Il puntello del governo Prodi: la concertazione
Il ruolo dei sindacati confederali. Meriti e limiti del sindacalismo di classe
Alberto Madoglio
Avevamo scritto che il governo di centro sinistra e la grande borghesia avrebbero trovato nei sindacati confederali, e specialmente nella Cgil, un valido sostegno per cercare di far passare le proprie politiche antioperaie in un clima di pace sociale. I primi sei mesi del governo Prodi sono stati la migliore conferma di questa previsione. Dalla manovra correttiva di luglio (una stangata di 7 miliardi di euro) all’approvazione del Dpef, dal decreto Bersani sulle liberalizzazioni (pensato per favorire ulteriormente la concentrazione capitalistica) alla fusione tra Banca Intesa e San Paolo (che crea il terzo gruppo bancario europeo), fino, per la politica estera, alla nuova missione dell’imperialismo italiano in Libano ed al viaggio in Cina per aiutare le imprese italiane a saccheggiare le ricchezze di quell’enorme paese, il carattere di classe del governo dell’Unione è risultato evidente.
E nonostante ciò, ogni volta i tre sindacati confederali hanno applaudito alle scelte governative.
Ma l’indispensabile ruolo di stampella di Cgil Cisl e Uil all’azione del governo, è maggiormente visibile in queste settimane per ciò che riguarda l’iter di approvazione della finanziaria 2007. Riguardo a questo argomento, c’è stata all’inizio molta confusione. Si è cercato di far passare l’idea che si trattasse di una manovra scritta sotto dettatura dei sindacati, in cui gli unici beneficiari erano i lavoratori, mentre agli industriali venivano chiesti enormi sacrifici.
Il tempo, come al solito, ha fatto giustizia di tali fandonie. Prima Prodi (“gli industriali guadagnano 20 volte di più rispetto a ciò che viene loro chiesto”), poi Tommaso Padoa Schioppa (“chi veramente guadagna con la finanziaria sono gli industriali”), hanno fatto capire a chiare lettere chi il loro governo vuole tutelare.
Come hanno già scritto per il nostro sito i compagni Gigli e Marceca, quella di quest’anno sarà una delle manovre più pesanti degli ultimi vent’anni, e i sacrifici imposti ai lavoratori saranno pesantissimi. Inoltre la bocciatura dei conti pubblici italiani da parte di società internazionali di rating sarà la scusa per continuare l’opera di smantellamento di ciò che rimane del welfare state conquistato in decenni di durissime lotte. La tabella di marcia è già scritta: entro marzo 2007 verrà fatta l’ennesima riforma delle pensioni il cui risultato sarà di aumentare gli anni di lavoro per aver diritto ad una pensione sempre più misera.
La subordinazione delle burocrazie sindacali
Tutto questo rende ancor più grandi le responsabilità dei sindacati, che, con la loro totale subordinazione agli interessi del grande capitale italiano, permettono che ai lavoratori venga sferrato un attacco durissimo. In verità quest’atteggiamento non deve stupire. Dall’inizio degli anni novanta in particolare (ma si era già iniziato all’epoca della svolta dell’Eur), il sindacato è stato un soggetto attivo nell’opera di distruzione delle conquiste sociale, rese possibili dalle lotte operaie degli anni precedenti. In nome della necessità di salvare l’azienda Italia dal disastro (come sostenevano in quegli anni governi e padronato), i sindacati hanno consentito che il potere d’acquisto dei salari dei lavoratori venisse sempre più eroso dall’aumento di prezzi e tariffe, che il lavoro diventasse sempre più precario e soggetto al ricatto dei padroni, e che le pensioni non fossero più in grado di assicurare una vita dignitosa a chi smetteva di lavorare.
Neanche le imponenti manifestazioni del 1993, il cosiddetto “autunno dei bulloni”, quando i lavoratori espressero tutta la loro rabbia contro le corrotte burocrazie sindacali con manifestazioni di massa, hanno fatto recedere Cgil Cisl e Uil dalle loro posizioni. Anche durante gli anni del governo Berlusconi l’approccio di fondo non è variato. Più che nella sostanza, le decisioni di quell’esecutivo sono state criticate per il metodo seguito: il rifiuto di coinvolgere il sindacato nelle decisioni prese. Questo, legato al tentativo di Berlusconi di intraprendere una via tatcheriana nei rapporti col mondo del lavoro, ha favorito la ripresa di una certa combattività sindacale, senza però portare a una revisione della strategia fin lì seguita
Il fallimento di questa manovra e l’avvento al governo di Prodi hanno consentito un nuovo slancio della politica della concertazione, cioè l’avallo sindacale a scelte i cui soli beneficiari sono i grandi gruppi industriali e finanziari del paese. Pur con differenti livelli di responsabilità rispetto alla burocrazia maggioritaria della Cgil, anche i sedicenti oppositori di sinistra del sindacato diretto da Epifani - il gruppo dirigente della Fiom e la Rete 28 Aprile - favoriscono questo clima di pace sociale.
