Partito di Alternativa Comunista

Gli "Stati generali" di Conte: nessuna buona notizia per i lavoratori

 
 
Gli "Stati generali" di Conte:

nessuna buona notizia per i lavoratori
 
 
 
 
 
 
di Alberto Madoglio
 
 
 
Gli «stati generali» dell’economia, convocati dal premier Conte, dovevano essere, nelle intenzioni, un momento di confronto tra il governo, le varie task force istituite in questi mesi di crisi pandemica, e le cosiddette parti sociali, con lo scopo di rilanciare l’azione dell’esecutivo Pd-5stelle.
Come quasi sempre accade in queste situazioni, la montagna ha partorito un topolino: non solo non si è assistito a un rilancio dell’azione governativa, né sono state messe in campo, o anche solo accennate, soluzioni per superare la crisi attuale, ma, al contrario, tutte le frizioni tra le diverse componenti della maggioranza (Pd, 5stelle, Italia viva di Renzi e Leu di Bersani-Speranza) hanno raggiunto un nuovo apice.

La musica non cambia
Per fugare qualsiasi dubbio precisiamo fin da subito che le differenze tra i quattro partiti non riguardano le linee di fondo sulle quali si è fondata l’azione di Giuseppe Conte nell’anno in cui è stato alla guida del governo.
Chi si illudeva che bastasse veder tornare all’opposizione una forza palesemente razzista e reazionaria, con un marcato carattere autoritario come la Lega di Salvini, per assistere a una politica più attenta alle istanze delle classi sociali sfruttate è stato deluso.
Lo scontro, che riteniamo essere reale, tra i due azionisti di maggioranza del governo è il prodotto della crisi economica nella quale l’economia italiana è immersa da un decennio a questa parte, le cui conseguenze sono molto più pesanti e per certi versi drammatiche rispetto a quelle che si sono verificate negli altri Paesi del Vecchio continente e non solo.
L’Italia è una potenza imperialista di medio livello in inesorabile declino nel teatro della competizione mondiale. Né la borghesia tricolore, né i vari soggetti politici che si alternano a governare in suo nome accettano questo destino. Per cercare di conservare più a lungo questo seppur limitato status di potenza, per garantire alle multinazionali italiane un adeguato livello di profitti che sempre più faticosamente ottengono dalle attività estere, sono costretti a inasprire le politiche di austerità contro le classi popolari del Paese. Come risultato si ha che il malcontento popolare al momento si manifesta in un calo di consensi delle forze governative e in frizioni tra i membri della coalizione.
Nel caso specifico del Conte-bis, il Pd rappresenta il partito di riferimento della grande borghesia italiana ed europea, il partito che più pronto a rispondere alle richieste e ai diktat delle classi dominanti.
Parzialmente diverso il discorso per i 5stelle. Si tratta di un movimento prevalentemente piccolo-borghese che al momento non si è dimostrato totalmente affidabile per gli interessi imperialistici italiani, anche se in due anni su tutte le questioni di fondo si è allineato ai desiderata del capitale: la demagogia anti-euro si è trasformata in accettazione dell’ortodossia delle istituzioni europee; sono spariti i timidi distinguo anti Nato e pseudo pacifisti: non è mancano il sostegno alle missioni militari italiane, la conferma dell’acquisto degli F35, dell’istallazione del sistema Muos in Sicilia, del varo di una seconda portaerei ecc. Sul lato ambientale abbiamo assistito ai voltafaccia su Tap, Tav e Ilva. Dal versante sociale chi sente più i grillini parlare di abolizione del Jobs Act e reintroduzione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori?
Una certa dose di ambiguità rimane appunto per la natura di classe del Movimento e per il tentativo di non perdere consensi, cercando di barcamenarsi tra l’affidabilità pro-establishment del Pd e il populismo di Lega e Fratelli d’Italia.
È in questo quadro che possono essere lette e comprese le tensioni delle ultime settimane relative all’attivazione del Mes per le spese sanitarie. Di Maio e soci sanno benissimo che un voto a favore del Mes rischia di essere la pietra tombale sul loro futuro politico.
Il Coronavirus non ha certo causato la crisi economica per l’Italia né per altre economie, tuttavia ha avuto l’effetto di accelerarne e moltiplicarne gli effetti. Tutto ciò spiega le difficoltà in cui si sta imbattendo il governo.
Certo, l’allentamento, per non dire la scomparsa, della disciplina di bilancio per lo Stato, gli acquisti miliardari fatti dalla Bce per sostenere il debito pubblico, la probabilità che la Commissione europea vari un piano di sostegno alle economie più in difficoltà, permettono al Governo di avere margini di manovra, seppure molto stretti e limitati nel tempo (il vicepresidente della Bce e il vicecommissario all’economia Dombrosky hanno recentemente ricordato che gli obblighi relativi al Patto di stabilità dovranno essere ripristinati a breve). Molti provvedimenti sono solo delle garanzie a carico dello Stato, e non dei fondi aggiuntivi da spendere immediatamente. La grande borghesia ambiva ad altro, ma allo stesso tempo è consapevole che sta ottenendo, in un modo o nell’altro, risorse che non ha mai avuto in passato.
Infatti, secondo indiscrezioni di stampa, l’incontro in una sessione degli «stati generali» tra il primo ministro e il nuovo presidente di Confindustria è stato molto cordiale, dopo i vari j’accuse rivolti da Bonomi a Conte.
Il leader di Confindustria rappresenta quella fetta di grande borghesia, per lo più presente al nord, che mal sopporta, specialmente di questi tempi, i bizantinismi della politica. Un governo col Pd senza 5stelle sarebbe per lei la soluzione ottimale, ma come sempre sa fare di necessità virtù, consapevole più di qualche teorico post-marxista che, in una società dominata dal capitale, tutti i governi in ultima istanza fanno gli interessi della classe dominante e che sono ben lungi dall’essere neutrali.

