Partito di Alternativa Comunista

Quale costituzione e per chi?

Quale costituzione e per chi?

Verso il referendum: la posizione dei marxisti rivoluzionari

 

di Pia Gigli

 

Il 25 e 26 giugno si terrà il referendum confermativo della riforma della Costituzione approvata dal governo Berlusconi a novembre 2005. Si tratta di una consistente modifica di quella parte della Costituzione (la II) che si occupa delle funzioni del parlamento, del presidente della Repubblica, del governo, della magistratura, e di regioni province e comuni. Le modifiche sostanziali riguardano:1) la forma di governo tramite la concentrazione di poteri del primo ministro (premierato) a cui viene conferita la facoltà di sciogliere le camere, di non sottoporsi al voto fiduciario della camera, di nominare e revocare i ministri; 2) il superamento di Camera e Senato che oggi hanno le stesse funzioni (bicameralismo perfetto), con una Camera che approverà leggi dello Stato e avrà un rapporto diretto con il governo, un Senato federale da eleggersi su base regionale con competenza solo sulle materie concorrenti attribuite alle regioni; 3) un ulteriore politicizzazione della Corte Costituzionale e del Consiglio Superiore della Magistratura; 4) l'attribuzione in via esclusiva alle regioni di alcune competenze quali quelle in materia sanitaria, organizzazione scolastica, polizia locale.

In nome della modernizzazione, liberalizzazione, europeizzazione, globalizzazione e governabilità, i tentativi di modificare la forma dello Stato in senso federale e di rafforzare i poteri del premier e del governo si sono succeduti da almeno un ventennio con governi di centrodestra e di centrosinistra, con l'intento di far passare anche nel senso comune un'esigenza di riassetto dei poteri statali imposto dalla crisi capitalistica italiana e internazionale.

 

Un progetto trasversale

 

La Commissione Bozzi (1983) e la Commissione De Mita-Iotti (1992) lavorarono nella direzione dell'istituzione del federalismo e del premierato, con l'indicazione dell'investitura del Primo ministro da parte del Parlamento. La Commissione Bicamerale presieduta da D'Alema (1997) affrontò anch'essa il tema del rafforzamento del potere esecutivo con l'introduzione di una sorta di semipresidenzialismo alla francese, del regionalismo spinto, dell'elezione diretta del capo dello stato. Le strategie presidenzialiste si sono poi concretizzate con l'approdo all'elezione diretta dei sindaci e presidenti di provincia, dei presidenti delle regioni, del presidente del Consiglio nella vesti di leader della coalizione politica che risulta vincente nel confronto maggioritario; e, ancora, con il consolidamento del sistema maggioritario e del bipolarismo per nulla intaccato, come si vede dall'esito delle ultime elezioni, dal rigurgito proporzionalista del governo Berlusconi. Infine nel 2001 il centrosinistra, a maggioranza, approvò la modifica il titolo V della Costituzione, consolidata dal referendum confermativo, che assegnava nuove competenze alle regioni e introduceva definitivamente, tra l'altro, il principio di sussidiarietà aprendo alla privatizzazione dei servizi.

 

Federalismo e premierato per risolvere la crisi del capitale

 

Dietro la richiesta di federalismo ci sono precisi interessi della piccola e media borghesia che richiede un rapporto diretto con le istituzioni, facilitato dalle figure dei governatori e dal loro ruolo quasi assoluto di governo. Essa ha così il vantaggio di essere più vicina ai centri del potere politico su cui fare pressione per ottenere leggi, finanziamenti, autorizzazioni e fiscalità favorevole. Il federalismo, con il dispiegarsi del principio di sussidiarità e con la privatizzazione di fatto dei servizi, crea nuove occasioni di accumulazione capitalistica rendendo ridicola l'affermazione che le istituzioni sarebbero "più vicine ai cittadini". Si vuole inoltre una netta separazione e gerarchizzazione tra compiti e interessi dello Stato (economici, finanziari, militari) e quelli sociali devoluti alle regioni.

Per la grande industria e le multinazionali, lo spezzettamento federale (purché non eccessivo) favorisce la penetrazione dei capitali nei mercati di singole regioni o di gruppi di regioni omogenee tra loro dal punto di vista economico e produttivo. Tutto ciò è oggi favorito dalle politiche dell'Unione Europea che, pur mantenendo intatto il rapporto normativo principale con gli stati membri, facilita l'istituzione di piccoli "stati locali", disposti a gestire la libera concorrenza, la libera circolazione delle merci e dei capitali.

Cosa significa tutto ciò per le classi subalterne e per i lavoratori? Un attacco alle loro condizioni materiali, un arretramento rispetto a diritti che, se pur sanciti dalla Costituzione, sono stati conquistati solo a seguito delle lotte sociali degli anni '60 e '70. Significa una differenziazione delle condizioni di vita e di lavoro, sempre più legate a localismi, quindi anche una frammentazione delle lotte che, con la complicità delle burocrazie sindacali concertative, stanno producendo già nei fatti la moltiplicazione di accordi territoriali colpendo la contrattazione nazionale come base unificante.

