Congresso della Cgil: la guerra è palese
Le assemblee di base per il XVII Congresso della Cgil sono iniziate da ormai tre settimane. A circa metà del percorso si può fare un primo bilancio della battaglia che sta avvenendo nel più grande sindacato italiano. Risultati parziali non sono ancora stati forniti dalla Confederazione; probabilmente questo significa che le cose non stanno andato come la burocrazia di Corso Italia si aspettava. Da notizie diffuse dai rappresentanti del secondo documento “Il sindacato è un’altra cosa” (che vedono i militanti del PdAC iscritti nella Cgil tra i sostenitori) pare che la partecipazione al congresso sia molto bassa (nonostante gli iscritti siano quasi sei milioni). Pur in presenza di un regolamento che lascia mano libera ai sostenitori della maggioranza (nessuna par condicio nella presentazione dei testi, poiché dei 12.000 funzionari solo una dozzina si sono schierati contro la Camusso, possibilità di spostare le assemblee a poche ore dalla convocazione, votazioni col sistema delle urne aperte fino a 48 ore dopo le assemblee, che rendono, nei fatti, impossibile il controllo sulla regolarità del voto), i brogli sembrano non mancare. Nelle assemblee dove è presente il solo relatore di maggioranza, la partecipazione e i voti a favore di questo documento sono più che sospetti. Per questi motivi i coordinatori del secondo documento hanno ufficialmente annunciato che non considereranno valido un congresso in cui risultano espressi più di 900.000 voti. Nelle assemblee dove sono presenti i relatori dei due documenti i risultati sono sorprendenti per il documento intitolato “Il sindacato è un’altra cosa”, questo nonostante, lo ripetiamo, a favore del documento Camusso ci siano funzionari che possono contare su relazioni più stabili e riconosciute con gli iscritti (ma forse proprio perché i lavoratori più coscienti sanno con chi hanno a che fare, appena ne hanno la possibilità votano contro quei dirigenti che con le loro azioni hanno contribuito al drammatico peggioramento delle loro condizioni di vita). Il dato politicamente più rilevante è che la maggioranza della confederazione, così come era andata a ricomporsi negli ultimi mesi, ormai non esiste più.
L’accordo sulla rappresentanza apre la battaglia in Cgil ma la Fiom non va fino in fondo
Il regolamento attuativo
dell’accordo sulla rappresentanza siglato da Confindustria con Cgil-Cisl e Uil,
lo scorso 10 gennaio, ha dato il via a una guerra senza quartiere nella Cgil,
con una virulenza che nemmeno noi immaginavamo. La Fiom ha lanciato accuse di
fuoco: accuse di autoritarismo, di inadeguatezza della Camusso a ricoprire il
ruolo di segretaria, rifiuto da parte del sindacato dei metalmeccanici di
applicare un accordo che viola lo “Statuto della Cgil e la Costituzione
repubblicana” (borghese aggiungiamo noi). Per tutta risposta la Camusso ha
scritto una lunga lettera di un’arroganza inaudita in cui, citando le Fiom solo
di sfuggita, ribadisce che non ci sono margini di trattativa. Non solo, ha
deciso di trasformare le assemblee in una sorta di plebiscito a suo favore.
Questo scontro non deve però
farci credere che la Fiom sia decisa a intraprendere una svolta radicale
rispetto al percorso fin qui seguito. Il non voler rompere con la maggioranza
congressuale, ma limitarsi a presentare solo ordini del giorno contro l’accordo
del 10 gennaio, il non vedere il filo rosso che lega questo accordo e quello
del 31 maggio, ribadendone anzi la bontà originaria, sono tutti segnali di come
la burocrazia Fiom sia costretta ad alzare la voce perché messa nell’angolo
dalla Cgil e perché consapevole che molti suoi iscritti sono furiosi riguardo a
un accordo che tenta di normalizzarli, ma allo stesso tempo non assume nei
fatti una posizione che rischia di mettere in discussione gli equilibri a
livello di apparato confederale.
La mobilitazione dei lavoratori può far vincere la battaglia contro le burocrazie vendute
Da parte nostra ribadiamo un
concetto espresso più volte: non è più tempo di giochi e bizantinismi.
E’ tempo di lanciare un’aperta
battaglia contro l’apparato della Cgil, una battaglia in cui sia chiaro il
concetto che solo con la più larga mobilitazione dei lavoratori si potrà porre
fine alle leggi liberticide e di austerità che massacrano da anni il mondo del
lavoro. Il sindacato è dei lavoratori, degli operai, degli impiegati, dei
giovani e degli immigrati, non dei burocrati che ne hanno usurpato il potere.
Uniamo le forze, al di là degli schieramenti sindacali e congressuali, per la
costruzione di un vero sindacato di lotta, anticoncertativo e di classe, come
unica alternativa al sindacato di collaborazione e di “servizio” rappresentato
da Cgil Cisl e Uil.
1 febbraio 2014
Dipartimento sindacale PdAC




















