Partito di Alternativa Comunista

Debiti per le famiglie e profitti per le imprese

Debiti per le famiglie e profitti per le imprese
Fotografia di un’Italia divisa in classi: padroni all’ingrasso e lavoratori a stecchetto
 
 
di Riccardo Rossi
 
L’ultimo rapporto Istat, “Distribuzione del reddito e condizioni di vita in Italia”, denuncia in maniera precisa la tragica condizione materiale in cui versano milioni di italiani: una famiglia su sette dichiara di arrivare con molte difficoltà alla fine del mese, una su tre non è in grado di far fronte a una spesa imprevista di 600 euro, il 10% dichiara di non potersi permettere di riscaldare adeguatamente l’abitazione, il 50% delle famiglie vive, o forse sarebbe meglio dire sopravvive, con meno di 1850 euro al mese.
Da tale quadro emerge la drammatica questione salari in Italia. Il rapporto Ires-Cgil ci dice che poco più di 14 milioni di lavoratori percepiscono meno di 1300 euro al mese e che ben 7,3 milioni sono sotto i 1000 euro al mese, in gran parte precari e immigrati senza diritti e tutele. Salari da fame in un’Italia con un’inflazione misurata dall’Istat in questi anni mediamente al 2,5% - un dato che ogni persona dotata di buon senso considera ridicolo - mentre il carovita impazza con il petrolio sui 100 dollari al barile e con prezzi di pane, pasta ed ortofrutta alle stelle; per non parlare dei prezzi raggiunti dalle abitazioni e dagli affitti.
 
Esplosione del credito al consumo e dell’indebitamento delle famiglie
Per far fronte a tale situazione vengono in “soccorso” dei poveri lavoratori le banche, le mille finanziarie che spuntano come funghi in ogni quartiere, specie i più poveri. Esplode il credito al consumo in un Paese come l’Italia che fino a pochi anni fa, insieme al Giappone, era con i più alti tassi di risparmio.
L’indagine della Banca d’Italia c’informa che i debiti delle famiglie italiane raggiungono i 300 miliardi di euro (600.000 miliardi delle vecchie lire) con un incremento di 25 miliardi nel solo 2006. Impressionante il dato sul credito al consumo che aumenta sino a toccare i 51 miliardi di euro. I consumi stagnano e gli italiani non risparmiano: questo significa che s’indebitano per mantenere inalterati i livelli di consumo. Per vivere come dieci anni fa occorre indebitarsi!
La condizione miserrima in cui versano i lavoratori non è però dovuta all’accanimento di un destino cinico e baro, ma è il frutto di precise politiche che la borghesia ha attuato con la complicità di governi dei due poli e con la compiacenza delle burocrazie sindacali confederali.
La politica dei redditi inaugurata con l’abolizione della scala mobile e proseguita con la concertazione e gli accordi del 23 luglio 1993 hanno rappresentato, e continuano ad esserlo, l’arma con cui i padroni hanno portato un attacco frontale alle condizioni di vita dei lavoratori. La moderazione delle richieste salariali, l’aggancio delle retribuzioni a un’ipotetica inflazione programmata mantenuta artificiosamente bassa dai governi e confermata in sede di misurazione dall’Istat con quei numeri scandalosi, hanno provocato il crollo dei salari e nel contempo lo spaventoso aumento dei profitti.
Il rapporto Mediobanca ci dice che negli ultimi 15 anni i salari sono cresciuti di un modesto 0,4% annuo a fronte di un incremento dell’8% annuo dei profitti delle imprese, con un rapporto di 1 a 20 tra salari e profitti. Solo il 15% degli incrementi di produttività sono arrivati ai lavoratori, mentre il restante 85% è andato ai padroni: fotografia di un’Italia divisa in classi, padroni all’ingrasso lavoratori a stecchetto.
Ma tutto ciò non è ancora sufficiente per i padroni. Il bulimico Montezemolo ha affidato un nuovo incarico al governo Prodi: rafforzare la presa sul lavoro, spegnere i conflitti sociali, rilancio del capitalismo italiano ed incremento dei profitti. Ed ecco in questi due anni le ricette che il buon Prodi, con l’aiuto della sinistra "radicale" (Rifondazione in testa), hanno propinato agli italiani: taglio del cuneo fiscale e riduzione delle tasse di cinque punti percentuali per le imprese, scippo del Tfr dei lavoratori a favore di banche ed assicurazioni, aumento dell’età pensionabile, consolidamento della precarietà e della flessibilità confermando le leggi Treu e Biagi con i nuovi accordi del 23 luglio del 2007 ratificati dal referendum farsa dei sindacati confederali. 
Il tutto con oltre sette milioni di lavoratori senza contratto e con un crollo delle ore di sciopero!
 
Prossimo obiettivo è lo smantellamento del contratto nazionale
Ma nuovi compiti sopraggiungono e Confindustria batte cassa pretendendo una nuova politica dei redditi. Si chiede, in pratica, di smantellare il contratto nazionale, di allungare la durata dei contratti e di spostare le risorse sulla contrattazione di secondo livello, il cosiddetto contratto integrativo, che oggi interessa solo due milioni di lavoratori. La nuova filosofia è aumentare la produttività, ovvero aumentare orari di lavoro, straordinari e precarietà, per incrementare le buste paga (l’unica cosa che sicuramente non avverrà).
Le segreterie di Cgil, Cisl e Uil, senza alcun mandato dei lavoratori - così come avvenuto per gli accordi del luglio 2007 - si apprestano a sedersi ad un nuovo tavolo concertativo, l’ennesimo bidone tramite il quale peggiorare la situazione dei lavoratori.
Ma se, come diceva Marx, la storia si ripete la prima volta in tragedia e la seconda in farsa, ecco la nuova crociata dei sindacati: alleggerire il carico fiscale sui salari, per incrementare il reddito netto dei lavoratori. Quale migliore richiesta per i padroni! Anziché riconoscere che se gli stipendi sono bassi occorrono significativi aumenti salariali, non di pochi spiccioli come i 70 euro (lordi) d’aumento per i lavoratori del commercio o i 127 dei metalmeccanici, si chiede di diminuire le aliquote Irpef di un punto sui redditi e di detassare gli aumenti ottenuti con la contrattazione di secondo livello.
La Confindustria, soddisfatta, plaude e il sempre presente Montezemolo arriva a chiedere un nuovo taglio di 5 punti del cuneo fiscale, da ripartirsi questa volta (bontà sua) con tre punti ai lavoratori e due a favore delle imprese, tanto per non rimanere a secco!
Nel frattempo Rifondazione alla testa della Sinistra–Arcobaleno, (per il nome noi suggeriamo Sinistra-Arlecchino servitore di due padroni) chiede una fantomatica “verifica di governo” che affronti i temi del lavoro, tra cui la sicurezza, ma che si chiude con la “sincera” solidarietà a Mastella e signora.
Per noi del Partito di Alternativa Comunista si tratta di riprendere il conflitto sociale e le mobilitazioni di lotta per uscire dall’angolo in cui imprese, governi borghesi e sindacati concertativi hanno incastrato i lavoratori: lotte necessarie per riconquistare un salario dignitoso, una pensione pubblica, per fermare la catena impressionante di omicidi sui posti di lavoro, per porre fine all’indecorosa precarietà e flessibilità di vita, oltre che di lavoro, dei giovani lavoratori e per ridare infine dignità agli immigrati, lavoratori come noi.

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