Partito di Alternativa Comunista

Sulla costruzione del partito rivoluzionario

Sulla costruzione del partito rivoluzionario


Dialogo con il Fgc e i compagni

che stanno rompendo con il Pc di Rizzo

 

 

 

 

di Matteo Bavassano

 

 

È di queste settimane la notizia della rottura definitiva del patto federativo del Fronte della gioventù comunista (Fgc) con il «Partito comunista» (Pc) diretto da Marco Rizzo. Contestualmente a questa rottura, escono dal Pc diversi gruppi di compagni e addirittura intere sezioni e federazioni (come ad es. Bologna, Roma, Reggio Emilia, Cuneo, Cosenza, Catanzaro, Vibo Valentia).
Abbiamo anche in passato espresso delle critiche politiche circostanziate al Pc, un partito costruito sull’immagine mediatica del suo lider maximo, Marco Rizzo, interessato più al consenso elettorale che non a raggruppare l’avanguardia della classe operaia: a nostro giudizio questa è anche la ragione delle posizioni che strizzano l’occhio ai settori più arretrati della classe, avallando i discorsi xenofobi e omofobi di Salvini e della destra più becera, dell’avversità alle mobilitazioni dei giovani a favore dell’ambiente (giustificata nascondendosi dietro la frase che «la vera contraddizione è quella capitale-lavoro»), per non parlare di quelle posizioni maschiliste che sminuiscono le lotte delle donne, posizioni che fanno sempre riferimento alla «contraddizione principale» e al «socialismo che risolverà». Pensiamo dunque sia positivo che gruppi di compagni, tra cui diversi giovani, coincidano nei fatti con alcuni contenuti espressi nelle nostre critiche al Pc, e vorremmo avviare con questi compagni un confronto, perché anche noi siamo convinti di quanto scrivono i compagni e cioè che «la ricostruzione comunista in Italia si conduca tra lotte reali e serrato dibattito ideologico».
Si tratta di avviare questo dibattito ideologico franco e schietto sul fine della ricostruzione comunista, cioè in altre parole sul tipo di partito che è necessario costruire oggi in Italia (e non solo) per una prospettiva rivoluzionaria.

