Il Prc si prepara a votare la missione in Afghanistan
Dopo Vicenza... Prodi inciampa!
Valerio Torre
È dal tempo della stesura del famoso "programma dell'Unione" - quella paccottiglia di svariate centinaia di pagine che a turno le diverse componenti della maggioranza brandiscono per rivendicare di esserne i difensori zelanti - che, sullo spinoso tema della politica estera del governo Prodi, il Prc recita (sempre più stancamente, peraltro) il mantra della "discontinuità".
Si tratta, a ben vedere, di una parolina quasi magica, una sorta di simbolico "sim sala bim" in grado di giustificare l'ingiustificabile e così consentire ai capigruppo di Rifondazione al Senato ed alla Camera, Russo Spena e Migliore, di assumere le vesti di Mary Poppins per intonare - a beneficio di militanti ineluttabilmente delusi dal ruolo subalterno del loro partito e dalla propensione ad ingoiare rospi via via più grandi - il simpatico ritornello "basta un poco di zucchero e la pillola va giù ...".
E così, la scelta di Prodi di ritirare le truppe dislocate in Irak (decisione messa tuttavia in campo sul finire della sua amministrazione dal ... "pacifista" Berlusconi, che appunto fissò per il relativo calendario una data posteriore rispetto alle elezioni, data di cui ha poi beneficiato in termini d'immagine Prodi) venne vista come inequivocabile segnale di "discontinuità" rispetto al precedente governo di destra.
Poi, persino il ddl di luglio scorso sul rifinanziamento della missione in Afghanistan - che costituisce in tutta evidenza un fulgido esempio di architettura dell'equilibrismo, dovendo soddisfare le esigenze di atlantismo delle componenti liberali della coalizione, contemperandole con i "mal di pancia" di alcuni riottosi parlamentari dei socialdemocratici dell'Unione, il tutto per garantire la c.d. "autosufficienza" del governo, cioè la garanzia che non cada al Senato - è stato definito dal capogruppo alla Camera del Prc, Gennaro Migliore (un uomo, indubbiamente, che, del tutto inconsapevolmente, lavora per noi!), un "passo in avanti per un'exit-strategy dall'Afghanistan": anche qui, insomma, un "segnale di discontinuità".
Il provvedimento, in realtà, costituisce una vera e propria scatola vuota, riempita di inutili masserizie (una cristallizzazione del numero delle truppe italiane e della loro dislocazione in certe aree[1]; la costituzione di un comitato parlamentare per la verifica permanente ed il monitoraggio della missione) allo scopo di convincere i senatori "critici" del Prc, da Turigliatto a Grassi, a votare favorevolmente per evitare la caduta del governo al Senato. E c'è da dire che, pur sbandierando ancor più fermamente la loro "critica", i riottosi parlamentari hanno, sia pur "criticamente", dato il loro appoggio, approvandolo.
E così, ogni mossa del governo Prodi è stata sin qui accreditata da Rifondazione di quella "discontinuità" che costituisce ormai l'unico collante per tenere insieme militanti sempre più sconcertati e via via più disillusi sul ruolo del loro partito. Tuttavia, proprio la politica estera, ancor più che quella economica, rappresenta il vero punto dolente sia della coalizione che del Prc, entrambi attraversati da vistose contraddizioni.
L'affare Vicenza
La complessiva vicenda dell'impegno militare italiano in Afghanistan - che nelle prossime settimane sfocerà nell'ennesimo voto parlamentare sul rifinanziamento della missione - si incrocia con la questione Vicenza.
La protesta dell'intera città veneta contro la costruzione di una nuova base militare americana (Dal Molin), oltre quella già esistente (Ederle), ha completamente scavalcato i partiti della sedicente "sinistra radicale" del governo Prodi, mettendo a nudo il nervo scoperto dell'insanabile contraddizione della pretesa di rappresentare il popolo della pace facendo parte di un governo di guerra. E così, la partecipazione all'imponente manifestazione di sabato 17 febbraio[2] è stata oggetto di una lunga e faticosa contrattazione all'interno della coalizione per impedire che sfilassero nel corteo anche personaggi politici con incarichi di governo, avendo Prodi intimato: "non possiamo sfilare contro noi stessi!".
