La Comune di Oaxaca
Una significativa esperienza rivoluzionaria del proletariato messicano
Valerio Torre
La stampa borghese, così solerte nel presentare ai lettori, arricchendoli di particolari, fatterelli di colore (in quale bagno di Montecitorio, degli uomini o delle donne, deve andare Vladimir Luxuria?), è invece estremamente omertosa su avvenimenti - come quelli che si stanno verificando dalla fine di maggio scorso nello stato di Oaxaca, in Messico - in grado di rappresentare alle più larghe coscienze delle masse l’esempio paradigmatico dell’insopportabilità del sistema capitalistico e di indicare nella reazione popolare l’unica forma di reale contrasto delle politiche antioperaie.
Quello di Oaxaca è il quinto stato più grande del paese, con una popolazione di oltre 3,5 milioni di abitanti di cui un’altissima percentuale è indigena. Nella federazione degli stati che compongono il Messico rappresenta il più povero: circa la metà degli abitanti vive del lavoro dei campi; oltre il 47% degli occupati percepisce salari al di sotto della soglia di quello minimo, mentre il 20% circa dei lavoratori raggiunge tale limite; complessivamente contribuisce per il solo 1,6% al prodotto interno lordo del Messico; è interessato da una migrazione costante verso altre zone del paese e verso gli Usa. Le forze che hanno maggior peso sociale sono le comunità indigene contadine e gli insegnanti.
E proprio dagli insegnanti - che peraltro hanno una lunga storia di rivendicazioni - è partita, il 22 maggio scorso, una massiccia protesta (70.000 insegnanti, organizzati nella Sezione 22 della Cnte, Coordinadora Nacional de Trabajadores de la Educación, il settore più combattivo di un sindacato affetto dal germe della burocratizzazione) con al centro rivendicazioni, rivolte al governatore dello stato, Ulises Ruiz Ortiz (detto Uro), di aumenti salariali e del bilancio dell’educazione. La mobilitazione ha assunto subito forme molto radicali, con uno sciopero prolungato e l’occupazione dello Zócalo (il centro) della capitale. Il rifiuto di ogni discussione sulle richieste dei manifestanti ha prodotto un’ulteriore radicalizzazione della lotta, con l’occupazione delle installazioni petrolifere della Pemex (Petróleos Mexicanos) e blocchi stradali, fino ad una grande marcia di protesta di ben 120.000 persone. In realtà, quello che si stava determinando era una dinamica di massa molto più ampia: settori in lotta di lavoratori e di popolo confluivano naturalmente in quella mobilitazione trovando in essa un terreno comune per le proprie rivendicazioni, diverse sì da quelle degli insegnanti, ma accomunate dalla condizione sociale condivisa di subordinazione alle classi dominanti.
Il movimento si rafforza. Nasce l’Appo
Il governo non poteva permettere che si producesse questa “saldatura”, che avrebbe fatto fare un salto in avanti alla protesta popolare. Perciò il governatore ha deciso l’uso della forza per uno sgombero violento dei picchetti degli insegnanti: il 14 giugno, reparti di polizia, facendo largo uso di armi, gas lacrimogeni e sostanze urticanti, hanno preso d’assalto i picchetti dei manifestanti tentando di riprendere in mano il controllo della città. Tuttavia, gli insegnanti in lotta hanno eroicamente resistito approntando delle barricate in strada, riuscendo a respingere gli assalti dei militari dopo una battaglia durata ore.
La mossa di Ruiz si è rivelata, da questo punto di vista, profondamente sbagliata. L’assalto della polizia ha avuto come effetto quello di raggruppare tutte le espressioni di protesta in un unico, grande movimento popolare: rivendicazioni tutto sommato “settoriali” (quelle degli insegnanti) ne hanno incrociato altre espresse da settori dei lavoratori, dei contadini e delle organizzazioni popolari, generalizzandosi ed assumendo un carattere più ampio, tanto che le diverse rivendicazioni sono state unificate nella parola d’ordine “¡fuera Ulises Ruiz!”, quest’ambiguo personaggio che, oltre ad essere stato eletto grazie a brogli elettorali, si è macchiato del sangue delle barricate ed è odiatissimo dall’intera popolazione civile.