Centralismo democratico o centralismo burocratico?
In un lungo post su facebook di commento della rottura, Alessandro Mustillo, già membro del Cc del Pc di Rizzo e che ora è uno dei punti di riferimento dei militanti che rompono con questa formazione, riferendosi ai metodi adottati da Rizzo nella battaglia interna scrive: «La critica è molto altro da quella che hai voluto distorcere a tuo uso e consumo e tu lo sai bene. Una critica che avremmo voluto portare fino in fondo negli organismi dirigenti se fossero stati convocati, e al congresso se per tutta risposta non ci fosse stata addirittura negata la tessera, a me insieme a centinaia di compagni in tutta Italia. Avrei voluto essere sconfitto nel dibattito dalle tue tesi, in una discussione franca e utile a tutti». I metodi di Rizzo e del Pc qui descritti sono i metodi abituali del centralismo burocratico: falsificazione delle posizioni altrui, senza possibilità dell’opposizione di poterle presentare al corpo del partito, fino ad arrivare all’espulsione mascherata da atto «amministrativo». Nelle parole di Mustillo vi è invece la richiesta di quello che è il centralismo democratico proprio del leninismo: la «discussione franca e utile a tutti [quindi utile al partito in primo luogo, nda]», cioè quell’imprescindibile momento di democrazia interna che è il presupposto indispensabile per un vero e convinto centralismo (cioè la disciplina) nell’azione, per quella volontà ferrea che Lenin indica come il tratto fondamentale e vincente del bolscevismo. Il secondo capitolo dell’Estremismo, “Una delle condizioni principali del successo dei bolscevichi” non lascia spazio al minimo dubbio.
Non possiamo quindi che concordare coi compagni che rivendicano la democrazia interna come un elemento fondamentale per costruire un partito rivoluzionario, e tuttavia non possiamo non rilevare che non da oggi il Pc di Rizzo è una formazione in cui non vige il centralismo democratico e non per caso: la storia politica di Rizzo è sempre stata all’insegna della collaborazione di classe con la borghesia, non possiamo dimenticare che in Rifondazione fu per tutto un periodo coordinatore della segreteria capeggiata da Bertinotti, con cui condivise tutte le scelte di collaborazione di classe; con Cossutta nei Comunisti italiani sostenne il governo D’Alema, formato per bombardare la Serbia insieme alla Nato; da europarlamentare criticava il «rapporto» del Pdci con il secondo governo Prodi, senza però rompere con un partito che sosteneva un governo borghese. Con la costruzione del Pc ha cercato di ricostruirsi un'immagine, «dimenticando» tutta la sua storia, e ha potuto cercare di costruire, grazie anche al patto federativo con il Fgc che gli portava forze giovani, un partito comunista «duro e puro»… se non fosse che i nodi programmatici, cioè appunto elettoralismo, leaderismo e collaborazione di classe, sono venuti al pettine e hanno portato alla rottura. Il regime organizzativo interno è funzionale al progetto politico: un partito rivoluzionario necessita del centralismo democratico, mentre più un partito diviene riformista più ha bisogno per sopravvivere dei metodi burocratici.
Il centralismo burocratico però, proprio per il fatto che diviene una necessità per le direzioni burocratiche di partiti che vogliono applicare la collaborazione di classe, non è un’invenzione di Rizzo, che lo ha ripreso dalla propria storia politica e ideologica: era il metodo con cui era gestito il Pci dagli anni Trenta, da tutto il gruppo dirigente che con Togliatti, Secchia, Longo, ecc. riorientava il «partito nuovo»: la cosiddetta «Svolta di Salerno», quando era necessario sancire il patto di pacificazione con la borghesia italiana a cui veniva riconsegnato il Paese liberato dagli scioperi operai del ’43-'44 e dalla successiva lotta partigiana. Furono necessarie ogni genere di misure banditesche oltre che burocratiche per zittire il dissenso nel partito e tra i partigiani, che volevano lottare non per ottenere una costituzione borghese, ma per fare la rivoluzione socialista. Tra i riferimenti dei compagni che stanno lasciando il Pc di Rizzo non sembra esserci Togliatti. Sul loro sito di riferimento, L’ordine nuovo, si possono trovare delle critiche esplicite al togliattismo: «Lo stesso fenomeno del togliattismo, in Italia ma non solo, si connotò per il suo lento, ma progressivo ed inesorabile allontanamento dall’analisi di classe, per sostituirla con una teoria dei momenti, sostanzialmente continuista e gradualista, che escludeva la possibilità di individuare i salti discontinui di fase, tramite appunto la determinazione dei fattori oggettivi dei mezzi di produzione e delle forze produttive».
Tuttavia, la politica di Togliatti, sia prima che dopo Salerno, era la politica di Stalin, il programma di collaborazione di classe del Pci era il programma di coesistenza con l’imperialismo del Pcus, il regime burocratico interno del Pci era modellato sulla caricatura del leninismo quale era diventato il partito bolscevico sotto Stalin dopo il 1924.  Concordando coi compagni sulla necessità in un partito rivoluzionario di una sana discussione democratica interna così come di una massima unità nell’azione, vogliamo invitare i compagni a rileggere la storia del movimento operaio internazionale, per andare alla radice dell’abolizione del centralismo democratico leninista che ha accompagnato gli accordi sistematici di Stalin con l’imperialismo contro la lotta delle masse. Però questo dovrebbe indurre anche a mettere in discussione la politica e l’operato di partiti come il Kke, che sembrano essere un modello per i compagni del sito L’ordine nuovo, quello stesso Kke che durante le rivolte di piazza ad Atene nel 2011 si schierò, insieme con il sindacato da lui controllato, il Pame, a difesa del parlamento ellenico contro i giovani manifestanti. Non a caso il Kke rivendica l'essenza reale dello stalinismo di ogni epoca: la collaborazione di classe con la borghesia.

