Partito di Alternativa Comunista

Scuole e pandemia: quando i nodi vengono al pettine

Scuole e pandemia: quando i nodi vengono al pettine

 

 

 

di Fabiana Stefanoni

 

 

Si è parlato molto, in queste prime settimane del 2022, della riapertura delle scuole. Le pagine dei quotidiani e i salotti televisivi si sono affollati di improvvisati esperti di psicologia che ci hanno spiegato l’importanza di tenere aperte le scuole ad ogni costo, nonostante l’aggravarsi della pandemia. Il loro ragionamento si potrebbe così riassumere: i ragazzi soffrono rinchiusi in casa, quindi mandiamoli a contagiarsi negli autobus strapieni e nelle classi pollaio.
La conferenza stampa d’inizio anno del premier Draghi, affiancato dal ministro dell’Istruzione Bianchi, è stata in gran parte centrata proprio su questo: nonostante l’aumento esponenziale dei contagi e dei morti, nonostante l’intasamento delle terapie intensive, nonostante il caos in cui si trova la sanità italiana, le scuole vanno riaperte. Come? Esattamente come prima: senza nuove assunzioni, senza nuovi spazi a disposizione, senza nuove dotazioni (cercasi disperatamente mascherine ffp2), senza alcun potenziamento del trasporto pubblico. Contestualmente, alcuni governatori (come De Luca) hanno messo in atto una sceneggiata per propagandare il modello delle «scuole chiuse in una sola regione» (ben presto bocciato dal tar) senza, tuttavia, mettere in discussione le politiche complessive del governo Draghi.

 

Una favola pericolosa

«Le scuole sono sicure»; «i ragazzi si contagiano fuori da scuola, non nelle aule»; «l’unico vero problema sono i trasporti»: questi sono alcuni dei luoghi comuni che molti da mesi ripetono, ministri dell’Istruzione inclusi. Ma è proprio così?
Fin dall’inizio della pandemia abbiamo nuotato controcorrente, ricordando come stanno davvero le cose: se è un dato di fatto che i giovani in questi mesi si sono contagiati anche al bar e in discoteca (e di questo dovrebbe rispondere il governo che ha deciso di tenere aperti bar e discoteche); se è indubbiamente vero che si contagiano sugli autobus, nelle metro e sui treni strapieni (e anche di questo dovrebbero rispondere i nostri governanti, che hanno allentato le misure di sicurezza sui mezzi pubblici), da ciò non discende automaticamente che le scuole siano luoghi sicuri (1).
È un po’ come lasciare la macchina aperta con le chiavi nel cruscotto e poi, una volta subito il furto, sostenere che la colpa è del traffico sulla strada… Se, con una pandemia in corso, si aprono le scuole con classi di 25 o 30 alunni; se non le si dotano di nuovi spazi né di impianti di ventilazione; se non si assume nuovo personale; se non si fanno azioni di screening sulla popolazione studentesca; se si elimina persino l’obbligo di distanziamento in classe, ci vuole della fantasia per sostenere che «le scuole sono luoghi sicuri»: una fantasia pericolosa.
Aggiungiamo che, quando le scuole hanno riaperto a settembre, la stragrande maggioranza della popolazione studentesca non era, per forza di cose, vaccinata (il vaccino per gli under 16 è stato approvato successivamente). Era davvero così difficile prevedere – come abbiamo fatto noi – che mettere in movimento tutti i giorni milioni di studenti, ammassarli su autobus e metropolitane strapieni, assembrarli in edifici piccoli (e, sia detto di passata, spesso fatiscenti) avrebbe ben presto provocato un nuovo drammatico aumento dei contagi?
Oltre a tutto ciò, il ministero dell’Istruzione c’ha pure, per così dire, messo del suo: la scorsa estate si è premurato di sconsigliare agli studenti le mascherine ffp2 invitandoli a privilegiare le mascherine chirurgiche, in questo supportato dall’ineffabile Comitato Tecnico Scientifico (che, a quanto pare, ha come principale funzione quella di dare una patina di scientificità alle decisioni economiche del governo: il che spiega anche certe brusche retromarce al cambiare delle esigenze governative).
Bisogna dire le cose come stanno: se oggi in Italia il numero dei contagiati è fuori controllo (soprattutto tra i giovani), se la sanità è in tilt, se il numero dei morti aumenta, è anche frutto della modalità con cui sono state riaperte le scuole. Non solo, certo: come abbiamo spiegato in altri articoli (2), se oggi la situazione è catastrofica dobbiamo ringraziare la politica complessiva del governo Draghi a difesa degli interessi delle aziende. L’apertura delle scuole in presenza al 100% ha dato un suo significativo contributo al disastro in corso.