Per quanto riguarda la tendenza al rafforzamento dei poteri del governo, abbiamo visto come essa sia trasversale agli schieramenti con diverse accentuazioni su la maggiore o minore forza del premierato. Entrambi gli schieramenti hanno voluto la riforma del sistema elettorale in senso maggioritario non ancora perfetto, ma con la tendenza ad un consolidamento che va di pari passo con la semplificazione dei partiti. La formazione del "Partito Democratico" e del "Partito Popolare" nei due schieramenti costituirebbero un passo avanti in questa direzione. Il potenziamento della forza del premier assegna allo Stato nazionale il ruolo di "regolatore forte" del processo di integrazione europea e di co-costruttore del polo imperialistico europeo.

 

Le critiche alla riforma Berlusconi

 

Il centrosinistra si è limitato a rimproverare alla CdL l'approvazione della riforma a colpi di maggioranza senza alcun accordo bipartisan, dimenticando tra l'altro che la pericolosa riforma del titolo V fu approvata proprio a colpi di maggioranza nel 2001 dall'allora governo di centrosinistra. Tutte le giaculatorie contro la riforma portate avanti dall'Unione, dai sindacati, dai comitati referendari - su cambiamento del volto della democrazia italiana, deformazione delle istituzioni, difesa strenua della costituzione nata dalla resistenza ecc - suonano come ipocrite e retoriche.

Il centrosinistra in questo ultimo ventennio ha voluto le stesse riforme in senso presidenzialista e federalista: Napolitano in aula, ripercorrendo la varie riforme dal 1983 ad oggi (Bozzi, De Mita Iotti, D'Alema ), ha sottolineato come, fino alla precedente legislatura, la Destra e la Sinistra avessero sempre proceduto insieme nelle riforme istituzionali in senso federalista e presidenzialista. Bassanini, criticando lo smantellamento perpetrato dal centrodestra, ha promesso "nella prossima legislatura - e il programma prodiano non lo smentisce - l'ammodernamento del nostro sistema istituzionale", il suo adeguamento a una "domanda nuova di nuova efficienza e partecipazione democratica", e ha anticipato, per il dopo il referendum, una revisione dell'art.138 della Costituzione (che oggi prevede l'approvazione a maggioranza assoluta) per dare garanzie alla minoranza. Infine, nel centrosinistra oggi qualcuno auspica una nuova Costituente.

La denuncia di un attacco alla carta costituzionale "nata dalla resistenza e dalla lotta antifascista", suona come battaglia di retroguardia e solo come riflesso identitario della sinistra. Non si vuole considerare il dato storico che la Costituzione fu, alla sua nascita come oggi, uno strumento della borghesia contro il proletariato. Nata da un compromesso di classe tra le forze politiche uscite dalla guerra e la borghesia in crisi, fu voluta fortemente dal Pci di Togliatti che - sostenendo la democrazia progressiva e la via italiana al socialismo, docile alle politiche di Fronte popolare imposte ai paesi europei occidentali dall'Internazionale stalinizzata - incanalò e depotenziò nella Costituente e nell'illusione di realizzare il socialismo attraverso la Costituzione le istanze rivoluzionare sprigionate dalla guerra antifascista. È una costituzione che proclama "principi" che sono sistematicamente calpestati (diritti del lavoro, laicità, uguaglianza, ripudio della guerra) e che ha assunto il principio della proprietà privata e i Patti lateranensi voluti da Mussolini, mai più messi in discussione da nessun governo del dopoguerra. Insomma, è una Costituzione certamente non neutra, che, a dispetto del tanto sbandierato "universalismo", è stata ed è la piattaforma normativa di uno stato borghese (vera e propria "dittatura della borghesia") che sostiene e difende - anche ricorrendo a polizia ed esercito - gli interessi capitalistici di volta in volta prevalenti.

 

E da comunisti cosa fare?

 

Di fronte a tutto ciò i nostri "interressi di classe" ci inducono a contrastare la riforma Berlusconi per la torsione autoritaria che essa rappresenta, nella consapevolezza che la battaglia ingaggiata dalla borghesia contro i lavoratori continuerà anche se il referendum boccerà la riforma. Per noi è necessario dunque, oltre l'immediatezza di rivendicazioni democratiche, organizzarsi e accumulare le forze per una battaglia di classe che costruisca da subito embrioni di un'alternativa di potere nella prospettiva dell'abolizione della Costituzione dello Stato borghese e la realizzazione del socialismo.

Trotsky nel Programma di transizione del '38, contro la pratica dei fronti popolari, scriveva: "Ciò non vuol dire evidentemente che la IV Internazionale respinga le parole d'ordine democratiche, al contrario, queste parole d'ordine possono avere una funzione enorme. Ma le formule della democrazia, per noi, sono parole d'ordine temporanee o episodiche nel movimento indipendente del proletariato e non nodi democratici gettati attorno al collo del proletariato da parte degli agenti della borghesia (Spagna!). Non appena il movimento acquisterà in qualche modo un carattere di massa, le parole d'ordine democratiche si allacceranno a parole d'ordine transitorie".

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