Partito di Alternativa Comunista

Tra Prodi e Berlusconi vince la borghesia

Tra Prodi e Berlusconi vince la borghesia

Le prospettive dopo il voto di aprile

 

di Valerio Torre

 

Una vignetta molto significativa, pubblicata dal giornale The Independent dopo le elezioni politiche del 9 e 10 aprile, mostra un Romano Prodi in condizioni pietose come fosse reduce da un incidente stradale, con gli abiti sdruciti ed una gamba ingessata a forma di penisola italiana, ma che, pur reggendosi faticosamente sulle stampelle, ha ancora la forza di alzare le braccia e mostrare il segno di vittoria.

Questa vignetta rappresenta molto efficacemente l'esito delle elezioni, che - partite con la previsione (rivelatasi poi fallace) di una vittoria schiacciante per il centrosinistra, quasi una passeggiata - hanno rischiato di trasformarsi in una disfatta. Il risultato della competizione elettorale è stato infatti deciso, dopo un'altalena durata l'intera giornata dello spoglio, da uno scarto di soli 25.000 voti di vantaggio per l'Unione di Prodi alla Camera (che ha potuto così beneficiare di un cospicuo premio di maggioranza); mentre al Senato la Casa delle Libertà di Berlusconi ha prevalso di pochissimo nel voto complessivo, lasciando però all'Unione una lievissima maggioranza di seggi in conseguenza della stortura della legge elettorale fortemente voluta dallo stesso Berlusconi. Il quadro che le elezioni ci consegnano, dunque, è di una relativa solidità della coalizione di centrosinistra solo in uno dei due rami del parlamento, mentre nell'altro il margine sull'opposizione è estremamente esiguo.

I primi exit poll dopo il voto sembravano confermare ciò che i sondaggi da tempo pronosticavano, e cioè una larga affermazione dell'Unione. Tuttavia, man mano che le proiezioni venivano rilasciate dagli istituti di statistica, il centrodestra si avvicinava sempre di più all'avversario fino, ad un certo punto, a superarlo. Per ore i due schieramenti sono stati testa a testa e solo a notte fonda è venuta profilandosi per un soffio la vittoria di Prodi.

 

Lo scenario politico prima del voto

 

In realtà, davvero nessuno poteva immaginare un esito così incerto fino all'ultimo. Da oltre un anno nel Paese era assolutamente palpabile lo stato di grossa sofferenza del governo Berlusconi ed il suo scollamento dalla società. Negli ultimi mesi prima del voto i poteri forti (Confindustria, le grandi banche) avevano già cambiato cavallo, puntando apertamente sull'Unione, tanto che addirittura il Corriere della Sera si era apertamente schierato per Prodi con un editoriale del suo direttore. Insomma, il centrosinistra era arrivato alla campagna elettorale con un ampio margine di vantaggio nei sondaggi. Lo stesso Berlusconi nel primo soporifero confronto televisivo con lo sfidante era apparso nervoso, impacciato e sulla difensiva, tanto che tutti lo avevano dato per perdente.

Gli ultimi giorni prima del voto, però, hanno visto modificarsi radicalmente l'atteggiamento pubblico del premier uscente, diventato aggressivo fino ad incalzare l'avversario sul terreno a lui più congeniale. Berlusconi, in altri termini, ha rifiutato il confronto sul bilancio dei suoi cinque anni di governo e sui numeri dell'economia - dove appariva chiaramente in difficoltà - ed ha rilanciato rivolgendosi non alla razionalità dell'elettorato, ma al suo "ventre": ha accusato l'Unione di voler introdurre nuove tasse che avrebbero colpito il ceto medio ed ha promesso che, se rieletto, avrebbe eliminato l'Ici sulla prima casa.

Prodi e l'Unione hanno incredibilmente accettato questo terreno di scontro, su cui erano in visibile difficoltà, ed hanno consentito al capo del governo di parlare direttamente agli interessi (al portafogli) della piccola e piccolissima borghesia, adattandosi a ricoprire il ruolo di esattori delle tasse per conto della grande borghesia imprenditoriale. E così, il vantaggio molto ampio di un mese fa si è ridotto quasi a zero nel giorno delle elezioni.

A questo punto, però, è necessario domandarsi se davvero un'affermazione così risicata dell'Unione (che per poco non si è trasformata in una sconfitta) possa essere addebitata solo ad una campagna elettorale sbagliata; o non debba piuttosto far riflettere il fatto che una vittoria tanto effimera - che non ha sconfitto il radicamento reale del centrodestra nel Paese (che è enormemente cresciuto: Berlusconi ha vinto nella Puglia governata da Nichi Vendola e nel Piemonte attraversato dalle lotte contro la Tav in Val di Susa) - stia a dimostrare che non si battono i liberali reazionari facendo l'alleanza con i liberali confindustriali e sostituendoli ai primi. La destra, in realtà, si batte con le lotte, con l'autonomia di classe dei lavoratori: questa è la grande lezione che la Francia ci ha appena consegnato! È necessaria un'alternativa ai due poli della borghesia sulla base di un programma operaio per la soluzione di una crisi che non deve essere pagata dalle classi sfruttate, ma dagli sfruttatori.

 

Il risultato del Prc: nel nome dell'alternativa o dell'alternanza?

 

L'esito del voto per Rifondazione Comunista - partito nel quale fino a poche settimane fa abbiamo militato - è contraddittorio. Indubbiamente, la nuova legge elettorale in senso proporzionale ha premiato il Prc che è apparso il soggetto politico che più se ne è avvantaggiato. Tuttavia bisogna interrogarsi sul risultato divergente fra Camera (2.229.604 di voti: 5.84%) e Senato (2.518.624 di voti: 7.37%).