D'altro canto, quanto gli equilibri siano fragili nell'Unione sui temi di politica estera lo si è visto nel voto al Senato proprio all'esito della discussione su Vicenza, quando, anche grazie ad una strumentale mozione dell'opposizione, in cui si approvava seccamente la relazione del ministro Arturo Parisi, il governo è stato battuto, avendo invece la maggioranza scelto di presentare una diversa mozione, più "equilibrista", proprio per tenere insieme tutte le contraddizioni segnalate prima[3].
Il gioco delle parti
Eppure, nonostante tutti i problemi di tenuta della maggioranza, in nessuno dei suoi settori (liberali o "radicali") c'è una reale volontà di giungere ad uno scontro che, facendo cadere il governo, riconsegnerebbe il paese nelle mani di Berlusconi. Ed è esattamente questo lo spauracchio che Prodi, con le sue indiscusse doti di mediazione, agita costantemente sotto il naso dei suoi alleati allo scopo di tenerli insieme a dispetto di tutte le frizioni.
Ma quest'argomento costituisce pure l'antidoto che lo stato maggiore del Prc sta utilizzando per vincere le resistenze dei cosiddetti "riottosi" che intenderebbero votare contro il decreto di rifinanziamento della missione militare in Afghanistan in discussione nelle prossime settimane in parlamento[4]. Quanto è trapelato dalle riunioni dei gruppi dirigenti di Rifondazione rende manifesta la difficile gestione di questo complesso passaggio, sia da parte dell'ormai granitica maggioranza "bertinottiana" del partito (garante con Romano Prodi della stabilità della coalizione, giacché consapevole - come emerso dal recente vertice dell'Unione - che non vi sono alternative a questa maggioranza), sia da parte delle "aree critiche" (che non hanno alcuna voglia di essere additate al pubblico ludibrio come responsabili della caduta di Prodi e della nuova avanzata di Berlusconi).
Anche qui, come al solito, le diplomazie sono al lavoro per trovare un onorevole punto di compromesso: ed in questo lavorio sotterraneo si distingue, come al solito, Massimo D'Alema, che ben può essere definito il punto di ancoraggio del Prc nella maggioranza quanto alla politica estera.
Anche la vicenda della famosa "lettera aperta agli italiani" dei sei ambasciatori di Usa, Gran Bretagna, Australia, Canada, Olanda e Romania, è stata oggetto di uno scoperto gioco delle parti in cui ha brillato proprio il ministro degli esteri italiano, bravissimo nel fare la faccia cattiva verso gli americani[5] allo scopo di tenere buoni Verdi, Pdci e Prc; ma contemporaneamente rendendosi garante nei confronti dell'amministrazione Bush dell'affidabilità del governo italiano[6].
Il rifinanziamento a venire
Nel momento in cui quest'articolo va in stampa il voto parlamentare è ancora lontano, né è dato ipotizzare le basi del testo su cui la maggioranza prodiana tenterà di raggiungere un compromesso per continuare a stare insieme. Tuttavia, proprio mentre era in chiusura il giornale, è giunta, inattesa, la notizia per cui il governo è stato messo in minoranza al Senato nella discussione sulla politica internazionale. La relazione di D'Alema, com'era prevedibile, ha ricompattato, grazie alle pressioni dei partiti sui "dissidenti", la maggioranza; si sono defilati, invece, i senatori a vita Cossiga, Andreotti e Pininfarina, determinando con i rispettivi voti contrario e di astensione, la sconfitta del governo. L'esito era assolutamente imprevisto, atteso che fra i banchi della coalizione di governo i visi erano stati fino ad allora molto distesi: evidentemente, il controllo è sfuggito.
