Il IV Congresso dei Ds
Il partito democratico: necessità storica della borghesia italiana
Ruggero Mantovani
Lo scioglimento dei Ds nel futuro
Partito democratico (Pd) rappresenta il punto di non ritorno della
socialdemocrazia liberale, esposta, tanto più oggi e per la prima volta, ad una
crisi irreversibile e persino ad esplosioni organizzative, di cui la
candidatura alternativa di Fabio Mussi (seconda mozione) alla segreteria del
partito, ne rappresenta un segnale inequivocabile.
La crisi d’apparato che sta
investendo i Ds al loro IV Congresso, condensa in sé grandi potenzialità: sia
per il rilancio di un’opposizione di massa alle politiche antipopolari del
governo Prodi, sia (tanto più oggi con la rifondazione socialdemocratica di
Bertinotti al governo), per costruire un’egemonia alternativa nel movimento
operaio.
I Ds al bivio: tra la socialdemocrazia e il Partito democratico, diretta rappresentanza della borghesia italiana
Il IV congresso dei Democratici
di sinistra ha avviato il suo percorso e la costruzione del Pd è al centro
della riflessione delle tre mozioni presentate.
La prima mozione proposta dal
segretario Piero Fassino e dal Presidente Massimo D’Alema, assume come
obiettivo esplicito la costruzione del Pd, la cui realizzazione, passando per una
fase di transizione, dovrebbe essere pronta per il 2009. La funzione espressa
dal Pd (definito enfaticamente “partito nuovo”), è anzitutto inscritta
nell’azione di governo: rivendica le guerre imperialistiche nel Libano, nei
Balcani, in Afghanistan, in Medio Oriente; la Legge Finanziaria,
la ripresa dell’economia capitalistica, la riduzione del deficit, le
liberalizzazioni, oltre che le “riforme strutturali” nella previdenza, nel
mercato del lavoro, nelle pubbliche amministrazioni, nei servizi sociali, nella
scuola e nell’università; tutto ben condito dall’efficientismo e dalla
competitività. In altri termini il Pd segna un’ulteriore tappa nell’evoluzione
liberale della maggioranza diessina, in direzione di un soggetto unificato del
liberalismo italiano, realizzando una fusione degli eredi della
socialdemocrazia e del popolarismo borghese sia cattolico che liberale.
La seconda mozione a firma
Mussi-Salvi, che ha pubblicamente candidato Mussi alla segreteria del partito,
denominata “A sinistra per il socialismo europeo”, contraria alla costruzione
del Pd, ha raggruppato intorno a se, oltre ai laburisti di Valdo Spini, molti
esponenti del cosiddetto “correntone”.
“Questo è il congresso –
ammonisce la seconda mozione – che deciderà l’avvenire della sinistra italiana.
Noi siamo contrari alla scomparsa in Italia del più grande partito socialista e
di sinistra”. In definitiva la mozione Mussi-Salvi punta ad un recupero della
funzione socialdemocratica del partito, nella prospettiva di un blocco
strategico con le rappresentanze politiche della borghesia liberale. In questa
direzione tenta il recupero di alcuni tradizionali assi espressi dal
riformismo: contro la parabola del liberismo propone una globalizzazione
regolata ed equa ed un’impresa responsabile; l’uso legittimo della forza solo
nel rispetto integrale della carta delle Nazioni Unite; la riforma delle
istituzioni internazionali; il rilancio di una Costituzione europea più
democratica e sociale; un rapporto diretto con le organizzazioni sindacali di
massa; nuove regole nel mondo del lavoro per ribaltare la logica della Legge
30.
La terza mozione a firma Gavino
Angius, che non propone candidature alternative alla segreteria, pur
appoggiando la costruzione del Pd reclama, contraddittoriamente, la permanenza
nel partito del socialismo europeo.
Se questa è in sintesi la
geografia diessina al piede di partenza del IV congresso, risulta assai più
problematica un’analisi marxista del fenomeno dei DS, poiché quest’ultima
impone un rigoroso esame della funzione di classe, sociale e politica di questo
partito nello svolgersi della vicenda nazionale ed internazionale degli anni
’90, in cui ha assunto, senz’altro, un aspetto centrale il crollo dello
stalinismo e, nella vicenda italiana, la transizione alla cosiddetta seconda
repubblica.