Internazionalismo proletario e lotta all’imperialismo
Non è certo una novità che l’opposizione di Rizzo nei confronti dell’Unione europea, come denunciano oggi pubblicamente i compagni, sfocia spesso in un sovranismo dalle tinte rossobrune, inseguendo nei fatti le destre reazionarie. Gli attacchi dei sovranisti contro l’Unione europea, spesso dipinta come uno strumento tout court della Germania, mirano sostanzialmente ad accreditare la borghesia italiana come «sottomessa» alla grande borghesia statunitense ed europea (soprattutto tedesca appunto), sostenendo che l’Italia è una semicolonia dominata da Usa e Germania. Da questo deriva un appoggio indiretto alla borghesia italiana nella competizione inter-imperialista. Scrivono bene i compagni de L’ordine nuovo quando dicono che «definire l’Italia una semicolonia e la sua classe dirigente economica una borghesia “compradora” è una forzatura che nasconde la realtà. La realtà è che l’Unione europea e l’unione economica e monetaria europea sono state volute fortemente dalla classe dominante italiana per i propri interessi e cioè per imporre quelle controriforme capitalistiche che altrimenti non sarebbero state realizzate. Interessi, quindi, non di una borghesia intermediaria e commerciale, ma di una borghesia industriale e finanziaria inserita nel mercato europeo e mondiale con un ruolo importante dal punto di vista della produzione e delle esportazioni sia di merci che di capitale». Questo è il fondamentale punto di partenza, ma ci sembra insufficiente per chi voglia essere coerentemente internazionalista e antimperialista. In un articolo su L’ordine nuovo dedicato agli scontri tra Cina e India del mese scorso, questi vengono definiti come scontri inter-imperialisti. Al di là della questione se Cina e India debbano essere considerate o meno Paesi imperialisti, questione certamente importante ma secondaria per quanto ci interessa discutere ora, considerare la Cina un Paese imperialista presuppone che il capitalismo vi sia stato reintrodotto, nonostante il «Partito comunista» cinese continui a governare. Abbiamo ragione a leggervi una rottura con la burocrazia del Pcc e con la sua politica che ha portato alla restaurazione del capitalismo in Cina? E come considerano i compagni Cuba, anche alla luce del fatto che l’ultimo Congresso del Partito comunista cubano ha adottato esplicitamente il «modello cinese» del «socialismo di mercato»?
Se questi Paesi non sono socialisti, tanto meno lo sono i Paesi del cosiddetto «Socialismo del XXI secolo» come Venezuela e Bolivia, dove la proprietà privata dei mezzi di produzione non è mai stata nemmeno messa in discussione e non vi è mai stata nessuna rottura rivoluzionaria dello Stato borghese. In questo senso pensiamo che i compagni dovrebbero portare il loro recupero del marxismo fino al punto di cessare l’appoggio politico alla borghesia nazionalista che oggi governa questi Paesi contro le aspirazioni della classe operaia, e fuori da una logica campista o geopoliticista, smettano di esaltare acriticamente regimi dittatoriali come la Siria, l’Iran, la Russia di Putin… Il vero internazionalismo proletario, il vero antimperialismo, sta nel riconoscere che l’economia mondiale, nel suo insieme, è pronta per rinascere su basi socialiste, quindi il compito dei rivoluzionari è di fare la rivoluzione in tutti i Paesi del mondo, dato che non ci sono oggi Paesi socialisti (e speriamo che L’ordine nuovo non consideri tale la Corea del nord, come fa Rizzo… strano socialismo quello in cui nessuno vorrebbe vivere). Per farlo, è necessario costruire in tutti i Paesi del mondo dei partiti rivoluzionari, uniti organizzativamente e programmaticamente in un partito mondiale della rivoluzione, in una nuova Internazionale. Solo costruendo il partito contemporaneamente a livello nazionale e internazionale è possibile vincere oggi l’imperialismo e liberare i proletari di tutto il mondo.

