Rifondazione passa definitivamente dall'altra parte della barricata
Un nuovo governo contro i lavoratori
I comunisti ricostruiscono l'opposizione di classe
di Fabiana Stefanoni
"Tu hai ciò che non hai perduto; ma tu non hai perduto le corna; dunque tu hai le corna": è il cosiddetto paradosso del cornuto, tra le fallacie linguistiche esaminate dalla scuola di Mègara nell'antica Grecia e riportate da Diogene Laerzio. Facciamo un salto in avanti di duemilaquattrocento anni (circa), alla vigilia del secondo governo Prodi: "I lavoratori precari non godono delle garanzie del lavoro a tempo indeterminato; eliminiamo per i nuovi assunti a tempo indeterminato la fruizione immediata dell'articolo 18; i lavoratori precari godranno delle stesse garanzie dei lavoratori a tempo indeterminato".
"Cornuti e mazziati"
A chi si chiede come farà Rifondazione a giustificare agli occhi dell'elettorato - dopo anni di richiami ai "diritti dei lavoratori", all'"alternativa di società", al "no alla guerra e no al neoliberismo" - la gestione di politiche antioperaie e repressive nei confronti di quei "movimenti" con cui l'ex segretario nazionale Fausto Bertinotti si è per anni sciacquato la bocca, la risposta è presto data: con l'artifizio retorico. E' noto che la stessa minestra riscaldata fa un effetto diverso se servita in una ciotola di legno o in un piatto di porcellana. La minestra in questione è la legge 30 che, come scritto nero su bianco nel programma dell'Unione firmato anche da Rifondazione, non sarà abrogata, per la gioia di Confindustria. Si tratta quindi di trovare il modo di proseguire - e possibilmente accelerare - sulla strada della selvaggia precarizzazione dei rapporti lavorativi lasciando intendere di svoltare a sinistra.
La prima mossa è spettata a Pietro Ichino, professore all'Università di Milano (non di retorica, stranamente) e storico dirigente della Cgil. Sul sito www.lavoce.info, sponda "intellettuale" dell'Unione, il professore ha presentato alcune possibili ricette per "trovare un punto d'intesa tra le diverse anime del centrosinistra": l'elemento che le accomuna è l'intento di eliminare la distanza tra lavoratori a tempo indeterminato e precari, "tra lavoratori di serie A e di serie B"... destrutturando le garanzie degli attuali lavoratori a tempo indeterminato (!), a partire dall'abolizione dell'articolo 18 per i primi anni di assunzione (qualcosa che ricorda il Cpe francese). Il padronato si sfrega le mani di fronte alla prospettiva di prendere due piccioni con una fava: un primo passo verso l'agognata abolizione dell'articolo 18 e un possibile (goffo, troppo goffo anche per il Prc, che aspetta trovate migliori) escamotage per far digerire la frittata ai giovani precari. Per restare in tema di corna, viene spontaneo il richiamo al detto popolare: come sempre a farne le spese, "cornuti e mazziati", saranno i lavoratori, in particolare le giovani generazioni operaie. Il triste leitmotiv della ristrutturazione capitalistica d'inizio secolo è "cavar sangue dalle rape": il taglio al costo del lavoro per far pagare la crisi ai lavoratori si traduce nella fioritura delle più varie e sottopagate figure di lavoratore precario e nell'estensione delle stesse a tutti gli ambiti lavorativi, dalla Scuola e alla Sanità, dall'industria leggera a quella pesante.
Ma l'esperienza insegna che, prima o poi, i giovani lavoratori assaggiano la minestra e, indipendentemente da ciotola o porcellana, il rancido della pietanza si fa sentire. La recente straordinaria lotta dei giovani francesi contro il Cpe - che è riuscita a piegare il governo, inducendolo a un seppur parziale ritiro della legge - parla chiaro: esistono le potenzialità per una ripresa su scala internazionale della lotta di classe, per la messa in discussione del capitalismo nel suo complesso. Il padronato italiano ha ben chiaro il problema, per questo si premura di giocare la sua carta più preziosa: la concertazione. L'unica garanzia che il governo Prodi - che zoppica ancor prima di nascere tra ripetute pietose votazioni alla Camera e al Senato - può dare ai magnati del capitalismo italiano è proprio questa: le burocrazie sindacali se ne staranno a cuccia per gli anni a venire (sempre che il governo duri), le forze socialdemocratiche della sinistra dell'Unione, Rifondazione in testa, faranno da pompiere alla possibile esplosione del conflitto sociale. Ma la lezione che i comunisti traggono dalle lotte francesi è un'altra: tanto più in un momento storico in cui non esistono spazi possibili di riformismo, i giovani e i lavoratori non si accontenteranno delle briciole. Il fronte popolare non ha funzionato, negli anni '30, quando aveva la dignità della tragedia e si annunciavano aumenti salariali e porzioni di stato sociale; non funzionerà certo ora con la farsa di un governo che può al massimo promettere qualche esercizio di retorica.