Un discorso a parte meritano le aree interne del Prc e la loro collocazione rispetto al voto. Mentre Grassi e Giannini (L'Ernesto) sono stati irreggimentati (anche in virtù del pressoché compiuto e totale reingresso della loro area nella maggioranza del partito), Turigliatto (Erre - Sinistra Critica) ha scelto di non partecipare al voto[7] dichiarando di dimettersi dalla carica di senatore.
Come in ogni occasione non abbiamo mancato di denunciare, queste posizioni rappresentano un tradimento delle istanze e delle attese dei militanti di queste aree, ma sono assolutamente coerenti con l'impostazione delle loro dirigenze. In particolare, la scelta di Turigliatto appare essere stata concordata con la maggioranza del Prc, racchiudendo in sé il fatto di lasciare al dissidente la libertà di scegliere di non votare ed il fatto dell'abbassamento del quorum. Che poi il risultato sia comunque stato negativo per il governo, non dipende certo dalla posizione del riottoso.
Quello che è sicuro è il giudizio - che esce ulteriormente rafforzato da questa vicenda - assolutamente negativo sulle aree critiche interne a Rifondazione: l'una (L'Ernesto) ormai implosa e liquidata; l'altra (Erre - Sinistra Critica) sempre più preda delle sue stesse oscillazioni centriste ed in via di liquidazione anch'essa.
A questo punto, se il governo Prodi riuscirà a superare lo scoglio di un dibattito parlamentare sulla fiducia dopo lo scontato reincarico al premier da parte di Napolitano, l'impressione diffusa è che gli spazi di manovra per la c.d. "sinistra radicale" saranno di molto ridotti[8]. Probabilmente, dopo la ricomposizione della coalizione, sui temi di politica estera alla sinistra della maggioranza sarà lasciato il monopolio del solo argomento "Vicenza", perché possa fare la voce grossa nei confronti di Prodi tenendo contemporaneamente buoni i propri iscritti; mentre i toni appariranno molto più sfumati sulla questione Afghanistan: e questo dovrebbe significare una ragionevole certezza per la tenuta del governo su quest'argomento.
Molto verosimilmente, dunque, vi sarà una mozione in cui verrà evocata la famosa (e ... fumosa) conferenza di pace - cavallo di battaglia del Prc per darla a bere al proprio corpo militante circa il ruolo determinante del partito sulle questioni della pace - e semmai verranno stanziate somme per la cooperazione e per la ricostruzione. E certamente Rifondazione non avrà nessun interesse a dire ai propri iscritti ed elettori che misure simili oltre ad essere evanescenti altro non sono che il puntello dei vari imperialismi europei, nonché di quello italiano.
In fondo, che importa? Considerando la sfrontatezza con cui Giordano e i suoi hanno finora venduto la propria merce avariata, sarà sicuramente ... un segnale di "discontinuità"!
21 febbraio 2007.
[1] Solo dopo pochi mesi, questa promessa fatta dai "falchi" del governo Prodi alle "colombe" è già stata in parte vanificata (il ministro della Difesa, Parisi, ha disposto l'invio di ulteriori mezzi aerei; le spese della missione sono state surrettiziamente aumentate nel bilancio dello Stato); e, molto verosimilmente, le prossime settimane muteranno ancor più profondamente il quadro relativo a tale aspetto. Gli Usa, infatti, hanno annunciato un'offensiva di primavera contro le truppe talebane che hanno approfittato dei rigori dell'inverno afgano per rafforzarsi ed avrebbero a loro volta deciso di sferrare un attacco contro le truppe Nato di occupazione: in un discorso di qualche giorno fa, Bush ha espressamente chiesto agli alleati Nato che partecipano alla missione in Afghanistan in maniera più defilata (lontani cioè dai luoghi di combattimento) un "maggiore impegno" in vista, appunto, dell'offensiva di primavera. Ed ha lasciato alle sue seconde linee il compito di stilare l'elenco dei buoni e dei cattivi. Detto fatto: l'ambasciatore americano a Kabul, Ronald Neumann, ha sottolineato: "alcuni paesi della Nato fanno molto, come i britannici, i canadesi, gli olandesi, i danesi e i rumeni; altri dovrebbero inviare più truppe e fare di più". L'imbarazzo della Farnesina di fronte a quest'evidente accusa è stato pari al bizantinismo usato nella replica: "non abbiamo letto nessuna critica all'Italia e anzi nelle riunioni degli alleati ci sono state attestazioni di apprezzamento per quello che stiamo facendo".
