Partito di Alternativa Comunista

Il nostro modello per vincere domani Le basi della concezione del partito rivoluzionario

Il nostro modello per vincere domani

Le basi della concezione del partito rivoluzionario

 

 

 

di Giorgio Viganò

 

 

«Prima di unirci e per unirci dobbiamo innanzitutto delimitarci risolutamente e con precisione»: parole che provengono dal primo numero dell’Iskra, il giornale fondato per iniziativa di Lenin nel 1900 che, come «organizzatore collettivo», inizia a riarmare la propaganda dei marxisti russi in un momento di difficoltà nel fare presa sulla classe operaia. Nonostante le poche decine di militanti alle spalle, la decisione di intraprendere questa pubblicazione rappresenta l’inizio di una battaglia serrata contro le correnti riformiste che costituirà la base della costruzione del partito bolscevico. Un partito unico in quanto protagonista dell’unica rivoluzione nella storia in grado di portare la classe lavoratrice al potere, al controllo politico ed economico della società.
Per questo, nonostante sia passato più di un secolo dall’Ottobre, è necessario ancora oggi abbeverarsi alla storia e alla teoria di questa organizzazione, come anch’essa fece con modelli precedenti: non per ricalcarne fedelmente e sterilmente le strutture formali, ma per apprendere il succo della sua concezione e saperlo applicare nel mare frastagliato del presente.

 

La delimitazione programmatica e organizzativa

Delimitazione, quindi. E da questa è necessario partire per capire il motivo per cui è fondamentale trattare della concezione del partito. Citando il nostro compianto dirigente Ruggero Mantovani, «il programma è il partito e il partito è il programma»: ciò è vero in quanto, senza lo strumento adatto per l’intervento rivoluzionario nelle mobilitazioni, un programma di rivendicazioni - per giuste che siano - rimane lettera morta, incapace di cambiare la società; al contempo, questo programma non può esistere se non spinto dalla concreta necessità d’inserimento nelle contraddizioni di un partito strutturato in modo tale da potere incidere realmente tra i lavoratori in lotta, aggiornando continuamente le sue parole d’ordine in luce della volontà essenziale di elevare la coscienza di classe.
Ciò torna utile per capire da chi è necessario delimitarsi per costruire questo strumento: essenzialmente, riformisti e centristi.
La separazione dai riformisti è la prima battaglia di Lenin, condotta mediante lo strumento dell’Iskra. Essa viene combattuta principalmente su due fronti, quello in cui il giornale si scontra con il cosiddetto «marxismo legale» e quello in cui si scontra con la corrente degli economicisti: in estrema sintesi, da una parte i rappresentanti in Russia del revisionismo di Bernstein, che aveva trasformato il Partito Socialdemocratico di Germania in una formazione elettoralista che prospettava l’avvento futuro del socialismo come naturale trasformazione dello sviluppo del capitalismo; dall’altra, gli economicisti, un gruppo variegato che postula l’abbandono più o meno temporaneo della lotta politica per quella unicamente economica, rinunciando al compito di elevare la coscienza di classe degli operai e al socialismo, se non in una proiezione in un lontano futuro. Dunque, appare chiaro quale sia l’elemento di delimitazione tra i rivoluzionari e i riformisti: il programma, che è la cartina al tornasole di una divisione campale tra chi difende gli interessi del proletariato e chi ricopre il ruolo di «agente della borghesia in seno al movimento operaio», usufruendo di scranni parlamentari e posizioni di governo.
Meno evidente è la natura della delimitazione tra noi e i centristi e, per questo, d’importanza financo maggiore: d’altronde, come scrive Trotsky negli anni in cui s’inizia ad utilizzare il termine, «a causa della sua ambiguità organica, il centrismo non si presta ad una definizione precisa; si caratterizza piuttosto da ciò che gli manca che da ciò che ha». Possiamo spannometricamente definire il centrismo come una tendenza politica dagli altisonanti proclami rivoluzionari, spesso pubblicamente ostile al riformismo, ma caratterizzata da una impostazione opportunista che, mediante la rimozione di alcune centrali nozioni della teoria marxista, le permette di svincolarsi dalla politica rivoluzionaria in favore del movimentismo più disponibile agli accordi sottobanco. Per focalizzare meglio la questione, si può affermare che ciò che ci differenzia da loro non è tanto il programma in astratto, ma la concezione del partito, e, di conseguenza, l’applicazione concreta del programma stesso.