Un programma per unire le masse oppresse attorno alla classe operaia
Uscendo dal Pc, i compagni denunciano il fatto che Rizzo, nella sua ricerca spasmodica di voti alle elezioni, cerca di appoggiarsi sui settori arretrati della classe, gli «operai che votano Lega», attaccando frontalmente la sinistra borghese per il suo appoggio alla lotta per i diritti delle donne, degli immigrati, degli lgbt ecc. Innanzitutto, è bene precisare che l’appoggio dato dalla sinistra borghese alle rivendicazioni di questi settori sociali è semplicemente una facciata di propaganda per guadagnare voti, e che nessuna misura riformista può rispondere alla radice alle loro rivendicazioni: sono quelle che definiamo doppie oppressioni, cioè settori della popolazione che oltre ad essere sfruttati dal capitalismo, soffrono anche una specifica condizione di oppressione. Rispondere programmaticamente alla specificità di questa oppressione è indispensabile per unire questi settori alle file rivoluzionarie, spiegando come il riformismo non può essere una soluzione valida. Rizzo non fa nulla di tutto questo, ma anzi contrappone le rivendicazioni operaie a quelle dei settori doppiamente oppressi attaccando la sinistra borghese e opportunista perché avrebbe dimenticato la classe operaia per inseguire i «diritti civili». Che la sinistra parlamentare (e non solo) abbia abbandonato il riferimento alla classe operaia è indubbio, ma ciò non ha assolutamente nessun legame con la lotta delle donne, degli immigrati, degli lgbt.
Bene quindi che i compagni critichino Rizzo perché su questi temi rincorre la destra, dividendo nei fatti un fronte che è compito dei comunisti unire, quello degli sfruttati e degli oppressi dal capitalismo. Però bisognerebbe con coerenza sviluppare il ragionamento: non basta dire che non ci si deve opporre alle rivendicazioni dei settori oppressi, occorre sviluppare un programma specifico per unire queste rivendicazioni al programma più generale della rivoluzione socialista. Questo era il metodo di Lenin e dei bolscevichi. Vogliamo fare un solo esempio, che però è metodologicamente valido per tutti i settori oppressi: parlando della propaganda del Partito comunista degli Stati uniti tra gli afroamericani, Cannon, fondatore e dirigente del Pc e poi della Quarta Internazionale, ricorda l’arretratezza del movimento operaio statunitense sulla questione dell’uguaglianza razziale e come furono i bolscevichi a spingere per un’azione decisa del partito in questo campo. Mentre la posizione tradizionale del radicalismo americano era che «l’unica salvezza dei neri fosse la stessa unica salvezza dei bianchi: il socialismo» e che «nel frattempo, non si poteva fare nulla per il problema nero in quanto tale e meno se ne parlava meglio era», Cannon rileva come «i russi nel Kominten misero in moto i comunisti americani con la severa, insistente richiesta che essi accantonassero tutti i loro soggiaciuti pregiudizi, prestassero attenzione ai particolari problemi e lagnanze dei neri americani, andassero a lavorare in mezzo a loro, e si battessero per la loro causa nella comunità bianca». Questa fu la base del successo della propaganda del PcUsa tra gli afroamericani negli anni ’30: crediamo che questa sia la metodologia che vada applicata per l’intervento in tutti i settori oppressi, non cioè un’accettazione passiva delle rivendicazioni, ma una propaganda attiva per legare le lotte che si sviluppano già oggi alla prospettiva socialista.

