Partito di Alternativa Comunista

Fase 2: una trappola mortale Il capitale sacrifica la vita per la borsa

Fase 2: una trappola mortale 

  Il capitale sacrifica la vita per la borsa

 

 

 

fabiana stefanoni

 

 

 

Se l’avessimo raccontata qualche mese fa, sarebbe stata la trama di un romanzo di fantascienza. Nell’epicentro di una pandemia di cui non si conoscono i meccanismi di contagio, con un bilancio di circa 30 mila morti in due mesi (ma probabilmente sono almeno 11 mila in più secondo gli ultimi dati Istat) e con centinaia di migliaia di infetti, dopo aver costretto per due mesi le persone a restare rinchiuse in casa, il governo riapre tutte le fabbriche e si appresta a riavviare, a breve, ogni altra attività (bar e ristoranti inclusi). Un po’ come quando, durante le epidemie di peste dei secoli passati, si organizzavano le processioni di massa per chiedere l’aiuto di Dio, accelerando così il ritmo del contagio.
«Fermi tutti, avevamo scherzato». Si potrebbero riassumere così gli ultimi decreti del governo Conte e dei vari governatori regionali - da Bonaccini a Zaia a Fontana – tutti uniti nella convinzione che si possa «ripartire» con la produzione e la compra-vendita di merci in uno scenario drammatico come quello attuale. La spiegazione è, purtroppo, semplice. La sete di profitto del capitale finanziario e industriale ha avuto la meglio sull’evidenza scientifica. L’incapacità del sistema di offrire una via d’uscita alle masse impoverite (e psicologicamente stremate) sta facendo sì che la «ripartenza» avvenga in un clima di consenso diffuso. Il capitalismo offre all’umanità una sola alternativa: o morire di Covid o morire di fame.
La fantascienza purtroppo non c’entra: è la dura realtà del capitalismo che mostra tutta la sua assurdità e ferocia. E’ importante, per capire quello che sta succedendo, analizzare il contesto da diversi punti di vista, tra loro connessi: economico, politico, ideologico.

Il retroscena della Fase 2
Dal punto di vista economico, il combinarsi della recessione e del lock-down ha reso più famelici gli appetiti dei grandi capitalisti, accentuando la competizione interborghese. I duri scontri che hanno preceduto la nomina di Bonomi al soglio di Confindustria, così come l’impegno profuso dagli Agnelli-Elkann per accaparrarsi le principali testate giornalistiche (da Repubblica a La Stampa), sono lo specchio di questa competizione. Se il bottino che si devono dividere rischia di assottigliarsi, i briganti si armano gli uni contro gli altri, e anche le testate giornalistiche tornano utili.
Dal punto di vista politico, va segnalato che il governo Conte è un governo borghese di tipo particolare. È una coalizione tra un partito espressione di ampi settori della grande borghesia (Pd), un partito a base piccolo-borghese (M5S) e una piccola componente che si richiama alla sinistra (Leu). Va aggiunto che gode del pieno sostegno delle grandi burocrazie sindacali di Cgil, Cisl e Uil. Dovendo barcamenarsi tra tanti interessi in gioco – quelli della grande borghesia rappresentata dal Pd, quelli della piccola-borghesia del M5S e quelli (in teoria) dei lavoratori cui si richiama Leu – il governo Conte fin dall’inizio non ha avuto dubbi da che parte stare: si è schierato con la grande borghesia. All’indomani dell’esplosione dell’epidemia, ha stanziato 400 miliardi di aiuti alle aziende (senza contare un’altra ampia serie di aiuti indiretti, nella forma di incentivi e cassa integrazione), ha completamente abbandonato i lavoratori e le masse povere e ha riservato pochissime briciole alla piccola borghesia (poche centinaia di euro di mancia).
Ma, si sa, quando la coperta si accorcia tutti provano a tirarla dalla loro parte. È per questo che Bonomi alza ulteriormente il tiro, critica il governo e non esita a strizzare l’occhio alle destre populiste (1), Elkann sottrae al Pd la sua testata storica (Repubblica) per sponsorizzare la linea oltranzista di Renzi, altri grandi capitalisti (quelli più organici al Pd, da De Benedetti a Della Valle) preferiscono impegnarsi nella difesa del governo temendo scenari a loro più svantaggiosi. Degno di nota che in questo stesso fronte a difesa di Conte troviamo non solo il fedelissimo Fatto quotidiano, ma persino Il Manifesto, che, prima volta nella sua storia, ha persino lanciato una petizione a sostegno del governo! (2)
Ma se la borghesia è al suo interno divisa, su una cosa si presenta unita: bisogna far ripartire subito la macchina del profitto, ad ogni costo.

