Bari
No ai ricatti in Bridgestone!
Cronaca di una lotta operaia
di Riccardo D'Ercole (*)
L'attuale stabilimento Bridgestone manufacturing
Bari ha oltre 50 anni di vita e di attività produttiva in utile. Inizialmente
era lo stabilimento Brema pneumatici, che fu successivamente acquistato dagli
americani del gruppo Firestone e, col fallimento, fu assorbito dai giapponesi
(Bridgestone), mantenendo sempre in vita, però, il marchio Firestone. Molti
lavoratori furono assunti attraverso agenzie interinali con contratto a tempo
indeterminato.
Quando nel 2008 l'inasprirsi della
crisi economica dispiega una serie di attacchi serrati, l'inizio di quella fase
di attacchi che ancora oggi distruggono le conquiste dei lavoratori sul terreno
dei diritti, la compagnia Bridgestone pose fine ai contratti con le agenzie
interinali cominciando ad imporre fermi produttivi per rallentare la produzione
di pneumatici.
Questo processo di rallentamento della
produzione culmina con un evento particolare: il 4 Marzo del 2013 sono convocate
d'urgenza le Rsu di stabilimento e nel primo pomeriggio, attraverso una
videoconferenza di pochi minuti, il manager di Bruxelles, sede centrale della
compagnia per il continente europeo, comunica la chiusura irrevocabile dello
stabilimento entro il primo semestre del 2014. La notizia si diffonde
rapidamente tra i lavoratori i quali accorrono davanti allo stabilimento
nonostante il fermo produttivo del lunedì. Davanti ai cancelli, il giorno
seguente, fanno la solita comparsa gli esponenti delle istituzioni (ex
governatore Vendola e ex sindaco di Bari Michele Emiliano, attuale governatore
della regione) i quali rassicurano i lavoratori e si apprestano ad una
competizione di facciata con la multinazionale giapponese. Nichi Vendola lanciò
una battaglia di boicottaggio. Alternativa comunista proponeva sin da allora la
lotta ad oltranza contro i padroni senza scrupoli, sulla base di un programma
di classe che conducesse alla gestione operaia dello stabilimento.
Intanto le organizzazioni sindacali
davano delle direttive ben precise a tutti i lavoratori: mantenere la calma e
riprendere a lavorare. Questo atteggiamento delle burocrazie sindacali è
esemplificativo del ruolo che queste hanno all'interno delle lotte operaie:
fiaccare la lotta ingannando i lavoratori, non produrre avanzamento alcuno sul
piano della battaglia conflittuale e, infine, firmare accordi-truffa
nell'interesse del padrone in cambio di piccole concessioni millantate come
grandi vittorie.
Il manager europeo, considerando la
campagna di boicottaggio giunge alla decisione di incontrarsi ad un tavolo
ufficiale a Roma al MI.S.E. Al fine di discutere con le parti sociali e
giungere ad un accordo “vantaggioso” per tutti. Le organizzazioni sindacali,
nel continuo tentativo di eliminare ogni scintilla del conflitto continuano a
sostenere la necessità della concertazione e della calma dei lavoratori,
bloccando ogni tentativo di organizzazione operaia.
Nel luglio del 2013, nella sede di
Bari di Confindustria, la direzione aziendale e le organizzazioni sindacali
elaborano una sorta di "bozza di accordo" tra le parti ed il trenta
settembre 2013, in maniera del tutto estranea ai lavoratori al Mise. siglano il
famigerato accordo con il quale viene concordato, per scongiurare la chiusura
dello stabilimento, una "riconversione totale" che prevede la
riconversione di prodotto finito (da pneumatici di media-alta qualità ad una
produzione di bassissima gamma), riconversione dei costi con esubero di 377
unità produttive ed un taglio degli stipendi per i lavoratori restanti,
portando i salari ad essere “competitivi” con il mercato estero (Est-Europa).
In tutto questo tempo la Direzione aziendale non ha mai mostrato un piano
industriale dettagliato in merito al taglio dei costi. Giunge a questo solo nel
mese di luglio 2015, al Mise dove vien fuori la novità dei tagli ad alcuni
emolumenti salariali relativi ad alcuni istituti individuali del Ccnl.
