LA FIOM: TRA REALTA’ E
RAPPRESENTAZIONE
La
lontananza del gruppo dirigente Fiom
dalla vocazione di lotta dei
militanti
di Alberto Madoglio
Uno degli effetti dalla crisi economica è
stato quello di fare tornare all’attenzione dei mass media la cosiddetta
“questione operaia”, che molti credevano fosse ridotta a una vestigia del
passato.
Uno dei soggetti che ha suscitato maggiore
attenzione è stata la Fiom. Attaccata dalla maggior parte dei commentatori
borghesi, dalle forze politiche di entrambi gli schieramenti e, ovviamente, dai
padroni, per il suo ruolo per così dire poco sensibile agli interessi del
"sistema Paese", viene considerata, per gli stessi motivi, dalla maggioranza dei
lavoratori come l’ultimo baluardo a difesa dei loro interessi.
Se come rivoluzionari non abbiamo il minimo dubbio su che posizione assumere nella contesa di classe, allo stesso tempo abbiamo non solo il diritto, ma anche il dovere di analizzare ed eventualmente criticare, il ruolo non sempre “coerente”, si conceda l’eufemismo, che questa organizzazione ha avuto in momenti particolarmente caldi dello scontro di classe, non solo oggi ma anche nel passato. E questo non per un vezzo “settario” o intellettuale”, ma perché riteniamo doveroso non farci sommergere da quell’onda omologante, quella sì ideologica, nel senso deleterio del termine, che vuole che nessuna critica sia mossa alla direzione del sindacato dei metalmeccanici della Cgil.
La scelta di non accettare i diktat che la direzione della Fiat ha imposto riguardo alla nuova organizzazione del lavoro negli stabilimenti di Pomigliano e Mirafiori, l’aver combattuto il boicottaggio palese della maggioranza della Cgil, nella persona della neo segretaria Camusso, impegnata a convincere i metalmeccanici ad accettare, pur criticamente, la proposta di Marchionne, più che a sostenerli nella loro lotta, l’aver convocato uno sciopero generale di categorie e il rivendicarne uno di tutto il mondo del lavoro, sono fatti sicuramente importanti.
Se come rivoluzionari non abbiamo il minimo dubbio su che posizione assumere nella contesa di classe, allo stesso tempo abbiamo non solo il diritto, ma anche il dovere di analizzare ed eventualmente criticare, il ruolo non sempre “coerente”, si conceda l’eufemismo, che questa organizzazione ha avuto in momenti particolarmente caldi dello scontro di classe, non solo oggi ma anche nel passato. E questo non per un vezzo “settario” o intellettuale”, ma perché riteniamo doveroso non farci sommergere da quell’onda omologante, quella sì ideologica, nel senso deleterio del termine, che vuole che nessuna critica sia mossa alla direzione del sindacato dei metalmeccanici della Cgil.
La scelta di non accettare i diktat che la direzione della Fiat ha imposto riguardo alla nuova organizzazione del lavoro negli stabilimenti di Pomigliano e Mirafiori, l’aver combattuto il boicottaggio palese della maggioranza della Cgil, nella persona della neo segretaria Camusso, impegnata a convincere i metalmeccanici ad accettare, pur criticamente, la proposta di Marchionne, più che a sostenerli nella loro lotta, l’aver convocato uno sciopero generale di categorie e il rivendicarne uno di tutto il mondo del lavoro, sono fatti sicuramente importanti.
Un sindacato di lotta o di
governo?
Ma se analizziamo attentamente le posizioni
prese dal gruppo dirigente della Fiom, notiamo qualche elemento che dovrebbe far
riflettere tutti quelli che si schierano “senza se e senza ma” dalla parte di
Landini.
Proprio guardando alla vicenda Fiat, vediamo che il comportamento del gruppo dirigente è stato meno intransigente di come in realtà sia apparso. Da Landini ad Airaudo (responsabile Fiom del gruppo Fiat) fino alla sinistra di Cremaschi, sono state rilasciate molteplici dichiarazioni in cui si sosteneva che la Fiom era disposta ad accettare la richiesta di aumento della produttività, cioè di un aumento dei turni in fabbrica e delle ore di straordinario, arrivando fino ad accettare una sorta di “congelamento” della conflittualità in fabbrica, a patto che queste fossero decise attraverso la concertazione tra management e sindacato, invece che essere imposte unilateralmente, e che venissero eliminate dalle proposte aziendali i provvedimenti disciplinari contro i lavoratori in caso di scioperi circa l’organizzazione in fabbrica e il mancato pagamento dei primi giorni di malattia.
Quindi, nei fatti, aperture molto grandi verso le richieste della Fiat. Non è questa la sede in cui analizzare perché, nonostante tutto, la Fiat sia stata irremovibile sulle sue richieste, e i rischi che corre con una politica del muro contro muro, visto cosa era disposta a concedere la controparte.