Allontanare la resa dei conti… ma fino a quando?
Senza dubbi tutta questa montagna di risorse consente anche di non rendere urgente l’applicazione di politiche anti-operaie draconiane: estensione della cassa integrazione a tutte le aziende, bonus, per quanto modesti, alla piccola borghesia, sono gli strumenti che il governo sta usando per mantenere un qualche consenso tra gli elettori. Certo tutto ciò non è sufficiente, né è detto che basti a evitare un’esplosione di malcontento sociale, che molti anzi danno ormai per inevitabile a partire dal prossimo autunno.
La cassa integrazione per il momento garantisce piccole entrare salariali a milioni di lavoratori, evitando milioni di licenziamenti, ma tutti sanno che non potrà durare oltre il 2020.
Il blocco dei licenziamenti, protratto anch’esso fino al 31 dicembre, viene aggirato in vari modi: con provvedimenti disciplinari inventati di sana pianta, con chiusure attività pilotate per riaprire poi con altre denominazioni e con un numero inferiore di lavoratori, con appigli procedurali di vario tipo.
La tanto propagandata proroga dei contratti a tempo determinato è cosa ben diversa da come viene veicolata. Lo stesso ministro delle finanze Gualtieri ha ammesso che si tratta della possibilità di prorogare questi contratti senza particolari motivazioni. Non è certo un obbligo, quindi se il padrone non vuole rinnovare (e sappiamo che in molti settori e imprese il personale precario raggiunge percentuali rilevanti dell’intera forza lavoro) nulla gli viene imputato. Non per niente su Affari e finanze del 29 giugno è apparso un articolo in cui per l’Italia si prevede un numero di nuovi disoccupati che, per il 2020, varia tra 1,1 e 1,3 milioni.
Il risultato di maggior successo della kermesse governativa senza dubbio è stato quello di essere riusciti a coinvolgere le burocrazie sindacali, non solo quelle di Cgil Cisl Uil, ma anche quelle di alcuni sindacati di base. È significativo che nel pieno della peggiore crisi economica della storia, che per l’Italia supera ormai il decennio, alla vigilia di un autunno che mai come il prossimo non potrà che riservare lacrime e sangue a milioni di proletari, chi dovrebbe rappresentare gli interessi dei lavoratori si presti a un’operazione puramente mediatica, utile solo a rafforzare il governo.
Perché questo è il risultato, al di là delle argomentazioni dei dirigenti sindacali. Immaginiamo quali potranno essere le risposte alla nostra critica: tra i doveri di un sindacato vi è anche quello di trattare con l’avversario, quindi se il governo chiede quali sono le nostre proposte in campo economico sarebbe sbagliato sottrarsi a questo tipo di richiesta.
Noi la pensiamo diversamente. Compito di un sindacato, soprattutto se si definisce classista e anti-concertativo, dovrebbe essere quello di dotarsi di un programma per mobilitare i lavoratori e proporre loro un’uscita dalla crisi economica da un versante di classe, anticapitalista.
Fortunatamente quello che è avvenuto e sta avvenendo in Cile, Francia e soprattutto Stati Uniti è lì a dimostrare che a un certo punto le tensioni e le differenze causate dalla lotta di classe non possono essere messe per molto tempo a tacere nemmeno dalla più sottile manovra di palazzo e che coloro i quali oggi fingono di essere, come Landini, i portavoce delle rivendicazioni operaie, prima o poi saranno travolti da quella rabbia che loro stessi hanno tentato di sopire.

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