La torta del governo mette tutti d'accordo
Alcune considerazioni sulle aree "critiche" del Prc
di Leonardo Spinedi
Con l'ingresso nel futuro governo Prodi il Prc porta a compimento la deriva a destra ufficializzata con il VI congresso e si colloca definitivamente sul versante di classe opposto a quello dei lavoratori e dei movimenti di lotta; la stessa nomina di Fausto Bertinotti a Presidente della Camera si inserisce nel quadro di un partito dal profilo sempre più "istituzionale", pronto a portare in dote a Prodi e Montezemolo ciò che rimane del suo radicamento e della sua influenza nelle lotte e nei movimenti calandosi appieno nel ruolo di garante dell'ordine e della pace sociale.
La nostra battaglia...
Queste, in estrema sintesi, sono le ragioni politiche che ci hanno indotto a rompere con questo partito ed a proseguire fuori da esso la nostra battaglia per la costruzione del partito comunista rivoluzionario. Una battaglia che- è bene ricordarlo- si è svolta per dieci anni all'interno di un Prc che malgrado l'opportunismo storico e il riformismo congenito del suo apparato dirigente rappresentava effettivamente un soggetto politico in cui si concentravano settori rilevanti e combattivi dell'avanguardia di classe, e dunque costituiva un terreno fertilissimo per il raggruppamento di quell'avanguardia sulla base dei principi e del programma del marxismo rivoluzionario. Grazie alla coerenza di quella battaglia abbiamo costruito le fondamenta del nostro progetto, abbiamo raggruppato forze ed energie da investire in quel progetto comunista che oggi non può che realizzarsi fuori e contro il Prc ed il governo di cui esso fa parte.
C'è tuttavia chi ha fatto scelte diverse: le cosiddette "aree critiche", fino a ieri ostili alla svolta bertinottiana tanto da presentare documenti alternativi a quello di maggioranza in sede di VI congresso, oggi capitolano al governismo gettando definitivamente la maschera e mostrando chiaramente la loro natura: non già portatrice di un alternativa politica al bertinottismo, ma semplicemente funzionale alla spartizione ieri della merendina dell'apparato del partito, oggi della ben più appetitosa torta del governo.
...e la loro
La prima clamorosa conferma di questo dato è arrivata puntuale durante lo scorso Comitato Politico Nazionale del Prc, che ha visto l'apertura delle porte del governo da parte di Bertinotti alle minoranze, che prontamente hanno accolto l'invito: il primo (in ordine di tempo e per consistenza numerica) è stato Claudio Grassi,che, in rappresentanza dell'area "Essere Comunisti", ha annunciato il voto favorevole al documento di Bertinotti. I dirigenti di quest'area di estrazione politico-culturale togliattiana che ha rappresentato storicamente la "destra" del partito hanno condotto all'ultimo congresso una battaglia identitaria dai contorni nostalgici contro la forma - più che la sostanza- della svolta bertinottiana, criticando l'abiura del comunismo novecentesco (leggi stalinismo) e persino avanzando qualche timida critica alla ricomposizione col centrosinistra, che sarebbe dovuta avvenire a loro dire sulla base di una trattativa più "serrata"col nemico di classe, tenendo conto di alcuni punti programmatici irrinunciabili (i famosi "paletti"). Oggi che il Prc si appresta a votare il rifinanziamento della missione coloniale in Afghanistan che fine abbiano fatto quei paletti non è dato saperlo, certo è che dopo il voto favorevole di Grassi & co. al documento presentato da Bertinotti al Cpn non si frapporranno di certo tra il loro fondoschiena ed il cuoio di qualche comoda poltrona di lusso.
Ed il dissenso dei tanti militanti che hanno appoggiato questi dirigenti nella battaglia congressuale dell'anno passato vedendovi in buona fede un'alternativa al revisionismo bertinottiano? Nient'altro che merce di scambio, forza contrattuale accumulata e spendibile sul mercato interno al momento opportuno. E quale momento migliore del Cpn di apertura del "nuovo corso governativo" per riconciliare gli animi in vista della spartizione del bottino di governo?
Caro Prodi, attento a te...
"O il governo Prodi avrà un di più di radicalità, e sarà un governo di alternativa, o non durerà."
Che dire, una posizione geniale questa dei dirigenti di Sinistra Critica, che del resto rappresenta il naturale sbocco di un percorso politico iniziato e proseguito nel segno dell'ambiguità e del cerchiobottismo, senza alcuna attenzione nei confronti di una categoria che di politico ha ben poco ma che talvolta meriterebbe di essere presa in considerazione: il senso del ridicolo.
