Partito di Alternativa Comunista

Ucraina: un'analisi di classe

Ucraina: un'analisi di classe
e internazionalista dei fatti
Contro le false letture della stampa borghese
e di gran parte della sinistra
 
 
 
di Ronald Leon
ucraina
 
 
[Questo articolo è stato scritto sei giorni fa: al di là comunque di qualche riferimento minore datato (essendo la vicenda in continuo sviluppo), si tratta a nostro avviso di un testo raro, tra le tante letture che circolano su internet rispetto all'Ucraina, perché offre una visione di classe e internazionalista degli avvenimenti. Non solo: disponendo la Lit-Quarta Internazionale di proprie organizzazioni tanto in Ucraina come in Russia, le analisi sono fondate anche su elementi di conoscenza diretta. ndr]

Il processo rivoluzionario in Ucraina è diventato uno dei più avanzati a livello mondiale. La lotta eroica delle masse popolari ucraine, iniziata lo scorso novembre, è stata coronata il giorno 22 febbraio con una imponente vittoria: la caduta del governo assassino e oligarchico di Yanukovich. Tuttavia, ciò che più colpisce è come è avvenuto il rovesciamento dell’odiato governante e la situazione politica che si è aperta a partire da questo fatto.
Tra i giorni 18 e 22 di febbraio, i manifestanti di piazza Maidan e le loro milizie improvvisate hanno sconfitto tutti i tentativi della Berkut (forza speciale di polizia) di spezzare la schiena al movimento; hanno provocato la rottura della catena di comando delle forze armate  sul loro coinvolgimento o meno nella repressione fisica della piazza e, sabato 22, tra la fuga terrorizzata di Yanukovich e la “destituzione” di questi nella Rada suprema (parlamento), hanno occupato gli edifici più importanti, come la casa presidenziale, la Banca centrale e i principali ministeri a Kiev, aprendo una classica situazione di dualismo di poteri.
Uno dei motori principali della rivoluzione ucraina, oltre alla crisi economica e alle misure bonapartiste dell’ex-governo di Yanukovich, è la lotta contro la storica oppressione nazionale russa, che ha espressioni economiche, politiche e culturali. Questa oppressione nazionale è personificata attualmente nella politica dispotica di Putin per tutti i Paesi che l’oligarchia russa considera come parte della sua “area di influenza” e nel caso ucraino le masse hanno identificato, a ragione, Yanukovich come il principale agente del Cremlino. Per tanto, la caduta del tiranno di Kiev è una sconfitta diretta di Putin.
Le lezioni di questo nuovo processo rivoluzionario per la sinistra mondiale sono immensi. In questo articolo vogliamo esporre una prima analisi del processo rivoluzionario e indicare a grandi linee alcune prospettive.
 