Il primo, che per anni è sembrato l’alternativa alla direzione ultra concertativa e conciliante della Cgil, ha dimostrato quanto queste speranze fossero mal riposte. La sua presunta radicalità trovava la sua origine nel tentativo della burocrazia confederale di limitare il peso e nell’autonomia del sindacato dei metalmeccanici. Peso ed autonomia che erano il frutto delle mobilitazioni che in quel periodo vedevano gli operai metalmeccanici scontrarsi duramente con la controparte padronale, costringendo le direzioni di quella categoria ad assumere un atteggiamento che, solo di facciata, sembrava più radicale. Ma oggi, in presenza di un “governo amico”, anche Rinaldini e soci sono prontamente entrati nei ranghi della politica concertativa e hanno salutato con favore l’approvazione di una “finanziaria di svolta”!
Discorso simile per la Rete 28 Aprile, raggruppamento nato per dar voce alle posizioni della sinistra sindacale all’ultimo congresso Cgil. Il gruppo dirigente di questo raggruppamento e in particolare il suo portavoce Cremaschi, dimostrano una totale subordinazione alla linea sindacale maggioritaria e la completa inadeguatezza delle loro proposte. Ad oggi l’opposizione da loro messa in campo si limita ad una serie di critiche espresse in comunicati stampa, articoli di giornale e volantini, in cui però manca la logica conseguenza alle posizioni espresse: la denuncia del carattere borghese e antioperaio del governo, delle enormi responsabilità delle burocrazie sindacali, e la proclamazione immediata dello sciopero generale contro il governo come parola d’ordine in grado di creare la più ampia mobilitazione nel mondo del lavoro.
E i sindacati extraconfederali?
Discorso diverso per quanto riguarda il sindacalismo extraconfederale che, pur tra mille limiti e contraddizioni, evidenzia una posizione di opposizione al governo. L’aver fin da subito criticato i provvedimenti approvati dall’Unione, aver in questi anni denunciato i disastri della concertazione, e per ultimo aver proclamato uno sciopero generale per il 17 novembre, tutto ciò ha contribuito ad aumentarne il prestigio tra settori d’avanguardia dei lavoratori. Tuttavia, non possiamo tacere i limiti che queste organizzazioni hanno, non solo perché ad oggi rappresentano solo una minoranza dei lavoratori sindacalizzati, e in particolare in alcune categorie (settore pubblico), ma per la loro politica generale (anche se fra le diverse sigle vi sono importanti differenze: si va dalla Rdb Cub, che in alcuni momenti sembra voler conseguire più un trattamento paritario con i confederali nei rapporti col governo, dando così l’idea di voler diventare il quarto sindacato confederale, allo Slai Cobas, in cui è più evidente un’impostazione politica combattiva e radicale, ma il cui limite maggiore è il settarismo verso i settori più coerentemente di classe della Cgil).
Lo stesso sciopero generale, convocato unitariamente fra diverse sigle, decisione che rappresenta un passo in avanti rispetto al settarismo che spingeva ogni organizzazione, in passato, a proclamare astensioni dal lavoro in giorni differenti le une dalle altre, ne è una prova: non c’è ad oggi una chiara piattaforma unificante che, fondata su di un programma transitorio, si ponga non solo l’obiettivo del ritiro della finanziaria, ma anche quello della cacciata del governo, così come è assente un reale percorso di preparazione allo sciopero, che attraverso assemblee in ogni luogo di lavoro lanci una chiara sfida alle burocrazie di Cgil Cisl e Uil, avente come obiettivo la loro cacciata dal sindacato, per la creazione di un vero sindacato di classe; rischia di essere un’occasione persa.
L’atteggiamento di Pc Rol
I compagni e le compagne d Pc Rol, al di là della loro collocazione sindacale, parteciperanno allo sciopero del 17 novembre, e alle manifestazioni che lo precedono (in particolare, quella del 4 novembre contro il lavoro precario), esponendo un chiaro programma d’azione. Un programma che, partendo dal livello di coscienza attuale dei lavoratori, faccia comprendere che alla finanziaria di Prodi, D’Alema e Bertinotti può e deve essere contrapposta un’alternativa di classe, che realmente faccia pagare ai padroni il prezzo della crisi economica in atto. Un’alternativa che può provenire solamente da un governo dei lavoratori.