 

Dalla battaglia al riformismo alla battaglia al centrismo

Quindi, detto dell’inizio della battaglia di Lenin contro il riformismo, si può fissare la data dell’inizio della sua seconda battaglia, quella contro il centrismo, che pure all’epoca non era un termine utilizzato ed è, dunque, reinterpretabile in questo modo solo a posteriori: estate del 1903, secondo Congresso del Partito operaio socialdemocratico russo.
Dopo una prima parte che discute sul programma politico del partito, in cui l’esito delle votazioni è circa unanime, è un comma dell’articolo 1 dello Statuto a innescare quella che si manterrà poi come divisione tra menscevichi e bolscevichi e che vedrà i due schieramenti da parti diametralmente opposte della barricata nel momento decisivo della rivoluzione del 1917. Il tema sono i criteri di appartenenza al partito: Martov, leader dei menscevichi, li indica nella condivisione del programma, nel sostegno economico e nella «concessione del proprio aiuto guidato da una delle organizzazioni del partito»; Lenin, da quel momento in poi a capo dei bolscevichi, condivide i primi due punti, ma propone come terzo criterio la «partecipazione personale in una delle organizzazioni del partito». La differenza non è chiara e può apparire minimale, ma ad evidenziare l’importanza della divergenza è in primis il feroce dibattito che ne scaturisce e, soprattutto, le conseguenze politiche a lungo termine che si vengono a delineare da allora, ma anche lo stesso Martov, che, in Storia della Socialdemocrazia russa, chiarisce che la discussione «metteva in luce le profonde divergenze esistenti sulla questione fondamentale del rapporto fra partito e movimento operaio».
Le due formulazioni sottendono, quindi, una diversa concezione del partito, che darà vita a due diverse forme partitiche, le quali rimarranno codificate nella storia del movimento operaio: il partito di massa, menscevico, e il partito d’avanguardia, bolscevico. In pratica, mentre Martov propone di lasciare le porte dell’organizzazione aperte a qualsiasi persona voglia impegnarsi in qualche forma d’attività anche soltanto associata al Posdr, Lenin ritiene fondamentale demarcare nettamente i militanti, che assicurano una regolare e quotidiana militanza nelle strutture del partito e, perciò, sono protagonisti delle sue scelte, dai semplici simpatizzanti.

 

