Partito di Alternativa Comunista

La necessit

La necessità di un partito comunista autenticamente rivoluzionario

Per la trasformazione in senso rivoluzionario e socialista della società

 

di Valerio Torre

 

Sul quadro politico che il risultato elettorale del 9 e 10 aprile ci ha consegnato abbiamo già avuto modo di soffermarci diffusamente[1]. L’esito del voto indica chiaramente che la vittoria di misura dell’Unione - con la traballante maggioranza al Senato che ne è derivata - non è stato il frutto di una campagna elettorale sbagliata, bensì la conseguenza politica dell’identità dell’alleanza di centrosinistra e della sua funzione di rappresentanza dei poteri forti in genere (Confindustria, le grandi banche) che già da tempo avevano scaricato Berlusconi cambiando cavallo e puntando apertamente sull’Unione: in altri termini, quest’ultima (integrata da Rifondazione Comunista) è apparsa agli occhi degli elettori - al di là della volontà collettiva di mandare a casa il governo di centrodestra - un utile gestore degli interessi della grande borghesia imprenditoriale. L’effimera vittoria di Prodi non ha sconfitto politicamente, ma solo elettoralmente Berlusconi: il quale, anzi, ha visto confermato il proprio radicamento reale nel Paese persino nella Puglia governata da Nichi Vendola e nel Piemonte attraversato dalle lotte contro la Tav in Val di Susa. Ed ha prodotto soltanto la sostituzione dei liberali reazionari con un’alleanza di liberali “progressisti” in funzione di rappresentanza della Confindustria.

 

Le amministrative e il referendum

 

L’esito politico del voto di aprile è stato poi sottoposto a nuova verifica nei successivi due mesi con il test delle amministrative di maggio e la competizione referendaria costituzionale di giugno.

Indubbiamente, la sconfitta elettorale di Berlusconi in queste due ultime tornate elettorali è stata molto più netta. Ma da qui a sostenere che “la favola è finita” e che “il vento del ‘94 ha smesso di soffiare”[2] ce ne corre.

È noto che nelle elezioni amministrative gli interessi in gioco cambiano rispetto alle politiche, nelle quali l’effetto di polarizzazione dovuto all’appartenenza “ideologica” ad un partito o ad uno schieramento è molto più evidente: nelle competizioni in cui si debbono eleggere sindaci o presidenti di province contano molto di più fattori meno “politici” e maggiormente legati all’azione dei partiti sul territorio. Nel turno del 28 e 29 maggio, poi, l’arma che Berlusconi ha utilizzato a piene mani durante la campagna elettorale d’aprile (l’abolizione dell’Ici, la chiamata a raccolta contro “i comunisti” che vogliono solo imporre tasse, ecc.) era ampiamente spuntata. Inoltre, le giunte locali di centrodestra hanno nel corso degli anni dovuto amministrare una crisi economica determinata non solo dalla più generale recessione, ma addirittura dai tagli imposti dal “governo amico”: sicché la loro azione politica è stata bocciata dall’elettorato.

Il test referendario del 25 e 26 giugno, invece, aveva una valenza più “politica”. Ma, anche qui, Berlusconi è stato sconfitto. La riforma costituzionale approvata dalla maggioranza parlamentare della Casa delle libertà - che costituiva in tutta evidenza una cambiale da pagare per conservare l’appoggio della Lega Nord di Bossi - portava un pesante attacco alle misure minime, uniformi su tutto il territorio nazionale, di assistenza: l’elettorato, anche quello di centrodestra, ha chiaramente percepito che la devolution sarebbe stata dannosa per i suoi stessi interessi e l’ha sonoramente respinta.

Si può dire allora che il berlusconismo è morto e sepolto? Niente affatto: Berlusconi rappresenta la faccia “patologica” della borghesia capitalistica italiana, oggi oscurata da quella “fisiologica” incarnata da Prodi che oggi viene vista più funzionale al perseguimento degli interessi dei poteri forti che l’hanno sospinta al governo del Paese. L’insediamento reale del berlusconismo è ancora evidentissimo al nord dell’Italia, laddove gli interessi della piccola e media imprenditoria confliggono vistosamente con quelli del grande capitale; ed attraversa sempre le ampie fasce di sottoproletariato e, in alcuni casi - laddove cioè è forte il richiamo al “ventre” della società - attecchisce addirittura in seno alla classe lavoratrice.

Nel momento in cui le politiche del governo “riformatore” dispiegheranno tutto il loro potenziale di attacco alle classi subalterne, che saranno chiamate a pagare il conto della crisi capitalistica per risollevare le sorti di quelle dominanti, potranno rimettersi in moto processi tali da determinare l’inversione di una tendenza che ha tutta l’aria di essere assolutamente provvisoria.