Il ruolo dei sindacati confederali. Meriti e limiti del sindacalismo di classe
Alberto Madoglio
Avevamo scritto che il governo di centro sinistra e la grande borghesia avrebbero trovato nei sindacati confederali, e specialmente nella Cgil, un valido sostegno per cercare di far passare le proprie politiche antioperaie in un clima di pace sociale. I primi sei mesi del governo Prodi sono stati la migliore conferma di questa previsione. Dalla manovra correttiva di luglio (una stangata di 7 miliardi di euro) all’approvazione del Dpef, dal decreto Bersani sulle liberalizzazioni (pensato per favorire ulteriormente la concentrazione capitalistica) alla fusione tra Banca Intesa e San Paolo (che crea il terzo gruppo bancario europeo), fino, per la politica estera, alla nuova missione dell’imperialismo italiano in Libano ed al viaggio in Cina per aiutare le imprese italiane a saccheggiare le ricchezze di quell’enorme paese, il carattere di classe del governo dell’Unione è risultato evidente.
E nonostante ciò, ogni volta i tre sindacati confederali hanno applaudito alle scelte governative.
Ma l’indispensabile ruolo di stampella di Cgil Cisl e Uil all’azione del governo, è maggiormente visibile in queste settimane per ciò che riguarda l’iter di approvazione della finanziaria 2007. Riguardo a questo argomento, c’è stata all’inizio molta confusione. Si è cercato di far passare l’idea che si trattasse di una manovra scritta sotto dettatura dei sindacati, in cui gli unici beneficiari erano i lavoratori, mentre agli industriali venivano chiesti enormi sacrifici.
Il tempo, come al solito, ha fatto giustizia di tali fandonie. Prima Prodi (“gli industriali guadagnano 20 volte di più rispetto a ciò che viene loro chiesto”), poi Tommaso Padoa Schioppa (“chi veramente guadagna con la finanziaria sono gli industriali”), hanno fatto capire a chiare lettere chi il loro governo vuole tutelare.
Come hanno già scritto per il nostro sito i compagni Gigli e Marceca, quella di quest’anno sarà una delle manovre più pesanti degli ultimi vent’anni, e i sacrifici imposti ai lavoratori saranno pesantissimi. Inoltre la bocciatura dei conti pubblici italiani da parte di società internazionali di rating sarà la scusa per continuare l’opera di smantellamento di ciò che rimane del welfare state conquistato in decenni di durissime lotte. La tabella di marcia è già scritta: entro marzo 2007 verrà fatta l’ennesima riforma delle pensioni il cui risultato sarà di aumentare gli anni di lavoro per aver diritto ad una pensione sempre più misera.
La subordinazione delle burocrazie sindacali
Tutto questo rende ancor più grandi le responsabilità dei sindacati, che, con la loro totale subordinazione agli interessi del grande capitale italiano, permettono che ai lavoratori venga sferrato un attacco durissimo. In verità quest’atteggiamento non deve stupire. Dall’inizio degli anni novanta in particolare (ma si era già iniziato all’epoca della svolta dell’Eur), il sindacato è stato un soggetto attivo nell’opera di distruzione delle conquiste sociale, rese possibili dalle lotte operaie degli anni precedenti. In nome della necessità di salvare l’azienda Italia dal disastro (come sostenevano in quegli anni governi e padronato), i sindacati hanno consentito che il potere d’acquisto dei salari dei lavoratori venisse sempre più eroso dall’aumento di prezzi e tariffe, che il lavoro diventasse sempre più precario e soggetto al ricatto dei padroni, e che le pensioni non fossero più in grado di assicurare una vita dignitosa a chi smetteva di lavorare.
Neanche le imponenti manifestazioni del 1993, il cosiddetto “autunno dei bulloni”, quando i lavoratori espressero tutta la loro rabbia contro le corrotte burocrazie sindacali con manifestazioni di massa, hanno fatto recedere Cgil Cisl e Uil dalle loro posizioni. Anche durante gli anni del governo Berlusconi l’approccio di fondo non è variato. Più che nella sostanza, le decisioni di quell’esecutivo sono state criticate per il metodo seguito: il rifiuto di coinvolgere il sindacato nelle decisioni prese. Questo, legato al tentativo di Berlusconi di intraprendere una via tatcheriana nei rapporti col mondo del lavoro, ha favorito la ripresa di una certa combattività sindacale, senza però portare a una revisione della strategia fin lì seguita
Il fallimento di questa manovra e l’avvento al governo di Prodi hanno consentito un nuovo slancio della politica della concertazione, cioè l’avallo sindacale a scelte i cui soli beneficiari sono i grandi gruppi industriali e finanziari del paese. Pur con differenti livelli di responsabilità rispetto alla burocrazia maggioritaria della Cgil, anche i sedicenti oppositori di sinistra del sindacato diretto da Epifani - il gruppo dirigente della Fiom e la Rete 28 Aprile - favoriscono questo clima di pace sociale.
