Partito di Alternativa Comunista

Tav: cosa bolle nella pentola dell’Unione?

Cristiano Biorci


L’ipotesi alternativa

Potrebbe sembrare una fase di stallo. Solo apparentemente, solo per il silenzio dei maggiori organi d’informazione, perché in realtà l’effetto è quello del fuoco sotto la cenere. I lavori in Val Susa sono bloccati dallo scorso dicembre, quando il cantiere fu posto sotto sequestro dopo la grande contestazione del popolo No Tav. Al momento in cui scriviamo, è in programma un’incontro tra le parti fissato per il 13 novembre; all’incontro i sindaci della Val Susa dicono di non volere partecipare, destando forte preoccupazione nell’assessore ai trasporti della regione Piemonte, Daniele Borioli. Un primo incontro, fissato per lo scorso 27 ottobre, è saltato per precedenti impegni del presidente del Consiglio, Romano Prodi.
A non far dormire Borioli è anche l’ultima novità sul progetto Tav, ossia l’ipotesi del passaggio della linea ferroviaria in Val Sangone e non in Val Susa. Proprio le voci su questa ipotesi hanno fatto, lo dice lo stesso Borioli, “ritornare un clima di conflittualità tra gli amministratori della Val Susa che ha portato all’annuncio della loro non partecipazione alla nuova riunione della conferenza dei servizi”. La presidente della Regione, Bresso, dichiara invece: “Mentre noi parliamo e parliamo i concorrenti si moltiplicano e si mobilitano”. Parole allarmanti e allarmate anche queste, ma che significa tutto ciò? Il pericolo a cui allude la Bresso arriva dalla Svizzera, dove la ferrovie hanno disegnato un progetto per collegare ad alta velocità la galleria del Leuteschberg, Ginevra e Lione. Dal tunnel si taglierebbe poi a nord confluendo nel famoso Corridoio 5 che arriva a Kiev. Davanti a questa "minacciosa" ipotesi elvetica, è stato escogitato un tracciato alternativo, secondo cui la linea ferroviaria verrebbe deviata per l’appunto in Val Sangone, toccando il centro logistico di Orbassano per poi entrare in città. E’ inoltre prevista la realizzazione di una nuova galleria che esce sopra Chiomonte anziché a Venaus, andando così ad evitare la realizzazione del famigerato tunnel che spacca la Val Susa.
A questo punto torniamo alle parole di Borioli, parole che se da una parte lasciano di stucco, dall’altra fanno capire molte cose: “Se qualcuno pensa di isolare o eliminare attraverso l’ipotesi alternativa la Val di Susa, allora vuol dire che non ha visto la cartina geografica” e, aggiunge, qualunque soluzione può arrivare dal coinvolgimento dei valsusini e non mettendoli in un angolo”. Come a dire che non ci sono altre soluzioni e che le popolazioni delle valli dovranno solo decidere “come” ingoiare il boccone. Da parte delle istituzioni ci sarà la volontà di addolcire il più possibile questo boccone, che rimane comunque velenoso.

Due valli, due linee

Ma che si dice in casa “dell’alternativa”, ossia in Val Sangone? Un noto politico della zona, Osvaldo Napoli, onorevole di Forza Italia e “supersindaco” della Val Sangone, ha fatto arrivare segnali positivi alle istituzioni, affermando di essere “pronti al dialogo nell’interesse generale del Paese”. E’ chiaro che tale atteggiamento vuole essere in netta contrapposizione a quello della Val Susa, i cosiddetti “professionisti del no”. Pare ci siano, dalle parole dell’On. Napoli, “550 mila euro che il governo ha messo a disposizione alla Provincia di Torino per elaborare un piano strategico. Soldi che non sono stati spesi e che sarebbe un delitto contro le nostre comunità far evaporare solo per un capriccio o un pregiudizio ideologico contro la Tav”. In un articolo pubblicato su un numero precedente di questo giornale (Progetto comunista, n° 3, maggio 2006), abbiamo fatto un’analisi abbastanza dettagliata delle ragioni del no, con particolare attenzione agli effetti devastanti che avrebbe la Tav in Val Susa. Non vogliamo essere ripetitivi, quindi invitiamo chi non l’avesse fatto ad andare a leggere quell’articolo o visitare i siti dei comitati No Tav; cerchiamo però di rendere l’idea con sole poche parole: uranio, amianto, cancro al polmone, sconvolgimento idrogeologico. Se vogliamo, chiamiamo pure tutto ciò “capricci” e “pregiudizi”.

Popolo No Tav e politiche dell’Unione

Ma cosa succede invece in casa degli oppositori al progetto? Il presidente della Comunità montana della Bassa Val Susa, Antonio Ferrentino, ha reagito in maniera forte e decisa riguardo alla questione del denaro destinato alla Provincia di Torino: “Quei soldi se li possono anche tenere… Vogliono la Val Sangone, allora passino a raccogliere le tredici casse di documenti sul progetto della Val di Susa per mandarli alla raccolta differenziata”. Sul progetto alternativo Ferrentino non si esprime, ribadisce però il concetto che “per soddisfare l’aumento del traffico basta il potenziamento della linea ferroviaria esistente”.
La sua parte la sta facendo anche Medicina Democratica, movimento di lotta per la salute, che ha pubblicato sull’ultimo numero del proprio giornale un dettagliato dossier No Tav: dalle proposte alternative ai pericoli ambientali, dai materiali pericolosi ai profili sanitari, dai finanziamenti all’analisi politica ed altro ancora. Anche questo, quello dell’informazione, è un modo di non abbassare mai la guardia; il problema sta invece in coloro che fanno poco o nulla: i partiti. C’è infatti la solita situazione all’interno dell’Unione, con Ulivo, Rosa nel Pugno e Italia dei Valori che cono favorevoli alla realizzazione dell’opera “con tutte le garanzie di carattere ambientale e di salute per i cittadini”.
Sono invece formalmente contrari Prc, Pdci e Verdi (che un anno fa scesero in piazza al fianco degli abitanti delle valli); facendo attenzione a non alzare troppo la voce, nel Comune di Torino hanno chiesto l’istituzione di una commissione d’inchiesta sui costi di tutta la rete ad alta velocità italiana. Posizione “dura e pura”, viene de pensare ironicamente, lo si capisce anche dalla risposta ricevuta da parte del capogruppo dell’Ulivo, che si è detto “interessato ad approfondire” auspicando che tutto ciò possa diventare una possibilità di “intesa tra le varie anime del centrosinistra”. È il solito ritornello, che mette in evidenza ancora una volta la vera natura delle politiche dell’Unione (borghese e riformista) e quella di coloro che avevano l’ambizione di spostare a sinistra le politiche dell’Unione stessa, ma che sono invece un piccolo partito degli slogan e nulla più. È chiaro che bisogna andare avanti da soli, lasciando costoro e le loro chiacchiere nelle stanze del Palazzo: perché quello è il loro posto, e non la piazza. Lo sanno bene quelli del “Patto Nazionale di Mutuo Soccorso”, comitato sorto in difesa del territorio e contro le grandi opere inutili, che si sono riuniti a Roma lo scorso 14 ottobre ed hanno diffuso un documento nel quale è scritto: “Nessuna differenza tra centrodestra e centrosinistra”. L’appuntamento è per il 8-9-10 dicembre in Val Susa, in occasione dell’anniversario della liberazione di Venaus. Sempre sarà düra!





