L'economia secondo l'Unione
Non avere altro Dio all'infuori del Capitale
di Davide Margiotta
La necessità di liberarsi da Berlusconi è stata per il popolo della sinistra l'obiettivo principale degli ultimi anni. Ma per i lavoratori e gli altri oppressi di questa società c'è qualcosa da guadagnare nel cambio Berlusconi-Prodi? E' possibile ottenere qualcosa alleandosi con i propri nemici? Nelle prossime righe proveremo a dare una risposta a questi interrogativi, analizzando brevemente alcune questioni centrali della politica economica dell'Unione.
Il cuneo e altri regali fiscali
E' innegabile che una buona parte degli italiani non sappia cosa si nasconda dietro questa espressione, molto usata dai politici del centrosinistra. Il cuneo fiscale è la differenza tra retribuzione lorda e netta. Il salario netto è quello che si trova in busta paga a fine mese, aggiungendo al netto i contributi previdenziali, le tasse, i cosiddetti oneri impropri, come maternità e malattia, abbiamo la retribuzione lorda.
Il taglio di 5 punti del cuneo fiscale è stata la proposta elettorale centrale dell'Unione. Il problema è che tramite questo prelievo si finanzia una parte della previdenza e del welfare nazionale.
La promessa è quella di dividere i vantaggi tra padrone e
lavoratore, ma persino un economista liberale come Pisauro (docente a Perugia di scienza delle
finanze), nel corso di un dibattito svoltosi a Miaeconomia Tv con l'ex ministro del Lavoro
Treu, ammette che i benefici di questa operazione per i
lavoratori non siano affatto scontati, perchè tutto dipende alla fine dalla
forza negoziale delle parti in sede di contrattazione, e vista l'interminabile
serie di contratti a perdere firmati dalla Cgil c'è poco da stare allegri.
L'operazione costerà circa 10 miliardi di euro l'anno: dove trovare
queste risorse senza toccare, ad esempio, le pensioni?
Più in generale nel Programma dell'Unione per i padroni è previsto ogni tipo di sgravio fiscale e finanziamenti, destinati anche alle imprese che delocalizzano. Più precisamente, per quelle imprese che opereranno una "internazionalizzazione evoluta", cioè quella che prevede "il mantenimento e l'accrescimento in Italia delle fasi strategiche del ciclo produttivo": un vero e proprio invito ad andare a produrre dove i lavoratori sono più a buon mercato e sfruttabili!
Piero Fassino, all'indomani della vittoria alle regionali dell'anno scorso, in un'intervista al Corsera del 7 aprile, rivendicava come un merito il fatto che "la più grande quota di privatizzazioni l'abbiamo fatta noi. Il centrodestra le ha fermate", indicava come necessaria la privatizzazione di municipalizzate e servizi di pubblica utilità e riaffermava la necessità di un taglio dell'Irap (la tassa alle imprese con cui si finanzia tra l'altro gran parte del sistema sanitario).
Pensioni, Legge 30 e mercato del lavoro
"Una riforma delle pensioni è necessaria. E il sindacato commetterebbe un errore grave se facesse di tutto per impedirla [...]. Aggiunto all'aspra opposizione alla legge Biagi, ciò rischierebbe di porre il sindacato, o parte di esso, fuori dal corso dei mutamenti economici e sociali richiesti dalla fase storica in cui ci troviamo, facendogli perdere la qualità di interprete dell'interesse generale sulle questioni sociali". Così rispondeva a Repubblica nel novembre del 2003, in piena mobilitazione dei lavoratori contro l'ennesima controriforma delle pensioni, Tommaso Padoa Schioppa, allora membro dell'esecutivo della Bce (Banca Centrale Europea) e oggi probabile ministro dell'Economia dell'Unione (e la cosa, anche se alla fine così non sarà, è di per sè emblematica).
Del resto, persino
in campagna elettorale l'Unione ha confermato la necessità di aumentare l'età
pensionabile. Si intende anche favorire la previdenza integrativa (cioè
privata): sempre Treu, nel già citato dibattito sottolineava come al "nucleo di
pensione di base pubblico" il centro-sinistra voglia affiancare la previdenza
complementare, per ora rimandata al 2008. Ma in caso di vittoria, fa sapere
Treu, "anticiperemo la riforma", che certamente includerà anche la
liquidazione.
Infine, sul destino della Legge 30 un pò tutti in questi mesi hanno
giocato con le parole: si va dal suo "superamento" alla stesura di una "nuova
legge del mercato del lavoro". Nessuno ha parlato della sua cancellazione, tantomeno
della abolizione della precarietà (per questo sarebbe necessaria l'abrogazione
della legge che l'ha introdotta in Italia: il Pacchetto Treu varato dal primo
governo Prodi). Secondo la posizione ufficiale del controsinistra ci sarebbe
una differenza tra flessibilità (cosa buona) e precarietà (cosa cattiva).