Una settimana sanguinosa
La mobilitazione di massa a Kiev aveva ottenuto due conquiste importanti alla fine di gennaio: la prima erano le dimissioni del primo ministro Azarov e la seconda era l’abrogazione delle draconiane leggi anti-protesta, facendo tornare la Rada sui suoi passi e obbligando inoltre ad approvare una nuova amnistia generale per tutti i prigionieri politici. Nel quadro di questa amnistia e di un accordo tra Yanukovich e l’opposizione parlamentare (La patria, Udar e Libertà), il governo ha liberato centinaia di prigionieri e il 16 febbraio sono state liberate le sedi del Comune di Kiev e altri sedi amministrative della capitale. Si pose anche fine alle occupazioni delle sedi del governo centrale a Poltava (centro del Paese), e nelle regioni di Ivano-Frankovsk, Lvov e Ternopol, tutte nell’ovest dell’Ucraina. L’opposizione si accordò anche per liberare l’accesso a via Grushevski, nel centro di Kiev.
Tuttavia, piazza Maidan continuava a essere occupata dai manifestanti, che chiedevano le dimissioni di Yanukovich e l’abrogazione dell’attuale Costituzione (riformata nel 2010) perché fosse rimpiazzata con quella del 2004, che toglieva diversi poteri al presidente. Va notato, come abbiamo spiegato in un articolo precedente, che per lo meno dall’approvazione delle leggi anti-protesta in gennaio il centro delle proteste aveva smesso di essere l’integrazione nell’Unione europea (Ue) per centrarsi sulla caduta del governo.
In questo quadro di “calma tesa”, il 18 febbraio, data in cui è cominciata l’intensificazione repressiva di Yanukovich, è stata convocata una sessione della Rada che, in principio, aveva dibattuto sulla validità della Costituzione del 2010 e, quindi, sui poteri del presidente. Tuttavia, il blocco parlamentare del dominante Partito delle regioni (Pr) si è opposto a trattare il punto, argomentando che la proposta dell’opposizione non era stata presentata con firme sufficienti.
Questa manovra dell’odiato partito dominante ha scatenato l’ira nella Maidan. Migliaia di persone con bastoni e molotov e protette con scudi e caschi sono partite dalla piazza centrale per prendere la Rada. Non ci sono riusciti. Però nel tentativo hanno preso il Club degli ufficiali, un ufficio militare posto di fronte al parlamento. Questo stesso giorno, un’altra moltitudine ha invaso e incendiato la sede del Partito delle regioni.
 
La “tregua” è finita
A quel punto il governo di Yanukovich ha cambiato politica, molto probabilmente su consiglio dei suoi amici a Mosca. L’ex-presidente ha accantonato il suo discorso basato sulla “necessità del dialogo”, ha abbandonato la relativa “vacillazione” tra negoziato e repressione, e ha deciso per la repressione totale e lo schiacciamento fisico delle masse in lotta. Yanukovich ha annunciato che “gli estremisti dell’opposizione hanno passato il segno” e ha accusato i manifestanti di essere “criminali” e “banditi” che si erano impegnati “nella lotta armata” per “impadronirsi del potere”. Il Cremlino si è pronunciato negli stessi termini.
Alle otto di sera di martedì 18 febbraio, le Berkut (“aquile”), armate con fucili automatici e rinforzate da carri blindati, hanno iniziato l’accerchiamento di piazza Maidan e il governo ha iniziato l’ultimo tentativo di per soffocare la protesta. Il conto, quella notte, è stato di 26 morti. Yanukovich aveva intrapreso un’offensiva senza ritorno.
Il giorno seguente, di fronte ai morti e con il Paese sull’orlo della guerra civile, l’Ue e l’imperialismo nordamericano hanno “condannato la violenza” e hanno annunciato “possibili sanzioni” al governo e alla cupola di Yanukovich. In una certa misura, queste minacce hanno approfondito la crisi nei settori dell’oligarchia che sostenevano il governo, perché temevano di vedere congelati i loro patrimoni nelle banche estere.
Da parte sua, la Russia si è offerta di mediare per “pacificare la situazione”, nel momento in cui alzava il tono delle sue accise, indicando come responsabili della violenza gli “estremisti” della Maidan, che secondo il Cremlino promuovevano “un colpo di Stato contro un governo legittimo”.
La Maidan, che grazie ad una resistenza eroica durata tutta la notte non era stata sgomberata, raccoglieva sempre più manifestanti, di tutte le età e provenienti da diverse regioni del Paese. Yanukovich aveva dichiarato guerra e il movimento non avrebbe fatto marcia indietro.
Le masse popolari mobilitate, applicando il diritto di legittima difesa, hanno cominciato a cercare i mezzi per armarsi. Così, a Kiev, Ternopol, Lvov e Ivano-franko sono state occupate le sedi del ministero dell’interno e di altri organi di sicurezza.
 
