La lotta di Giordano
è la lotta della classe operaia
di Diego Bossi (operaio Pirelli)
Ogni
sanzione ricevuta da un lavoratore da parte del padronato e dal suo
sistema di controllo non è mai una mera questione disciplinare
da analizzare a sé, come fosse un singolo caso scollegato da
altri casi, come se gli effetti prodotti dalla sanzione fossero una
questione privata tra il sanzionato e il sanzionatore. No, non è
così; e noi questo dobbiamo comprenderlo e farlo comprendere:
una sanzione disciplinare è sempre (sempre!) un atto politico.
Perché è uno strumento di repressione e di controllo
della classe dominante sui lavoratori, una riproduzione farsesca del
già farsesco processo borghese, dove il poliziotto,
l’accusatore, il giudice, la giuria e l’intero tribunale sono
espressione dello stesso soggetto: il padrone, che deve far valere la
sua legge e imporre la sua disciplina a tutela del suo profitto.
Ogni
volta, ogni maledettissima volta, l’imputato non è il
singolo lavoratore, ma i lavoratori. Tutti i lavoratori.
Se
a questo quadro appena descritto aggiungiamo che il sanzionato è
attivista di un sindacato di base, la connotazione politica dell’atto
sanzionatorio, aumenta; se aggiungiamo anche che l’attivista è
coordinatore provinciale per il suo sindacato e impegnato
nazionalmente nella costruzione di un fronte unico delle lotte contro
la barbarie del capitalismo, la colonnina di mercurio del termometro
politico sale vertiginosamente; ma attenzione: se a tutto ciò
si aggiunge che il sanzionato è stato punito per un’azione
commessa nel pieno esercizio delle sue funzioni sindacali e che a
sanzionare, con un giorno di sospensione, è Fca (ex Fiat),
colosso industriale fregiato dell’indiscusso ruolo d’incursore
della borghesia italiana, spalancatore di varchi verso nuove mete
dello sfruttamento e della repressione, allora quel giorno di
sospensione non ha più nemmeno le sembianze di una sanzione,
ma è una palese e ostentata azione politica, finalizzata non
tanto a colpire un operaio, quanto a colpire ciò che
quell’operaio rappresenta. Ad essere importante non è solo
la potenza del colpo, ma il rumore che esso produce: un botto
assordante che echeggia nel cielo plumbeo del capitalismo, affinché
tutti si voltino e tutti osservino. E allora mettetevi comodi e
prendetevi qualche minuto, perché qui finisce la teoria e
inizia la storia di Giordano e dei tanti «Giordano» che
nelle fabbriche si devono misurare coi padroni e con le burocrazie
sindacali complici.
Una breccia pericolosa
Giordano
Spoltore, operaio alla Fca-Sevel di Atessa (CH) e coordinatore
provinciale di Chieti dello Slai Cobas, è un compagno
conosciuto e stimato da noi di Alternativa comunista, queste pagine
hanno ospitato una sua intervista e molti dei compagni del nostro
partito collaborano con lui nella costruzione del Fronte di Lotta No
Austerity. È sufficiente leggere il comunicato di solidarietà
del Flna (1)
per rendersi conto di quanto sia assurda e pericolosa la sanzione di
un giorno di sospensione che ha ricevuto Giordano, la cui colpa,
secondo i padroni di Fca-Sevel, sarebbe quella di aver inviato una
mail in qualità di coordinatore dello Slai Cobas per chiedere
informazioni relative alla produzione che preoccupavano alcuni
lavoratori. In poche parole Giordano è stato sanzionato per
aver svolto il suo ruolo di rappresentante sindacale, ma non tutti i
rappresentanti sindacali sono accreditati dal padrone come non lo
sono tutte le organizzazioni sindacali. Ci sono sindacati e
sindacati, delegati e delegati, e Giordano e lo Slai Cobas
appartengono a pieno titolo a quell’universo del sindacalismo
italiano scomodo, che ha scelto di non incanalare la propria azione
nelle regole scritte dal padronato per rendere i sindacati
inoffensivi.
