Partito di Alternativa Comunista

La missione "Unifil 2" in Libano e la subalternit

La missione "Unifil 2" in Libano e la subalternità delle sinistre critiche all’imperialismo italiano ed europeo

Antonino Marceca

Il Senato italiano ha approvato definitivamente, il 17 ottobre scorso, la missione Unifil 2 in Libano, un risultato largamente previsto e scontato. Nel contempo, in Finanziaria 2007 il governo dell’Unione prevede un miliardo di euro per le missioni militari dell’imperialismo italiano, da prorogare con decreto annuale: anche in questo caso il “pacifismo non violento” del Prc si è coperto con l’ombrello, armato e multilaterale, dell’Onu. Il giorno prima del voto in Senato, l’Italia veniva eletta come membro non permanente al Consiglio di Sicurezza dell’Onu, un risultato strettamente correlato al ruolo assunto nella guerra di aggressione israeliana al Libano.

Il contesto geostrategico regionale

L’invasione israeliana del Libano è iniziata il 12 luglio 2006, un attacco pianificato da tempo da Usa e Israele: la cattura dei due militari israeliani da parte delle milizie di Hezbollah ha con ogni evidenza rappresentato un pretesto, i cui obiettivi immediati dovevano essere l’annientamento della resistenza di Hezbollah e l’insediamento in Libano di un governo sotto stretto controllo dell’imperialismo statunitense, nell’ambito del progetto di Grande Medio Oriente. Nel corso delle operazioni strategico-militari non era esclusa l’estensione della guerra alla Siria e all’Iran, mentre la guerra al Libano mirava al controllo territoriale sulla linea costiera del Mediterraneo Orientale. L’accordo del 16 ottobre tra Israele e la Nato sul pattugliamento del Mediterraneo nell’ambito dell’operazione Active Endeavour, appena un mese e mezzo dopo il cessate il fuoco, si inserisce in questo scenario. D'altronde proprio all’inizio dei bombardamenti israeliani in Libano, il 13 luglio, veniva inaugurato l’oleodotto Cayhan-Tblisi-Baku (Btc) che collega il Mar Caspio al Mediterraneo Orientale. La British Petroleum (Bp) guida il consorzio dell’oleodotto in associazione, tra gli altri, con Chevron, Conoco-Phillips, Total (Francia) e Eni (Italia). Questo oleodotto crea un blocco tra Azerbaijan, Georgia, Turchia e Israele. Questi ultimi due paesi si stanno attivando in un progetto in grado di trasportare il petrolio da Israele al Lontano Oriente, all’India ed altri paesi asiatici.
La resistenza in Iraq e in Libano ha messo gli Usa in un’impasse strategica ed ha aperto opportunità d’intervento all’Unione Europea, che in un quadro di mediazione e concertazione con gli Usa (questo è il multilateralismo dei briganti in sede Onu) cerca di consolidare interessi europei in un’area di notevole interesse geostrategico ed energetico.

L’intervento europeo

Tra gli imperialisti europei, la Francia è quella che maggiormente tiene la presa sulla Repubblica dei Cedri: è prima intervenuta, di concerto con Israele e gli Usa e in appoggio ad alcune fazioni della borghesia libanese, all’elaborazione della Risoluzione 1559 del 2 settembre 2004 in funzione antisiriana e mirante al disarmo di Hezbollah. Dopo la valorosa resistenza libanese all’aggressione israeliana, la Francia è stata tra le potenze imperialiste la più attiva, assieme all’Italia, nella elaborazione della Risoluzione 1701. Un paese, l’Italia, che vanta nella regione precisi interessi economici, ma che è anche legato ad Israele da un accordo di cooperazione militare. Nel corso della trattativa all’Onu, a chiarire il ruolo di quella che sarebbe stata la missione Unifil 2, interveniva il cancelliere tedesco, Angela Merkel, che, dopo aver consegnato tre sottomarini “nucleari” ad Israele, chiariva che l’obiettivo della partecipazione tedesca in Libano era quello di proteggere Israele, ma visto il trattamento − a raffiche di mitragliatrice − riservato il 23 ottobre a un’imbarcazione militare tedesca dai caccia israeliani, è chiaro che Israele non sembra disponibile ad assecondare interessi europei contrastanti con quelli statunitensi. Intanto Israele, prima durante e dopo la guerra in Libano, continua la guerra coloniale nei territori palestinesi con morti e feriti a carico della popolazione civile, nel silenzio generale.

La missione Unifil 2

La missione delle Nazioni Unite (Unifil 2), costituita in base alla Risoluzione 1701, attribuisce l’origine del conflitto alla resistenza libanese, chiede la fine dell’attività di resistenza nel Sud Libano, vieta alla resistenza qualsiasi rifornimento di armi e non menziona l’occupazione israeliana dei territori libanesi, siriani e palestinesi. La missione è composta da 15000 militari, attualmente sotto la direzione del generale francese, Alain Pellegrini, mentre successivamente la direzione passerà all’Italia, dislocata integralmente dentro i confini del Libano, tra “la linea blu” (il confine tra i due paesi stabilito dall’Onu) e il fiume Litani. Da indiscrezioni francesi si deduce che la missione abbia due regole di ingaggio, una ufficiale e l’altra riservata: la prima prevede il sostegno all’esercito libanese nel ripristinare il controllo nel sud del paese, sostituendosi alle forze di Hezbollah; la seconda darebbe il potere alle forze militari della missione di intervenire sulle milizie della resistenza libanese secondo criteri di “autodifesa preventiva”, prevedendo posti di blocco, fermo di uomini e mezzi, requisizioni di armi, attacco militare. Questo ruolo “riservato” emerge anche nel “Manuale di area” per i 1100 militari spagnoli impegnati nella missione, come riferisce El Pais del 13 ottobre. Intanto Israele continua ad occupare i territori libanesi di Ghajar e le fattorie di Sheba al confine tra Israele, Libano e Siria, mentre i caccia israeliani violano ripetutamente lo spazio aereo libanese. È chiaro che la missione Unifil 2, avendo le armi puntate contro la resistenza libanese, lascia indisturbato Israele nella sua azione contro i palestinesi e nel contempo le permette di mantenere sotto tiro il Libano e la regione mediorientale, in accordo con gli Usa.