Crisi nell’esercito e armamento delle masse
Per il 20 febbraio il numero dei morti superava gli ottanta, decine di loro erano poliziotti. Il Paese, immerso nella più profonda crisi politica, si è svegliato con un messaggio del Ministero della difesa che annunciava che l’esercito sarà coinvolto nella “pacificazione” di Kiev nella forma di una “operazione antiterrorista”.
Yanukovich, disposto a tutto pur di mantenersi al potere, ha allora fatto un altro passo nel suo delirio repressivo convocando vocò le forze armate per reprimere e recuperare il controllo della Maidan e degli edifici pubblici della capitale. Era evidente, a questo punto, che le Berkut erano state sconfitte nei loro intenti di spezzare la resistenza popolare nella piazza.
Questa misura ha evidenziato una frattura nella catena di comando, inspiegabile se non si capisce la forza dei colpi che il processo rivoluzionario assestava a tutta la struttura del potere borghese in generale. L’allora capo di stato maggiore generale Vladimir Zamana, si è rifiutato di intervenire con le truppe ed è stato destituito sui due piedi da Yanukovich. Il suo rimpiazzo designato era l’ammiraglio bielorusso Iuri Ilin, che era considerato un “uomo che segue gli ordini”.
Tuttavia, la crisi nell’alta cupola militare era più profonda e aveva già mostrato i primi sintomi in gennaio. Il 17 di quel mese, anche il generale Guennadi Vorobiov, comandante in capo dell’esercito di terra, era stato destituito dopo aver protestato per le leggi repressive promosse da Yanukovich. Anche altri capi di varie regioni militari sono stati privati delle loro funzioni.
Ma la divisione nell’alto comando dell’esercito esprimeva, a sua volta, una rottura più profonda.  Il problema è che il grosso degli effettivi delle forze armate stanno prestando il servizio militare obbligatorio. I soldati nelle caserme avevano espresso il loro rifiuto di una eventuale repressione della popolazione. In alcuni casi, le reclute sono arrivate a mobilitare i loro familiari perché manifestassero di fronte alle caserme conto l’inclusione dell’esercito nella repressione. Yanukovich è riuscito a mobilitare solo due unità di paracadutisti a Kiev, fondamentalmente con la missione di salvaguardare i depositi di armi della capitale.
Tuttavia, anche così gli attivisti erano riusciti a procurarsi una buona quantità di armi. Per avere un’idea, il servizio di sicurezza dell’Ucraina, Vladimir Borovko, ha dato informazione che tra il 19 e il 2° febbraio 267 pistole, 2 carabine, 3 mitragliatori, 92 granate e 15.000 proiettili sono caduti nelle mani dei manifestanti di Kiev.
L’addetto stampa del Ministero dell’interno, Serguei Burlakov, ha confermato che a Ivano-franko, Lvov, Rovno e Ternopol i manifestanti si sono procurati più di mille armi. In quest’ultima città, le Berkut locali hanno consegnato le armi e si sono schierati dalla parte dei manifestanti.
Di fronte alla paralisi dell’esercito e con la polizia sconfitta, i manifestanti hanno consolidato le loro posizioni e hanno cominciato ad avanzare. Le milizie hanno lanciato una controffensiva e occupato nuovi presidi pubblici, come l’edificio della Casa di Ucraina. Nei dintorni della Maidan, convertita in un campo di battaglia, i cecchini di Yanukovich hanno continuato ad assassinare i manifestanti. Tuttavia questo non migliorava la posizione militare del governo. La resistenza della Maidan era feroce. A questo punto, gli organismi di autodifesa avevano fatto “prigionieri” più di settanta poliziotti d’élite e picchiato centinaia di provocatori infiltrati. La situazione di Yanukovich peggiorava con il passare delle ore. Il sindaco di Kiev, Vladimir Makeenko, del Patito delle regioni, rinunciava al suo incarico rompendo con quel partito. Allo stesso tempo, almeno una trentina di deputati del Partito delle regioni hanno rotto con il governo, a chiara dimostrazione che il governo stava naufragando.
 