Questa confluenza ha avuto anche l’effetto - che ha caratterizzato la rivolta di Oaxaca - di far sorgere nelle masse la consapevolezza che, senza un’organizzazione che si ponesse alla testa della lotta, questa non avrebbe avuto speranza. Sulla base di tale acquisizione - che ha portato il 16 giugno ben 300.000 lavoratori, contadini, studenti, indigeni ed ampi settori popolari a manifestare in una grande marcia - è sorta la Asamblea Popular de los Pueblos de Oaxaca (Appo).
Un contropotere: la Comune di Oaxaca!
La nascita di questo soggetto politico costituisce senz’altro la spia di un processo rivoluzionario contro il potere politico statale. Via via, l’Appo ha sempre più assunto il carattere del doppio potere alternativo: specularmente, il potere governativo ha progressivamente cessato di funzionare. L’Appo ha centralizzato la lotta organizzando blocchi stradali, boicottaggio dei commerci, prendendo il possesso di palazzi municipali, di radio e televisioni, stabilendo le modalità di funzionamento dei mercati, dei negozi e dei servizi, ed infine creando un corpo di milizia armata per l’autodifesa popolare. Insomma può dirsi - ed a ragione - che ad Oaxaca è sorta una vera e propria Comune!
Particolarmente significativa, poi, è la nascita di un organismo formato dalle donne (Coordinadora de Mujeres de Oaxaca), che ha avuto un ruolo centrale nella presa dell’emittente televisiva Canal 9 e nella sua successiva gestione, con trasmissioni ininterrotte.
Il governatore Ruiz ha fronteggiato i manifestanti utilizzando squadroni di poliziotti mascherati che hanno portato ripetuti assalti alle barricate causando morti e feriti (perfino, da ultimo, un giornalista di Indymedia, Brad Will): in realtà, l’obiettivo era quello, solito, della “strategia della tensione”, con cui tentare di operare una spaccatura all’interno dell’Appo.
Infatti, si tratta pur sempre di un raggruppamento che comprende più di 350 organizzazioni (sindacali, indigene, studentesche, contadine, femminili, bracciantili e, sopra tutte, quelle degli insegnanti democratici di Oaxaca che rappresentano più di 70.000 lavoratori). Dopo mesi di lotta, subendo continue aggressioni poliziesche e paramilitari e difendendo le barricate in armi, anche all’interno di un movimento come l’Appo si sono prodotti segni di stanchezza e sono emerse alcune divisioni fra quei settori degli insegnanti che spingono per un ritorno nelle classi continuando la trattativa nonostante la ripresa del lavoro e quegli altri che, invece, sostengono incondizionatamente le barricate ed i picchetti ritenendo l’ipotesi di rientrare al lavoro come un tradimento della lotta.
In questo senso, le azioni della polizia possono essere considerate di disturbo e, col loro carico di morti e feriti, fanno parte di una precisa strategia di continue provocazioni che è servita ad innalzare il livello di violenza allo scopo di acuire le divisioni esistenti.
La reazione del potere statale
Era evidente, insomma, la volontà del governo statale e di quello federale di arrivare ad uno scontro frontale con i settori più radicali dell’Appo dopo averli isolati da quelli più inclini alla trattativa. Altrimenti non si spiegherebbe il motivo per cui, nelle settimane precedenti, il Senato ha respinto la soluzione istituzionale della “desapareción de poderes”, che la popolazione oaxaqueña avrebbe almeno potuto considerare accettabile, dal momento che avrebbe determinato la destituzione di Ruiz. Si tratta di una figura prevista dalla costituzione messicana, per cui in caso d’ingovernabilità un’apposita commissione del Senato valuta se i tre poteri locali non riescono più a svolgere un’azione di governo: in quest’ipotesi, il Senato li scioglie e nomina un governatore locale provvisorio.