I lavoratori pressati tra finanziaria e accordi concertativi
Il governo Prodi realizza lo scippo del Tfr ed apre ai fondi pensione

Francesco Doro

Lunedì 23 ottobre, a palazzo Chigi, si è celebrata la cerimonia della firma tra Cgil, Cisl e Uil, Confindustria e governo dell’accordo sullo scippo del Trattamento di fine rapporto (Tfr) e il lancio della previdenza integrativa. Il nuovo assetto della previdenza integrativa sarà agganciato alla legge Finanziaria 2007 - che nel frattempo è lievitata fino a 40 miliardi di euro - ed entrerà in vigore dal 1 gennaio 2007. Romano Prodi sintetizza così il senso dell’accordo: “il sistema finanziario italiano potrà giovarsi di nuove risorse”, mentre il presidente di Confindustria, Luca di Montezemolo, può aggiungere soddisfatto “le aziende sono la categoria più beneficiata da questa finanziaria”.
Il governo, forte di questo accordo del 23 ottobre e del Memorandum d’intesa sulla revisione del sistema previdenziale (firmato da governo e sindacati i primi di ottobre) interviene pesantemente per rastrellare fondi destinati sia al rientro del deficit e del debito pubblico che al taglio del cuneo fiscale alle imprese.

Le pensioni e la Finanziaria

In Finanziaria sono previsti interventi sia in materia contributiva che su Tfr e pensioni integrative, un combinato che prefigura il definitivo smantellamento del sistema previdenziale pubblico. Si attua infatti un aumento dei contributi pensionistici: a carico dei lavoratori dipendenti dello 0,3%, circa 60-80 € l’anno e dei lavoratori parasubordinati dello 4,80% (dal 18,20% al 23 %). Su questi lavoratori precari, essendo i compensi decisi unilateralmente dalle imprese, il padronato scarica l’aumento dei contributi abbassando i salari.
Con l’accordo del 23 ottobre si realizza lo scippo del Tfr a partire dal 1 gennaio 2007 (con l’anticipo di un anno rispetto a quanto stabilito dalla riforma Maroni), mentre la previdenza integrativa comincerà ad essere operante dal 1 luglio 2007 per i lavoratori del settore privato. Da gennaio i burocrati sindacali, gli imprenditori e lo Stato daranno origine ad una vasta “campagna d’informazione” per convincere i lavoratori a versare il proprio Tfr ai Fondi pensione negoziali, gestiti di comune accordo da imprese e sindacati. Per i lavoratori che non segnaleranno la propria decisione entro il 30 giugno 2007, per il meccanismo del “silenzio-assenso”, il loro Tfr finirà automaticamente ai fondi pensione. Il Tfr “inoptato” (cioè quello che il lavoratore decide di non destinare ai fondi pensione) seguirà due percorsi: nelle imprese sotto i 50 dipendenti resterà dov’è e verrà restituito ai lavoratori al momento della pensione o del licenziamento; in quelle più grandi verrà dirottato, attraverso l’Inps, a un fondo del Tesoreria di Stato, a disposizione per il finanziamento delle opere infrastrutturali. Queste ultime imprese ottengono un fondo di garanzia a compensazione.
Il Tfr è salario differito dei lavoratori che non vengono nemmeno consultati, mentre quelli che più ci guadagnano da questo accordo sono le burocrazie sindacali, le aziende e il sistema finanziario.
Quello che si profila è la scomparsa, per i più giovani attualmente al lavoro e per quelli che ci andranno nei prossimi anni, della liquidazione, cioè di quella somma di denaro che fin qui veniva utilizzata dai lavoratori per le grandi spese familiari. Ma non è tutto: con il Memorandum d’intesa sulla revisione del sistema previdenziale, a essere messo in discussione è l’impianto complessivo della previdenza pubblica.

Il Memorandum della vergogna

Il “Memorandum d’intesa. Obiettivi e linee di una revisione del sistema previdenziale” le cui firme in calce – dei tre segretari confederali di Cgil, Cisl e Uil, di Romano Prodi e dei ministri Padoa Schioppa e Damiano – segnano un accordo concertativo ai massimi livelli, è costituito di appena due pagine, comprendenti nove punti sintetici e chiari che tracciano un percorso da gennaio a marzo 2007, tale da prefigurare la conclusione di quel processo di smantellamento della previdenza pubblica iniziato con la controriforma Dini nel 1995, e che già allora vide l’opposizione di larga parte dei lavoratori, ma anche il consenso del sindacato concertativo. L’atto d’intesa, dopo aver espresso una valutazione positiva del modello previdenziale introdotto dalla legge 335/95 (la Dini), con i due pilastri basati da un lato sul modello contributivo, un sistema di calcolo della pensione legato ai contributi effettivamente versati che nelle condizioni attuali del mercato del lavoro precario significano pensioni da fame, e dall’altro lato sulla pensione complementare integrativa con conseguente sacrificio del Tfr, passa a puntualizzare come decisivo il decollo della previdenza complementare. Proprio per questo, nei punti successivi, si ritiene necessario “allungare l’età pensionabile, anche mediante disincentivi all’uscita dal lavoro”; rivedere i rendimenti attraverso una revisione dei coefficienti, ossia un nuovo taglio del 6-8% delle pensioni che si aggiunge a quello già operato col sistema contributivo; estendere la previdenza integrativa anche al pubblico impiego.