Il patto tra Yanukovich e l’opposizione parlamentare
Incapace di schiacciare le proteste, che avevano sconfitto tutti gli attacchi delle Berkut, e con l’esercito diviso sulla partecipazione al bagno di sangue, Yanukovich tenta allora di tornare sui suoi passi e cede alle pressioni di Obama, dell’Ue e dello stesso Putin, che chiedevano un accordo che evitasse il collasso totale del regime.
In questo contesto, venerdì 21 febbraio, Yanukovich e l’opposizione parlamentare sono arrivati al seguente accordo: 1) restaurazione della costituzione del 2004 entro 48 ore; 2) formazione entro 10 giorni di un governo di “unità nazionale”; 3) anticipazione delle elezioni presidenziali entro il termine del mese di dicembre 2014.
L’opposizione al completo (La patria, Udar e Swoboda) ha avvallato questo patto e si è impegnata ad abbandonare i presidi pubblici e a riconsegnare le armi prese dai manifestanti.
In forma ufficiale, i leader dell’opposizione parlamentare sono andati alla residenza presidenziale e hanno firmato l’accordo insieme con Yanucovich, di fronte agli sguardi compiacenti dei rappresentanti dell’Ue (che a questo punto avevano sospeso qualsiasi tipo di sanzione) e di Vladimir Lukin, inviato speciale di Putin.
Il tutto si concluse con una stretta di mano tra Yanukovich e Vitaly Klitschko, leader del partito Uda, che è stato presentato come una vittoria del “dialogo”. Senza alcun indugio, un totale di 386 deputati (dei 450 della camera) hanno votato a favore dell’accordo nella Rada.
Il parlamento ha votato anche una nuova amnistia per tutti gli implicati nell’ultima ondata di violenza e a favore delle dimissioni dell’odiato ministro dell’interno, Vitali Zajarchenko.
Le parti sembravano, se non del tutto soddisfatte, almeno sollevate. Per loro, tutto sembrava mettersi a posto con una pacificazione della situazione e Yanukovich sentiva allentarsi la corda intorno al collo. Mancava solamente l’accordo con la Maidan.
 
La piazza sconfigge l’accordo
La notizia dell’accordo, al contrario delle previsioni di Yanukovich, dell’opposizione parlamentare e dei diplomatici europei e russi, è stata ricevuta dalla Maidan con somma sfiducia.
In quei momenti ha fatto il giro dell’accampamento dei manifestanti un video del ministro degli esteri polacco, Radoslav Sikorski, in cui si afferma che il dilemma per gli attivisti era quello di “appoggiare o morire”: “Se non firmano l’accordo, avranno lo stato d’assedio e l’esercito e tutti loro moriranno”, minacciava il funzionario straniero.
Nella piazza, i leader dell’opposizione parlamentare difendevano l’accettazione dell’accordo e la successiva smobilitazione. Tuttavia, il verdetto della Maidan è stato un altro. E i leader dell’opposizione, come Arseni Yatseniuk (La patria) e Oleg Tiagnibok (Swoboda) sono stati fischiati in piazza e praticamente cacciati al grido di traditori! Vitali Klichkó (Udar) ha dovuto chiedere perdono per avere stretto la mano di Yanukovich.
Il problema è che dopo tre mesi di intensa lotta e più di cento morti, il processo rivoluzionario non ha avuto risultati. Migliaia di manifestanti hanno deciso allora di rimanere in piazza finché Yanukovich venga rovesciato e arrestato per i suoi crimini.
“Per caso vogliono che la gente si disperda e poi ritorni? Niente di questo, la Maidan starà qui fino a che Yanukovich se ne andrà. La Maidan resisterà. Yanukovich deve rimettere tutti i suoi poteri immediatamente, perché è il primo presidente che ha versato del sangue nella storia dell’Ucraina”, ha dichiarato un membro delle milizia a El País. Allan fine dei conti, secondo l’accordo firmato, le elezioni presidenziali si celebrerebbero in dicembre al più tardi. Questo significherebbe una concessione minima rispetto alle regolari elezioni presidenziali che avrebbero dovuto avere luogo all’inizio del 2015.
Perché aspettare? Perché fidarsi? Via Yanukovich ora! Questo è stato il ragionamento predominante tra i manifestanti, che si sentivano forti dopo aver sconfitto la repressione.
La piazza aveva disarmato la trappola della “negoziazione” che avrebbe salvato Yanukovich, andando contro non solo al governo, ma a tutta l’opposizione parlamentare, all’imperialismo nordamericano ed europeo e alla Russia.
 