L’importanza del partito rivoluzionario

La radice del problema, dunque, come sostiene lo stesso Martov, risiede nella questione del rapporto tra partito e classe e la scelta di Lenin è conforme alla risposta che i marxisti danno ad una domanda tra le più importanti: perché per fare la rivoluzione socialista c’è bisogno di un partito?
Infatti, è pur vero che la lotta di classe esiste a prescindere dal fatto che la si teorizzi: in una società divisa in due classi fondamentali, in cui una minoranza vive del lavoro della maggioranza delle persone, gli interessi materiali sono inconciliabili, perciò le lotte dei lavoratori sorgono spontaneamente a tutela delle loro stesse condizioni di vita. Esse talvolta sono molto accese, ottengono delle vittorie, trascendono le rivendicazioni strettamente locali e possono acquisire una connotazione politica: questo è riconosciuto innanzitutto da Marx nel primo capitolo del Manifesto, ma può essere semplicemente constatato da chiunque
Tuttavia, la classe dominante rimane al potere anche dopo la conquista di maggiori salari e diritti da parte del proletariato ed è pronta, soprattutto nei momenti di crisi, a salvaguardare i propri profitti revocando quanto ottenuto dai lavoratori nelle lotte precedenti. E’ emblematico il caso, in Italia, dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori, che rappresentava una tutela reale contro il licenziamento illegittimo: grande conquista delle lotte di fine anni Sessanta che sono culminate nell’Autunno caldo del 1969, è stato praticamente cancellato dal Governo Renzi, che ne ha determinato l’applicabilità soltanto dopo tre anni dall’assunzione.
Inoltre, quando la classe lavoratrice irrompe sulla scena politica, è automaticamente esposta alla colonizzazione da parte dei riformisti, che affievoliscono le rivendicazioni, ostruiscono il dispiegamento delle forze mobilitate e riportano la protesta nell’alveo della gestibilità borghese.
Qual è il problema? Che - usando la formula che Marx adopera ne L’Ideologia tedesca - «le idee della classe dominante sono, in ogni tempo, le idee egemoniche». Dunque, non c’è da stupirsi che, in un momento storico di stallo delle lotte, il proletariato in crisi affidi sempre più le proprie speranze politiche alla propaganda delle direzioni opportuniste della sinistra riformista e borghese e, soprattutto nei momenti di crisi più profonda, delle destre più becere, ma soprattutto c’è da focalizzare un concetto: da sola, la classe operaia nel suo insieme non può arrivare a concepire la necessità della rivoluzione, in quanto la sua coscienza di massa è istruita ogni giorno, sin dalla nascita, all’accettazione del capitalismo quale condizione naturale e senza tempo, che le classi dominanti propagandano continuamente tramite ogni mezzo che hanno a disposizione, dalla pubblicità alla scuola. Quindi, il socialismo non può nascere spontaneamente dalle lotte.
Tuttavia, le evidenti contraddizioni del sistema rendono possibile pensare al socialismo come alternativa di società o meglio, sempre citando Marx, come «movimento effettivo che sopprime lo stato di cose vigente»: il marxismo rende scientificamente fondata questa aspirazione e subito dà vita ad una serie di piccole organizzazioni con influenza sui lavoratori in lotta, diremmo oggi «partiti d’avanguardia».
Il partito è per forza partito di militanti che quotidianamente si dedicano alla causa e dedicano una significativa parte del loro tempo alle questioni teoriche. Questo è particolarmente importante in quanto soltanto una salda impostazione teorica può aiutare a costruire una cortina contro l’ingresso dell’ideologia dominante nel partito: chiaramente, ognuno ne è influenzato, nessuno è un’isola, ma lo studio, la militanza e la discussione all’interno del partito permettono di allontanarla il più possibile. Al contrario, come afferma Trotsky, il centrismo «elude per quanto possibile gli obblighi teorici e tende (a parole) a privilegiare la “pratica rivoluzionaria” rispetto alla teoria, senza comprendere che solo la teoria marxista può dare un orientamento rivoluzionario alla pratica».
Il partito di massa, invece, permette a chiunque l’ingresso nelle sue strutture e nelle decisioni politiche, rendendosi estremamente permeabile alla contaminazione da parte dell’ideologia borghese, come testimonia la fine che fecero i menscevichi, un esempio tra i tanti che la storia abbia offerto. Dal punto di vista programmatico, questo si traduce in un abbassamento delle formulazioni del partito al livello della massa succube della classe dominante; invece, riconoscere - come i marxisti fanno - che la classe non è un monolite, ma è composta da strati con diversi livelli di coscienza, è la base per chiarire quali siano i compiti del partito rivoluzionario: conquistare gli elementi più avanzati del proletariato (l’avanguardia) e intervenire nelle lotte spontanee, materiali, con parole d’ordine che spieghino ai lavoratori che le loro condizioni sono il prodotto di un sistema barbaro e che la loro lotta è solo il primo passo necessario per la liberazione loro e di tutta l’umanità.
Chiaramente, anche il partito non è statico: ogni nuovo militante necessita di essere formato e ciò reca un rinnovamento nella formazione dei vecchi militanti, ogni ingresso può ampliare l’orizzonte della discussione verso i campi d’intervento e d’interesse dei nuovi entrati, il programma cresce, si dettaglia, rinnova le parole d’ordine, l’organizzazione risponde a nuove necessità, gode di maggiori disponibilità e si perfeziona.
L’appoggio corpo e mente alle lotte è la garanzia che il partito fornisce; la formulazione di rivendicazioni transitorie che mettano in evidenza l’impossibilità di questo sistema di far fronte alle richieste e ai bisogni dei lavoratori è il modo in cui esso cerca di far crescere la loro coscienza della necessità della rivoluzione e di ampliare le proprie fila; la formazione teorica e la disciplina moltiplicano le forze di questo gruppo per sua natura minoritario.