 

Draghi e Bianchi non si fermano

In barba a qualsiasi evidenza scientifica, Draghi e Bianchi tirano dritto. Dopo aver annunciato «uno screening straordinario per gli studenti» - effettuato solo in pochissime scuole – e aver annunciato una «fornitura straordinaria di mascherine ffp2» - arrivate in realtà in ritardo e solo per gli insegnanti delle scuole d’infanzia e pochi altri – il governo ha riaperto le scuole nelle stesse medesime condizioni di prima.
Tra le idee brillanti che sono venute al ministero dell’istruzione c’è stata quella, a novembre, di contrastare la diffusione del virus nelle scuole allentando i - già insufficienti, a nostro avviso - «protocolli sicurezza». Se all’inizio dell’anno scolastico, quando la situazione sanitaria lasciava un po’ di respiro, le classi degli istituti superiori andavano in quarantena con obbligo di tampone con un solo contagiato, all’aumentare dei contagi si è deciso di rivedere al ribasso la normativa, imponendo quarantene e tamponi solo nel caso di tre (!) contagiati. Una mossa davvero intelligente, che ha ostacolato l’individuazione tempestiva dei casi covid nelle scuole, trasformando molte classi in focolai (chi scrive ha avuto una classe con 20 contagiati su 23 alunni: e purtroppo non si tratta di una rara eccezione).
Ma la lezione, evidentemente, non è servita: il ministro Bianchi ha annunciato di voler «semplificare» ulteriormente il sistema delle quarantene e del tracciamento. Ci aspettiamo che presto gli studenti contagiati andranno a scuola in presenza senza necessità di attendere un tampone negativo. Ancora una volta si percorre una strada che porta dritta verso il baratro.
Il ministro Bianchi, va precisato, è in buona compagnia: ormai tutti i principali rappresentanti delle istituzioni borghesi, di destra e di «sinistra», sembrano fare gara col negazionismo di Bolsonaro e Zangrillo: Bonaccini si vanta di aver sostituito i tamponi molecolari con quelli casalinghi (notoriamente imprecisi) per gestire le quarantene; l’assessore alla Sanità del Lazio propone di ridurre la quarantena a 5 giorni per i positivi asintomatici; Zaia, addirittura, caldeggia l’abolizione della quarantena per i positivi asintomatici.
Uno spettacolo penoso, che dimostra il fallimento totale delle politiche borghesi di gestione della pandemia e la necessità urgente di porre all’ordine del giorno un cambio radicale di sistema.

 

Scuole chiuse o scuole aperte?