Cravatte e manganelli
Se Fausto Bertinotti per vari mesi ha offerto ripetute credenziali all'Unione per conquistarsi la presidenza della Camera, gli attestati di fedeltà alla borghesia non si sono certo interrotti una volta raggiunta l'ambita meta: dopo una pacca sulla spalla ai lavoratori con un accenno fugace a primo maggio e 25 aprile nel discorso d'insediamento, l'ex segretario del Prc - sostituito dal fido Giordano - si è subito trovato a suo agio nel nuovo ruolo di portavoce del parlamento borghese. Una cravatta diverse per ogni occasione, Bertinotti pare proprio esser nato per sfilare tra i vari Prodi, Berlusconi, Marini: dopo i funerali degli alpini e le lacrime commosse per l'elezione di Napolitano, aspettiamo di vederlo presto a cena con Bush e Chirac, a celebrare le magnifiche sorti e progressive del capitalismo del nuovo millennio. Chi l'avrebbe mai detto che l'alternativa alla globalizzazione si potesse raggiungere con tanta facilità! L'avessero saputo prima i militanti di Rifondazione - tanti di noi lo sono stati - che bastava sedersi là al posto di Casini e dire, più o meno, le stesse cose, per costruire un altro mondo possibile, ci saremmo risparmiati tante fatiche...
Ma la verità è che nessuno ci crede e, per fortuna, anche i dirigenti delle varie aree del partito che sgomitano per occupare le poltrone vacanti, hanno smesso di parlare di alternativa, comunismo e altre "cose vecchie". Mentre Bertinotti festeggia a Villa Borghese tra baci e abbracci ("Ce l'abbiamo fatta!", si complimentano i futuri portaborse), gli attivisti no Tav della Valsusa scrivono a Liberazione e Manifesto lettere indignate e inviperite contro Rifondazione: ancor prima della costituzione formale dell'Esecutivo, comincia la prima pesante frattura coi movimenti, grazie all'abbandono, per responsabilità di governo, del "no senza se e senza ma" all'Alta Velocità in Piemonte (si veda l'articolo all'interno). Quasi contemporaneamente, arrivano puntuali da Bertinotti e la sua corte sia la solidarietà a Letizia Moratti (sì, proprio lei: quella dello smantellamento dell'istruzione pubblica!) per qualche fischio, sia la condanna di chi si è macchiato della "grave colpa" d'aver gridato "Palestina libera" alla manifestazione milanese del 25 aprile al passaggio dei sionisti israeliani. Sul piano locale, dove la collaborazione di classe è già rodata da decenni, la definitiva trasformazione del Prc a partito di governo contrario alle lotte assume toni se possibile ancora più grotteschi. A Bologna, mentre si scatena una pesante repressione (con l'accusa di eversione) contro studenti "rei" d'aver contestato lo smantellamento delle strutture pubbliche attraverso l'autoriduzione del pasto in mensa, Rifondazione, che continua a sostenere la giunta dello sceriffo Cofferati, impugna in prima persona il manganello. Più cofferatiani di Cofferati, ormai sono gli stessi presidenti di quartiere di Rifondazione a chiedere lo sgombero delle case occupate da giovani precari e disoccupati dei collettivi.
E non siamo nemmeno all'inizio! Aspettiamo di vedere con quali prodezze linguistiche i futuri ministri di Rifondazione se la caveranno di fronte al voto per il rifinanziamento delle truppe di occupazione in Afghanistan, previsto per il 30 giugno. C'è gia chi, come Malabarba dell'area "Erre-Sinistra Critica" interna al Prc, si arrampica sugli specchi e fa finta di non sentire le inequivocabili parole dei liberali dell'Unione: lo stesso Mussi, ala sinistra dei Ds, ha ribadito che le truppe a Kabul non si toccano, ricordando che "i Ds hanno votato con convinzione a favore della forza multinazionale in Afghanistan perché hanno ritenuto che in effetti quella missione avesse a che fare con la lotta al terrorismo" (La Repubblica, 6/5/2006). Malabarba immagina di credere che "la battaglia sul ritiro delle truppe non sia persa" e, mentre si appresta a garantire il suo voto al governo, propone, in un'intervista al Manifesto, di "fare le primarie su Kabul come le facemmo per scegliere Romano Prodi" (sic!).
Costruiamo un nuovo partito comunista
Parafrasando Trotsky, potremmo dire che come non è possibile scavalcare la storia con "mezzi teorici", allo stesso modo non si può farlo coi "mezzi amministrativi", cioè col ministerialismo: se Rifondazione tradisce definitivamente la classe operaia e i movimenti balzando dall'altra parte della barricata e schierandosi a fianco della grande borghesia internazionale, le lotte e i movimenti non si fermeranno per questo. In Francia abbiamo visto le burocrazie sindacali costrette dalla piazza a rinunciare, per due mesi, alla concertazione: in un'epoca in cui il padronato ha ben pochi contentini da offrire al proletariato, il patto scellerato che Rifondazione e Cgil hanno siglato con Prodi e Confindustria avrà le gambe corte. Mobilitazioni e proteste, sull'onda di quelle cui abbiamo assistito negli ultimi cinque anni - dalle immense manifestazioni contro l'abolizione dell'articolo 18 alle lotte degli autoferrotranvieri di Milano, dagli operai di Melfi alla protesta di Scanzano - non mancheranno di far sentire la loro voce: per questo i comunisti devono costruire, fin d'ora, un partito comunista degno di questo nome che sappia dare a quelle lotte una direzione coerentemente rivoluzionaria, impedire che per l'ennesima volta siano sconfitte o tradite.




