La Direzione aziendale, per rompere lo
stallo della trattativa e il gelo venutosi a creare con i lavoratori, dà vita
ad una campagna di comunicazione individuale con i lavoratori attraverso una
scrittura privata di tipo minatorio: chiede al lavoratore di decurtarsi parte
dello stipendio di sua spontanea volontà, pena il non riconoscimento del
lavoratore stesso nel “progetto Bridgestone” e l'annoveramento tra il numero
degli esuberi.
I lavoratori, ricevuta tale
provocazione mirata a dividerli e a spezzare l'unità della lotta, convocano un
referendum d'azienda che vede la schiacciante vittoria del NO contro
decurtazione salariale e ricatti.
Ma la Direzione aziendale continua a
considerare carta straccia tale risultato delegittimandolo formalmente
attraverso la complicità vergognosa delle burocrazie sindacali. Parte degli
esuberi sono risolte con liquidazioni verso parte dei lavoratori (per la
maggiore lavoratori sull'orlo del pensionamento). Restano circa 150 esuberi.
Il comitato del “NO”
Il comitato del “no”, lanciato da alcuni operai distaccatisi dalle organizzazioni sindacali complici del padronato, rappresenta le rivendicazioni più avanzate di questa battaglia, nonché la richiesta di cancellazione dei provvedimenti siglati da padroni e sindacati complici. E' la parte dei lavoratori in lotta contro i ricatti dell'azienda che si riorganizza autonomamente e al di fuori delle sigle sindacali. Nel giorno dell'ennesima, fiaccante, inutile trattativa al Mise, è stata indetta dal comitato, con la partecipazione di compagni di Alternativa Comunista, una conferenza stampa nella quale si è espressa una posizione chiara rispetto alla vertenza: ogni posizione espressa al tavolo della trattativa che scavalchi il risultato referendario ottenuto in azienda sarà considerata una posizione non rappresentativa degli interessi reali dei lavoratori Bridgestone e che, pertanto, sarà respinta con scioperi e mobilitazioni.
Prospettive per una lotta operaia
Il caso Bridgestone rappresenta
l'ennesimo atto di smantellamento della produzione pugliese già avviata
dall'acuirsi della crisi economica, che ha visto la chiusura di numerosi
stabilimenti con la connivenza di organizzazioni sindacali ed istituzioni. La
dinamica è identica per ogni caso: i padroni, per scaricare i costi della
produzione e trarne più profitto assorbono quantità ingenti di denaro pubblico,
licenziando e mantenendo la produzione attiva per poco tempo, delocalizzando
successivamente in aree produttive (est Europa, sud-est asiatico) dove la
manodopera è meno cara e si possono sfruttare meglio risorse e manodopera.
In Puglia ciò è accaduto per diverse
realtà produttive oltre alla Bridgestone: Om carrelli, Natuzzi, Sangalli vetro.
A ognuna di queste vertenze Alternativa Comunista ha portato la propria
solidarietà e aiutato nell'organizzazione della lotta, davanti ai cancelli
della fabbrica.
Ma ognuna di queste lotte è destinata
a chiudersi con un risultato amaro se non si riesce a unificarle su scala
regionale e nazionale, a rompere l'isolamento che strozza al momento la gran
parte delle lotte nel nostro Paese, frammentate e isolate per la precisa
volontà delle burocrazie sindacali piccole e grandi.
Al contempo noi pensiamo che le lotte
operaie non abbiano solo un aspetto sindacale. Si tratta di svilupparle in una prospettiva
politica più ampia di lotta generale contro il capitalismo e i suoi governi,
locali e nazionale, per imporre una soluzione operaia e rivoluzionaria alla
crisi capitalistica. Qualsiasi “soluzione” politica o sindacale che non vada
chiaramente in questa direzione di unità delle lotte in una prospettiva
politica è destinata a fallire e a far arretrare miseramente le lotte operaie e
le conquiste possibili sul terreno di diritti e dignità.
Le fabbriche ai lavoratori, cacciare il padrone: viva la lotta coraggiosa dei lavoratori Bridgestone di Bari!
(*) coord. reg. Pdac Puglia




