La questione del «fronte unico» della classe operaia
Sul sito L’ordine nuovo si trovano diversi articoli dedicati alla questione del «Fronte unico di classe». Nell’editoriale scritto per il Primo maggio, leggiamo che gli strati popolari devono coalizzarsi in «Un fronte unico di classe per rispondere alla crisi sociale che avanza. Un fronte unico di classe, propulsore delle lotte, per organizzare e unire in un programma di transizione (corsivo nostro) i segmenti sparsi della classe operaia e dei settori popolari». Rileviamo di passata il riferimento ad un programma transitorio, un argomento che ci piacerebbe approfondire capendo in quale senso viene inteso nel testo, ma lasciamo la questione per un proseguo di questo confronto. Nell’articolo “Alcuni considerazioni sul fronte unico di classe 1/2” leggiamo ancora: «Costruire un fronte unico di classe significa organizzare le lotte sul piano del rifiuto della prospettiva strategica della concertazione e dell’unità interclassista: dalla crisi non si esce con un rinnovato patto sociale, ma con rinnovati rapporti sociali. Non con capitalisti e lavoratori uniti, ma attraverso uno scontro esplicito tra interessi di classe opposti». Si tratta di affermazioni condivisibili. Tuttavia, il blocco a cui partecipano i compagni non ci sembra andare in questa direzione. A noi sembra più un accordo programmatico, per quanto embrionale, tra diverse forze politiche, e anche i sindacati di base che vi partecipano lo fanno più da un punto di vista politico che non sindacale e di lotta. Con questo non vogliamo fare eco alla critica di Rizzo su questo punto, cioè che i compagni starebbero facendo un blocco elettorale con forze non classiste. Noi crediamo che questo blocco non sia utile al suo scopo dichiarato, cioè la ricomposizione dell’unità della classe operaia nella lotta.
Innanzitutto, bisogna tornare alla genesi del termine: cos’è, nella tradizione leninista, il fronte unico? Il fronte unico, così come sancito dal III e dal IV Congresso dell’Internazionale comunista diretta da Lenin e Trotsky era una misura tattica, non strategica, che doveva servire ai partiti comunisti che già avevano un peso di massa, ma non maggioritario nella classe politicamente attiva, a costruire un ponte verso gli operai socialisti e socialdemocratici che volevano lottare contro i capitalisti, e convincerli così che le direzioni riformiste tradivano i loro interessi di classe. Questa tattica si articolava in proposte pratiche ai partiti riformisti per condurre unitariamente la lotta su obiettivi specifici cui i lavoratori erano sensibili, al fine di smascherare l’indecisione dei riformisti nella lotta e quindi la loro subalternità al il sistema. La tattica presupponeva quindi la piena libertà di critica reciproca tra i partiti che formavano il fronte unico, e inoltre, essendo appunto una tattica, non poteva applicarsi sempre, ma solo in determinate condizioni: nei ricchi dibattiti del III e IV Congresso e dei Plenum del Comitato esecutivo dell’Ic si trovano importanti indicazioni in questo senso. È un errore pensare il fronte unico, come fanno alcune organizzazioni, sia una strategia per la costruzione del partito, un surrogato della lotta ideologica per costruire il partito rivoluzionario. Inevitabilmente, un accordo tra forze rivoluzionarie e forze centriste o riformiste non potrà che essere un programma riformista oppure completamente astratto.
Come ricostruire allora l’unità della classe operaia per lottare contro i capitalisti? Da una parte costruendo e rafforzando il partito rivoluzionario, unico strumento che può veramente unire i lavoratori, secondo l’insegnamento dell’Iskra leninista («Prima di unirci e per unirci dobbiamo anzitutto delimitarci risolutamente e con precisione. Altrimenti la nostra unione sarebbe soltanto una finzione, che maschererebbe la confusione esistente di fatto ed ostacolerebbe la sua radicale eliminazione»), dall’altra promuovendo l’unità d’azione della classe operaia nella lotta, al di là delle divisioni politiche e sindacali, impegnandosi nel movimento operaio e avanzando parole d’ordine unificanti che possano fare avanzare la lotta. Oltre all’attività nei sindacati secondo queste linee, i nostri militanti sono impegnati nella costruzione del Fronte di Lotta No Austerity, un organismo di fronte unico, apartitico ma non apolitico, che raggruppa avanguardie di lotte operaie e sociali di diversi sindacati, di base come confederali, e cerca di promuovere campagne di lotta e rivendicazioni comuni, e in cui le diverse tendenze del movimento operaio possono confrontarsi e proporre la propria linea che la classe potrà sperimentare nella pratica. Il nostro invito ai compagni è di partecipare alla costruzione del Flna e di verificare nella pratica come sia un’esperienza concreta di «fronte unico».