Il IV congresso, in definitiva,
malgrado segnato da una dinamica contraddittoria, come dimostra la
presentazione di diverse mozioni, contraddistingue una tappa definitiva
dell’evoluzione liberale della maggioranza dirigente dei Ds verso la
prospettiva della costruzione del Pd .
Un’evoluzione in senso liberale,
quella dei Ds, comprovata dalla realtà: la progressiva omogeneizzazione degli
orientamenti di fondo con quelli espressi dalla Margherita; il superamento dei
legami con la Cgil e le tradizionali organizzazioni di massa come baricentro
della linea politica e, al contempo, la moltiplicazione delle relazioni con
settori del capitalismo produttivo e speculavo.
Da questo versante la costruzione
del Pd rappresenta l’esito della strategia varata fin dalla Bolognina:
emanciparsi da forza di governo ad asse centrale di una nuova rappresentanza
della borghesia italiana, superando un ruolo di subalternità al centro
tradizionale borghese e candidandosi alla direzione del Pd .
In definitiva il nodo essenziale
della costruzione del Pd, lungi dal rappresentare un travagliato sbocco
strategico, è viceversa rappresentato dalla competizione sulla direzione
dell’operazione complessiva.
Il Partito democratico: uno sbocco prevedibile
La prospettiva del Partito
democratico che la maggioranza diessina ha imposto come asse centrale del IV
congresso, non rappresenta una improvvisazione, né tanto meno una precipitazione
del gruppo dirigente. Questa prospettiva si inscrive nella complessa storia
originata, nella sua evoluzione, dal vecchio Pci.
Il nuovo quadro storico
delineatosi dopo l’89 consentì alla burocrazia dirigente di completare il corso
strategico togliattiano e berlingueriano: in definitiva l’enorme insediamento
istituzionale che aveva trasformato il Pci, nella sua base materiale, in una
“normale” socialdemocrazia, con la fine dell’Urss, – che rappresentò per
decenni un impaccio e un reale ostacolo – legittimava quel partito
definitivamente come forza di governo.
Una forza di governo non
episodica, come era stata quella del Pci – ad esempio nel dopoguerra il partito
di Togliatti fu decisivo per la ricostruzione delle istituzioni borghesi e
dell’economia capitalistica; o alla fine degli anni ’70 con il governo delle
larghe intese in cui il Pci svolse un ruolo di contenimento della radicalità
espressa dal conflitto sociale, permettendo alla borghesia di imporre la
politica dell’austerità – ma, nella crisi emersa nel quadro politico degli anni
’90, determinante per la transizione della borghesia italiana.
In questo senso la nascita del Pd
s non ha rappresentato una decomposizione del vecchio Pci, ma l’investimento di
una politica socialdemocratica nel nuovo partito, i cui vasti legami
istituzionali e sociali ereditati dai decenni precedenti, rappresentarono una
indiscussa continuità. La centralità dei Ds nei governi degli anni ’90,
agevolata, con la fine della Dc, dall’assenza di una rappresentanza centrale
della borghesia italiana, ha costituito il fattore decisivo della sua
evoluzione liberale: conquista di settori di piccola e media borghesia
essenziali per la formazione di una forza liberale di massa; moltiplicazione
delle relazioni e degli specifici interessi espressi dalle classi dominanti.
In definitiva, entrare nelle
contraddizioni espresse dal IV congresso dei Ds significa, tanto più oggi,
prospettare un’egemonia alternativa a sinistra. Significa in conclusione,
incalzare le contraddizioni espresse dalla mozione Mussi-Salvi per sfidare la
sinistra Ds alla rottura con la burocrazia liberale e alla costruzione di un
polo indipendente e di classe; mostrando come quegli interessi del mondo del
lavoro, formalmente rivendicati dalla seconda mozione, sono inconciliabili con
i poteri forti espressi dal governo dell’Unione.




