 

Non c’è partito rivoluzionario senza centralismo democratico

L’unica modalità che permette l’efficacia di quest’azione è il centralismo democratico. Esso è la risposta alla necessità di un ampio confronto sulle questioni all’ordine del giorno, che trae forza dalla partecipazione ai momenti decisionali delle diverse individualità presenti nel partito, e a quella dell’operatività delle decisioni nell’intervento pratico: in poche parole, massima libertà d’espressione nella discussione interna, massima unità nell’azione.
Il centralismo democratico, per cui già Marx ed Engels affrontano una battaglia politica contro gli anarchici bakuniniani nella prima Internazionale, non è solo la modalità necessaria per il partito rivoluzionario, ma anche l’unica che permetta di tradurre in pratica decisioni democratiche da parte di qualsiasi collettività umana. Il principio è da secoli contestato da anarchici e movimentisti, che ne disegnano spesso descrizioni caricaturali, ma non solo è il presupposto per l’efficacia dell’azione; è, invero, la garanzia per la democrazia interna: non è raro che all’interno dei movimenti ci si imbatta nella confusione organizzativa causata da concezioni sbandierate come «più inclusive» e «dal basso», situazione che viene sfruttata dai burocrati dirigenti per prendere decisioni alle spalle dell’assemblea.
L’elezione degli organismi centrali e la subordinazione delle istanze locali a quelle nazionali e internazionali, unita alla revocabilità delle cariche, è il modo per costruire un partito che agisca come un sol uomo, sapendo articolare gli interventi in base alle particolarità locali, ma coerente ed uniforme nelle questioni principali a livello internazionale.

 

Il partito rivoluzionario è internazionale o non è

Il partito rivoluzionario, infatti, non può che essere internazionale: innanzitutto, la condivisione delle interpretazioni dei momenti storici e delle esperienze di altri Paesi arricchisce le avanguardie e si unisce allo studio della storia nel permettere loro di farsi trovare pronti nei momenti critici. In questo senso, per citare le esperienze più recenti, le mobilitazioni brasiliane, in cui il nostro partito fratello, il Pstu, ha avuto un ruolo di primo piano, e la rivoluzione cilena, in cui i nostri compagni del Mit sono l’unica organizzazione partitica accettata nelle piazze, rappresentano per noi una fonte d’ispirazione e d’insegnamento circa l’attività dei rivoluzionari in quelle situazioni decisive che tanto sembrano distanti talvolta, ma in cui il partito non può rischiare di farsi trovare impreparato.
Inoltre, ed è la considerazione più importante, la costruzione dell’Internazionale dev’essere intesa come azione concreta per rendere possibile la vittoria della rivoluzione. Come si è visto in Russia, l’isolamento della repubblica sovietica e le difficoltà economiche che ne derivarono furono la causa fondamentale della proliferazione patologica del parassita burocratico controrivoluzionario, che annullò l’impresa del partito bolscevico e soppresse nel sangue il corpo militante protagonista dell’Ottobre. Il capitalismo è un sistema mondiale, retto da una fitta trama di collegamenti internazionali e le sue crisi si verificano su scala globale, inasprendo in diversi Paesi allo stesso momento le condizioni oggettive per la trasformazione rivoluzionaria. Inoltre, nella storia è sempre accaduto che dalla vittoria totale o parziale della rivoluzione in un Paese traessero linfa vitale i movimenti di molte altre nazioni: essere pronti a sfruttare l’onda lunga di tali occasioni e sostenersi vicendevolmente nell’edificazione della nuova società sono i motivi centrali che spiegano la necessità dell’internazionalismo.
Un internazionalismo non solo sbandierato quale principio morale, ma che trova applicazione nella costruzione non di gruppi amichevoli che s’incontrano saltuariamente, ma di una vera Internazionale, in cui le sezioni locali dipendono dalle decisioni centrali e in cui gli organismi superiori, democraticamente eletti, lavorano ogni giorno fianco a fianco.
Questo è il partito di cui la classe lavoratrice ha bisogno per mettere la parola fine ad un sistema che può offrire all’umanità soltanto distruzione e costruire la società socialista di cui c’è sempre più bisogno.

 

 

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