Per meglio comprendere la loro posizione, torniamo per un attimo indietro di un anno, al VI congresso: mentre noi - contrastando duramente la deriva governista del Prc - spiegavamo che la precedente rottura con Prodi e la seguente svolta movimentista non avevano mai rappresentato un cambiamento di orizzonte strategico per la maggioranza dirigente, ma che al contrario si trattava di un percorso costruito ad arte per poi ripresentarsi a bussare alle porte di Palazzo Chigi con una rinnovata forza negoziale, questi straordinari psicoanalisti della politica che avevano votato assieme al segretario il "bagno nei movimenti" ci spiegavano che...Bertinotti sbagliava, interpretando in maniera inesatta e fuorviante le tesi da lui stesso espresse nell'assise congressuale precedente! Ciò che questi dirigenti (alcuni dei quali dovremo chiamare d'ora in poi onorevole) non ci hanno mai spiegato con esattezza è la loro posizione nei confronti dell'ingresso al governo a fianco dei liberali, e come si vede, tuttora si guardano bene dal farlo.
Dapprima affermano che "la formazione di un governo di alternativa non appare all'ordine del giorno non più e non solo per l'ambiguità del programma prodiano o delle forze moderate del centrosinistra ma per l'oggettiva forza che il fronte delle destre ha dimostrato e per i suoi effetti nel centrosinistra" e ancora, che "la presenza, al suo interno, di ingenti forze della borghesia italiana e l'ipotesi di un ministro all'Economia come Padoa Schioppa costituirebbero il suggello di un'opzione centrista"; e poi? Il nulla, silenzio sul ruolo del Prc, silenzio sulla dissoluzione dell'opposizione di classe (e sui loro parlamentari eletti nel quadro dell'accordo con Prodi e Padoa Schioppa). Ciò che è certo è che nessuno di loro si è mai posto neppure per sbaglio il problema della salvaguardia dell'opposizione comunista nel paese, né tantomeno quello di costituire una forza comunista indipendente dalla borghesia; la loro logica, si dice, è quella di "pressione a sinistra sul gruppo dirigente".
Ma siccome non siamo tanto presuntuosi da credere gli altri tutti idioti (persino in presenza di indizi rilevanti in tal senso) e siccome sappiamo bene che le idee non cadono dal cielo, abbiamo ragione di supporre che l'unico elemento di razionalità nel perpetuare nel tempo questa pressione nell'eterna speranza che Bertinotti cambi idea sia rappresentato dal fatto che questi dirigenti in fondo hanno parecchio da aspettarsi dal nuovo passaggio governativo, e che il loro limitarsi ad ammonire il centrosinistra dei banchieri -siate alternativi a voi stessi!- celi significativi interessi materiali di apparato.
Note di colore
Tragicomiche come da copione, in questo guazzabuglio di opportunismi non si sono fatte attendere le gesta di Marco Ferrando, indiscusso leader di se stesso, il quale dapprima il 22 aprile si è affrettato a smarcarsi dalla nostra scissione ("siamo saldamente nel partito") poi, a giorni alterni, ha iniziato a vagheggiare una consultazione (?) tra gli iscritti per l'avvio di un'uscita non meglio precisata dal partito; tuttavia, nel momento in cui si è trattato di votare la sostituzione di Bertinotti con Giordano nel ruolo di segretario il nostro eroe non ha trovato di meglio che... proporre la sua candidatura alternativa! Proporsi quindi come segretario di un partito riformista al governo con la borghesia, mentredopo aver confermato la propria internità a quello stesso partito. Un capolavoro di involontaria comicità "marxista"- il riferimento è ovviamente al formidabile Groucho - che conferma la nostra valutazione su questa figura e sul suo gruppo: qualunque cosa decidano di fare, ammesso e non concesso che riescano a farla, semplicemente non ci interessa: non ci interessa tirar su dentro o fuori dal Prc una sorta di "minestrone" che abbia come unico elemento di coesione la figura carismatica del suo guru, non è per questo che ci impegniamo da anni nella nostra battaglia, ma per un obiettivo molto più serio: dotare i lavoratori di un partito rivoluzionario. si balbetta la parola scissione,
Rompere col Prc!
Un dato politico fondamentale fa da minimo comun denominatore tra tutte le aree "critiche" del Prc: la totale assenza di qualunque prospettiva politica alternativa alla sterile opposizione interna ad un partito socialdemocratico al governo con i liberali ed i banchieri, riconducibile in definitiva alla stessa "ragion d'essere" di queste aree: non la volontà di costruire un soggetto politico classista ed indipendente, ma l'opportunità di occupare spazi di dissenso interni da investire in un'ottica di compromesso negoziale con la burocrazia dirigente; con la nostra scelta scissionista noi intraprendiamo un cammino opposto, quello della costituente di un nuovo soggetto politico, e facciamo appello a tutti i militanti critici del Prc perché si uniscano a noi in questo difficile ma entusiasmante cammino, abbandonando l'opportunismo governista di Bertinotti e delle sue ombre più o meno sinistre, per costruire insieme il partito rivoluzionario della classe operaia.




