 

La nascita del governo Prodi. Il ruolo del Prc

 

Già la semplice lettura del programma dell’Unione ne avrebbe chiarito la natura antipopolare ed antioperaia. La distribuzione delle cariche istituzionali e dei ministeri hanno reso evidente la natura di classe del governo nel quadro della nuova stagione concertativa con Cgil, Cisl, Uil e Confindustria. L’affidamento del ministero dell’economia al tecnocrate Padoa Schioppa e l’annuncio della prossima manovra finanziaria che si preannuncia di “lacrime e sangue” confermano come già dai primi passi il governo Prodi scaricherà la crisi sui lavoratori e sulle masse popolari promuovendo una politica finalizzata al rilancio del capitalismo italiano sui mercati internazionali.

Ed infatti, dopo la prima verifica sullo stato dei conti pubblici, Padoa Schioppa ha senza mezzi termini definito l’economia italiana come un malato ad uno stadio terminale che non è possibile curare con l’aspirina. La crudezza dell’espressione non necessita di alcuna interpretazione: la manovra correttiva non sarà affatto indolore per le masse popolari!

Dal canto suo, il Prc si è rapidamente acconciato a ricoprire un ruolo estremamente marginale all’interno della compagine governativa, pagando così dazio per aver consentito a Fausto Bertinotti di soddisfare le proprie ambizioni personali attraverso il ruolo di Presidente della Camera. Occorre, però, precisare che la subalternità di Rifondazione Comunista non sta nel numero o nel peso dei ministeri conseguiti (uno, quello della Solidarietà sociale), quanto piuttosto nelle mansioni che ha accettato dal primo momento di rivestire: vale a dire quelle di copertura a sinistra delle dinamiche di massa che potrebbero svilupparsi in conseguenza dell’applicazione delle politiche antioperaie del governo Prodi.

Sin dai primi giorni di vita del nuovo governo, il Prc si è diligentemente calato in quel ruolo evitando accuratamente di assumere iniziative o prendere posizioni che potessero revocare in dubbio quel profilo moderato e tranquillizzante che il gruppo dirigente - Bertinotti in testa - ha già da tempo (attraverso un sempre più invadente revisionismo teorico ed ideologico) imposto al partito. E così si sono susseguiti vari episodi che hanno visto Rifondazione rassicurare chi aveva scommesso sulla sua affidabilità (dalla capitolazione sulla Tav nella Val di Susa fino al voltafaccia sul rifinanziamento della missione militare in Afghanistan).

In particolare, il compromesso al ribasso raggiunto su quest’ultimo provvedimento, se da un lato ha ulteriormente consentito al Pdci di scavalcare a sinistra i bertinottiani denunciando l’ambiguità e l’insufficienza dell’accordo raggiunto nella riunione dei capigruppo dell’Unione del 27 giugno (un accordo basato su un decreto che prevede il rifinanziamento della missione con un modesto aumento dell’impiego di mezzi militari contro un maggiore impegno economico per la cooperazione; ed una mozione che prevede la creazione di un pletorico quanto inutile osservatorio parlamentare per la verifica dello svolgimento della missione), dall’altro ha prodotto uno psicodramma collettivo del loro gruppo dirigente.

 

l’ipotesi neocentrista

 

In realtà, sin dalla vittoria dell’Unione, è stata ventilata l’ipotesi di quella che impropriamente è stata denominata “grande coalizione” alla tedesca: e cioè l’eventualità che il Prc possa essere emarginato tanto da essere sostituito da pezzi di Casa delle Libertà in libera uscita dopo la sconfitta berlusconiana. Questa ipotesi sarebbe dovuta servire a rendere più stabile ed omogenea la maggioranza prodiana al Senato proprio allo scopo di consentirle l’adozione di provvedimenti (in tema di politica estera ed economica) indigesti a Rifondazione.

Lo scenario della “sostituzione” è stato alimentato dall’offerta dell’Udc di dare il proprio voto favorevole proprio sul provvedimento di rifinanziamento della missione in Afghanistan. Tuttavia, esso è del tutto irrealistico, e per svariate ragioni.

Innanzitutto, ragioni numeriche. La rappresentanza parlamentare dell’Udc è di gran lunga inferiore a quella del Prc, per cui la “sostituzione” paradossalmente penalizzerebbe Prodi invece di rafforzarlo.

In secondo luogo, ragioni “politiche”. Prima di dismettere gli abiti di segretario del partito in favore dell’incolore Franco Giordano, Fausto Bertinotti ha messo in atto con lungimiranza una colossale opera di “ripulitura” in chiave revisionista dell’impianto teorico di Rifondazione: il disegno era, appunto, quello dell’ingresso non solo nella maggioranza (come nel ‘96), ma esattamente nel governo, con tanto di ministri e sottosegretari.

Per conseguire questo risultato, Bertinotti ha dovuto superare - e sempre a pieni voti, come le cronache giornalistiche dei quotidiani legati ai poteri forti hanno riportato - ripetute “prove d’esame” imposte dalla borghesia capitalistica italiana perché il partito venisse finalmente considerato “affidabile” e maturo per governare. Naturalmente, poiché la borghesia non regala mai nulla, c’era un motivo perché il Prc venisse cooptato all’interno di una maggioranza di governo e, come ripetutamente detto, stava nel ruolo che gli veniva offerto: un ruolo di contenimento delle spinte e delle dinamiche di massa in funzione di pacificatore sociale. Ed il lavoro di ripulitura ideologica Bertinotti lo ha compiuto in pieno accordo con Romano Prodi, che se n’è fatto garante con i poteri forti. Insomma, l’asse Prodi-Bertinotti si presenta fin troppo ben collaudato perché quello scenario possa nell’immediato realizzarsi.