Cgil, Cisl e Uil su Finanziaria e Fondi pensione

Negli stessi giorni in cui si elaborava il Memorandum e si poneva la firma sullo scippo del Tfr e sul lancio dei Fondi pensione, il presidente di Confindustria, Luca di Montezemolo, dopo essersi assicurato il taglio del cuneo fiscale (sul Corriere della Sera si stimano in 25 miliardi di euro i trasferimenti alle imprese previsti dalla Finanziaria), proponeva il “Patto per la produttività” basato su una maggiore flessibilità degli orari e dei salari, i primi crescenti, i secondi decrescenti. Un Patto rilanciato da Padoa Schioppa a nome del governo.
Cgil, Cisl e Uil hanno condiviso con il governo tutto il percorso che porterà al varo della Legge Finanziaria 2007, anzi le burocrazie sindacali si sono assicurate la compartecipazione alla torta delle pensioni integrative, settore su cui hanno investito.
Nel corso dell’elaborazione della manovra finanziaria, a fronte del grave attacco che si profilava alle condizioni di vita e di lavoro delle masse popolari e dei lavoratori fin dalla presentazione del Dpef, la sinistra sindacale in Cgil, la Rete 28 aprile, ha subito un andamento a zig zag. Nel Comitato Direttivo Nazionale della Cgil del 18 settembre, mentre la maggioranza approvava il “documento unitario di Cgil, Cisl e Uil sulla legge finanziaria 2007” gli esponenti della Rete 28 aprile presenti in quell’organismo si astenevano, capitolando così alla concertazione. Nel successivo Comitato Direttivo del 9 ottobre, mentre la maggioranza approvava un documento di sostanziale sostegno alla manovra finanziaria e al governo con l’astensione di due esponenti di Lavoro e Società, finalmente gli esponenti della Rete 28 aprile votavano contro, con motivazioni nel complesso condivisibili, ma prive dell'unica proposta politica e sindacale di lotta: lo sciopero generale contro il governo e la Finanziaria. Su questa parola d’ordine parteciperemo alla manifestazione del 4 novembre per l’abrogazione delle leggi precarizzanti.

La necessità di una risposta di classe

In questi giorni e settimane è cresciuta tra i delegati e i lavoratori la necessità di contrastare questo attacco ai lavoratori e alle masse popolari. La reazione dei delegati dell’Emilia Romagna non è stato un caso isolato, nei direttivi di categoria della Cgil, nelle Camere del Lavoro, innumerevoli sono gli interventi contro la Finanziaria, contro lo scippo del Tfr e contro il Memorandum, mentre rimane inevasa la richiesta di sciopero generale: dovrebbe essere compito della sinistra sindacale in Cgil, la Rete 28 aprile, farsi carico di questa richiesta dei delegati e dei lavoratori, uscendo finalmente dalla ambiguità. I sindacati di base (Cub, Slai Cobas, Confederazione Cobas, Usi, Usi Ait, AL Cobas) hanno proclamato unitariamente lo sciopero generale per il 17 novembre contro la manovra finanziaria, su una base comune e condivisa di obiettivi immediati. Questo appuntamento può e deve diventare l’appuntamento di lotta dei lavoratori e delle masse popolari, di tutta la sinistra sindacale non concertativa, compresa la Rete 28 aprile in Cgil: lo chiedono i delegati più combattivi, lo richiede la fase politica e sindacale. Lo stesso sciopero proclamato per il 17 novembre da parte di Cgil, Cisl e Uil del settore Università e Ricerca contro i tagli previsti in Finanziaria va incanalato in questa direzione. Uno sciopero generale che nel contrastare i tagli previsti in finanziaria, rivendichi il rilancio della previdenza pubblica, l’abolizione della legge Dini del 1995, il blocco dello scippo del Tfr e l’adeguamento delle pensioni minime dell’Inps al reale costo della vita.

28 ottobre 2006



Rifondazione comunista e la finanziaria
Un partito di governo che tradisce le lotte

Pia Gigli

L’impianto generale della prima finanziaria del governo Prodi che sarà approvata nei prossimi mesi, così come analizzato da Pc – Rol in più occasioni, rappresenta un attacco immediato alle condizioni di vita delle masse popolari e dei lavoratori. Il governo Prodi nato con il sostegno della borghesia italiana ha un’unica missione, quella di garantire al capitale di poter sopravvivere alla sua crisi facendone pagare i costi al proletariato e, contemporaneamente, di mantenere la pace sociale. Il compito di Rifondazione, dei partiti della sinistra cosiddetta “radicale” e dei sindacati confederali, che finalmente con questo governo sono tornati al tavolo di concertazione, è proprio quello di controllare e ammortizzare la lotta di classe.
Nell’ultimo Cpn Giordano e i dirigenti di maggioranza, pur sostenendo che la finanziaria “non è la nostra”, hanno difeso il “ruolo decisivo” del Prc nell’ aver escluso dalla finanziaria la riforma delle pensioni, nell’aver bloccato i tagli nella pubblica istruzione, nell’aver aumentato le risorse per il rinnovo dei contratti e nell’aver previsto la stabilizzazione di una parte consistente dei precari del pubblico impiego. In realtà la riforma della previdenza è stata soltanto rimandata: da gennaio si aprirà un tavolo di concertazione con le parti sociali sulla base di un “memorandum”, già firmato dai sindacati concertativi, che prevede l’innalzamento dell’età pensionabile e la revisione dei coefficienti pensionistici (se ne parla in altra parte del giornale); sono aumentati i finanziamenti alle scuole private e c’è una riduzione di spesa di 4,5 miliardi per scuola e università; le risorse per i contratti del pubblico impiego sono del tutto insufficienti e la stabilizzazione dei precari riguarda un limitatissimo numero a fronte di 350.000 unità. A ciò si aggiunga il fallimento nelle richieste che il Prc ha fatto di “spalmare” la manovra in due anni e di ridurre l’entità della manovra finanziaria che invece è lievitata fino a 40 miliardi.
Se il trionfo del ruolo negoziale del Prc è stato abbondantemente smentito dall’evidenza della finanziaria, le reali intenzioni “riformatrici” (leggi “di massacro sociale”) della maggioranza di governo sono emerse con dichiarazioni come quella di Morando (esponente dell’area liberal DS) che ha detto, senza problemi, come in tema di enti locali e sanità, la finanziaria già ora prevede “interventi strutturali che realizzano risparmi crescenti” e che gli interventi sulla previdenza e sulla pubblica amministrazione sono solo “rimandati” a gennaio 2007, quando verranno fatti ingoiare ai lavoratori e alle masse popolari con buone dosi di concertazione.
Lo stesso ministro Damiano dichiarando che da gennaio si apriranno i tavoli di concertazione sulle pensioni e quello sul mercato del lavoro e sugli ammortizzatori sociali, pensa che alla fin fine: “La maggioranza è composita ma al suo interno ci sono gli stessi uomini che hanno trovato punti di sintesi qualitativa nel programma e nell’azione di governo come nella politica estera che pareva a tutti un ostacolo insormontabile”. Facendo così intendere che chi oggi sulla finanziaria si dimostra critico, sarà più accondiscendente in seguito, come è già avvenuto ad esempio per le missioni imperialiste in Afganistan e in Libano.

