un'escalation dell'assedio che l'imperialismo yankee ha imposto alla nazione insulare per più di sei decenni.
Un'altra continuità è il tentativo di garantire l'egemonia degli Stati Uniti nell'emisfero occidentale. Persino il segretario generale del Consiglio d'Europa, Alain Berset, che non è incline a criticare il linguaggio dei «valori occidentali» e «l’importanza dell'alleanza Nato», lo ha recentemente ammesso sul New York Times: «Il timore è che una Groenlandia indipendente possa un giorno avvicinarsi all'orbita della Russia o della Cina, posizionando le loro armi alle porte dell'America. Sarebbe una ripetizione artica della Baia dei Porci».
Questa volta è diverso?
Dobbiamo sottolineare che si tratta della solita vecchia paranoia degli Stati Uniti nei confronti di qualsiasi Paese, specialmente se a maggioranza indigena, che osi rivendicare la propria indipendenza. Ma sarebbe strategicamente miope ignorare le differenze tra l'attuale espressione dell'imperialismo statunitense e quelle precedenti. Sebbene vi sia una sostanziale continuità, in termini di contenuto, dell'imperialismo statunitense sotto Trump, la differenza nella forma è di grande importanza.
Ciò è legato alla profonda crisi di quel progetto imperialista. I precedenti presidenti statunitensi «raramente, se non mai, hanno mancato di mascherare le loro azioni predatorie con un linguaggio facente riferimento a scopi superiori: promuovere la democrazia, rendere il mondo più «pacifico» o «libero», «liberare le donne dal velo», ecc. Questa volta il presidente e i suoi stretti collaboratori ammettono apertamente la verità di ciò che stanno facendo.
Ancora più importante, come previsto dai nuovi documenti di strategia nazionale (1) pubblicati alla fine del 2025, gli Stati Uniti ora vedono il mondo in termini di «sopravvivenza del più forte» sul modello schmittiano o del darwinismo sociale.
Come ha affermato Stephen Miller, l'ideologo più apertamente fascista dell'amministrazione, in un’intervista alla Cnn all'inizio di gennaio (2), «viviamo in un mondo, nel mondo reale, che è governato dalla forza, che è governato dalla violenza, che è governato dal potere. Queste sono le leggi ferree del mondo». In altre parole, gli Stati Uniti, incapaci di mantenere la loro egemonia globale, ricorreranno ora sempre più al lato duro del loro potere.
Un recente articolo di Erwin Freed su Workers' Voice (3) riassume bene le implicazioni di questi documenti: «Nel loro insieme, i tre rapporti dipingono un quadro dell'imperialismo statunitense che sta passando da una posizione di dominio incontrastato ad una in cui è costretto a negoziare il proprio posto in un nuovo ordine mondiale. Sebbene gli Stati Uniti mantengano la superiorità economica e militare, i grandi progressi compiuti dalla Cina in campo tecnologico e nel controllo di settori strategici stanno rapidamente colmando il divario. Tutti i rapporti indicano un sistema economico mondiale stagnante che deve affrontare conflitti sempre più aspri tra le grandi potenze».
La Nato in crisi, l'imperialismo cinese emerge
Un'altra novità profondamente inquietante è il linguaggio bellico – sia in riferimento alle guerre commerciali che a quelle effettive o «cinetiche» – tra gli alleati della Nato. Prima che Trump ritirasse le sue minacce militari, i funzionari europei discutevano apertamente di sanzioni contro le aziende tecnologiche statunitensi. Il boicottaggio dei beni e dei servizi statunitensi si sta diffondendo in Europa e in Canada.
La storica e blogger statunitense Heather Cox Richardson ha anche osservato quanto segue nella sua newsletter quotidiana del 18 gennaio: «Nonostante tutte le minacce di Trump riguardo il commercio statunitense, il mondo sembra andare avanti senza gli Stati Uniti. Il primo ministro canadese Mark Carney ha visitato Pechino questa settimana, la prima visita di un primo ministro canadese in Cina dal 2017. Inoltre, venerdì scorso il Canada ha rotto i rapporti con gli Stati Uniti e ha concluso un importante accordo con la Cina, riducendo le tariffe sui veicoli elettrici cinesi in cambio della riduzione delle tariffe cinesi sui semi di colza canadesi. Carney ha scritto sui social media: “Le relazioni tra Canada e Cina sono state distanti e incerte per quasi un decennio. Stiamo cambiando questa situazione, con una nuova partnership strategica a vantaggio dei cittadini di entrambe le nostre nazioni”».