Il paradosso della decisione del Senato è che, di fatto, il governo locale non esisteva più; nondimeno, la commissione ha ritenuto che non vi fossero i presupposti per mettere in atto quel processo che avrebbe scontentato i poteri forti e, soprattutto, Ulises Ruiz.
E così, mentre il governo dichiarava che non avrebbe inviato milizie armate, nella realtà, battaglioni della Policía Federal Preventiva (Pfp) e truppe aviotrasportate convergevano sulla capitale dello stato di Oaxaca e con una violentissima azione repressiva - che sta facendo contare numerosi morti, feriti ed arresti illegali - ancora in queste ore sta tentando di riprendere il controllo della città. Tuttavia, nonostante la soverchiante preponderanza militare, la Pfp non è ancora riuscita nel suo intento criminale: la popolazione non solo resiste, ma ricostruisce le barricate abbattute alle spalle di quelli che vengono percepiti come “esercito occupante”, determinando il paradossale risultato che gli “invasori” dopo il loro passaggio diventano “assediati”. In ogni caso, la battaglia ad Oaxaca sta continuando ancora in queste ore: mentre scriviamo quest’articolo, giungono notizie secondo cui, benché l’Appo abbia dato ordine ai suoi di ripiegare verso la città universitaria, la resistenza è ancora attiva in svariati punti della città. Intanto, in tutto il Messico, nonché in altri paesi del mondo (compresa l’Italia) stanno spontaneamente convocandosi manifestazioni di solidarietà al popolo oaxaqueño, con presidi sotto i consolati messicani.
Quale lezione per il proletariato internazionale?
L’incertezza sull’esito degli scontri ci deve indurre ad attendere lo sviluppo degli eventi. Nondimeno, è possibile trarre, dai fatti che da mesi si stanno verificando in Oaxaca, delle lezioni, tanto più importanti per i marxisti rivoluzionari in un periodo in cui la crisi del capitalismo produce, in combinato disposto con la crisi dei meccanismi di controllo sulle masse da parte degli apparati burocratici della socialdemocrazia e dei partiti eredi della tradizione stalinista, l’ascesa di lotte potenzialmente rivoluzionarie.
In questo senso, la Comune di Oaxaca rappresenta, oltre che un simbolo per il proletariato internazionale, un esempio: in questi cinque mesi ad Oaxaca si è creato quel fenomeno della “duplicità di poteri” antitetici fra di loro che caratterizza i processi rivoluzionari. Al potere dello Stato borghese messicano (custode degli interessi nordamericani) si è contrapposto, con una propria organizzazione, con proprie direttive al popolo, con proprie milizie, il potere “parallelo” dei lavoratori rappresentato dall’Appo.
Certamente, quest’organismo è stato attraversato da contraddizioni: la direzione burocratica del sindacato degli insegnanti ha attuato una politica di tipo conciliazionista con il governo statale e federale creando un’oggettiva divisione all’interno del più complessivo movimento di massa che ha visto un settore della sua avanguardia “negoziare” con lo stato borghese contro il quale il popolo era insorto opponendogli il proprio potere: ciò ha determinato, conseguentemente, un indebolimento dell’azione dell’Appo che ha favorito l’isolamento dei settori più radicali e la reazione repressiva del potere statale.
Tuttavia, pure nel quadro complessivo segnato da queste contraddizioni - dovute in massima parte alla natura non propriamente “consiliare” dell’Appo - il cammino della Comune di Oaxaca ci insegna che a tutte le latitudini, ma in questo preciso momento storico segnatamente in America Latina, non ci sono alternative: o la borghesia capitalistica continua il suo dominio sulle masse popolari, con tutto il carico di sfruttamento, alienazione, guerre e barbarie; oppure queste ultime prendono nelle loro stesse mani il proprio destino e si liberano dal giogo di quel dominio abbattendolo attraverso la rivoluzione.
1 novembre 2006.