La questione della riapertura o chiusura delle scuole non può essere banalizzata. Se è stucchevole ascoltare la litania dei «contagi che avvengono solo all’esterno delle scuole» come se il virus si facesse qualche remora nell’entrare negli edifici scolastici; se è ipocrita segnalare il «disagio psicologico» degli studenti durante la Dad quando non si è fatto assolutamente nulla per sostenerli e aiutarli, sarebbe altrettanto sbagliato limitarsi a segnalare la necessità di chiudere le scuole senza comprendere cosa questo significhi nel contesto attuale.
Anche qui, bisogna dire le cose come stanno. Il governo ha deciso che la quarantena (ad esempio l'isolamento per contatto con un positivo) non sarà più retribuita nel settore privato. Questo induce molti genitori a non comunicare alle scuole la positività del figlio, dato che il rischio è di dimezzare lo stipendio o perdere le ferie. Non solo: i genitori che devono astenersi dal lavoro perché hanno un figlio in Dad o positivo vedranno la retribuzione ridotta del 50% (zero rimborsi addirittura per chi ha figli con più di 14 anni). Molte aziende ostacolano persino il lavoro in smart-working, ritenendolo poco produttivo. A tutto ciò si aggiunge la condizione dei piccoli lavoratori autonomi e del «popolo delle partite iva» che, se chiudono l’attività per assistere i figli, rischiano di trovarsi senza reddito.
C’è forse da stupirsi, quindi, se molti genitori sono terrorizzati dall’idea che le scuole – come sarebbe razionale in una società razionale – chiudano per un certo periodo al fine di limitare la diffusione del contagio? Il timore della didattica a distanza è, inoltre, giustificato dalle modalità in cui questa viene applicata: nessuno spazio né collegamento internet garantito agli studenti in difficoltà economica, nessun monitoraggio della condizione familiare e psicologica degli studenti, nessuna fornitura gratuita di dispositivi di protezione.
Ciò che emerge è, ancora una volta, un sistema economico e sociale che mette gli interessi economici di pochi – i ricchi capitalisti dalle tasche strapiene – al primo posto e non esita a mandare lavoratori e studenti al macello. Come ha dimostrato anche un recente rapporto dell’Oxfamo, il patrimonio di sole 10 persone è superiore al patrimonio del 40% della popolazione mondiale. Mentre ricchezze immense si concentrano nelle mani di pochi ricchissimi Paperoni, le scuole non sono nemmeno in grado di garantire tamponi gratuiti e mascherine ffp2.

 

Quale via d’uscita?

Il mondo della scuola non sta a guardare. Cresce la rabbia tra studenti e lavoratori della scuola, consapevoli del disastro in cui versa l’istruzione pubblica. In tante regioni d’Italia – dal Lazio alla Toscana, dal Piemonte all’Emilia, dalla Lombardia alla Sicilia – gli studenti hanno promosso azioni di sciopero, partecipate manifestazioni, occupazioni e autogestioni. A dicembre decine di istituti sono stati occupati per molti giorni. Gli studenti hanno capito di doversi unire ai lavoratori: a Roma gli studenti in occupazione hanno invitato i lavoratori Alitalia del Comitato Tutti a Bordo No Ita, a Firenze gli studenti hanno organizzato dibattiti con gli operai della Gkn.
Anche in questi giorni gli studenti stanno, in tutta Italia, promuovendo scioperi e proteste contro le riaperture senza sicurezza. Importanti notizie di lotta arrivano dalla Francia: le lavoratrici e i lavoratori della scuola sono scesi in sciopero in massa il 13 gennaio. Si è trattato di uno sciopero unitario del sindacalismo confederale e di base, con adesioni del 75% (circa il 50% degli istituti erano chiusi). Subito dopo, è stata proclamata una seconda giornata di sciopero (20 gennaio) e alcuni comitati e sindacati (come Sud Éducation - Solidaires) stanno facendo appello a trasformare la protesta in un’azione prolungata.
Pensiamo che la strada delle lotte sia la strada giusta da seguire. Al contempo, è necessario che le lotte degli studenti e degli insegnanti si uniscano a quelle degli altri settori lavorativi, per costruire quell’azione unitaria e di massa che è necessaria per porre all’ordine del giorno l’abbattimento del capitalismo e la costruzione di un altro sistema economico e sociale: un sistema dove la salute e l’istruzione delle masse sia l’interesse principale di chi governa.

 

 

Note

(1) Ci limitiamo a riportare qui due dei tanti articoli che abbiamo pubblicato sul nostro sito sull’argomento: www.partitodialternativacomunista.org/politica/nazionale/piano-scuola-briciole-e-specchietti-per-le-allodole

www.partitodialternativacomunista.org/articoli/sindacato/riaprire-le-scuole-si-ma-non-cosi

(2)www.partitodialternativacomunista.org/articoli/sindacato/pandemia-le-responsabilita-dei-governi-borghesi

(3) Anche in relazione a questo, oggi in molti sono costretti ad ammettere quello che noi abbiamo detto da subito: né la vaccinazione (soprattutto se con una sola dose) né tantomeno un tampone rapido potevano proteggere dal contagio in luoghi chiusi e affollati, come bar, discoteche e ristoranti.

 

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