Partito di governo e di lotta

Nell’ultimo Cpn tutte le componenti del partito hanno proposto di dare battaglia in parlamento con l’attività emendativa e nel paese con il conflitto sociale. Ecco rispuntare il partito di “lotta e di governo” con l’inevitabile groviglio di contraddizioni. In primo luogo, viene accettata la proposta di Prodi che, al fine di ridurre e blindare gli emendamenti nella futura discussione parlamentare e per non intaccare l’impianto della finanziaria, ha istituito gruppi di coordinamento tra governo e gruppi parlamentari: quale sarà allora la battaglia parlamentare del Prc per cambiare la finanziaria? In secondo luogo, forse dando per scontato che realisticamente sarà difficile produrre modifiche sostanziali alla finanziaria, la questione viene spostata su un altro piano. Infatti, Giordano dice che “si tratta di andare oltre. Di affrontare davvero nel merito qual è l’Italia che vogliamo costruire, che la nostra politica può aiutare a costruire”. Insomma, rivela lui qual è la vera “missione che il governo deve scoprire dentro se stesso” e propone allora “un’altra crescita, un’altra economia, quali energie, quali consumi, quale rapporto umanità-ambiente”.
Convincere il capitalismo della necessità di una “nuova economia”, di fare produzioni non energivore, non inquinanti e rispettose dei diritti del lavoro: si tratta di realizzare un capitalismo “buono” che esiste soltanto nella fantasia di Giordano. E’ una proposta impossibile che però permette a Rifondazione di stare nei giochi, di spartirsi le briciole e allo stesso tempo di contenere il dissenso sociale con continue mosse di rilancio. Allora anche le lotte sociali vengono irregimentate dentro questa cornice e dunque restano inoffensive e di immagine.
Esempio lampante è la posizione del Prc rispetto alla manifestazione del 4 novembre contro la precarietà. Rifondazione ha preso le distanze dalla dichiarazione dei Cobas (che, in questo caso, ha avuto il pregio di riaggiornare la piattaforma della manifestazione attaccando la finanziaria ed il governo), dimostrando di volersi accreditare come la forza che meglio di altre difende il governo: la manifestazione si può accettare solo se inoffensiva, se rimane “folcloristica” (come richiede l’armamentario della sinistra radicale), se fa finta di esercitare una qualche pressione, dal momento che questo governo non ha alcuna intenzione di eliminare la precarietà né di abolire la legge 30, la riforma Moratti e la legge Bossi-Fini.
Giordano, in occasione di un incontro sulla Sinistra Europea con i portavoce del gruppo Die Linke tedesco, chiarisce quale è la natura della manifestazione: “una manifestazione né contro né a favore del governo, perché Rifondazione non ha governi amici né governi nemici. Quello del 4 novembre è un corteo contro la precarietà che dilaga, che cambia le relazioni umane, cambia il ‘tipo umano’ del nostro tempo”. Si tratta è evidente di una manifestazione di riflessione di tipo antropologico e sociologico sulla natura della società post-moderna. Ancora più eloquente è il fatto che mentre i dirigenti della maggioranza del Prc fanno appello al rispetto del programma dell’Unione e agitano il pericolo del neocentrismo e della grande coalizione, e il ministro Ferrero dichiara sul Corriere della Sera del 30 ottobre: “il premier ha detto che la bibbia è il programma”, la maggioranza risponde, sullo stesso giornale, per bocca del ministro Chiti: “il programma non è il vangelo, fatti nuovi possono intervenire e troveremo un punto di convergenza. Chi dice che la spinta riformista è esaurita è perché non vuole fare le riforme. Le prime liberalizzazioni sono già legge, a gennaio si aprirà il tavolo sulla previdenza”.

