Partito di Alternativa Comunista

Da Gaza a Gerusalemme. la Palestina resiste!

Da Gaza a Gerusalemme. la Palestina resiste!

 

 

 

di Soraya Misleh (*)

 

 

 

La minaccia di una pulizia etnica nel piccolo quartiere palestinese di Sheikh Jarrah, a Gerusalemme, ha fatto esplodere una scintilla che si diffonde in tutta la Palestina storica: la resistenza eroica e storica raggiunge ora ogni angolo, nonostante la brutale violenza sionista. E la solidarietà internazionale cresce.
Messo all'angolo, Israele ha rinviato un'udienza sulle espulsioni a Sheikh Jarrah per 30 giorni a partire da oggi, ciò che conferma la forza della resistenza. Se la lotta non si placa, può di fatto impedire la continuazione di questo processo di pulizia etnica non solo in quel quartiere ma in tutta la Palestina. Ci sono diversi altri luoghi che affrontano la stessa situazione, come Silwan, sempre a Gerusalemme. E ci sono minacce di espulsione anche nelle città occupate nel 1948 durante la Nakba [in arabo significa "catastrofe" e si riferisce al processo di espulsione dei palestinesi dalla loro terra, per far spazio alla fondazione dello Stato sionista, ndt], quando si creò lo Stato di Israele nel 78% della Palestina storica, attraverso una pulizia etnica meticolosamente pianificata.
Da Gaza, la resistenza ha inviato un messaggio per cercare di fermare la brutale offensiva a Gerusalemme. Ora, la ristretta e impoverita Striscia, sottoposta a un assedio criminale per quasi 14 anni, sta sanguinando di nuovo. Dal 10 maggio, i due milioni di palestinesi che vivono a Gaza sono sotto un massiccio bombardamento sionista. Finora, 30 persone sono state uccise - tra cui dieci bambini e una donna - e 203 ferite [l'articolo è del 12 maggio, nel frattempo le vittime dell'attacco sionista sono triplicate, ndt].
L'ottanta per cento della popolazione di Gaza è composta da sfollati e figli della Nakba. In altre parole, sono rifugiati "interni". La stretta Striscia -poco più di 340 chilometri quadrati- raccoglie una popolazione in maggioranza giovane, cresciuta in mezzo a bombardamenti massicci o "mirati", tanto comuni quanto invisibili agli occhi del mondo. L'ottanta per cento è disoccupato e dipende dagli aiuti umanitari anche per nutrirsi. Nulla entra o esce senza il permesso di Israele, che oltretutto continua a scaricare sostanze inquinanti sulle piantagioni palestinesi e nell'acqua. Oggi il 96% dell'acqua non può essere utilizzata. Le forze di occupazione sparano anche contro i contadini e i pescatori di Gaza.
Quando sono gravemente feriti o malati, i palestinesi necessitano di un'autorizzazione a lasciare la Striscia anche solo per cercare cure. Le infrastrutture ospedaliere sono scarse e distrutte, e l'elettricità dura solo poche ore al giorno - il che è stato un ulteriore problema con la pandemia di Covid-19, con Israele che nega i vaccini che pure abbondano nello Stato sionista.
Nell'escalation iniziata due giorni fa, Israele non sta rispondendo o difendendosi, come sostiene falsamente. Sta attaccando ancora una volta, perché la resistenza è legittima con tutti i mezzi possibili di fronte all'occupazione. Persino le Nazioni Unite (Onu) lo riconoscono. Inoltre, Israele ha iniziato il processo di pulizia etnica e di violenza brutale nel quartiere palestinese di Sheikh Jarrah a Gerusalemme, e ha profanato provocatoriamente la Moschea di Al-Aqsa, il terzo luogo più importante per i musulmani, nel mezzo del periodo del Ramadan. Già più di 400 persone sono state ferite e molti sono stati gli arresti politici a Gerusalemme.
Con la scusa dell'appoggio proveniente da Gaza, Israele coglie l'occasione per massacrare ancora una volta l'intera popolazione locale: pulizia etnica mascherata da "punizione collettiva".
Da quando nel 2005 lo Stato sionista ha ritirato gli 8.000 coloni che vivevano negli insediamenti nella Striscia - con la consapevolezza che era troppo costoso in termini militari mantenerli e il vantaggio non lo giustificava - la prospettiva dei massacri era aperta, non essendoci più il rischio di colpire i coloni. Nel 2006, Hamas ha vinto democraticamente le elezioni e ha preso il comando della Striscia. Poco dopo, Israele ha decretato il blocco assassino che impone ai palestinesi fame, freddo, miseria - una "dieta forzata", nelle parole di un leader sionista. L'assedio è sostenuto dalla dittatura egiziana. Il risultato è che la metà dei bambini soffre di malnutrizione cronica. E dal dicembre 2008, si sono aggiunti bombardamenti e massacri.
Tra fine 2008 e inizio 2009, ebbe luogo la prima offensiva violenta di Israele, che in seguito è diventata prassi normale. Ci furono 1.400 morti in poco più di 30 giorni. Le infrastrutture distrutte - scuole, ospedali, case, servizi di base - non poterono più essere ricostruite.
Nel 2012, un altro attacco, durato una settimana, e 150 vite palestinesi perse - un anno in cui persino l'Onu dovette dichiarare in un rapporto che la crisi umanitaria era così drammatica che Gaza sarebbe diventata inabitabile nel giro di otto anni.
E nel 2014, durante 51 giorni di bombardamenti e operazioni di terra, sono stati massacrati 2.200 palestinesi, tra cui 530 bambini.
Nel 2018, la Giornata della Terra Palestinese - il 30 marzo - ha segnato l'inizio della Grande Marcia del Ritorno. I cecchini sionisti e le loro bombe non hanno risparmiato nemmeno medici, infermieri e giornalisti, anzi, li hanno inquadrati nel mirino. Fino al 31 dicembre dello stesso anno, altri 159 morti e 20.000 feriti. In tutto questo, molta gente a Gaza ha perso gambe, braccia o occhi.
La Striscia - occupata militarmente nel 1967, insieme alla Cisgiordania e a Gerusalemme Est – nonostante tutto questo sopravvive e dimostra ancora una volta la sua forza di resistenza.