Se
vogliamo comprendere appieno la portata di questo atto intimidatorio
dobbiamo chiederci quale sia il significato della sanzione ricevuta
da Giordano, quale valenza politica si celi dietro al giorno di
sospensione comminato; e la risposta che noi diamo a questi
interrogativi, è una sola: la borghesia italiana in complicità
con le burocrazie dei sindacati confederali vogliono il controllo
totale e assoluto dell’azione sindacale. Se con il CCSL prima e con
il TUR dopo, i padroni hanno scelto «chi» e a «quali
condizioni» poteva rappresentare i lavoratori, con sanzioni
come quella ricevuta dal compagno della Sevel e, purtroppo – come
in questo caso – spesso avvallate dalla magistratura borghese, ora
pretendono anche di imporre «come» i lavoratori devono
condurre la loro azione sindacale. Questa è la vera portata
politica della sanzione!
La metamorfosi del conflitto, lo strapotere delle grandi industrie e il difficile ruolo degli operai attivisti dei sindacati di base
Per
comprendere cosa realmente significhi, oggi, essere attivisti di un
sindacato di base e conflittuale nella grande industria, occorre fare
un passo indietro e risalire alla seconda metà del secolo
scorso, dove il conflitto sociale si esprimeva con grandi e numerosi
scioperi generali, nazionali, di categoria e locali; le grandi
burocrazie sindacali in armonia con la sinistra riformista
organizzavano la lotta ma impedivano al conflitto di compiersi fino
alla sua naturale conseguenza: la rivoluzione e la presa del potere
della classe operaia. La lotta era finalizzata al solo mutamento dei
rapporti di forza all’interno del capitalismo, dopo aver mostrato i
muscoli si andava al baratto con la borghesia per ottenere quei
miglioramenti salariali e normativi che oggi vengono impudicamente
evocati da quegli stessi riformisti che li hanno traditi per un posto
in prima fila sotto al tavolo dei padroni.
Il
capitale negli anni successivi si è rimangiato
progressivamente le sue concessioni, oggi siamo passati dal conflitto
parzialmente espresso e usato come merce di scambio, al conflitto
inespresso e totalmente controllato dai padroni e dal loro stato. È
da qui che dobbiamo partire se vogliamo comprendere la difficoltà
di essere attivisti di un sindacato di base nella grande industria.
Organizzarsi
in un sindacato extra-confederale e conflittuale e svolgere attività
sindacale all’interno dei siti industriali della grande borghesia è
una scelta importante che porta a percorrere una strada non certo
facile.
È
inutile nascondersi. Le grandi industrie hanno un controllo assoluto
dei territori dove sono situate, da esse dipende l’economia di
intere province, dal loro potere, sia direttamente coi loro
dipendenti sia indirettamente con gli esternalizzati e l’indotto
industriale di fornitura e logistico, dipende la sorte lavorativa di
migliaia di famiglie; i livelli occupazionali ed economici di un
intero tessuto sociale fungono da ricatto per la messa in stato di
subordinazione delle amministrazioni borghesi; il rapporto complice e
concertativo ha permesso alle burocrazie sindacali confederali di
consolidare la loro egemonia all’interno delle fabbriche.
Oggi
le attiviste e gli attivisti dei sindacati di base devono misurarsi
contro un padronato che ha messo al bando il conflitto e che non
esita a reprimere duramente i lavoratori, contro le rappresentanze
sindacali confezionate da accordi liberticidi, contro gli apparati
dei sindacati concertativi e, ahinoi, contro una «barriera
culturale» che interessa la larga maggioranza della classe
operaia sindacalizzata che, seppure sia sempre più scontenta e
delusa dalla triade confederale, non vede ancora i sindacati di base
come un soggetto attrattivo per la loro difesa e le loro
rivendicazioni; e questo, noi, da materialisti, non lo ascriviamo
alle responsabilità soggettive dei lavoratori, ma a una
determinata situazione sociale e politica in un determinato periodo
storico. Al contempo, in generale, è utile individuare e
contrastare nelle direzioni dei sindacati di base quelle tendenze
settarie e autoreferenziali che ostacolano la lotta di classe e
impediscono il pieno sviluppo di una più efficace capacità
di contrasto della classe operaia agli attacchi del capitalismo, e
infatti è una verità incontestabile che le migliori
avanguardie operaie abbiano tutte, prima o poi, dovuto affrontare le
proprie strutture sindacali.