Le sinistre interne

In questo panorama le sinistre interne continuano ad agitare, in un gioco delle parti sempre più sclerotizzato, inefficaci opposizioni alla linea di maggioranza. Nell’ultimo Cpn l’area dell’Ernesto, critica sulla finanziaria ma lungi dalla prospettiva di abbandonare il governo, ha proposto che il Prc si attrezzi per un duro confronto nel Parlamento e nel Paese, che incalzi l’esecutivo con una efficace iniziativa politica ed una forte mobilitazione sociale per ridurre il peso dei tagli e per cancellare le misure più odiose. Per quanto riguarda il progetto della Sinistra Europea ha paventato lo scioglimento di Rifondazione comunista in concomitanza con la costituzione di un altro partito che decreti la sparizione del nome e dei simboli comunisti e ha proposto una forte aggregazione delle forze parlamentari del 15% (si tratta evidentemente di Rifondazione Comunista, Comunisti italiani, Verdi e sinistra Ds) per un’operazione culturale e parlamentare nel quadro di un coordinamento delle forze della sinistra di alternativa che in Europa si collocano alla sinistra delle socialdemocrazie.
Anche Falce e Martello, critica sulla finanziaria, non pone il problema dell’uscita dal governo. L’area di Sinistra Critica ha proposto la messa in discussione della presenza del partito al governo nel caso non vengano accolte le rivendicazioni indispensabili di modifica della finanziaria da perseguire nelle lotte e in Parlamento. Sono richieste avanzate propagandisticamente nel tentativo di conservare il consenso della loro base di riferimento e che non potranno avere alcun accoglimento dal momento che la maggioranza del partito non intende dare ultimatum di sorta al governo. Piuttosto c’è da chiedersi: cosa faranno i parlamentari di Sinistra Critica quando si tratterà di votare la finanziaria del governo Prodi? Inoltre per Sinistra Critica il percorso della Sinistra Europea potrebbe prefigurare un superamento della storia e dell’identità del Prc e posizionare la costruzione di un nuovo partito nell’orizzonte politico e culturale della sinistra socialdemocratica facendo venir meno l’obiettivo di una sinistra anticapitalistica e compiutamente di classe. Si tratta anche in questo caso solo di richiami di tipo identitario e simbolico.
Tutte le aree pur dichiarando la loro insoddisfazione rispetto alla finanziaria e criticando i caratteri del percorso di costruzione della Sinistra Europea, non pongono il problema della rottura con il Prc. Fanno appello ai movimenti di massa per farli irrompere nell’azione di governo ma la realtà vera mostra come i movimenti hanno avuto una battuta d’arresto da quando il Prc è al governo. Su versanti diversi e sempre con maggiore difficoltà le aree critiche tendono a mantenere militanti e iscritti sempre più disorientati e passivizzati, in un partito che si sta sfaldando dal punto di vista politico ed organizzativo. Un partito però, che ai gruppi dirigenti delle cosiddette aree critiche continua ad assicurare incarichi di governo e di partito, e dal quale, protetti e senza dare troppo fastidio, si possono rilanciare istanze identitarie o di movimento che nulla hanno a che fare con un processo reale di ripresa della lotta di classe.
Ai militanti onesti di maggioranza e delle aree critiche diciamo di abbandonare il Prc e di partecipare, a partire dall’opposizione al governo Prodi e alle sue finanziarie, al percorso costituente di un nuovo partito realmente comunista, cioè indipendente dalla borghesia e dai suoi governi.

31 ottobre 2006



La Comune di Oaxaca
Una significativa esperienza rivoluzionaria del proletariato messicano

Valerio Torre

La stampa borghese, così solerte nel presentare ai lettori, arricchendoli di particolari, fatterelli di colore (in quale bagno di Montecitorio, degli uomini o delle donne, deve andare Vladimir Luxuria?), è invece estremamente omertosa su avvenimenti - come quelli che si stanno verificando dalla fine di maggio scorso nello stato di Oaxaca, in Messico - in grado di rappresentare alle più larghe coscienze delle masse l’esempio paradigmatico dell’insopportabilità del sistema capitalistico e di indicare nella reazione popolare l’unica forma di reale contrasto delle politiche antioperaie.
Quello di Oaxaca è il quinto stato più grande del paese, con una popolazione di oltre 3,5 milioni di abitanti di cui un’altissima percentuale è indigena. Nella federazione degli stati che compongono il Messico rappresenta il più povero: circa la metà degli abitanti vive del lavoro dei campi; oltre il 47% degli occupati percepisce salari al di sotto della soglia di quello minimo, mentre il 20% circa dei lavoratori raggiunge tale limite; complessivamente contribuisce per il solo 1,6% al prodotto interno lordo del Messico; è interessato da una migrazione costante verso altre zone del paese e verso gli Usa. Le forze che hanno maggior peso sociale sono le comunità indigene contadine e gli insegnanti.
E proprio dagli insegnanti - che peraltro hanno una lunga storia di rivendicazioni - è partita, il 22 maggio scorso, una massiccia protesta (70.000 insegnanti, organizzati nella Sezione 22 della Cnte, Coordinadora Nacional de Trabajadores de la Educación, il settore più combattivo di un sindacato affetto dal germe della burocratizzazione) con al centro rivendicazioni, rivolte al governatore dello stato, Ulises Ruiz Ortiz (detto Uro), di aumenti salariali e del bilancio dell’educazione. La mobilitazione ha assunto subito forme molto radicali, con uno sciopero prolungato e l’occupazione dello Zócalo (il centro) della capitale. Il rifiuto di ogni discussione sulle richieste dei manifestanti ha prodotto un’ulteriore radicalizzazione della lotta, con l’occupazione delle installazioni petrolifere della Pemex (Petróleos Mexicanos) e blocchi stradali, fino ad una grande marcia di protesta di ben 120.000 persone. In realtà, quello che si stava determinando era una dinamica di massa molto più ampia: settori in lotta di lavoratori e di popolo confluivano naturalmente in quella mobilitazione trovando in essa un terreno comune per le proprie rivendicazioni, diverse sì da quelle degli insegnanti, ma accomunate dalla condizione sociale condivisa di subordinazione alle classi dominanti.

Il movimento si rafforza. Nasce l’Appo

Il governo non poteva permettere che si producesse questa “saldatura”, che avrebbe fatto fare un salto in avanti alla protesta popolare. Perciò il governatore ha deciso l’uso della forza per uno sgombero violento dei picchetti degli insegnanti: il 14 giugno, reparti di polizia, facendo largo uso di armi, gas lacrimogeni e sostanze urticanti, hanno preso d’assalto i picchetti dei manifestanti tentando di riprendere in mano il controllo della città. Tuttavia, gli insegnanti in lotta hanno eroicamente resistito approntando delle barricate in strada, riuscendo a respingere gli assalti dei militari dopo una battaglia durata ore.
La mossa di Ruiz si è rivelata, da questo punto di vista, profondamente sbagliata. L’assalto della polizia ha avuto come effetto quello di raggruppare tutte le espressioni di protesta in un unico, grande movimento popolare: rivendicazioni tutto sommato “settoriali” (quelle degli insegnanti) ne hanno incrociato altre espresse da settori dei lavoratori, dei contadini e delle organizzazioni popolari, generalizzandosi ed assumendo un carattere più ampio, tanto che le diverse rivendicazioni sono state unificate nella parola d’ordine “¡fuera Ulises Ruiz!”, quest’ambiguo personaggio che, oltre ad essere stato eletto grazie a brogli elettorali, si è macchiato del sangue delle barricate ed è odiatissimo dall’intera popolazione civile.
Questa confluenza ha avuto anche l’effetto - che ha caratterizzato la rivolta di Oaxaca - di far sorgere nelle masse la consapevolezza che, senza un’organizzazione che si ponesse alla testa della lotta, questa non avrebbe avuto speranza. Sulla base di tale acquisizione - che ha portato il 16 giugno ben 300.000 lavoratori, contadini, studenti, indigeni ed ampi settori popolari a manifestare in una grande marcia - è sorta la Asamblea Popular de los Pueblos de Oaxaca (Appo).

