Partito di Alternativa Comunista

Accordo alla Bertone e posizione della Fiom

Accordo alla Bertone e posizione della Fiom

ECCO IL VERO VOLTO

DELLA DIREZIONE DI LANDINI

 


 

 

di Alberto Madoglio

fiat catena

 

Poco tempo fa, sul nostro sito, abbiamo pubblicato un articolo dal titolo “Fiom, tra realtà e rappresentazione”, nel quale cercavamo di spiegare come la presunta radicalità del sindacato dei metalmeccanici Cgil fosse soprattutto una costruzione mediatica che poco ha a che fare con la reale attività e volontà dei vertici di quella organizzazione. Oggi, dopo gli ultimi eventi alla Bertone (stabilimento del gruppo Fiat), con la scelta delle Rsu Fiom di dare indicazione ai lavoratori di votare Sì nella consultazione sul piano industriale dell’azienda possiamo dirci di esserci sbagliati. Ma per difetto. La maschera è caduta. Il sogno di alcuni di vedere in Landini l’ultimo baluardo a difesa dei lavoratori in Italia è svanito, e il risveglio è stato più che mai drammatico.

 

Landini dopo il referendum Mirafiori

In quella fabbrica la dirigenza della Fiat ha posto un aut aut uguale e identico a quello già imposto a Pomigliano e Mirafiori: o mano libera totale in azienda (più turni, più carichi di lavoro, limitazione al diritto di sciopero e al pagamento dei giorni di malattia) o chiusura degli impianti e licenziamento degli operai.
Questo atteggiamento ricattatorio ha riportato la “questione operaia” al centro del dibattito politico nazionale, e la sconfitta di strettissima misura nel referendum tra gli operai di Mirafiori, che dovevano accettare o respingere il piano industriale di Marchionne, ha galvanizzato i lavoratori di tutto il Paese, i quali, dopo molto tempo, e nonostante avessero contro tutto l'apparato politico borghese nazionale, hanno avuto la sensazione che la lotta poteva pagare, che il loro futuro poteva avere un finale differente da quello che prevedevano padroni e governo.
Anche noi abbiamo visto le enormi potenzialità che quella lotta oggettivamente aveva: ma allo stesso tempo mettevamo in guardia contro i rischi che si profilavano. Rischi dovuti al fatto che il gruppo dirigente Fiom attorno a Landini non aveva nessuna intenzione di generalizzare la lotta in tutti gli stabilimenti del gruppo, rispondendo specularmente alla tattica padronale di attaccare una fabbrica per volta. Landini non ha nemmeno tentato di coinvolgere tutto il mondo del lavoro nella difesa dei diritti degli operai della Fiat e ha sorriso con sufficienza dell'unica rivendicazione che poteva far sviluppare quella lotta: occupare la Fiat, esigerne la nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo operaio.
Le nostre analisi, purtroppo, si sono avverate ora, con la vicenda della Bertone. Il colpo è senz’altro duro. Il rischio è che molti di coloro che avevano creduto ai proclami battaglieri dei dirigenti Fiom, di fronte all’ennesimo tradimento, decidano di abbandonare la lotta.
Noi pensiamo che non tutto sia perduto, a patto che ci sia chiarezza di fronte a questa nuova situazione.

 

Di chi sono le responsabilità

Prima di tutto dobbiamo chiarire le responsabilità. Non siamo settari demagoghi. Abbiamo ben presente quali pressioni debbano aver subito i lavoratori e i delegati Rsu che da sei anni sono in cassa integrazione straordinaria. Per questo diciamo con chiarezza che è vergognoso il tentativo dei leader Fiom di addossare loro la responsabilità dell’accaduto con affermazioni del tipo “hanno fatto bene ma la Fiom non firmerà” oppure “è stato un colpo di genio dei lavoratori. Ora la palla passa nel campo dell’azienda”. No, per noi i responsabili sono altri, il loro identikit è già stato fatto. I loro nomi sono Landini e Airaudo e sarebbe bene che avessero almeno l’onestà di prendersi la responsabilità della scelta: ma sappiamo che la spudoratezza dei burocrati non ha limiti.
Le ragioni di questo, per alcuni sorprendente, repentino voltafaccia ha motivazioni che vanno oltre il caso specifico. La partita che si gioca in Fiat travalica i cancelli aziendali, e questo vale non solo per Marchionne ma anche per i bonzi sindacali. Perché questa scelta in un momento in cui il governo è al suo minimo storico, all’orizzonte si prevede una manovra finanziaria lacrime e sangue da far impallidire quelle di Amato e Ciampi (40 o forse 60 miliardi di euro), e gli stessi padroni sono in seria difficoltà? Che messaggio lancia dalla Bertone la cosiddetta “ala massimalista del sindacato”? Il messaggio è molto chiaro: nel momento in cui scelte dolorose sono alle porte i dirigenti “duri e puri” faranno la loro parte. Certo alzeranno un po’ la voce,  tuoneranno contro l’ennesimo scippo ai danni dei lavoratori. Se necessario arriveranno fino a proclamare un nuovo sciopero generale. Ma poi, alla fine, saranno responsabili, impegnandosi a far ingoiare a giovani, operai, disoccupati, l’ennesimo rospo della crisi e della governabilità del sistema capitalistico.
Questo, in ultima istanza, è un altro tentativo per rassicurare i grandi gruppi della borghesia nazionale che nulla avranno da preoccuparsi nel caso di un governo di centrosinistra che sostituisca nel 2013, o prima, il governo Berlusconi. E il fatto che Landini e Airaudo siano scritti a Sel (il partito di Vendola) prova che la “narrazione” di Vendola non è altro che l’ennesimo inganno ai danni delle classi sfruttate.

 

La battaglia deve continuare

La battaglia deve continuare. Sappiamo di non essere autosufficienti, ma siamo anche stati tra i pochi che non si sono mai fatti illusioni su una fantomatica svolta a sinistra delle burocrazie sindacali, Fiom inclusa. I sorrisi, lo scherno, o le parole di fastidio con cui, anche all’interno della Rete 28 Aprile, veniva accolta la nostra battaglia per la creazione di una vera sinistra sindacale, basata su un programma classista e anticapitalista, dimostrano quanto sprovveduti, per non dire altro, fossero quei dirigenti che ci vedevano solo come degli inguaribili sognatori o più semplicemente dei guastafeste che volevano rovinare la nascita di quella gloriosa macchina da guerra che era la sinistra sindacale di Rinaldini, Podda , Moccia. Ma come quella di occhettiana memoria, anche questa macchina ha fatto cilecca alla prima occasione. Oggi Cremaschi e Bellavita (leader della Rete e dirigenti della Fiom) si limitano a "non condividere" la svolta e a chiedere la convocazione urgente del Comitato Centrale dei metalmeccanici. Troppo poco e troppo tardi.
Tutti quelli che, come noi, non vogliono piegarsi a un destino che altri hanno scritto, devono mobilitarsi fin da subito, al di là delle appartenenze sindacali, per opporsi alle politiche di austerità antioperaia che padroni, governo e burocrazie sindacali (tutte) hanno in serbo di riservarci.
La costruzione di un’altra direzione sindacale, classista, anticapitalista e quindi rivoluzionaria, è una necessità non più rinviabile nel tempo.

 

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