Convivere… con la morte?
Difficile non capire che, se si riavviano tutte le attività produttive (e non solo), succederà, su scala più ampia, quello che è successo in provincia di Bergamo poche settimane fa. È ormai risaputo che in quei territori fu Confindustria a fare pressioni per riaprire le fabbriche: il risultato sono stati migliaia di contagiati e centinaia di morti in poche settimane. Adesso ciò che è successo in Valseriana rischia di estendersi ad ampie zone del Paese, moltiplicato per mille: se la situazione è diventata rapidamente drammatica quando i contagi erano poche decine, non osiamo immaginare cosa potrà succedere ora, con centinaia di migliaia di contagiati (tra cui moltissimi asintomatici che non rientrano nelle statistiche, perché non hanno fatto né tamponi né test sierologici).
Il sistema capitalistico è un sistema barbaro e disumano, e lo è particolarmente nelle fasi di crisi e decadenza profonda, come quella odierna. Chi decide delle sorti dell’umanità sono pochi ricchissimi miliardari che, con la complicità dei governi, mettono il profitto davanti a tutto. Se le fabbriche devono riaprire perché lo pretende la legge del mercato, le fabbriche riaprono. Poco conta che producano merci per nulla necessarie. Tanto più si accentua la competizione intercapitalistica (sia a livello nazionale che internazionale), tanto più la salute e la vita di milioni di persone passano in secondo piano. «Se un’altra azienda rischia di prendersi le nostre commesse, siamo obbligati a ricominciare»: il grande industriale di fronte alla prospettiva di un buco di bilancio si libera rapidamente degli orpelli umanitari.
Abbiamo visto cosa ha comportato, a febbraio, la campagna «Milano non si ferma» lanciata dal sindaco di Milano, Sala (seguita a ruota da altri governatori): i posti in ospedale si sono rapidamente riempiti, dopo poco è risultato necessario chiudere tutto (e rinchiudere le persone in casa) per far fronte a un’emergenza incontenibile. Veramente qualcuno pensa che qualche posto libero in terapia intensiva in più – magari dovuto all’aumento dei morti o al fatto che molti anziani non vengono più ricoverati - sia un buon motivo per far ripartire quella trappola mortale? Ciò che succederà a breve è scontato, e qualsiasi virologo serio dovrebbe dirlo: o saremo costretti a richiudere presto tutto, oppure dovremo imparare a… convivere con la morte. Noi pensiamo che ci sia una terza strada percorribile: lo spiegheremo alla fine di questo articolo.

La trappola e i suoi ideologi
C’è un altro aspetto, però, su cui bisogna soffermarsi, ed è il fattore ideologico, culturale: la Fase 2 e il «dobbiamo ripartire» godono del consenso dell’opinione pubblica, consenso diffuso persino negli ambienti che dovrebbero avere maggiore consapevolezza delle logiche economiche che si nascondono dietro l’interruzione del lock-down.
Che le larghe masse oggi capitolino alla falsa idea che tutto sia più o meno finito e che si possa ricominciare non deve stupire. Questo dipende anzitutto dalla loro condizione materiale: il governo le ha lasciate nella miseria più nera. Ci sono milioni di disoccupati che non hanno avuto nemmeno un euro di aiuto; gli operai e i dipendenti, nella migliore della ipotesi, sopravvivono a stento con le briciole della cassa integrazione (e molti non l’hanno ancora ricevuta); i piccoli commercianti e negozianti non possono certo campare a lungo con 600 euro. A tutto questo va aggiunto l’effetto devastante che ha avuto sulle vite di molti, soprattutto sulle donne, il fatto di restare rinchiusi in casa, in luoghi piccoli e inospitali, dovendo seguire i figli, con o senza uno snervante lavoro a distanza, magari anche con un convivente violento. Non potendo immaginare un mondo diverso da questo, in tanti preferiscono rischiare il contagio piuttosto che morire lentamente.
A tutto ciò va aggiunto che, come ci ha insegnato Marx, nel capitalismo la classe dominante (cioè la grande borghesia, i ricchi capitalisti) non possiede solo i mezzi della produzione materiale, ma anche i mezzi della «produzione di pensieri». Come dimostrano le recenti vicende di Repubblica, chi detiene la maggioranza delle azioni decide anche la linea editoriale: questo vale per i quotidiani e le riviste, come per le trasmissioni televisive. Marx, nell’Ideologia tedesca, scriveva qualcosa che vale ancora oggi: nelle fasi ordinarie, di relativa calma e prosperità, il capitalismo lascia una certa libertà ai suoi «ideologi», siano essi giornalisti, intellettuali o uomini di scienza. Ma, aggiungeva, quando la classe dominante vede minacciati i propri interessi – come sta accadendo ora per il combinarsi della recessione e della crisi del coronavirus – tutti costoro vengono richiamati all’ordine. Si dilegua allora, per dirla con Marx, qualsiasi «parvenza che le idee dominanti non siano le idee della classe dominante e abbiano un potere distinto dal potere di quella classe» (3).
In queste settimane funeste il grande capitale ha bisogno di inculcare nelle coscienze delle masse la falsa idea che l’emergenza sia finita: per farlo, sta dispiegando tutta la sua potente macchina propagandistica. Non dobbiamo sorprenderci, quindi, se trasmissioni televisive di solito controcorrente, come Report, oggi si sperticano in elogi al modello Ferrari di Maranello; se famosi virologi mettono il loro marchio all’apertura degli stabilimenti Fca (Burioni) o Pirelli (Galli) esponendo al rischio di contagio decine di migliaia di operai; se attori e registi stanno mettendo le loro facce a disposizione di disgustosi spot pubblicitari che elogiano le aziende «che non hanno mai chiuso» o «che vogliono far ripartire l’Italia»; se i filosofi vengono ingaggiati in progetti per innovare il mondo dell’impresa (4); se, infine, persino alcuni scrittori si attivano in surreali campagne per «la maturità in presenza» funzionale solo a dimostrare che stiamo tornando a una presunta normalità (5). Ovviamente, diversi di costoro sono profumatamente ricompensati per il loro «impegno». Ma, va precisato, il fenomeno è più complesso: in molti, anche negli ambienti culturali meno prezzolati, si stanno facendo condizionare dalla retorica del «ritorno alla normalità».
È bene, in situazioni come queste, imparare a non farsi trascinare dalla corrente. Purtroppo, costatiamo che anche negli ambienti politici di sinistra, nei movimenti e nel sindacalismo conflittuale in tanti stanno - qualcuno in buona fede, qualcuno meno - assecondando l’idea che la vita possa tornare come prima: le fabbriche possono aprire, i negozi pure e, magari, è possibile già oggi in Italia tornare in piazza come facevamo qualche mese fa... Le cose non stanno così. Il compito dei rivoluzionari, in questo momento, è anzitutto quello di spiegare alle masse che dietro questo coro unanime del «dobbiamo ripartire» si nasconde un preciso interesse di classe: quello del grande capitale che vuole riattivare la produzione di merci. Riconoscere questa verità di classe è un passaggio necessario affinché quelle stesse masse non si tramutino in vittime ingenue di inganni e illusioni che possono costare loro molto caro.