Poco dopo, Carney ha tenuto un discorso a Davos, in cui ha parlato senza mezzi termini di una «rottura» nell'alleanza Nato a causa della meschinità di Trump e invitava le «potenze medie» - cioè le potenze secondarie tradizionalmente sotto l'egemonia degli Stati Uniti, della Cina o della Russia - a unirsi e proporre un'alternativa al dominio fascista del Maga e quello imperialista cinese. Tuttavia, la proposta politica di Carney, che promuove il capitale finanziario e l'industria dei combustibili fossili canadesi, non è in grado di affrontare, e tanto meno risolvere, le contraddizioni che generano le crisi e i mali crescenti del nostro tempo. Solo una lotta socialista di massa e internazionale contro l'imperialismo può farlo. Ma il suo discorso ha evidenziato, in modo sorprendente anche se non inaspettato, una profonda e probabilmente irreparabile frattura all'interno dell'imperialismo occidentale.
Autodeterminazione per la Groenlandia
Ciò che spesso non compare nelle discussioni sulla Nato, Trump, gli Stati Uniti, l'Europa e la Cina è il fatto che quasi il 90% dei 60.000 abitanti della Groenlandia sono di origine indigena Inuit. Le vergognose minacce di Trump mostrano in tutta la loro ignominia il razzismo e la mentalità coloniale che permeano ogni sua fibra e che i suoi seguaci glorificano. Ma il tono più morbido della Danimarca occulta la propria storia di colonialismo.
La colonizzazione della Groenlandia da parte della Danimarca risale all'inizio del XVIII secolo. Per la maggior parte di quel periodo fino ad oggi, la prima ha trattato la seconda con modalità tipiche del colonialismo, tra le quali, fino agli anni Novanta, un programma di contraccezione forzata (4) per centinaia di donne groenlandesi. Nonostante le scuse ufficiali del governo danese e un tentativo di risarcimento diretto alle vittime di questo crimine, le comunità groenlandesi convivono ancora con il trauma e i danni fisici che tutto ciò ha causato.
Il movimento indipendentista locale ha spinto il Regno di Danimarca a concedere alla Groenlandia l’autonomia nel 1979. Nel 2024, poco prima delle minacce di Trump, tale movimento era sostenuto dal 60% della popolazione. L'anno scorso, e in particolare negli ultimi mesi, si è assistito ad un arretramento relativamente alla richiesta di piena indipendenza, con la maggioranza dei groenlandesi (5) la quale ora afferma che, se dovesse scegliere tra gli Stati Uniti e la Danimarca, preferirebbe la Danimarca, con la sua rete di sicurezza sociale e la sua prevedibilità negli affari internazionali.
L'idea della piena indipendenza, per ora, è in secondo piano, poiché i groenlandesi comprensibilmente pensano che la loro piccola popolazione e la loro pratica mancanza di capacità difensive li renderebbe facile preda dell'insaziabile bestia colonialista statunitense.
Per un’emancipazione della classe operaia e l'abolizione della Nato
Se il momento attuale vede la crisi esistenziale della Nato, noi socialisti rivoluzionari non piangeremo la scomparsa di questa congrega imperialista di gangster. Fondata come alleanza di Paesi imperialisti con l'obiettivo di respingere l'Unione Sovietica - e più in generale, un'alternativa socialista - dopo la Seconda guerra mondiale, il vero ruolo della Nato negli ultimi ottant’anni è stato quello di principale organizzazione anticomunista del mondo. Si è affermata come nemica implacabile dell'emancipazione dei popoli colonizzati e di quelli appena liberati del mondo, come cavallo di Troia dell'imperialismo statunitense.
Quindi, mentre lottiamo al fianco di chiunque combatta Trump e il suo Maga di estrema destra, siamo chiari nel sostenere l'abolizione della Nato. Tuttavia ciò potrà evitare di far sprofondare il mondo in ulteriori cicli di violenza e guerra solo se tale processo sarà guidato da movimenti di massa, all’interno di una complessiva visione rivoluzionaria e socialista della società. Se si permettesse il crollo della Nato secondo le modalità trumpiane, ciò equivarrebbe ad accettare la suddivisione del mondo in «sfere di influenza». Questo non sarebbe un male minore rispetto allo status quo, ma ne aggraverebbe gli aspetti peggiori.
Come abbiamo sostenuto nel nostro appello per l’abolizione della Nato (6) al momento dell'invasione russa dell'Ucraina, «proprio come la classe operaia è l'unica classe che produce la ricchezza della società, è l'unica forza sociale che può porre fine alle guerre in modo permanente».
Giù le mani dalla Groenlandia! Giù le mani dal Venezuela! Per l'abolizione della Nato!
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