Come può un lavoratore che non ha la certezza di un lavoro stabile non essere precario? La soluzione dell'enigma è affidata ad una elemosina da elargire al malcapitato tra un lavoro flessibile e l'altro, elemosina che passa sotto il nome di "ammortizzatori sociali". Intanto, chi pagherà questi ammortizzatori sociali? Ci si consenta di dubitare della tanto propagandata lotta all'evasione (che dovrebbe finanziare un pò tutto, compreso il taglio del cuneo). E' molto più probabile che a pagare sarà chi non può evadere il fisco: cioè ancora una volta i lavoratori dipendenti, a cui le tasse vengono prelevate direttamente in busta paga! Questa soluzione ha un obiettivo ben preciso per i capitalisti e i loro lacchè: consentire la stabilizzazione del lavoro precario e provare a scongiurare esplosioni "alla francese".
L'Unione alla prova dei fatti: Finanziaria e nuovo patto concertativo
Il governo dell'Unione si troverà molto presto ad affrontare la questione del risanamento del debito pubblico. Le indicazioni degli organismi internazionali del capitalismo (BCE e Fondo Monetario) sono chiare: per far rientrare il rapporto deficit/PIL nei limiti stabiliti per il 2006 serve subito una manovrina di 7-8 miliardi di euro.
Il 30 maggio il Governatore della Banca d'Italia Draghi leggerà la sua Relazione annuale in cui indicherà al governo le priorità. A settembre verrà varata la Finanziaria, che secondo indiscrezioni apparse un pò su tutti i giornali sarà da almeno 30 miliardi: una manovra "lacrime e sangue".
Un altro appuntamento cruciale per il nuovo governo sarà quello del rinnovo del patto concertativo del '93 siglato tra Confindustria, Cgil, Cisl, Uil e governo. I capitalisti tendono a comprimere salari e diritti dei lavoratori per aumentare i profitti, così funziona il capitalismo. A maggior ragione, in un periodo di crisi mondiale, ancora oggi irrisolta, questa necessità si fa più stringente. Questa è stata la molla degli accordi del '93.
Il proletariato subì una delle più gravi sconfitte del dopoguerra: in un solo colpo veniva definitivamente sepolta la scala mobile, veniva dato il via libera alla flessibilità totale del lavoro, veniva affossata la contrattazione aziendale. I padroni hanno per tempo avanzato la ricetta magica in vista del rinnovo del patto concertativo: abbattimento dei salari, aumento della precarietà, libertà di licenziare, flessibilità dell'orario di lavoro, limitazione del diritto di sciopero. Viene da domandarsi a cosa si riferisse in particolare Prodi quando, dopo l'incontro di Vicenza con gli industriali, affermò che "con il programma di Confindustria ci sono molte coincidenze". (RaiNews24, 18/3/2006)
Per parte sua la
Cgil ha offerto addirittura un "patto di
legislatura" al nuovo governo, patto al quale dovrebbero aderire anche Cisl, Uil e le
associazioni padronali.
Per contrastare il declino del Paese occorre mettersi tutti assieme: la
minestra, insomma, è sempre quella.
L'Unione ha sempre indicato la concertazione con le parti sociali come il metodo che intende seguire: tutto appare pronto per il nuovo patto.
Capovolgiamo la logica, da comunisti
L'idea che l'Unione suggerisce è che se le imprese saranno "rilanciate", una fetta della torta della ricchezza prodotta spetterà anche ai lavoratori. Siamo di fronte ad un film già visto: previsioni plumbee per il futuro del "sistema Italia", accorati inviti alla coesione sociale, interminabili filippiche sulla necessità di rilanciare le imprese, il maggiore sindacato che giura fedeltà al governo "amico".
Una nuova stagione di sacrifici attende i lavoratori. Per carità, per "interesse nazionale"! In realtà l'intera logica del ragionamento va radicalmente capovolta. La coesione sociale è un imbroglio: non esistono interessi comuni tra sfruttatori e sfruttati. Il fatto che un'impresa faccia maggiori utili non è in alcun modo una conquista per i lavoratori: nessun capitalista al mondo ha mai regalato niente, e anzi i maggiori utili non si possono fare che sulla pelle dei salariati. Per i lavoratori non esiste nessun interesse nazionale: quando si dice interesse nazionale in realtà si intende interesse della borghesia nazionale. I lavoratori devono lottare contro ogni governo borghese, perchè ogni governo borghese difende gli interessi dei capitalisti e non quelli dei lavoratori.
I nostri interessi sono altri. I più elementari di questi sono cose molto semplici: lavoro (stabile), casa, cure e istruzione gratuite. Nessun governo dei padroni difenderà questi interessi, i nostri interessi: che non sono nazionali, ma di classe e dobbiamo conquistarceli da noi.




