D’altra parte, che la Fiom non sia quell’organizzazione “barricadiera e massimalista” che molti descrivono, è una cosa nota. Il 14 gennaio sulle pagine del quotidiano di Confindustria, Il Sole 24ore, è apparso un articolo in cui si dimostrava come la Fiom, fuori dalle polemiche politiche e di principio del caso Fiat, non avesse nessuna remora a sottoscrivere accordi in tutto o in parte simili a quelli che rifiutava per l’azienda simbolo del capitalismo italiano.(1)
Non solo. Negli stessi giorni, la Fiom sottoscriveva un accordo in cui si sanciva la chiusura dello stabilimento Indesit di Bergamo, e un altro in cui veniva scritta la parola fine per l’impianto dell’Alfa (gruppo Fiat) di Arese.
E’ stata la stessa presidentessa di Confindustria, Emma Marcegaglia, che la scorsa estate ha riconosciuto il ruolo positivo svolto dai metalmeccanici della Cgil nell’evitare che la crisi economica subisse una deriva simile a quella che si è avuta in Grecia (oggi potremmo aggiungere Tunisia e Egitto): cioè una forte conflittualità di classe, condita da un numero enorme di scioperi generali e manifestazioni di massa in cui gli operai non esitano a scontrarsi con gli apparati repressivi dello Stato, fino ad arrivare ad assaltare i simboli della democrazia borghese (parlamento).
Proprio guardando alla vicenda Fiat, vediamo che il comportamento del gruppo dirigente è stato meno intransigente di come in realtà sia apparso. Da Landini ad Airaudo (responsabile Fiom del gruppo Fiat) fino alla sinistra di Cremaschi, sono state rilasciate molteplici dichiarazioni in cui si sosteneva che la Fiom era disposta ad accettare la richiesta di aumento della produttività, cioè di un aumento dei turni in fabbrica e delle ore di straordinario, arrivando fino ad accettare una sorta di “congelamento” della conflittualità in fabbrica, a patto che queste fossero decise attraverso la concertazione tra management e sindacato, invece che essere imposte unilateralmente, e che venissero eliminate dalle proposte aziendali i provvedimenti disciplinari contro i lavoratori in caso di scioperi circa l’organizzazione in fabbrica e il mancato pagamento dei primi giorni di malattia.
Quindi, nei fatti, aperture molto grandi verso le richieste della Fiat. Non è questa la sede in cui analizzare perché, nonostante tutto, la Fiat sia stata irremovibile sulle sue richieste, e i rischi che corre con una politica del muro contro muro, visto cosa era disposta a concedere la controparte.
D’altra parte, che la Fiom non sia quell’organizzazione “barricadiera e massimalista” che molti descrivono, è una cosa nota. Il 14 gennaio sulle pagine del quotidiano di Confindustria, Il Sole 24ore, è apparso un articolo in cui si dimostrava come la Fiom, fuori dalle polemiche politiche e di principio del caso Fiat, non avesse nessuna remora a sottoscrivere accordi in tutto o in parte simili a quelli che rifiutava per l’azienda simbolo del capitalismo italiano.(1)
Non solo. Negli stessi giorni, la Fiom sottoscriveva un accordo in cui si sanciva la chiusura dello stabilimento Indesit di Bergamo, e un altro in cui veniva scritta la parola fine per l’impianto dell’Alfa (gruppo Fiat) di Arese.
E’ stata la stessa presidentessa di Confindustria, Emma Marcegaglia, che la scorsa estate ha riconosciuto il ruolo positivo svolto dai metalmeccanici della Cgil nell’evitare che la crisi economica subisse una deriva simile a quella che si è avuta in Grecia (oggi potremmo aggiungere Tunisia e Egitto): cioè una forte conflittualità di classe, condita da un numero enorme di scioperi generali e manifestazioni di massa in cui gli operai non esitano a scontrarsi con gli apparati repressivi dello Stato, fino ad arrivare ad assaltare i simboli della democrazia borghese (parlamento).
Una lunga storia di
compromessi
Un comportamento che potremmo definire
incoerente, ma che non è nuovo. Esempi simili li abbiamo avuti in passato. Nel
luglio 2007 la Fiom si oppose al nuovo protocollo sul welfare varato
dal governo Prodi, quando poco tempo prima aveva votato a favore del Dpef
presentato dallo stesso esecutivo, il cui taglio antioperaio era evidente. Allo
stesso modo la Fiom ha sostenuto la riforma in senso privatistico delle
pensioni, visto che suoi rappresentati siedono in uno dei maggiori fondi
pensioni di categoria, Cometa.
Ma in questi comportamenti non vi è nulla di schizofrenico: anzi, in questa supposta follia c’è del metodo.