Un contropotere: la Comune di Oaxaca!


La nascita di questo soggetto politico costituisce senz’altro la spia di un processo rivoluzionario contro il potere politico statale. Via via, l’Appo ha sempre più assunto il carattere del doppio potere alternativo: specularmente, il potere governativo ha progressivamente cessato di funzionare. L’Appo ha centralizzato la lotta organizzando blocchi stradali, boicottaggio dei commerci, prendendo il possesso di palazzi municipali, di radio e televisioni, stabilendo le modalità di funzionamento dei mercati, dei negozi e dei servizi, ed infine creando un corpo di milizia armata per l’autodifesa popolare. Insomma può dirsi - ed a ragione - che ad Oaxaca è sorta una vera e propria Comune!
Particolarmente significativa, poi, è la nascita di un organismo formato dalle donne (Coordinadora de Mujeres de Oaxaca), che ha avuto un ruolo centrale nella presa dell’emittente televisiva Canal 9 e nella sua successiva gestione, con trasmissioni ininterrotte.
Il governatore Ruiz ha fronteggiato i manifestanti utilizzando squadroni di poliziotti mascherati che hanno portato ripetuti assalti alle barricate causando morti e feriti (perfino, da ultimo, un giornalista di Indymedia, Brad Will): in realtà, l’obiettivo era quello, solito, della “strategia della tensione”, con cui tentare di operare una spaccatura all’interno dell’Appo.
Infatti, si tratta pur sempre di un raggruppamento che comprende più di 350 organizzazioni (sindacali, indigene, studentesche, contadine, femminili, bracciantili e, sopra tutte, quelle degli insegnanti democratici di Oaxaca che rappresentano più di 70.000 lavoratori). Dopo mesi di lotta, subendo continue aggressioni poliziesche e paramilitari e difendendo le barricate in armi, anche all’interno di un movimento come l’Appo si sono prodotti segni di stanchezza e sono emerse alcune divisioni fra quei settori degli insegnanti che spingono per un ritorno nelle classi continuando la trattativa nonostante la ripresa del lavoro e quegli altri che, invece, sostengono incondizionatamente le barricate ed i picchetti ritenendo l’ipotesi di rientrare al lavoro come un tradimento della lotta.
In questo senso, le azioni della polizia possono essere considerate di disturbo e, col loro carico di morti e feriti, fanno parte di una precisa strategia di continue provocazioni che è servita ad innalzare il livello di violenza allo scopo di acuire le divisioni esistenti.

La reazione del potere statale


Era evidente, insomma, la volontà del governo statale e di quello federale di arrivare ad uno scontro frontale con i settori più radicali dell’Appo dopo averli isolati da quelli più inclini alla trattativa. Altrimenti non si spiegherebbe il motivo per cui, nelle settimane precedenti, il Senato ha respinto la soluzione istituzionale della “desapareción de poderes”, che la popolazione oaxaqueña avrebbe almeno potuto considerare accettabile, dal momento che avrebbe determinato la destituzione di Ruiz. Si tratta di una figura prevista dalla costituzione messicana, per cui in caso d’ingovernabilità un’apposita commissione del Senato valuta se i tre poteri locali non riescono più a svolgere un’azione di governo: in quest’ipotesi, il Senato li scioglie e nomina un governatore locale provvisorio.
Il paradosso della decisione del Senato è che, di fatto, il governo locale non esisteva più; nondimeno, la commissione ha ritenuto che non vi fossero i presupposti per mettere in atto quel processo che avrebbe scontentato i poteri forti e, soprattutto, Ulises Ruiz.
E così, mentre il governo dichiarava che non avrebbe inviato milizie armate, nella realtà, battaglioni della Policía Federal Preventiva (Pfp) e truppe aviotrasportate convergevano sulla capitale dello stato di Oaxaca e con una violentissima azione repressiva - che sta facendo contare numerosi morti, feriti ed arresti illegali - ancora in queste ore sta tentando di riprendere il controllo della città. Tuttavia, nonostante la soverchiante preponderanza militare, la Pfp non è ancora riuscita nel suo intento criminale: la popolazione non solo resiste, ma ricostruisce le barricate abbattute alle spalle di quelli che vengono percepiti come “esercito occupante”, determinando il paradossale risultato che gli “invasori” dopo il loro passaggio diventano “assediati”. In ogni caso, la battaglia ad Oaxaca sta continuando ancora in queste ore: mentre scriviamo quest’articolo, giungono notizie secondo cui, benché l’Appo abbia dato ordine ai suoi di ripiegare verso la città universitaria, la resistenza è ancora attiva in svariati punti della città. Intanto, in tutto il Messico, nonché in altri paesi del mondo (compresa l’Italia) stanno spontaneamente convocandosi manifestazioni di solidarietà al popolo oaxaqueño, con presidi sotto i consolati messicani.

Quale lezione per il proletariato internazionale?