Il dualismo di poteri
Di fronte a questa situazione sia le forze armate che la polizia hanno abbandonato definitivamente Yanukovich, lasciandolo alla sua sorte. Gli effettivi delle Berkut, che facevano la guardia vicino alla Rada, si sono ritirati dalla capitale. Erano stati sconfitti e umiliati dall’azione delle masse popolari. Nella loro penosa ritirata, passando nella città di Brovarski, alla periferia di Kiev, un autobus carico di Berkut che usciva dalla capitale è stato colpito e saccheggiato dai manifestanti.
Il comando dell’esercito, nel quale Yanukovich riponeva le sue ultime speranze di salvezza, ha dichiarato che “Le forze armate dell’Ucraina sono leali ai loto obblighi costituzionali e non possono essere trascinate in un conflitto interno”.
Yanukovich ha visto allora l’imminente collasso del suo governo e, temendo anche per la sua incolomità fisica di fronte ad un avanzamento decisivo dei manifestanti inferociti, è fuggito da Kiev. Inizialmente ha tentato di lasciare il Paese, però non riuscendoci ha deciso di andare a Jarkov, nell’est.
Yanukovich caduto per l’azione delle masse nelle strade e, in quel momento, Kiev controllata dai manifestanti e dalle milizie di piazza Maidan. Ecco la situazione.
Non c’era presidente, né polizia, né militari, né istituzioni, né niente. I manifestanti armati avevano occupato la residenza presidenziale, i principali ministeri e la Banca centrale. Migliaia hanno invaso la suntuosa villa di Yanukovich e l’indignazione di fronte all’oscena ostentazione del tiranno ha fatto solo crescere la furia popolare.
Nella mattina di sabato 22 febbraio si è aperta una crisi rivoluzionaria, un vuoto di potere, anche se il movimento di massa non ne era cosciente, né ha preso le misure per risolvere la crisi in suo favore, fondamentalmente per l’assenza di una direzione rivoluzionaria.
Di fronte a questa situazione, l’oligarchia ucraina, in stato di completa disperazione, si è affrettata a occupare il vuoto di potere attraverso la Rada. Il parlamento, che era stato circondato ma non occupato dai manifestanti, è divenuto l’unica via istituzionale che l’oligarchia aveva per tentare di chiudere la crisi rivoluzionaria.
Per questo, a un ritmo vertiginoso e senza ulteriore formalismo che una votazione, 328 deputati hanno “destituito” (in realtà era stato rovesciato) Yanukovich e convocato “elezioni anticipate” per il 25 maggio. Successivamente hanno nominato Alexandr Turchinov, legato a La patria, il partito di Julia Timoshenko, come capo del parlamento e di un fantasmagorico esecutivo “fino alla formazione di un governo di unità nazionale”.
In linea con gli sviluppi, i deputati hanno nominato i nuovi “ministri”. Come ministro della difesa hanno nominato Vladimir Zamarov, quello che era stato destituito da Yanukovich. Ai servizi di sicurezza hanno eletto l’ammiraglio Valentin Nalivaichenko, che aveva già svolto quest’incarico sotto la presidenza di Victor Yushenko. A capo della Procura dello Stato è stato eletto Oleg Mojnitskij, un avvocato membro del partito Swoboda. Al ministero dell’Interno è stato nominato Arsen Avakov, anche lui del partito di Yulia Timoshenko.