E il metodo è che anche per quanto concerne la Fiom, ci troviamo davanti ad una burocrazia sindacale che, in ultima istanza, difende la propria condizione di privilegio (dirigenti che sono sindacalisti di mestiere, che gestiscono attraverso i Caf e i patronati ingenti somme di denaro pubblico e dei loro iscritti, che nel consiglio di gestione del fondo pensione di categoria gestiscono centinaia di milioni di euro con piglio aziendalistico) e che perciò non spinge troppo in là le rivendicazioni, nel timore che il proprio ruolo di mediazione tra interessi contrapposti, capitale e lavoro, possa ridursi o venir meno del tutto, concetto espresso nell’odg dell’assemblea nazionale di inizio febbraio, dove tra l’altro sparisce la rivendicazione di indire immediatamente uno sciopero generale di tutti i lavoratori. Un sindacato che non rompe con una impostazione socialdemocratica, riformista, dell’azione sindacale, che non pensa che il capitalismo sia un sistema che debba essere abbattuto e che il ruolo del sindacato sia quello di essere uno degli attori protagonisti di questa lotta. Ecco spiegato perché, lontano dalle luci della ribalta mediatica, siano proprio i leader sindacali periferici i più pronti ad accettare accordi a perdere per i lavoratori, e i meno propensi ad iniziare una battaglia frontale con la burocrazia maggioritaria della Cgil, preferendo una politica del “vivi e lascia vivere”.
Ma in questi comportamenti non vi è nulla di schizofrenico: anzi, in questa supposta follia c’è del metodo.
E il metodo è che anche per quanto concerne la Fiom, ci troviamo davanti ad una burocrazia sindacale che, in ultima istanza, difende la propria condizione di privilegio (dirigenti che sono sindacalisti di mestiere, che gestiscono attraverso i Caf e i patronati ingenti somme di denaro pubblico e dei loro iscritti, che nel consiglio di gestione del fondo pensione di categoria gestiscono centinaia di milioni di euro con piglio aziendalistico) e che perciò non spinge troppo in là le rivendicazioni, nel timore che il proprio ruolo di mediazione tra interessi contrapposti, capitale e lavoro, possa ridursi o venir meno del tutto, concetto espresso nell’odg dell’assemblea nazionale di inizio febbraio, dove tra l’altro sparisce la rivendicazione di indire immediatamente uno sciopero generale di tutti i lavoratori. Un sindacato che non rompe con una impostazione socialdemocratica, riformista, dell’azione sindacale, che non pensa che il capitalismo sia un sistema che debba essere abbattuto e che il ruolo del sindacato sia quello di essere uno degli attori protagonisti di questa lotta. Ecco spiegato perché, lontano dalle luci della ribalta mediatica, siano proprio i leader sindacali periferici i più pronti ad accettare accordi a perdere per i lavoratori, e i meno propensi ad iniziare una battaglia frontale con la burocrazia maggioritaria della Cgil, preferendo una politica del “vivi e lascia vivere”.
Dalla parte dei lavoratori,
non dei dirigenti Fiom
Siamo coscienti che oggi fare questo tipo di
analisi significa andare contro la corrente della maggioranza del movimento
operaio. Tuttavia riteniamo che uno dei compiti di chi vuole costruire un
partito d'avanguardia sia appunto quello di mettere in guardia i lavoratori
contro la politica non conseguente delle loro attuali direzioni sindacali e
politiche: direzioni che, per sviluppare la lotta di classe fino in fondo, vanno
battute e sostituite. La storia purtroppo è piena di esempi in cui direzioni del
movimento operaio che sembravano essere sulle barricate durante i primi scontri
hanno poi abbandonato posizioni in apparenza radicali per accettarne altre più
di “buon senso”, non certo nell'interesse dei lavoratori.
Queste posizioni vanno combattute. E’ in
definitiva questo il senso della battaglia che insieme ad altri militanti
sindacali conduciamo tanto nella Cgil come nel sindacalismo di base (in
particolare in Usb), per la costituzione di una sinistra sindacale non solo
anticoncertativa ma soprattutto rivoluzionaria, con il fine di costruire un
grande sindacato di classe. Oggi è una battaglia di estrema minoranza ma, come
ci dimostra ad esempio l’esperienza sindacale brasiliana
di Conlutas, di cui abbiamo altre volte parlato sul nostro sito web, non si
tratta di fare mera testimonianza perché - in una prossima fase di ascesa delle
lotte- questa battaglia può arrivare a coinvolgere settori di massa tra gli
attivisti sindacali.
Note
(1) Si veda l'articolo di Marco
Ferrando sul Sole24ore, organo della Confindustria, del 14 gennaio
2011: “Fuori dalla Fiat la Fiom è senza tabù”, ..




