Il miglior esito al Senato è in parte addebitabile ai voti in libera uscita di settori intellettuali e piccolo borghesi dei Ds, in qualche modo attratti dal progetto bertinottiano della Sinistra europea che ha dato al Prc un profilo molto moderato ed accettabile; in parte a pezzi di elettorato che esprimono un'aspirazione alla radicalità che i Ds stessi non possono soddisfare. E non sembri - questa - una contraddizione: è invece proprio il portato dell'estrema ambiguità con cui Bertinotti ha costruito il proprio partito in questi ultimi anni. Un'ambiguità che attrae segmenti diversi di elettorato.

Alla Camera, invece, in una platea di votanti più ampia (quattro milioni di elettori in più), proprio il voto giovanile (le fasce fra i 18 ed i 25 anni) non premia il Prc, mentre i voti di provenienza Ds sono rifluiti sull'ipotesi di partito democratico avanzata dalla lista unitaria dell'Ulivo (Margherita e Ds).

In questo quadro, benché si siano immediatamente levate le sirene della "grande coalizione" alla tedesca, l'ipotesi di un governo consociativo è apparso da subito non praticabile, perché Prodi non rinuncerebbe mai al patto di fedeltà stipulato con Bertinotti che dà molte più garanzie dell'appoggio infido dei centristi della Casa delle Libertà. D'altronde, lo stesso Bertinotti ha investito molto - scontrandosi anche con rilevanti pezzi del partito - per condurre il Prc verso l'esito dell'approdo in un governo borghese d'alternanza.

E proprio Bertinotti, nella Direzione del 12 aprile, per scongiurare ogni ipotesi di governo consociativo di grande coalizione, ha sostenuto che "per garantire l'alternativa, è necessario presidiare l'alternanza"[1]. Dunque, lo stesso Prc è consapevole che il governo Prodi è un governo d'alternanza.

 

La nascita del governo Prodi e l'adattamento del Prc

 

La natura antipopolare ed antioperaia della nascente compagine governativa era già resa evidente dalle circa 300 pagine del famoso programma dell'Unione e dal blocco sociale della coalizione uscita vincitrice dalle urne.

Subito dopo il risultato elettorale, i poteri forti che hanno investito su Prodi gli hanno dettato l'agenda politica intimandogli di: ridurre la spesa per stipendi pubblici; tagliare la spesa pubblica primaria abbattendo i costi del personale e della previdenza; diminuire le aliquote fiscali sui redditi medio-alti e d'impresa; liberalizzare i servizi e le professioni; eliminare i costi e gli ostacoli ai licenziamenti di manodopera; abbattere i costi di apertura e gestione delle aziende[2].

Come se non bastasse, le trattative per la distribuzione delle cariche istituzionali e dei ministeri stanno a testimoniare la natura di classe del governo nel quadro della nuova stagione concertativa con Cgil, Cisl, Uil e Confindustria. L'affidamento del ministero dell'economia al tecnocrate Padoa Schioppa e l'annuncio della prossima manovra finanziaria che si preannuncia di "lacrime e sangue" confermano come già dai primi passi il governo Prodi scaricherà la crisi sui lavoratori e sulle masse popolari promuovendo una politica finalizzata al rilancio del capitalismo italiano sui mercati internazionali.

Quanto al Prc, manifesta già da subito una pratica di adattamento senza limiti. Neanche dieci giorni dopo le elezioni, si è dapprima prodotto il tradimento delle ragioni del popolo No-Tav con la firma dell'accordo con Chiamparino e la capitolazione di fronte agli interessi dei poteri forti dissimulata dietro la paura del ritorno di Berlusconi[3]; poi c'è stato il rifiuto di Wladimir Luxuria a sostenere la pur moderatissima proposta di legge sui Pacs con un singolare argomento: "mi trovo in disaccordo sulla modalità e i tempi della proposta ... La nostra posizione è quella di fedeltà e lealtà al programma dell'Unione ... Così si rischia di andare al muro contro muro"[4]; infine, è divenuto evidente il rifiuto di Rifondazione, espresso da Bertinotti in persona[5], a votare contro il prossimo rifinanziamento della missione italiana in Afghanistan.

È chiaro insomma che il Prc ha una volta per tutte stabilizzato il proprio ruolo nel quadro delle compatibilità determinato da un governo d'alternanza borghese di cui esso è parte integrante e, allo stato, non sostituibile. Perché la borghesia non possa dire di aver definitivamente vinto, ai comunisti di questo Paese spetta invece la responsabilità di salvaguardare l'opposizione di classe al governo dell'Unione. Per questo, dopo aver rotto col Prc, Progetto Comunista - Rifondare l'Opposizione dei Lavoratori è impegnato in questa impresa e, assieme ai tanti comunisti indisponibili ad annullarsi in una alleanza con i liberali, ha lanciato la fase costituente del nuovo partito comunista rivoluzionario della classe operaia.



[1] Liberazione, 13/4/2006.

[2] Il Sole 24 Ore, 13/4/2006.

[3] Così Gianni Favaro, segretario provinciale del Prc torinese, in un'intervista al Corriere della Sera, 20/4/2006.

[4] Il Giornale, 5/5/2006.

[5] Durante il penultimo Cpn del Prc, Bertinotti ha interrotto il mite Cannavò che timidamente sosteneva la necessità di opporsi in parlamento al rifinanziamento della missione militare in Afghanistan con la significativa espressione "mica possiamo far cadere il governo!".

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