Il primo, che per anni è sembrato l’alternativa alla direzione ultra concertativa e conciliante della Cgil, ha dimostrato quanto queste speranze fossero mal riposte. La sua presunta radicalità trovava la sua origine nel tentativo della burocrazia confederale di limitare il peso e nell’autonomia del sindacato dei metalmeccanici. Peso ed autonomia che erano il frutto delle mobilitazioni che in quel periodo vedevano gli operai metalmeccanici scontrarsi duramente con la controparte padronale, costringendo le direzioni di quella categoria ad assumere un atteggiamento che, solo di facciata, sembrava più radicale. Ma oggi, in presenza di un “governo amico”, anche Rinaldini e soci sono prontamente entrati nei ranghi della politica concertativa e hanno salutato con favore l’approvazione di una “finanziaria di svolta”!
Discorso simile per la Rete 28 Aprile, raggruppamento nato per dar voce alle posizioni della sinistra sindacale all’ultimo congresso Cgil. Il gruppo dirigente di questo raggruppamento e in particolare il suo portavoce Cremaschi, dimostrano una totale subordinazione alla linea sindacale maggioritaria e la completa inadeguatezza delle loro proposte. Ad oggi l’opposizione da loro messa in campo si limita ad una serie di critiche espresse in comunicati stampa, articoli di giornale e volantini, in cui però manca la logica conseguenza alle posizioni espresse: la denuncia del carattere borghese e antioperaio del governo, delle enormi responsabilità delle burocrazie sindacali, e la proclamazione immediata dello sciopero generale contro il governo come parola d’ordine in grado di creare la più ampia mobilitazione nel mondo del lavoro.
E i sindacati extraconfederali?
Discorso diverso per quanto riguarda il sindacalismo extraconfederale che, pur tra mille limiti e contraddizioni, evidenzia una posizione di opposizione al governo. L’aver fin da subito criticato i provvedimenti approvati dall’Unione, aver in questi anni denunciato i disastri della concertazione, e per ultimo aver proclamato uno sciopero generale per il 17 novembre, tutto ciò ha contribuito ad aumentarne il prestigio tra settori d’avanguardia dei lavoratori. Tuttavia, non possiamo tacere i limiti che queste organizzazioni hanno, non solo perché ad oggi rappresentano solo una minoranza dei lavoratori sindacalizzati, e in particolare in alcune categorie (settore pubblico), ma per la loro politica generale (anche se fra le diverse sigle vi sono importanti differenze: si va dalla Rdb Cub, che in alcuni momenti sembra voler conseguire più un trattamento paritario con i confederali nei rapporti col governo, dando così l’idea di voler diventare il quarto sindacato confederale, allo Slai Cobas, in cui è più evidente un’impostazione politica combattiva e radicale, ma il cui limite maggiore è il settarismo verso i settori più coerentemente di classe della Cgil).
Lo stesso sciopero generale, convocato unitariamente fra diverse sigle, decisione che rappresenta un passo in avanti rispetto al settarismo che spingeva ogni organizzazione, in passato, a proclamare astensioni dal lavoro in giorni differenti le une dalle altre, ne è una prova: non c’è ad oggi una chiara piattaforma unificante che, fondata su di un programma transitorio, si ponga non solo l’obiettivo del ritiro della finanziaria, ma anche quello della cacciata del governo, così come è assente un reale percorso di preparazione allo sciopero, che attraverso assemblee in ogni luogo di lavoro lanci una chiara sfida alle burocrazie di Cgil Cisl e Uil, avente come obiettivo la loro cacciata dal sindacato, per la creazione di un vero sindacato di classe; rischia di essere un’occasione persa.
L’atteggiamento di Pc Rol
I compagni e le compagne d Pc Rol, al di là della loro collocazione sindacale, parteciperanno allo sciopero del 17 novembre, e alle manifestazioni che lo precedono (in particolare, quella del 4 novembre contro il lavoro precario), esponendo un chiaro programma d’azione. Un programma che, partendo dal livello di coscienza attuale dei lavoratori, faccia comprendere che alla finanziaria di Prodi, D’Alema e Bertinotti può e deve essere contrapposta un’alternativa di classe, che realmente faccia pagare ai padroni il prezzo della crisi economica in atto. Un’alternativa che può provenire solamente da un governo dei lavoratori.




















