Sciopero del 9
novembre
UNA TAPPA NELLA COSTRUZIONE
DELLA MOBILITAZIONE CONTRO IL
GOVERNO
di Pia Gigli
Per la stampa borghese all’indomani dello
sciopero del 9 novembre indetto dal sindacalismo di base, il consistente (anche
se sopravvalutato da parte degli organizzatori) numero di lavoratori, giovani
precari, studenti e immigrati che sono scesi in piazza nei principali
capoluoghi, non è esistito.
Lo stesso silenzio c’è stato nei confronti delle straordinarie manifestazioni
dei lavoratori immigrati a Brescia e a Roma il 27 e 28 ottobre. Nessuna protesta
verso le politiche del governo Prodi deve avere diritto di cronaca nei giorni in
cui la maggioranza si appresta a far approvare un’altra Finanziaria
filopadronale e di guerra, il disegno di legge che assume il famigerato
protocollo del 23 luglio e il pacchetto sicurezza contro i lavoratori
immigrati.
Il governo a tutti i costi deve restare in piedi almeno fino al confezionamento di una nuova legge elettorale (secondo Veltroni di tipo proporzionale-corretto) che possa favorire l’eventuale prossimo governo targato Pd e la nascita della “Sinistra” o “cosa rossa”, nella quale si scioglierebbero Prc, Pdci, Verdi e Sd. Questo è il senso delle intese di questi giorni tra Veltroni e Bertinotti sul sistema elettorale.
Il governo a tutti i costi deve restare in piedi almeno fino al confezionamento di una nuova legge elettorale (secondo Veltroni di tipo proporzionale-corretto) che possa favorire l’eventuale prossimo governo targato Pd e la nascita della “Sinistra” o “cosa rossa”, nella quale si scioglierebbero Prc, Pdci, Verdi e Sd. Questo è il senso delle intese di questi giorni tra Veltroni e Bertinotti sul sistema elettorale.
La forza dello sciopero del
9…
Il PdAC ha sostenuto questo giorno di lotta
partecipando ai cortei organizzati nelle principali città del Paese.
Sono scesi in piazza i lavoratori dei
trasporti, della sanità, della scuola, di importanti fabbriche metalmeccaniche
come la Fiat di Pomigliano e Melfi e lavoratori precari, insieme con i centri
sociali, i comitati di lotta per la casa, i comitati di immigrati e comitati di
lavoratori precari autorganizzati . Due elementi vanno colti positivamente:
l’unità delle sigle del sindacalismo di base che fino ad oggi hanno avuto
difficoltà a trovare un comune terreno di battaglia e la cosiddetta
“generalizzazione” cioè il coinvolgimento attivo, anche con proprie forme di
lotta, dei giovani precari, degli studenti medi e universitari.
La piattaforma rivendicativa denunciava le politiche del governo, a partire dal rifiuto dell’accordo del 23 luglio su welfare e pensioni, per il recupero del potere d’acquisto dei salari, per un sistema pensionistico pubblico e a ripartizione e contro la Finanziaria che a fronte di ulteriori sgravi alle imprese non stanzia fondi per i contratti pubblici, non risolve la precarietà e prevede l’aumento dei finanziamenti alle missioni di guerra.
La piattaforma rivendicativa denunciava le politiche del governo, a partire dal rifiuto dell’accordo del 23 luglio su welfare e pensioni, per il recupero del potere d’acquisto dei salari, per un sistema pensionistico pubblico e a ripartizione e contro la Finanziaria che a fronte di ulteriori sgravi alle imprese non stanzia fondi per i contratti pubblici, non risolve la precarietà e prevede l’aumento dei finanziamenti alle missioni di guerra.
…e i suoi
limiti
A fronte del tentativo di ricomporre le
lotte e di mantenere aperto il conflitto avanzando una piattaforma contro le
politiche sociali del governo, ci si chiede quali fossero in fondo gli obiettivi
dello sciopero. Ecco alcuni elementi di riflessione.
- E’aleggiata nelle parole di alcuni leader del sindacalismo di base un’eccessiva “prudenza” nei confronti del governo (il 20 ottobre insegna): è stato espresso "rammarico" perché non sono state mantenute le promesse del programma di governo; si è ritenuto che in sede parlamentare ci possano essere ancora spazi per modifiche al protocollo sul welfare e pensioni e per un “miracoloso” cambiamento di segno della finanziaria. (Leonardi ha affermato: “un governo di centrosinistra non può non tener conto della portata del nostro sciopero”).