La Palestina del 1948
Le proteste si stanno diffondendo anche nella Palestina occupata nel 1948 (quello che oggi viene chiamato Stato di Israele). Secondo un rapporto pubblicato dal portale Middle East Eye, centinaia di palestinesi sono scesi in piazza in città come Nazareth, Haiffa, Jaffa e Lod per condannare gli attacchi a Gerusalemme e Gaza. A Umm al-Fahm hanno dato fuoco a pneumatici per bloccare le strade. La repressione israeliana ha chiuso gli accessi per impedire l'arrivo di altri manifestanti e ha sparato bombe di gas lacrimogeni e granate shock nel tentativo di porre fine alle manifestazioni. Almeno due palestinesi sono stati feriti. A Lod, un palestinese è stato ucciso lunedì 10 maggio e lo Stato sionista ha dichiarato lo stato di emergenza.
I "palestinesi del 1948" sono circa un milione e mezzo di persone, discendenti dei pochi sopravvissuti della Nakba dopo l'occupazione del 1948. Vivono sotto 60 leggi razziste, essendo trattati come cittadini di seconda o terza classe. Ci sono villaggi beduini che sono già stati distrutti più di 180 volte, come Al-Araqeeb. I palestinesi ricostruiscono e si rifiutano di lasciare la loro terra. In questi villaggi, situati nel Negev (Naqab), Israele nega persino la fornitura dei servizi di base.
In Cisgiordania, occupata nel 1967, i quasi tre milioni di palestinesi - che affrontano un regime di apartheid istituzionalizzato - si stanno unendo alla resistenza. Le manifestazioni hanno avuto luogo questo martedì 11/5 in città come Ramallah, Nablus, al-Bireh, Qalandia, e altre, e hanno raccolto centinaia di palestinesi. La violenza dell'occupazione è sempre brutale, con molti arresti. A Ramallah, l'Autorità palestinese, gestore dell'occupazione, ha represso una protesta.
Anche da Beirut, capitale del Libano, ci sono manifestazioni di resistenza. Palestinesi e libanesi si sono uniti nelle proteste contro la pulizia etnica a Gerusalemme. Sempre secondo un rapporto del Middle East Eye, martedì 11 maggio hanno sfilato per più di due chilometri dal campo profughi Mar Elias a quello di Chatila. Nel Paese arabo ci sono più di 192.000 rifugiati che vivono in dodici campi ufficiali registrati dall'Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l'occupazione dei rifugiati palestinesi nel Vicino Oriente (Unrwa). Il tasso di disoccupazione in questi luoghi è del 90%. Fanno parte dei cinque milioni di persone che vivono nei campi nei Paesi arabi, in attesa del ritorno.
"Quello che sta succedendo a Sheikh Jarrah non può essere distinto da quello che i rifugiati palestinesi devono vivere nei campi o a Gaza. È sbagliato trattarle come questioni separate... E i diritti dei rifugiati devono essere rivendicati per allargare la solidarietà", ha detto l'attivista palestinese Thuraya al Middle East Eye.
La resistenza unisce percorsi che al momento non possono incontrarsi, dimostrando che la società frantumata 73 anni fa non perde la sua identità di un solo popolo, il cui cuore è e sarà sempre Gerusalemme.
Ogni atto di questa resistenza eroica e storica indebolisce il progetto coloniale sionista.
Per questo noi auspichiamo che, a partire da Gerusalemme fiorisca l'Intifada, la rivolta popolare. E che i palestinesi, oggi rifugiati o che vivono sotto occupazione coloniale, possano un giorno festeggiare, assaporando il gusto della terra, come il tradizionale tè maramiya, davanti alla Spianata delle Moschee.

Per la fine dei massacri a Gaza!
Stop alla pulizia etnica!
Salviamo Sheikh Jarrah!
Palestina libera, dal fiume al mare, con il ritorno dei milioni di rifugiati alle loro terre!

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(*) militante palestinese della Lit. Autrice di numerosi articoli e studi sul tema della lotta dei palestinesi, tra cui il recente libro Al Nakba. Studio sulla catastrofe palestinese. Articolo pubblicato sul sito della Lit-Quarta Internazionale.


(traduzione di Francesco Ricci)

 

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