Un partito di militanti con influenza di massa
Ma come abbiamo detto, è necessaria anche una riunificazione politica della classe operaia. E qui veniamo all’ultimo punto della nostra lettera aperta, che vuole essere in realtà una sorta di riassunto e sistematizzazione di argomenti che sono affiorati nel resto del nostro testo. Come dicevamo in apertura, la discussione centrale per noi è quella sul tipo di partito da costruire e che, come si è cercato di dimostrare, è indissolubilmente legato al programma politico. Un partito rivoluzionario non può prescindere dal metodo del centralismo democratico, non può che essere un partito internazionalista e internazionale al tempo stesso, e non può che avere un programma che metta al centro la classe operaia (che troppo spesso viene dimenticata dalla sinistra, anche quella che si rivendica «rivoluzionaria»), ma che sappia anche unire attorno alle rivendicazioni della classe operaia (di cui la principale è la rivoluzione socialista) i settori sociali oppressi nella società capitalista. Questo deve essere un partito di militanti che punti a formare quadri politici che possano avere un’influenza nelle lotte delle masse lavoratrici e oppresse, per elevare così la coscienza degli operai e dei loro alleati sino alla comprensione della necessità della rivoluzione socialista. Nessun altro tipo di partito è in grado di preparare il proletariato per la presa del potere.
Nel programma fondativo della Quarta Internazionale, Trotsky scriveva che «in una società basata sullo sfruttamento, la morale suprema è quella della Rivoluzione sociale. Sono buoni tutti i metodi che elevano la coscienza di classe degli operai, la loro fiducia nelle proprie forze, la loro disponibilità al sacrificio nella lotta. I metodi inammissibili sono quelli che ispirano agli oppressi paura e sottomissione di fronte ai loro oppressori, che soffocano lo spirito di protesta e indignazione o sostituiscono la volontà delle masse con la volontà dei loro capi, la convinzione con la costrizione, l’analisi della realtà con la demagogia e le calunnie». Queste sono per noi le basi di partenza per costruire il partito rivoluzionario, e su queste vogliamo confrontarci con quanti si pongono lo stesso obiettivo. Vediamo con favore, nel percorso che hanno iniziato i giovani compagni del Fgc e gli altri fuoriusciti dal Pc, elementi che vanno in questa direzione, ma riteniamo che i compagni debbano approfondire la loro riflessione teorica e storica, in particolare sul ruolo che lo stalinismo ha avuto nella storia del movimento operaio quale degenerazione del leninismo. Crediamo sia il coronamento logico del percorso che hanno intrapreso.
Ci scusiamo coi lettori della lunghezza di questo testo, ma abbiamo voluto trattare seriamente e approfonditamente i principali spunti di riflessione che abbiamo trovato nei testi sul sito L’ordine nuovo: auspichiamo che i compagni vogliano rispondere e continuare il dibattito, perché crediamo che diverse delle questioni che abbiamo affrontato siano fondamentali per la costruzione del partito rivoluzionario e quindi della rivoluzione socialista in Italia e nel mondo.

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