Ma sul Protocollo su welfare e pensioni come anche sul Dpef (anticamera della Finanziaria), la discussione è iniziata sei mesi fa. Nel frattempo, senza uno sciopero generale di massa, la vicenda si è conclusa con un finto assenso dei lavoratori imposto dal referendum truffa di Cgil, Cisl e Uil che ha visto il boicottaggio di parte del sindacalismo di base, l’immobilismo più completo dei partiti della sinistra radicale, il rifiuto delle aree di sinistra in Cgil di costruire i comitati per il No. La rivendicazione della modifica al protocollo appare allora del tutto illusoria e incapace di incidere sul suo impianto antipopolare e filopadronale.
-La convocazione dello sciopero generale è avvenuta dunque fuori tempo massimo e per di più è stata incomprensibilmente programmata con manifestazioni regionali rinunciando così all’organizzazione di una unica grande manifestazione nazionale. E’stata, quindi, l’occasione, per il sindacalismo di base, di mostrare la sua capacità di mobilitazione - nonostante il collateralismo nei confronti della cosiddetta sinistra radicale gli impedisca di essere conseguente fino alla parola d’ordine “via il governo Prodi” – nel momento in cui la Cgil è sempre più proiettata verso un modello sindacale aziendalistico e corporativo a sostegno della politica economica e sociale del governo. D’altra parte il ruolo di protagonista avuto in questa occasione dal sindacato di base può sempre essere utilmente investito nel prossimo rinnovo delle Rappresentanze sindacali Unitarie nel pubblico impiego.
- E’ stata grave l’assenza delle aree di sinistra della Cgil (Rete 28 aprile, Lavoro e società, Fiom) dal momento che, almeno la Rete 28 aprile nei mesi scorsi aveva lanciato la parola d’ordine dello sciopero generale. Il risultato di un milione di No all’accordo del 23 luglio, anche se espresso in un referendum truccato e dall’esito scontato, doveva e poteva essere capitalizzato a partire dallo sciopero del 9 novembre. Il rifiuto da parte delle burocrazie di queste aree, dapprima di costruire i comitati per il No e poi di dare loro continuità anche con uno sciopero generale, dimostrano ancora una volta la distanza tra le loro parole e i fatti, che però risulta necessaria per mantenere aperto una qualche relazione di sostegno alle sinistre di governo.
- Infine il pur apprezzabile coinvolgimento dei movimenti nello sciopero generale e “generalizzato”, registra oggi la non volontà di costruzione di una reale unità delle lotte attorno a una piattaforma unificante. Ad oggi l’unica prospettiva rimane quella della costruzione di “patti” contro la precarietà, di mutuo soccorso ecc., del tutto insufficiente per arrivare ad una solida e non occasionale alleanza dei movimenti con il mondo del lavoro.
- E’aleggiata nelle parole di alcuni leader del sindacalismo di base un’eccessiva “prudenza” nei confronti del governo (il 20 ottobre insegna): è stato espresso "rammarico" perché non sono state mantenute le promesse del programma di governo; si è ritenuto che in sede parlamentare ci possano essere ancora spazi per modifiche al protocollo sul welfare e pensioni e per un “miracoloso” cambiamento di segno della finanziaria. (Leonardi ha affermato: “un governo di centrosinistra non può non tener conto della portata del nostro sciopero”).
Ma sul Protocollo su welfare e pensioni come anche sul Dpef (anticamera della Finanziaria), la discussione è iniziata sei mesi fa. Nel frattempo, senza uno sciopero generale di massa, la vicenda si è conclusa con un finto assenso dei lavoratori imposto dal referendum truffa di Cgil, Cisl e Uil che ha visto il boicottaggio di parte del sindacalismo di base, l’immobilismo più completo dei partiti della sinistra radicale, il rifiuto delle aree di sinistra in Cgil di costruire i comitati per il No. La rivendicazione della modifica al protocollo appare allora del tutto illusoria e incapace di incidere sul suo impianto antipopolare e filopadronale.