[2] Una manifestazione che - ricordiamolo - ha posto al centro della grandiosa protesta non già problemi "urbanistici" (sui quali oggi la coalizione di Prodi tenta una mediazione, ipotizzando - con l'assenso degli stessi Usa - un suo spostamento in altra zona della città), bensì la netta contrarietà alla politica imperialista statunitense, visto che la nuova base servirà come trampolino di lancio per un controllo ancor più stretto da parte nordamericana dei balcani e del medioriente; e, in prospettiva, per le nuove guerre che gli Usa dovranno lanciare contro i prossimi nemici di turno (Iran? Siria?).
Ma anche una manifestazione - occorre rivendicarlo con orgoglio di partito - che ha visto una significativa presenza del PdAC attraverso il riconoscimento del ruolo dirigente all'interno dei Comitati "No Dal Molin" dei nostri compagni vicentini, ed in particolare della compagna Patrizia Cammarata, che ha chiuso la manifestazione tenendo uno dei tre interventi sul palco!
[3] In altri termini, si è verificato il paradosso per cui la quasi totalità della maggioranza prodiana, dovendo votare contro la mozione presentata dalla destra, ha votato contro la relazione del proprio ministro!
[4] Il pericolo per il governo Prodi viene, come al solito, dal Senato, dove la maggioranza è risicatissima e basterebbero pochi dissenzienti per determinare la messa in minoranza del governo e, questa volta, la sua caduta. Ed il voto al Senato costituirà anche il banco di prova per i rappresentanti delle cosiddette "aree critiche" di Rifondazione (Turigliatto, Grassi, Giannini), stretti nella morsa fra il vincolo di maggioranza e l'obbedienza di partito da un lato e la libertà d'espressione e la coerenza con le opinioni espresse dall'altro. D'altronde, un'anticipazione di quanto accadrà nella sessione dedicata all'approvazione del provvedimento di rifinanziamento della missione in Afghanistan si è avuta proprio in queste ore, mentre il giornale era in chiusura: nella discussione sui temi di politica estera il governo è stato battuto proprio al Senato, come vedremo più avanti nella conclusione di quest'articolo.
[5] In una sua nota, D'Alema ha espresso ai sei ambasciatori "sorpresa e disapprovazione", definendo l'iniziativa una "inopportuna interferenza esterna".
[6] Due giorni dopo, un'ora di colloquio diplomatico fra D'Alema e l'ambasciatore Usa a Roma, Ronald Spogli, si concludeva con piena soddisfazione da ambo le parti e la congiunta dichiarazione per cui "il caso è chiuso", di fronte alla conferma "dell'impegno del governo italiano a contribuire nell'ambito dell'Alleanza atlantica all'opera di stabilizzazione e ricostruzione" dell'Afghanistan.
[7] Facendo così mancare il voto favorevole alla risoluzione, ma contribuendo ad abbassare il quorum previsto per la sua approvazione.
[8] Faceva un po' pena vedere, in un dibattito televisivo subito dopo le dimissioni di Prodi, Giordano rivendicare per il Prc il ruolo di fedele esecutore del programma della borghesia ed implorare quasi in ginocchio di non essere cacciato dalla maggioranza!




