Yanukovich, da qualche luogo nell’est, è apparso in un video, ha qualificato quello che stava succedendo come un “colpo di Stato” e l’ha paragonato alla “presa del potere dei nazisti nella Germania degli anni Trenta”. Ma le sue minacce non spaventano più nessuno. Il suo stesso partito ha rotto con lui e ora è ricercato per “assassinio di massa di civili”.
L’opposizione ha tentato in tutta fretta di usurpare la vittoria della Maidan, chiudere la crisi rivoluzionaria e impadronirsi del potere. Julia Timoshenko, ex primo ministro e nota leader pro-occidentale, è stata liberata (era prigioniera per “tradimento” dopo aver concordato con la Russia prezzi di gas altamente sfavorevoli per l’Ucraina nel 2009) e ha fatto un discorso in piazza pieno di elogi per gli “eroi” della Maidan e ha annunciato la sua candidatura per le prossime elezioni, cercando di capitalizzare la vittoria popolare.  
Se anche la Timoshenko suscita aspettative in un settore di massa, c’è molta sfiducia verso la sua figura. Il problema è che, come Yanukovich, la Timoshenko e il resto dei personaggi sono parte dell’oligarchia corrotta del Paese – un pugno di multimilionari che oscillano e sono disposti a vendersi al miglior offerente, sia in euro che in rubli. 
Allo stesso tempo, tanto la Casa bianca come i leader europei offrono appoggio politico e finanziario al nuovo governo. Catherine Ashton, capo della diplomazia europea, è andata in Ucraina per offrire aiuto economico al Paese.
La velocità degli Usa e dell’Ue nel dar credito al nuovo governo ucraino, quando prima esigevano una serie di vincoli, ha a che vedere con l’intenzione di questo blocco imperialista di approfittare dell’occasione per incorporare l’Ucraina nella loro sfera d’influenza.
Allo stesso tempo, è fondamentale per l’imperialismo che la situazione si stabilizzi, qualcosa di improbabile a breve termine a causa del fermento politico che persiste. Ci sono ancora centinaia di manifestanti in piazza Maidan e molte milizie continuano a “montare la guardia” in molti edifici pubblici e non vogliono disarmarsi. “Adesso la poliziotti vengono da noi e ci dicono che sono passati con le masse e ci chiedono di consegnare le armi, ma non siamo tanto ingenui”, dice un attivista.
Smobilitare la piazza e disarmare le milizie è quello che preoccupa le autoproclamate nuove autorità. “Controllare gli attivisti della Maidan e prendergli le armi è la nostra principale preoccupazione”, confessa un funzionario del nuovo governo a El País.
La situazione di collasso in cui si trova lo Stato è evidente. Gente che si scatta foto nella residenza presidenziale, nei carri armati in via Kreschatik, milizie armate che circondano la Rada e gli edifici pubblici. A Lvov, per esempio, le milizie hanno fatto una manifestazione nella quale hanno fatto inginocchiare più di cento Berkut antisommossa perché chiedessero perdono per la repressione e promettessero di “stare sempre insieme alle masse popolari”.
 