-La convocazione dello sciopero generale è avvenuta dunque fuori tempo massimo e per di più è stata incomprensibilmente programmata con manifestazioni regionali rinunciando così all’organizzazione di una unica grande manifestazione nazionale. E’stata, quindi, l’occasione, per il sindacalismo di base, di mostrare la sua capacità di mobilitazione - nonostante il collateralismo nei confronti della cosiddetta sinistra radicale gli impedisca di essere conseguente fino alla parola d’ordine “via il governo Prodi” – nel momento in cui la Cgil è sempre più proiettata verso un modello sindacale aziendalistico e corporativo a sostegno della politica economica e sociale del governo. D’altra parte il ruolo di protagonista avuto in questa occasione dal sindacato di base può sempre essere utilmente investito nel prossimo rinnovo delle Rappresentanze sindacali Unitarie nel pubblico impiego.
- E’ stata grave l’assenza delle aree di sinistra della Cgil (Rete 28 aprile, Lavoro e società, Fiom) dal momento che, almeno la Rete 28 aprile nei mesi scorsi aveva lanciato la parola d’ordine dello sciopero generale. Il risultato di un milione di No all’accordo del 23 luglio, anche se espresso in un referendum truccato e dall’esito scontato, doveva e poteva essere capitalizzato a partire dallo sciopero del 9 novembre. Il rifiuto da parte delle burocrazie di queste aree, dapprima di costruire i comitati per il No e poi di dare loro continuità anche con uno sciopero generale, dimostrano ancora una volta la distanza tra le loro parole e i fatti, che però risulta necessaria per mantenere aperto una qualche relazione di sostegno alle sinistre di governo.
- Infine il pur apprezzabile coinvolgimento dei movimenti nello sciopero generale e “generalizzato”, registra oggi la non volontà di costruzione di una reale unità delle lotte attorno a una piattaforma unificante. Ad oggi l’unica prospettiva rimane quella della costruzione di “patti” contro la precarietà, di mutuo soccorso ecc., del tutto insufficiente per arrivare ad una solida e non occasionale alleanza dei movimenti con il mondo del lavoro.
Mobilitazione permanente per uno
sciopero generale contro il governo
Lo sciopero del 9 avrebbe dovuto e potuto
essere l’occasione per uno sciopero politico contro il governo. Ma, come abbiamo
visto, le burocrazie dei movimenti e di gran parte del sindacalismo di base
hanno evitato che ciò accadesse. Rimane, comunque, il fatto che decine di
migliaia di lavoratori e di giovani hanno manifestato in piazza contro le
politiche di questo governo. Crediamo che occorra ripartire da questa dato, come
è necessario ripartire dal milione di No al protocollo sul welfare e sulle
pensioni, dalle numerose vertenze in atto dei lavoratori precari, dalle lotte
per il rinnovo dei contratti e contro l’ulteriore, pesante attacco di
Confindustria e dei sindacati concertativi al contratto nazionale di
lavoro.
Le lotte dei lavoratori stabili e precari in alleanza con i lavoratori immigrati vanno intensificate e unificate con la costituzione di comitati territoriali e di posto di lavoro attorno a una piattaforma per uno sciopero generale unitario e prolungato fino alla caduta del governo Prodi, che rivendichi: la difesa del potere d’acquisto dei salari; una pensione pubblica certa nei tempi (dopo 35 anni di lavoro) e dignitosa nei rendimenti; un lavoro stabile e sicuro, contro la precarietà, una tra le cause dell’aumento dello sfruttamento e dei morti sul lavoro; la regolarizzazione di tutti i lavoratori immigrati; un’alternativa di classe, cioè un governo dei lavoratori.
Le lotte dei lavoratori stabili e precari in alleanza con i lavoratori immigrati vanno intensificate e unificate con la costituzione di comitati territoriali e di posto di lavoro attorno a una piattaforma per uno sciopero generale unitario e prolungato fino alla caduta del governo Prodi, che rivendichi: la difesa del potere d’acquisto dei salari; una pensione pubblica certa nei tempi (dopo 35 anni di lavoro) e dignitosa nei rendimenti; un lavoro stabile e sicuro, contro la precarietà, una tra le cause dell’aumento dello sfruttamento e dei morti sul lavoro; la regolarizzazione di tutti i lavoratori immigrati; un’alternativa di classe, cioè un governo dei lavoratori.




