Quale via d’uscita?
È sempre più evidente che non ci sono vie d’uscita all’interno del sistema capitalistico. Se vogliamo evitare che la nostra libertà si riduca alla possibilità di scegliere di che morte morire, se vogliamo arginare l’ascesa dei populismi e dei nuovi fascismi (sempre pronti a cavalcare il malcontento), è necessario mettere all’ordine del giorno la costruzione di un sistema economico e sociale alternativo al capitalismo: un sistema economico socialista, che espropri i capitalisti assassini e avvii la pianificazione dell’economia in funzione dei bisogni delle masse. Solo così sarà possibile produrre senza mettere a rischio le vite di milioni di persone, reperire le risorse per costruire una sanità pubblica degna di questo nome, riavviare nuove forme di educazione che preservino la salute degli studenti e del personale sgravando al contempo i genitori dal lavoro di cura, mettere in campo un piano di edilizia popolare che garantisca una quotidianità dignitosa a chiunque sia costretto a stare in quarantena. Finché le ricchezze saranno concentrate nelle mani di pochi Paperoni senza scrupoli non ci sarà nessuna «Fase 2» compatibile con la sopravvivenza.
Trotsky già nel secolo scorso definiva il sistema capitalistico un sistema «putrefatto». Oggi possiamo dire che la crisi economica, quella ambientale e quella pandemica dimostrano che la putrefazione è a uno stadio avanzato. Sembra difficile, sulle basi di queste macerie, costruire un mondo migliore: come far fare a un vecchio malato quello che non è stato in grado di fare quando era giovane e sano. Ma la verità è che le condizioni oggettive per espropriare un pugno di capitalisti assassini e dare vita a un mondo nuovo, socialista, sono pronte da molto tempo. Si tratta di costruire gli strumenti che servono per farlo nascere, cioè occorre anzitutto costruire una direzione rivoluzionaria internazionale. Mai come ora è il caso di dire: facciamolo prima che sia troppo tardi!

(1) Si veda la feroce intervista rilasciata al Corriere della Sera il 4 maggio.
(2) 
https://ilmanifesto.it/se-un-appello-raccoglie-grande-consenso/

(3) La citazione è tratta dall’Ideologia Tedesca di Marx ed Engels.
(4) 
https://www.huffingtonpost.it/entry/imprese-e-filosofi-si-danno-appuntamento-per-riflettere-sul-presente-e-pensare-il-futuro_it_5eac39f3c5b6995f14002536

(5) E’ il caso dello scrittore Paolo Giordano che a fine aprile ha lanciato sulle prime pagine del Corriere della sera un appello a svolgere l’esame di maturità in presenza a giugno, appello non casualmente subito rilanciato dal Sole24Ore, il giornale di Confindustria («Obiettivo maturità in classe a giugno» l’apertura de Il Sole24Ore del 21 aprile).

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