Una significativa esperienza rivoluzionaria del proletariato messicano
Valerio Torre
La stampa borghese, così solerte nel presentare ai lettori, arricchendoli di particolari, fatterelli di colore (in quale bagno di Montecitorio, degli uomini o delle donne, deve andare Vladimir Luxuria?), è invece estremamente omertosa su avvenimenti - come quelli che si stanno verificando dalla fine di maggio scorso nello stato di Oaxaca, in Messico - in grado di rappresentare alle più larghe coscienze delle masse l’esempio paradigmatico dell’insopportabilità del sistema capitalistico e di indicare nella reazione popolare l’unica forma di reale contrasto delle politiche antioperaie.
Quello di Oaxaca è il quinto stato più grande del paese, con una popolazione di oltre 3,5 milioni di abitanti di cui un’altissima percentuale è indigena. Nella federazione degli stati che compongono il Messico rappresenta il più povero: circa la metà degli abitanti vive del lavoro dei campi; oltre il 47% degli occupati percepisce salari al di sotto della soglia di quello minimo, mentre il 20% circa dei lavoratori raggiunge tale limite; complessivamente contribuisce per il solo 1,6% al prodotto interno lordo del Messico; è interessato da una migrazione costante verso altre zone del paese e verso gli Usa. Le forze che hanno maggior peso sociale sono le comunità indigene contadine e gli insegnanti.
E proprio dagli insegnanti - che peraltro hanno una lunga storia di rivendicazioni - è partita, il 22 maggio scorso, una massiccia protesta (70.000 insegnanti, organizzati nella Sezione 22 della Cnte, Coordinadora Nacional de Trabajadores de la Educación, il settore più combattivo di un sindacato affetto dal germe della burocratizzazione) con al centro rivendicazioni, rivolte al governatore dello stato, Ulises Ruiz Ortiz (detto Uro), di aumenti salariali e del bilancio dell’educazione. La mobilitazione ha assunto subito forme molto radicali, con uno sciopero prolungato e l’occupazione dello Zócalo (il centro) della capitale. Il rifiuto di ogni discussione sulle richieste dei manifestanti ha prodotto un’ulteriore radicalizzazione della lotta, con l’occupazione delle installazioni petrolifere della Pemex (Petróleos Mexicanos) e blocchi stradali, fino ad una grande marcia di protesta di ben 120.000 persone. In realtà, quello che si stava determinando era una dinamica di massa molto più ampia: settori in lotta di lavoratori e di popolo confluivano naturalmente in quella mobilitazione trovando in essa un terreno comune per le proprie rivendicazioni, diverse sì da quelle degli insegnanti, ma accomunate dalla condizione sociale condivisa di subordinazione alle classi dominanti.
Il movimento si rafforza. Nasce l’Appo
Il governo non poteva permettere che si producesse questa “saldatura”, che avrebbe fatto fare un salto in avanti alla protesta popolare. Perciò il governatore ha deciso l’uso della forza per uno sgombero violento dei picchetti degli insegnanti: il 14 giugno, reparti di polizia, facendo largo uso di armi, gas lacrimogeni e sostanze urticanti, hanno preso d’assalto i picchetti dei manifestanti tentando di riprendere in mano il controllo della città. Tuttavia, gli insegnanti in lotta hanno eroicamente resistito approntando delle barricate in strada, riuscendo a respingere gli assalti dei militari dopo una battaglia durata ore.
La mossa di Ruiz si è rivelata, da questo punto di vista, profondamente sbagliata. L’assalto della polizia ha avuto come effetto quello di raggruppare tutte le espressioni di protesta in un unico, grande movimento popolare: rivendicazioni tutto sommato “settoriali” (quelle degli insegnanti) ne hanno incrociato altre espresse da settori dei lavoratori, dei contadini e delle organizzazioni popolari, generalizzandosi ed assumendo un carattere più ampio, tanto che le diverse rivendicazioni sono state unificate nella parola d’ordine “¡fuera Ulises Ruiz!”, quest’ambiguo personaggio che, oltre ad essere stato eletto grazie a brogli elettorali, si è macchiato del sangue delle barricate ed è odiatissimo dall’intera popolazione civile.