L’incertezza sull’esito degli scontri ci deve indurre ad attendere lo sviluppo degli eventi. Nondimeno, è possibile trarre, dai fatti che da mesi si stanno verificando in Oaxaca, delle lezioni, tanto più importanti per i marxisti rivoluzionari in un periodo in cui la crisi del capitalismo produce, in combinato disposto con la crisi dei meccanismi di controllo sulle masse da parte degli apparati burocratici della socialdemocrazia e dei partiti eredi della tradizione stalinista, l’ascesa di lotte potenzialmente rivoluzionarie.
In questo senso, la Comune di Oaxaca rappresenta, oltre che un simbolo per il proletariato internazionale, un esempio: in questi cinque mesi ad Oaxaca si è creato quel fenomeno della “duplicità di poteri” antitetici fra di loro che caratterizza i processi rivoluzionari. Al potere dello Stato borghese messicano (custode degli interessi nordamericani) si è contrapposto, con una propria organizzazione, con proprie direttive al popolo, con proprie milizie, il potere “parallelo” dei lavoratori rappresentato dall’Appo.
Certamente, quest’organismo è stato attraversato da contraddizioni: la direzione burocratica del sindacato degli insegnanti ha attuato una politica di tipo conciliazionista con il governo statale e federale creando un’oggettiva divisione all’interno del più complessivo movimento di massa che ha visto un settore della sua avanguardia “negoziare” con lo stato borghese contro il quale il popolo era insorto opponendogli il proprio potere: ciò ha determinato, conseguentemente, un indebolimento dell’azione dell’Appo che ha favorito l’isolamento dei settori più radicali e la reazione repressiva del potere statale.
Tuttavia, pure nel quadro complessivo segnato da queste contraddizioni - dovute in massima parte alla natura non propriamente “consiliare” dell’Appo - il cammino della Comune di Oaxaca ci insegna che a tutte le latitudini, ma in questo preciso momento storico segnatamente in America Latina, non ci sono alternative: o la borghesia capitalistica continua il suo dominio sulle masse popolari, con tutto il carico di sfruttamento, alienazione, guerre e barbarie; oppure queste ultime prendono nelle loro stesse mani il proprio destino e si liberano dal giogo di quel dominio abbattendolo attraverso la rivoluzione.
1 novembre 2006.



Confindustria ringrazia il governo Prodi
Un'altra Finanziaria di sacrifici per i lavoratori: costruiamo l'opposizione di classe!

Fabiana Stefanoni


"Da questo governo ci siamo portati a casa di più di quanto ci ha dato Berlusconi": è una dichiarazione rilasciata al Corriere della Sera del 2 ottobre da Riello, presidente degli industriali veneti, di note simpatie per il centrodestra. Sono parole che si accompagnano a tante simili del presidente di Confindustria Montezemolo e del suo vice Bombassei: "È una Finanziaria che tutela il 99,5% delle imprese italiane", "siamo soddisfatti" (Il Sole 24 ore, 24/10/2006). A credere che questa Finanziaria faccia piangere i ricchi (cioè, si diceva una volta, i capitalisti) resta solo qualche manifesto di Rifondazione comunista: mentre l'immagine di un sorridente Montezemolo che stringe la mano a Prodi campeggia sulle prime pagine di tutti i quotidiani, anche i muri si fanno beffe dell'illusione di vedere in questa Finanziaria qualche seppur minimo svantaggio per la borghesia italiana. Sarebbe bello se le cose, ogni tanto, procedessero al contrario ma, ahinoi, pare che la logica classica rivendichi ancora i propri diritti e, in questo mondo, non è dato che un governo voluto da Confindustria sia anche un governo che va contro Confindustria. I fatti confermano oggi le nostre previsioni, trasformando le promesse di svolta e cambiamento di Rifondazione comunista in una realtà di drastiche accelerazioni sul terreno delle politiche antioperaie.

Quanto nuoce ai lavoratori la concertazione


La differenza specifica di questa legge finanziaria â”% lievitata di nuovo a più di 40 miliardi e definita da Epifani "l'unica possibile" â”% rispetto alle precedenti di centrodestra si può riassumere con una sola parola: concertazione. Gli assi della politica economica dell'attuale governo non cambiano rispetto a quelli della precedente stagione berlusconiana: liberalizzazioni, smantellamento dello stato sociale (a partire da pensioni, scuola, sanità), spese militari per le missioni coloniali, regali alle imprese, inasprimento delle condizioni di vita e di lavoro per le masse popolari. Ciò che, invece, indubbiamente, cambia è che oggi le stesse cose (e anche peggio) vengono fatte con il plauso entusiasta della Cgil, il maggior sindacato italiano. Come rispondeva Epifani, in un'intervista sul Corriere della Sera del 4 ottobre, al giornalista che gli chiedeva cos'ha di diverso questo governo dal precedente: "Il governo di prima non si confrontava con noi, decideva e basta, e aveva diviso il sindacato. Questo governo, invece, cerca il consenso del sindacato". E, esplicitando quel che resta tra le righe, fa esattamente le stesse cose.
La Finanziaria, sostenuta anche da Rifondazione comunista e dagli altri partiti della cosiddetta sinistra radicale (Comunisti italiani e Verdi), ha un segno di classe inequivocabile; soprattutto è solo l'anticipo soft di manovre ben più pesanti previste per la prossima primavera, la ormai tristemente nota "fase due". Limitiamoci, per ora, ad elencare quello che ci aspetta a partire dall'anno nuovo.
Anzitutto, con grande gioia dei padroni, verrà anticipato al 2007 quello cui la legge Maroni (del governo Belusconi) avrebbe dato avvio a partire dal 2008: i fondi pensione. Dal 1° gennaio i lavoratori avranno sei mesi di tempo per decidere se mandare l'accantonamento annuale del Tfr a finanziare un fondo pensione. Con il meccanismo del silenzio-assenso, si procede a grandi passi verso il definitivo smantellamento della previdenza pubblica che, come previsto dal Memorandum della vergogna firmato dai tre sindacati confederali, Prodi, Padoa-Schioppa e Montezemolo, dovrà essere portato a compimento entro il 31 marzo 2007 (per i dettagli, si veda l'articolo di Francesco Doro all'interno).
Similmente, scopriamo che il tanto sbandierato taglio del cuneo fiscale, cavallo di battaglia dell'Unione in campagna elettorale presentato come opportunità doubleface per padroni e lavoratori, in realtà si tradurrà in un vantaggio esclusivo per le imprese (che risparmieranno più dei 2/3 delle spese sul lavoro), mentre i lavoratori non avranno nemmeno l'annunciato pugno di spiccioli in più al mese, a fronte dell'aumento delle tasse comunali, dei contributi, del bollo, delle tariffe di gas, benzina, energia elettrica. Tutto ciò mentre lo Stato, per garantire l'aumento delle spese militari utili a finanziare le missioni di aggressione coloniale in giro per il mondo, introduce i ticket e taglia i fondi alla scuola, alla ricerca, alla pubblica amministrazione.
Questo è quello che il governo ci serve con la prima portata. Ma non finisce qui. La legge 30 non si tocca e ormai anche il ministro di Rifondazione Ferrero â”% l'unico che non si è ancora accorto (o che fa finta di non accorgersi) che le pensioni sono già state date in pasto ai pescicani â”% ha smesso di alzare la bandiera di carta velina: "Nessuno s'impicca per dire che la legge Biagi dev'essere abolita" (Corriere della Sera, 30/10/2006). E, sempre per restare a casa del ministro del Prc, di abolire i centri di permanenza temporanea per gli immigrati (si ricorda Ferrero quando li definiva lager?) nemmeno si parla: l'unica novità prevista è qualche ritocco al decreto flussi in relazione alle esigenze delle imprese italiane.