Le battaglie quotidiane che gli operai dei sindacati di base devono affrontare nelle fabbriche
Scegliere
un sindacato di base, non firmatario di accordi e contratti
liberticidi che vincolano le organizzazioni alla subordinazione
passiva verso il padrone, è una scelta importante, che come
tutte le scelte è sia contro sia a favore: contro le
oligarchie sindacali, la concertazione, le regole antidemocratiche,
contro un modello sindacale che vede il suo punto di forza nei tavoli
di trattativa tra i vertici; a favore della democrazia operaia, della
lotta per guadagnare i diritti e i salari, di regole sulla
rappresentanza decise dai lavoratori (che sono i rappresentati) e
uguali per tutte le organizzazioni sindacali, a favore di un modello
sindacale che vede la propria forza nel consenso e nella
partecipazione degli operai.
Questa
scelta, fatta da migliaia di attivisti in tutta Italia, si traduce in
una lotta quotidiana per l’affermazione di princìpi
fondamentali per la difesa, la tutela e la lotta dei lavoratori.
Il
diritto di sciopero è costantemente ostacolato dal
boicottaggio sistematico dei sindacati confederali, spesso nelle
fabbriche gli apparati della triade, dai funzionari ai delegati,
boicottano gli scioperi e inducono i lavoratori a non scioperare
(dinamica concorrenziale che si riproduce anche fra sindacati di
base).
Il
diritto di affissione nelle bacheche sindacali è un privilegio
per i soli sindacati complici, altrimenti ci si trova spesso a
volantinare fuori dai cancelli, autofinanziando le spese di stampa e
percorrendo kilometri tra un turno e l’altro di lavoro.
Le
menzogne raccontate ad arte per tenere i lavoratori lontano dai
sindacati extra-confederali sono pari solo alle minacce e alle
intimidazioni. Ancora oggi molti attivisti dei sindacati di base si
trovano a dover spiegare ai loro colleghi di lavoro che è
possibile aderire a uno sciopero anche se non si è iscritti al
sindacato che lo ha proclamato; ancora oggi i lavoratori raccontano
delle ingenti pressioni ricevute affinché non aderiscano a
scioperi di «altri sindacati».
Enti
bilaterali, permessi sindacali, distacchi e regimi disciplinari
edulcorati sono ormai la cifra materiale di una corruzione che sta
sotto gli occhi di tutti gli operai industriali.
Le
testimonianze e la condivisione delle esperienze di questi ultimi
anni ci narrano una storia dura, scomoda, spesso dolosamente
occultata dalle tante forze politiche sedicenti di sinistra che per
opportunismo hanno chiuso gli occhi sulle malefatte nel mondo
sindacale.
La
storia di Giordano e dei compagni dello Slai-Cobas operai alla
Fca-Sevel di Atessa è la storia di tanti, troppi operai che da
Nord a Sud combattono contro padroni, grandi e piccole burocrazie
sindacali.
La
Fiat è arrivata a sanzionare disciplinarmente un metodo
sindacale, colpendo Giordano Spoltore ha voluto lanciare un monito
tutti: non fate azioni sindacali che possano infastidirmi!
Una
sanzione che tutti gli operai debbono ritenere rivolta alla loro
classe!
È
necessario costruire un fronte unico che raccolga le realtà di
lotta di diverse collocazioni sindacali e le schieri contro gli
attacchi padronali, contrastando le politiche concertative e complici
delle grandi burocrazie sindacali e ponendo un argine a difesa dei
lavoratori dalle logiche settarie ed autoreferenziali di alcuni
micro-apparati del cosiddetto sindacalismo di base. E per noi questo
fronte è il Fronte di Lotta No Austerity: unico vero progetto
di caratura generale e nazionale che nasce dalla base. Ma per
combattere contro un capitalismo globale e ultra centralizzato è
necessario costruire un partito internazionale rivoluzionario che
abbia nelle proprie fila le avanguardie operaie di tutto il mondo, ed
è quello che stiamo compiendo noi del Partito di alternativa
comunista, sezione italiana della Lega internazionale dei lavoratori
– Quarta internazionale.
Uniamo la classe operaia nel fronte unico contro il capitalismo!
Uniamo le migliori avanguardie operaie nel partito rivoluzionario internazionale!
Note
(da Progetto Comunista, numero di aprile 2019 in distribuzione)




