Eppure, a partire da una serie di articoli[3] sul quotidiano Liberazione, quello scenario non solo è stato evocato, quanto addirittura immediatamente ritenuto praticabile. Il neoeletto segretario del Prc, Franco Giordano, in un’intervista[4] ha addirittura paventato l’ipotesi di un complotto ai danni del suo partito nientemeno che ordito da … Montezemolo, Ruini e Bush!

La bolla del complotto, ironicamente liquidata dagli stessi quotidiani della borghesia[5] come assolutamente impraticabile, si è sgonfiata da sola durante l’éspace d’un matin. In realtà, questo … scenario apocalittico contro cui Giordano ha vigorosamente protestato (!) presentandolo come un’ipotesi di indebita interferenza negli affari dell’Unione aveva un duplice scopo: da un lato, di configurarsi, piuttosto, come una rinnovata dichiarazione di fedeltà del Prc allo stesso Prodi; dall’altro, come la necessità di ricompattare il partito a fronte delle - pervero, modeste - spinte centrifughe delle minoranze più o meno critiche.

Tuttavia, a dispetto dei contorsionismi praticati da Giordano e dai fantasmi che egli ha fatto aleggiare (senza che, per la verità, nessuno degli alleati si sia preoccupato più di tanto, mentre i poteri forti hanno continuato a dormire sonni tranquilli, nient’affatto intimoriti dalla voce grossa del segretario comunista!), l’ipotesi “neocentrista” di sostituzione del Prc con l’Udc è rapidamente tramontata: la qual cosa non sta certo ad escludere che il partito di Follini “presti” i suoi voti a Prodi per ritagliarsi uno spazio di cui, dopo la sconfitta elettorale del Polo, è rimasto privo.

 

La necessità di un partito autenticamente rivoluzionario

 

Con l’ingresso nel governo Prodi, il governo della settima potenza imperialista mondiale, si è definitivamente concluso il percorso politico del Prc. La deriva governista che tutti i suoi gruppi dirigenti hanno coltivato in questi ultimi quindici anni e l’approdo a pieno titolo in un governo fortemente voluto da Confindustria e dalle grandi banche ha determinato il passaggio di campo di Rifondazione dalla parte della borghesia italiana, la sua dislocazione definitiva sul versante degli interessi del capitalismo.

La chiusura di questo ciclo storico determina di per sé che quello spazio politico occupato abusivamente per anni da un gruppo dirigente riformista oggi finalmente si è liberato. Ed in questo spazio politico è necessario che operi - sul terreno della lotta di classe, delle piazze, dei movimenti, delle dinamiche di massa, delle spinte di rottura - un soggetto politico nuovo, un partito comunista autenticamente rivoluzionario che si ponga innanzitutto il compito di salvaguardare un’opposizione comunista e di classe in Italia: un partito cioè di militanti, un partito d’avanguardia partecipe di ogni lotta, piccola e grande, che sappia intervenire nelle mobilitazioni sulla base di un programma transitorio, indicando pazientemente il legame tra ogni piccola rivendicazione dei lavoratori e dei giovani e la necessità di una trasformazione rivoluzionaria e socialista della società. Un partito, insomma, che miri a costruire ciò che realmente è mancato in tutti questi decenni: non le lotte ma una prospettiva di sviluppo rivoluzionario delle lotte e che per questo costruisca se stesso come direzione rivoluzionaria di quelle lotte. Che si ponga quindi - edificando i necessari rapporti di forza - l’obiettivo del potere dei lavoratori e per i lavoratori. Un partito, infine, internazionalista, cioè partecipe della rifondazione dell’Internazionale rivoluzionaria, cioè dell’Internazionale basata su un programma transitorio per il rovesciamento del capitalismo in ogni Paese.

Questo è il compito che Progetto Comunista - Rifondare l’Opposizione dei Lavoratori si è posto: a partire dalla formalizzazione della scissione dal Prc, di cui ha costituito per anni la corrente di sinistra, e lanciando quindi il percorso costituente a partire dalla grande assemblea dello scorso 22 aprile a Roma, fino al congresso fondativo del prossimo gennaio con cui si chiuderà la prima fase di questo percorso.



[1] Marceca, “L’esito del voto”, articolo del 14/4/2006 in www.progettocomunista.org; Torre, “Tra Prodi e Berlusconi vince la borghesia”, Progetto Comunista n. 3, giugno 2006.

[2] Dominijanni, il Manifesto, 27 giugno 2006.

[3] Gagliardi, Liberazione, 20 e 22 giugno 2006;

[4] Il Corriere della Sera, 22 giugno 2006.

[5] Il Sole 24 Ore, 22 giugno 2006; Il Corriere della Sera, 22 giugno 2006.

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