L’appoggio delle “sinistre critiche”

La sinistra di governo dell’Unione, dal Prc ai Verdi, dal Pdci alla sinistra Ds, ha sostenuto la missione Unifil 2 in tutte le sedi, facendo propria la politica estera del governo. Un sostanziale sostegno alla missione è arrivato anche dai banchi del centrodestra, mentre nelle Commissioni Esteri e Difesa si registrava l’unanimità. Le grandi associazioni sociali e sindacali della sinistra, l’Arci, la Tavola per la Pace, la Cgil si sono velocemente allineati alle posizioni del governo, mentre esponenti del cattolicesimo progressista come Zanotelli, giornali come il manifesto, con qualche eccezione, hanno salutato favorevolmente l’intervento dell’Onu in Libano.
Nel Prc, le sinistre più consistenti, “Essere comunisti” di Grassi e “Sinistra critica” di Cannavò, con i loro parlamentari e senatori, anche in questo caso non hanno fatto mancare la loro fiducia al governo. La corrente di Grassi ha espresso un giudizio “non sfavorevole” all’invio della missione in Libano, peraltro in continuità con il precedente sostegno alla missione in Afghanistan, giustificato allora con la necessità di non far cadere il governo Prodi. Sul Libano il sostegno è più convinto ed argomentato con la necessità di sostenere l’intervento europeo in opposizione all’unilateralismo statunitense: l’Ernesto di Grassi ha scelto il proprio interlocutore nello scontro tra i poli imperialistici. In aggiunta a questa argomentazione, la corrente di Grassi sottolinea come la missione sia stata “accettata anche da Hezbollah”. La corrente di Cannavò ha posizioni nella sostanza non diverse da “Essere Comunisti”: insieme le due tendenze hanno chiesto al governo di “smentire con urgenza” la notizia riferita il 13 ottobre da El Pais: in caso contrario, aggiungono, saremmo in presenza di “una missione di guerra”. Malgrado la triste rivelazione le sinistre interne del Prc, ne siamo certi, non faranno venir meno il loro sostegno al governo Prodi.

Qualche conclusione

Non c’è dubbio che la situazione sul terreno è di tregua armata, Hezbollah ha acquisito un’enorme popolarità grazie alla resistenza opposta alle truppe dello Stato ebraico e questo fatto rafforza i Fratelli musulmani e l’islamismo politico in tutti i paesi arabi. In Libano il fronte patriottico costituito da Hezbollah, Amal, i cristiani maroniti del Movimento patriottico libero, il Partito comunista libanese, i nasseriani, il Partito socialnazionale pansiriano, hanno acquisito una forza politica considerevole. Non c’è dubbio che Hezbollah egemonizzi il blocco, non solo militarmente, ma anche politicamente ed economicamente. Il Partito di Dio partecipa in tutto il paese, grazie ai finanziamenti ricevuti dall’Iran, al processo di ricostruzione attraverso imprese, come l’impresa di costruzioni Jihad al-Binah. Proprio grazie a questa forza acquisita sul campo, Hezbollah è in grado di proporre di rinegoziare la composizione del governo Siniora, il cui premier è espressione del blocco avversario costituito dal partito Mustaqbal di Hariri, dai cristiano maroniti falangisti, dal Partito socialista druso di Jumblatt, un’alleanza sostenuta dall’Arabia Saudita e dagli Usa.
La proposta di Hezbollah è la costituzione di un governo di “unità nazionale” che miri a ridimensionare il blocco di Siniora. Marie Nassif-Debs dell’Ufficio politico del Partito comunista libanese ha dichiarato a il manifesto del 13 ottobre che “la proposta di un governo di unità nazionale” è stata fin da subito la proposta del Pcl. Analoga proposta è stata avanzata anche dal Movimento patriottico libero dell’ex generale Aoun.
La nostra organizzazione, Pc Rol, a differenza delle sinistre critiche di governo, ritiene che la lotta contro l’imperialismo, contro tutti i poli imperialisti, è centrale nella politica comunista. Perché la sconfitta dell’imperialismo, in qualunque parte del mondo essa avvenga, apre nuove prospettive alle lotte di liberazione dei popoli oppressi. Ecco perché fin dall’inizio della guerra di aggressione israeliana Pc Rol ha sostenuto la resistenza libanese e si è opposta alla missione Unifil 2.
Nel contempo riteniamo profondamente sbagliata la proposta di governo di unità nazionale avanzata, tra gli altri, anche dal Partito comunista libanese. Una politica che lo stalinismo ha avanzato in altri paesi dipendenti con disastri per il movimento operaio e popolare. Se è corretto un fronte militare contro l’aggressione militare e coloniale in atto, non di meno i comunisti devono mantenere la propria indipendenza politica ed organizzativa. Solo su questa base si può avanzare nel corso stesso della lotta la parola d’ordine di un governo operaio e contadino, perché come l’esperienza storica ci dimostra le forze nazionaliste, come Hezbollah, per difendere i loro interessi di classe invariabilmente capitoleranno ad uno dei poli imperialisti.



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