Referendum metalmeccanici:
70 mila ragioni per continuare a lottare
di Max Dancelli e Alberto Madoglio
Tra
il 19 e il 21 dicembre si è svolto il referendum sull’ipotesi di rinnovo del
contratto nazionale dei metalmeccanici, siglato da Federmeccanica, Fim, Uilm e,
a differenza del precedente contratto
del 2012, anche dalla Fiom.
La
segreteria dei metalmeccanici della Cgil, una volta venuta a conoscenza dei
risultati, ha emesso un comunicato in cui si parla di “grande prova di
democrazia, di ascolto dei lavoratori […] la grande prevalenza dei SI, oltre
80%, sono la prova del valore del contratto quale strumento di tutela […] di
tutta la categoria”.
Un contratto che spiana la strada a ulteriori attacchi
Pur
prendendo atto dell'esito del voto, non possiamo riconoscere il dato scaturito
dall’approvazione di un pessimo contratto nazionale (nessun aumento salariale,
premi erogati in benefit e welfare aziendale, aumento flessibilità,
applicazione job act) che assesta un colpo a una categoria di lavoratori che
con le loro lotte hanno segnato la storia del movimento operaio in Italia da un
secolo a questa parte. Né sottovalutiamo le conseguenze che questo contratto
avrà sui rinnovi di altre categorie, rappresentando una potenziale regressione
generale per le condizioni di milioni di lavoratori nel Paese.
Allo
stesso tempo nessuno, nemmeno noi, si era illuso che il risultato potesse
essere differente. In un precedente articolo apparso sul nostro sito,
spiegavamo il modo assolutamente autoritario e antidemocratico in cui è stata
organizzata la consultazione, fatta in fretta e furia e senza dare la giusta
agibilità alle ragioni dei contrari, unitamente al fatto che i firmatari
dell’accordo godevano dell’appoggio di governo e grandi organi di informazione,
dal Sole 24Ore al Corriere, da Repubblica a LaStampa
e Messaggero.
In
questa partita gli apparati delle burocrazie sindacali di Cgil, Cisl e Uil
hanno profuso uno sforzo immenso per ottenere il risultato sperato.
Specialmente Landini ha giocato, per così dire, la partita della vita. Dopo
anni di accordi che non aveva sottoscritto, doveva dimostrare di avere il
controllo dei lavoratori. Inoltre con questo contratto e la sua approvazione,
il segretario della Fiom scommetteva sulla possibilità di entrare a far parte
della segreteria confederale del sindacato di Via del Corso.
Dalle grandi concentrazioni operaie un voto contro le burocrazie
Dall’analisi
del voto possiamo affermare che l’entusiasmo manifestato da parte di Landini e
soci non è molto giustificato. Il SI all’ipotesi di contratto ottiene l’80 %, i
NO il 20%. Se però consideriamo la platea di lavoratori che era coinvolta
(circa 680.000 operai), la percentuale dei votanti (63,27%), le schede bianche
e nulle, risulta che effettivamente solo il 40% dei lavoratori ha approvato il
contratto.
Un
risultato quindi non certo entusiasmante per Landini. Si può allo stesso tempo
immaginare che i NO siano arrivati per la maggior parte tra gli iscritti alla
Fiom e che quindi dagli iscritti sia arrivata una forte opposizione alla
capitolazione di Landini e soci ai diktat di Federmeccanica.
Entrando ulteriormente nel dettaglio notiamo dei risultati clamorosi a favore del NO.
A
Genova, città a forte concentrazione operaia, il NO trionfa col 66,51 % (52 in
tutta la regione) con percentuali vicine all'unanimità in realtà che hanno
vissuto recenti lotte per il rinnovo dei rispettivi accordi aziendali. Accordi
indigesti che hanno dovuto accettare a malincuore a causa del ricatto e del
tradimento delle proprie direzioni sindacali, come successo alla Fincantieri. A
Gorizia, realtà dove sono presenti industrie dei cantieri navali, col 75,18 %;
Legnano-Magenta, nell’hinterland milanese, 51,99%.
Altri
risultati significativi si hanno a Trieste (45,63%), Napoli (32,28%) Massa
(43,10%), Pisa (35,63%), La Spezia (31,02%), Parma (28,45), Terni (40,83%),
Messina (33,64%).
Delle
decine di fabbriche dove il NO vince, o dove perde di misura, le più significative
sono: Same e Tenaris a Bergamo (in quest’ultima gli operai respingono per la
prima volta un contratto nazionale), GKN a Firenze, Ex Avio di Pomigliano, ILVA
di Genova, Ansaldo, ST Microelectronics, Fincantieri, Electrolux, Piaggio a
Pontedera, alle Acciaierie Arvedi di Cremona ecc.
Significativo
anche il caso della Ast di Terni. Qui gli operai, che due anni fa sono stati
protagonisti di una lunga lotta contro l’azienda e che alla fine sono stati
traditi come gli operai genovesi da Landini firmatario di un accordo truffa, hanno
dato al NO il 55%. A dimostrazione che le sconfitte parziali non sempre creano
disillusione, ma possono talvolta rovesciarsi in nuova rabbia e voglia di rilanciare
la lotta.
Le decine di migliaia di no all’accordo: base potenziale per una ripresa delle lotte
Si
tratta ora di non disperdere questo ingente patrimonio di opposizione operaia
alla Unione Sacra di burocrati sindacali e padroni. I quasi
70.000 voti superano di gran lunga l’area di riferimento sia della sinistra Cgil
(che allo scorso congresso aveva ottenuto circa 40.000 tra tutte le categorie
della confederazione) sia del sindacalismo di base.
Per
far ciò è necessario che la lotta continui. Sarebbe un errore se si
considerasse chiusa la partita e si aspettasse un lontano futuro per riprendere
e rilanciare la mobilitazione. Bisogna soprattutto superare settarismi e
autoreferenzialità che hanno caratterizzato, anche in questa occasione, il
comportamento della sinistra Cgil e del sindacalismo di base. Bisogna raccogliere
la disponibilità alla lotta e il richiamo all’unità operaia che proviene da
questo risultato. Unità che non deve però essere di facciata o di settori di
apparato sindacale, piccoli o grandi che siano. Riproporre l’ennesima riunione
di inter-gruppi in cui i vari leader si parlando addosso, sarebbe qualcosa che
i lavoratori non perdonerebbero facilmente.
E’
indispensabile convocare assemblee in ogni realtà di fabbrica o di territorio
in cui il NO ha vinto o ottenuto un importante risultato, con l’obiettivo
finale di arrivare a indire una grande assemblea nazionale di rappresentanti
dei lavoratori eletti democraticamente nelle fabbriche che si ponga l’obiettivo
di coordinare le varie realtà combattive.
Da
lì poi si potrebbe partire per organizzare e coordinare fra loro tutti i
lavoratori che, al di là della loro collocazione lavorativa e di appartenenza
sindacale, si sono resi protagonisti in questo periodo di lotte esemplari in
molti casi vittoriose. Coinvolgere il Fronte di Lotta No Austerity,
coordinamento che oggi raggruppa le migliori avanguardie della classe operaia
nel Paese, potrebbe garantire il successo dell’iniziativa.
Per
parte nostra ci impegneremo perché i 70.000 NO a Landini, Federmeccanica e governo,
possano segnare l’inizio di una nuova stagione di lotte che finalmente vedano
il proletariato, nativo e immigrato, protagonista e artefice del proprio
destino.




