Le prospettive
In Ucraina, le masse mobilitate non solo hanno sconfitto il governo di Yanukovich, andando contro tutta l’opposizione parlamentare e i rappresentanti degli imperialismi europei e nordamericano, e lo stesso Putin, ma ha avuto il potere a portata di mano. Non l’ha preso né avrebbe potuto, perché lo sforzo eroico era accompagnato dalla terribile assenza di una direzione politica rivoluzionaria, la cui costruzione è il compito più urgente che si pone di fronte al movimento di massa.
Attualmente, ciò che è più probabile è che l’oligarchia europeista e di estrema destra riesca ad “occupare” il vuoto di potere e “chiudere” la crisi più immediata.
È anche probabile che, almeno per un certo periodo, queste direzioni e anche i gruppi del “Settore di destra” escano rinforzati, nel quadro di un movimento forte e coraggioso, ma confuso politicamente ed ideologicamente.
La crisi della direzione rivoluzionaria, tuttavia, non annulla l’imponente vittoria e l’esperienza realizzata dalle masse popolari mobilitate e dai difensori della Maidan.
Si è aperta nel Paese una nuova situazione politica. Questa situazione, come abbiamo spiegato, è segnata da un “dualismo di poteri” tra quello esercitato dall’autoproclamato “nuovo governo” e il potere di piazza Maidan, con le sue commissioni e le sue milizie, indipendentemente dal fatto che in queste agiscano settori di estrema destra, i quali possono aver svolto un ruolo di "avanguardia" negli scontri con la polizia ma continuano ad essere solamente una parte di un movimento popolare molto più ampio.
Il “potere” di piazza Maidan non è istituzionalizzato, però esiste, è latente e “in attesa”. Può avere delle false illusioni tuttavia non ha dato un “assegno in bianco” né altro a Timoshenko, Klitschko, Turchínov, Swoboda, né a nessuno dei rappresentanti dell’oligarchia europeista.
I migliaia di attivisti della piazza sanno che sono stati questi personaggi che, mentre il sangue dei martiri della Maidan era ancora fresco e i loro corpi erano ancora tiepidi, hanno fatto un accordo dell’ultimo secondo con l’assassino Yanukovich, per salvarlo dalla disgrazia. Le masse popolari hanno molta sfiducia nell’opposizione parlamentare, che è parte della stessa oligarchia mafiosa, corrotta e venale di Yanukovich e del Partito delle regioni. Se li “tollerano” è perché non vedono un’alternativa.
Gli eventi si succedono alla velocità propria di un processo rivoluzionario. Tuttavia, è possibile indicare  delle prospettive segnate dalla profonda instabilità politica.
Le masse popolari si sentono vittoriose. Hanno misurato le loro forze con quelle del potere oligarchico e hanno vinto. Sanno che è la loro lotta che ha rovesciato il tiranno, sconfitto la polizia e che l’ha letteralmente fatta inginocchiare per “chiedere perdono” alle masse per gli attivisti e le attiviste che avevano assassinato. Sanno che è stata la loro lotta quella che ha obbligato gli oligarchi niente di meno che a dissolvere le Berkut. Sono le stesse masse che si sono fotografate sui carri armati, che si sono sedute sulla poltrona presidenziale, che hanno fatto una “passeggiata” nella lussuosa villa di Yanukovich.
Il “potere” della Maidan si esprime anche nella “necessità” delle auto-consacrate “nuove autorità” di sottomettere la formazione del nuovo governo ad una “assemblea popolare” in piena piazza.
Mentre scrivevamo questo articolo è stata convocata una “veche” (assemblea) perché i manifestanti approvino i candidati a ministro. Il Kolo (circolo) della Maidan, che raggruppa varie organizzazioni sociali, in un’assemblea precedente aveva definito alcuni “requisiti” per i candidati a ministro, cioè: non figurare tra le cento persone più ricche del Paese; non aver ricoperto incarichi nell’esecutivo dall’inizio del 2010, quando Yanukovich assunse il potere; avere un minimo di sette anni di esperienza nei loro rispettivi settori e non essere stato coinvolto in violazioni dei diritti umani né in casi di corruzione.
I criteri sono eminentemente “democratici”, senza nessuna prospettiva operaia e socialista, però evidenziano, da un lato, il potere della piazza e, dall’altro, i tentativi di cooptare il movimento. Esattamente per questo, hanno accettato la nomina di Arseni Yatseniuk, braccio destro dell’oligarca Timoshenko, nel ruolo di primo ministro fino alle elezioni del 25 maggio.