Chi piange e perché

Per capire, se ancora ce ne fosse bisogno, quanto spaventi la borghesia italiana â”% i "ricchi", per l'appunto â”% la presenza di Rifondazione comunista in questo governo, ci affidiamo alle parole di Rutelli: "Lo sa che quando è venuto Henry Kissinger a Palazzo Chigi ha sgranato gli occhi nell'apprendere di forze comuniste che votano a favore delle liberalizzazioni? Nel governo c'è anche la sinistra radicale che vota per lealtà di coalizione forti tagli di tasse alle imprese, il rifinanziamento delle missioni militari all'estero, le liberalizzazioni" (intervista al Corriere della Sera, 2/10/2006). Non fosse che la storia è stata prodiga di esempi di collaborazione di classe di tal fatta â”% dai fronti popolari negli anni Trenta al governo Lula â”% verrebbe da dire che la borghesia non crede ai suoi occhi, di fronte a tanto ligio allinearsi di un partito comunista a politiche fortemente aggressive nei confronti dei lavoratori.
Ciò che non si spiega a un intelletto dotato di ragione sono i manifesti del Prc che, trionfanti, presentano la Finanziaria come una valle di lacrime per il padronato ("Anche i ricchi piangano"). Se siete andati al cinema di recente, avrete visto le locandine dell'ultimo film di Hallström, L'imbroglio. Il solo motivo per cui vale la pena di vederlo è che insegna con efficacia una (grossolana) tecnica psicologica per darla a bere: tanto più una cosa è poco credibile â”% nel nostro caso, che ci sia qualcosa di anticapitalista in una Finanziaria fatta a misura dei padroni â”% tanto più vale la pena di spararla grossa. Come il protagonista s'inventa di sana pianta un rapporto stretto con il celebre magnate Howard Hughes per far pubblicare un libro, così i dirigenti di Rifondazione (benché Giordano non abbia esattamente le fattezze di Richard Gere) brillano per altrettanto fantasioso ingegno: sissignori, la Finanziaria fa piangere i ricchi. Sembra ormai di essere entrati in un romanzo noir, dove i personaggi, quando cominciano a uccidere, non si fermano più davanti a nulla, tanto il ghiaccio dell'immoralità è stato rotto. La spirale di nefandezze di cui il Prc si sta rendendo complice â”% dalle truppe in Afghanistan alla guerra in Libano, dal decreto sulle liberalizzazioni ai fondi pensione â”% non è destinata ad arrestarsi: l'unica preoccupazione che, ormai, pare animare i dirigenti di quel partito è quella di darla a bere agli elettori.
Presupponiamo che quello che si vuole far passare come un affronto al padronato sia il presunto aumento delle tasse per i redditi più alti. Anche se fosse vero (e non lo è), non basterebbe a compensare quello che un lavoratore dovrà pagare, nei termini di taglio dei servizi, smantellamento della previdenza, aumento dei contributi, per accontentare Almunia e la Banca europea. Ma anche il tanto sbandierato aumento delle tasse per i ricchi ha il sapore di una presa in giro. Come ha spiegato bene Visco in un'intervista sul Corriere della Sera del 3 ottobre, si tratterà al massimo di qualche centinaio di euro in più all'anno di tasse per chi dichiara più di 200 mila euro. Non solo: le società di capitali, i veri gangli del capitalismo finanziario, non verranno minimamente intaccate dai provvedimenti della Finanziaria! L'unico probabile e reale accanimento fiscale sarà ai danni dei piccoli lavoratori autonomi, in via di proletarizzazione, che finiranno per trasformarsi in un bacino di voti per Lega Nord e Forza Italia.
Probabilmente è vero, i ricchi piangono all'indomani del varo della Finanziaria: dalle risate, nel vedere i lavoratori schiacciati e imbrogliati da quei partiti che dovrebbero rappresentarli; nel constatare di avere dalla propria parte partiti comunisti, pronti a votare provvedimenti antioperai e missioni imperialiste.

Per una grande mobilitazione contro il governo

Dopo lo sciopero generale indetto dal sindacalismo di base, è necessario rilanciare una grande mobilitazione contro il governo Prodi-Montezemolo. Rifondazione comunista, Cgil e le altre forze della sinistra sociale che sostengono il governo hanno una responsabilità gravissima: sono i principali artefici dello smantellamento dello stato sociale, della reiterazione di politiche antioperaie e imperialiste: è infatti in virtù della concertazione che manovre pesantissime rischiano di passare in un clima di pace sociale; è grazie al fatto che anche Rifondazione è diventata forza di governo che i movimenti si trovano oggi traghettati nell'alveo di un "governo della borghesia per la borghesia", rinunciando addirittura a parole d'ordine storiche, come il no alla guerra.
Chiediamo a tutte le forze della sinistra sociale, a partire da Rifondazione comunista e Cgil, di rompere col governo dei padroni, di costruire fin d'ora un nuovo sciopero generale contro la Finanziaria e le guerre del del centrosinistra, contro lo smantellamento delle pensioni, per l'assunzione a tempo indeterminato di tutti i precari, per i diritti degli immigrati. Progetto comunista - Rifondare l'opposizione dei lavoratori partecipa già oggi, parallelamente al processo costituente di un nuovo partito comunista, alla costruzione dell'opposizione di classe al governo Prodi.
2/11/2006



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