Questa confluenza ha avuto anche l’effetto - che ha caratterizzato la rivolta di Oaxaca - di far sorgere nelle masse la consapevolezza che, senza un’organizzazione che si ponesse alla testa della lotta, questa non avrebbe avuto speranza. Sulla base di tale acquisizione - che ha portato il 16 giugno ben 300.000 lavoratori, contadini, studenti, indigeni ed ampi settori popolari a manifestare in una grande marcia - è sorta la Asamblea Popular de los Pueblos de Oaxaca (Appo).
Un contropotere: la Comune di Oaxaca!
La nascita di questo soggetto politico costituisce senz’altro la spia di un processo rivoluzionario contro il potere politico statale. Via via, l’Appo ha sempre più assunto il carattere del doppio potere alternativo: specularmente, il potere governativo ha progressivamente cessato di funzionare. L’Appo ha centralizzato la lotta organizzando blocchi stradali, boicottaggio dei commerci, prendendo il possesso di palazzi municipali, di radio e televisioni, stabilendo le modalità di funzionamento dei mercati, dei negozi e dei servizi, ed infine creando un corpo di milizia armata per l’autodifesa popolare. Insomma può dirsi - ed a ragione - che ad Oaxaca è sorta una vera e propria Comune!
Particolarmente significativa, poi, è la nascita di un organismo formato dalle donne (Coordinadora de Mujeres de Oaxaca), che ha avuto un ruolo centrale nella presa dell’emittente televisiva Canal 9 e nella sua successiva gestione, con trasmissioni ininterrotte.
Il governatore Ruiz ha fronteggiato i manifestanti utilizzando squadroni di poliziotti mascherati che hanno portato ripetuti assalti alle barricate causando morti e feriti (perfino, da ultimo, un giornalista di Indymedia, Brad Will): in realtà, l’obiettivo era quello, solito, della “strategia della tensione”, con cui tentare di operare una spaccatura all’interno dell’Appo.
Infatti, si tratta pur sempre di un raggruppamento che comprende più di 350 organizzazioni (sindacali, indigene, studentesche, contadine, femminili, bracciantili e, sopra tutte, quelle degli insegnanti democratici di Oaxaca che rappresentano più di 70.000 lavoratori). Dopo mesi di lotta, subendo continue aggressioni poliziesche e paramilitari e difendendo le barricate in armi, anche all’interno di un movimento come l’Appo si sono prodotti segni di stanchezza e sono emerse alcune divisioni fra quei settori degli insegnanti che spingono per un ritorno nelle classi continuando la trattativa nonostante la ripresa del lavoro e quegli altri che, invece, sostengono incondizionatamente le barricate ed i picchetti ritenendo l’ipotesi di rientrare al lavoro come un tradimento della lotta.
In questo senso, le azioni della polizia possono essere considerate di disturbo e, col loro carico di morti e feriti, fanno parte di una precisa strategia di continue provocazioni che è servita ad innalzare il livello di violenza allo scopo di acuire le divisioni esistenti.
La reazione del potere statale
Era evidente, insomma, la volontà del governo statale e di quello federale di arrivare ad uno scontro frontale con i settori più radicali dell’Appo dopo averli isolati da quelli più inclini alla trattativa. Altrimenti non si spiegherebbe il motivo per cui, nelle settimane precedenti, il Senato ha respinto la soluzione istituzionale della “desapareción de poderes”, che la popolazione oaxaqueña avrebbe almeno potuto considerare accettabile, dal momento che avrebbe determinato la destituzione di Ruiz. Si tratta di una figura prevista dalla costituzione messicana, per cui in caso d’ingovernabilità un’apposita commissione del Senato valuta se i tre poteri locali non riescono più a svolgere un’azione di governo: in quest’ipotesi, il Senato li scioglie e nomina un governatore locale provvisorio.