Per questo diciamo che non sarà facile per l’oligarchia corrotta, per l’imperialismo e per Putin smobilitare queste masse popolari che hanno imparato che “è possibile vincere” e che ha imparato a rischiare e a dare la vita per una causa che considera giusta. L’esperienza di lotta e di autorganizzazione di questi tre mesi (milizie, accampamenti autogestiti, “servizi urgenti” e “punti medici” nella piazza ecc.) e la memoria dei più di cento morti non potranno essere cancellati facilmente.
Soprattutto perché il “nuovo governo” non ha la capacità di risolvere i gravi problemi strutturali, economici e politici che costituiscono la base oggettiva del processo rivoluzionario. La crisi sociale in Ucraina, prodotto del saccheggio combinato dell’Ue e della Russia, aggravata dalla crisi economica mondiale, si è acutizzata al massimo da novembre. Non sarà nemmeno capace di garantire le più piene libertà democratiche né di concretizzare il necessario castigo per Yanukovich e gli assassini delle masse.
Lo Stato “precipita nell’abisso” come ha detto senza risparmiare drammatica lo stesso “presidente” ad interim. Il ministro delle finanze ucraino, Yuri Kolobov, ha dichiarato che il Paese necessita di quasi 35 miliardi di dollari per ricostruire la sua economia, è l’Ue sarebbe disposta a “contribuire” con 20 miliardi; il Fmi annuncia di essere disposto a discutere un “piano di salvataggio”, nello stile di quelli applicati in Grecia e nella periferia europea. Tuttavia, questo sarebbe solo un palliativo per evitare il fallimento e la “cessazione dei pagamenti” del debito estero ucraino. “In basso” la disoccupazione e la miseria delle masse continueranno.
Il grande compito per il movimento ora è comprendere che la caduta di Yanukovich è solo l’inizio, continuare a mobilitarsi in forma indipendente e in opposizione frontale a tutti i partiti parlamentari e ai neonazisti del “Settore di destra”, attrarre alla lotta, partendo dall’incorporazione delle sue rivendicazioni, la classe operaia organizzata dell’Ucraina, avendo una visione della lotta a livello nazionale che includa la popolazione dell’est.
In  questo senso, qualunque organizzazione che si consideri rivoluzionaria e gli attivisti più coscienti devono opporsi nettamente a qualsiasi tentativo di separatismo da pate degli oligarchi della Crimea o di altre regioni dell’est. Il separatismo, nel caso della rivoluzione ucraina, è profondamente reazionario e non è altro che un tentativo di dividere le masse e di allontanare il proletariato industriale (più numeroso e concentrato nell’est) dalle mobilitazioni a Kiev e nell’ovest. Una politica conseguente di secessione non è da escludere, anche se non sembra essere questo l’orientamento di Putin in questo momento, colpito dalla sconfitta che gli hanno inflitto le masse a Kiev. 
È necessario centralizzare gli organismi democratici della classe, i movimenti popolari, le commissioni e le assemblee di piazza in un congresso nazionale che definisca un programma di governo a favore degli interessi delle masse sfruttate e che garantisca il rispetto delle minoranze e, soprattutto, l’indipendenza totale dell’Ucraina. Per questo, si impone l’espropriazione di tutta l’oligarchia e la conseguente nazionalizzazione delle ricchezze del Paese a servizio delle masse popolari, rifiutando qualunque patto di sottomissione tanto all’Ue come all’oppressore russo.
Insomma, il compito centrale del momento è affrontare le misure e il piano di deviazione del cosiddetto “nuovo governo” dell’oligarchia europeista e i rappresentanti dell’estrema destra, che contano sull’appoggio dei banditi imperialisti dell’Ue e degli Usa, e contrapporre a questo piano reazionario un programma che tracci una soluzione operaia e socialista per la crisi dell’Ucraina, incentrato sulla lotta per un governo della classe operaia e delle masse proletarie.
 
 
(*) dal sito della Lit-Quarta Internazionale (www.litci.org)
 
(traduzione di Matteo Bavassano dallo spagnolo)
 

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