Il paradosso della decisione del Senato è che, di fatto, il governo locale non esisteva più; nondimeno, la commissione ha ritenuto che non vi fossero i presupposti per mettere in atto quel processo che avrebbe scontentato i poteri forti e, soprattutto, Ulises Ruiz.
E così, mentre il governo dichiarava che non avrebbe inviato milizie armate, nella realtà, battaglioni della Policía Federal Preventiva (Pfp) e truppe aviotrasportate convergevano sulla capitale dello stato di Oaxaca e con una violentissima azione repressiva - che sta facendo contare numerosi morti, feriti ed arresti illegali - ancora in queste ore sta tentando di riprendere il controllo della città. Tuttavia, nonostante la soverchiante preponderanza militare, la Pfp non è ancora riuscita nel suo intento criminale: la popolazione non solo resiste, ma ricostruisce le barricate abbattute alle spalle di quelli che vengono percepiti come “esercito occupante”, determinando il paradossale risultato che gli “invasori” dopo il loro passaggio diventano “assediati”. In ogni caso, la battaglia ad Oaxaca sta continuando ancora in queste ore: mentre scriviamo quest’articolo, giungono notizie secondo cui, benché l’Appo abbia dato ordine ai suoi di ripiegare verso la città universitaria, la resistenza è ancora attiva in svariati punti della città. Intanto, in tutto il Messico, nonché in altri paesi del mondo (compresa l’Italia) stanno spontaneamente convocandosi manifestazioni di solidarietà al popolo oaxaqueño, con presidi sotto i consolati messicani.
Quale lezione per il proletariato internazionale?
L’incertezza sull’esito degli scontri ci deve indurre ad attendere lo sviluppo degli eventi. Nondimeno, è possibile trarre, dai fatti che da mesi si stanno verificando in Oaxaca, delle lezioni, tanto più importanti per i marxisti rivoluzionari in un periodo in cui la crisi del capitalismo produce, in combinato disposto con la crisi dei meccanismi di controllo sulle masse da parte degli apparati burocratici della socialdemocrazia e dei partiti eredi della tradizione stalinista, l’ascesa di lotte potenzialmente rivoluzionarie.
In questo senso, la Comune di Oaxaca rappresenta, oltre che un simbolo per il proletariato internazionale, un esempio: in questi cinque mesi ad Oaxaca si è creato quel fenomeno della “duplicità di poteri” antitetici fra di loro che caratterizza i processi rivoluzionari. Al potere dello Stato borghese messicano (custode degli interessi nordamericani) si è contrapposto, con una propria organizzazione, con proprie direttive al popolo, con proprie milizie, il potere “parallelo” dei lavoratori rappresentato dall’Appo.
Certamente, quest’organismo è stato attraversato da contraddizioni: la direzione burocratica del sindacato degli insegnanti ha attuato una politica di tipo conciliazionista con il governo statale e federale creando un’oggettiva divisione all’interno del più complessivo movimento di massa che ha visto un settore della sua avanguardia “negoziare” con lo stato borghese contro il quale il popolo era insorto opponendogli il proprio potere: ciò ha determinato, conseguentemente, un indebolimento dell’azione dell’Appo che ha favorito l’isolamento dei settori più radicali e la reazione repressiva del potere statale.
Tuttavia, pure nel quadro complessivo segnato da queste contraddizioni - dovute in massima parte alla natura non propriamente “consiliare” dell’Appo - il cammino della Comune di Oaxaca ci insegna che a tutte le latitudini, ma in questo preciso momento storico segnatamente in America Latina, non ci sono alternative: o la borghesia capitalistica continua il suo dominio sulle masse popolari, con tutto il carico di sfruttamento, alienazione, guerre e barbarie; oppure queste ultime prendono nelle loro stesse mani il proprio destino e si liberano dal giogo di quel dominio abbattendolo attraverso la rivoluzione.
1 novembre 2006.




















