Il governo Prodi nel solco dell’imperialismo
Via le truppe d’occupazione, ritiro immediato dall’Iraq e Dall’Afghanistan
di Antonino Marceca
Il primo mese di operato del governo Prodi indica le linee generali su cui verrà articolata la sua politica economica ed estera. In questo intervento centriamo l’attenzione sulla politica estera, in particolare per quanto attiene la spinosa questione del rifinanziamento delle missioni militari all’estero, e con esse, della guerra dispiegata in Iraq e Afghanistan.
La ridislocazione delle truppe
Il ritiro italiano dall’Iraq sarà completato “entro l’autunno”, annuncia il ministro degli Esteri, Massimo D’Alema, dopo aver incontrato il 7 giugno il primo ministro iracheno Nuri al Maliki. Dieci giorni dopo, il 16 giugno, terminato l’incontro a Washington con il segretario di stato Usa, Condoleezza Rice, dichiara che rimarranno nel paese occupato una trentina di ufficiali militari nell’ambito di una struttura Nato.
“L’Italia non intende abbandonare l’Iraq” - ha precisato il titolare della Farnesina - semmai ha intenzione di concludere “un vero e proprio accordo di cooperazione” con l’Iraq e “gettare le basi per rafforzare la presenza politica, economica e umanitaria dell’Italia”: a questo scopo è stata invitata una delegazione del governo iracheno che nei prossimi mesi sarà a Roma per firmare l’intesa. L’obiettivo del governo Prodi è di salvaguardare gli interessi imperialistici dell’Italia in territorio iracheno, dai pozzi petroliferi dell’Eni alle imprese di ricostruzione, ma con modalità differenti rispetto al precedente governo Berlusconi: mediante cioè un maggior coinvolgimento degli organismi multilaterali “Onu, Nato e Ue”, precisa D’Alema. Sul territorio, come a Nassiriya, potrebbero rimanere le strutture miste militari-civili quali i Prt (Provincial reconstruction team). È il modello Afghanistan, dove la cooperazione e le Ong accompagnano lo sfondamento militare.
Per il ridispiegamento di truppe e mezzi, dall’Iraq all’Afghanistan, tornerà utile, pur con altri tempi e modi, il modello spagnolo. Il socialista spagnolo Zapatero, infatti, nel momento stesso in cui portava via le truppe dall’Iraq accresceva il numero di quelle in Afghanistan. Il segretario generale della Nato Jaap de Hoop Scheffer, dopo aver incontrato il 9 giugno il Presidente del Consiglio, Romano Prodi, e il ministro degli Esteri, Massimo D’Alema, in un’intervista al Corriere della Sera ha sollecitato l’Italia a rafforzare la sua presenza in Afghanistan con più truppe, aerei (cacciabombardieri Amx) e forze speciali nell’ambito della missione Onu-Nato. Forze necessarie per l’offensiva militare (Operation Mountain Thrust) iniziata il 15 giugno, la maggiore dal 2001, nelle province meridionali e orientali di Kandahar, Helmand, Uruzgan e Zabul, dove la resistenza islamista afgana in questi mesi si è riorganizzata e rafforzata. Il segretario Nato ha aggiunto, venendo incontro ai desiderata per l’Iraq del governo Prodi, “non dimentichiamo che la Nato, fin dall’inizio, opera sotto un mandato specifico dell’Onu”. L’Italia è impegnata in Afghanistan nell’ambito della missione Isaf-Nato con circa 1.300 militari, di cui 900 nella capitale Kabul e 400 a Herat, nella parte occidentale del Paese, dove ha la guida del Provincial reconstruction team (Prt). Romano Prodi ha confermato al segretario generale della Nato, come riferisce L’Unità del 10 giugno 2006, il “pieno impegno dell’Italia in Afghanistan”. Entro il 30 giugno il governo Prodi porterà in parlamento il rifinanziamento delle missioni militari all’estero, tra cui la missione in Afghanistan; la sinistra socialdemocratica e stalinista di governo (Prc-Se, Pdci, Verdi e sinistra Ds), al di là dei distinguo, non farà mancare il suo sostegno. Perché, come ha dichiarato il Presidente della Repubblica, Giorgio Napoletano, quelle in cui sono impegnati i soldati italiani sono “missioni militari, ma non di guerra, per adempiere ai propri doveri di partecipazione alle organizzazioni internazionali che, come recita l’articolo 11 della Costituzione repubblicana, sono impegnate ad assicurare la pace e la giustizia fra le Nazioni”. Intanto, sempre sotto l’egida dell’Onu, Ue e Nato, il governo Prodi si dice pronto ad ulteriori “missioni umanitarie” in Africa, a cominciare dal Sudan.
Da sempre l’imperialismo ha giustificato le sue imprese militari con la pace, la giustizia, la civilizzazione, la democrazia, la libertà, ecc. Queste giustificazioni non sono mancate nemmeno negli ultimi decenni di guerra, dalla Jugoslavia all’Iraq. La copertura dell’Onu, un covo di briganti per utilizzare la definizione di Lenin a proposito della Società delle Nazioni, è sempre avvenuta una volta ricomposti gli interessi tra le diverse nazioni imperialiste.
Il contesto regionale
Per comprendere la natura della guerra in Afghanistan, al di là delle mistificazioni, è necessario dare uno sguardo alla carta geografica dell’Asia: l’Afghanistan, sopra l’India e quindi il Pakistan, si trova sulla strada che gli oleodotti e gasdotti, provenienti dai ricchissimi giacimenti delle ex repubbliche sovietiche del Caspio, devono percorrere per raggiungere il Mar Arabico. L’Iran blocca ogni passaggio a sudovest e, dall’altra parte, vi è la Cina con il suo crescente bisogno energetico. Il passaggio ad ovest verso il mediterraneo è stato realizzato nel 2005 con la realizzazione dell’oleodotto Bakù-Tbilisi-Ceyan, per la cui costruzione British Petroleum (BP) ha costituito un consorzio formato, tra gli altri, dalla statunitense Unocal e dalla Turkish Petroleum Inc. Quest’opera segna il consolidamento del blocco tra Usa, Turchia, Azerbaigian e Georgia nell’area.
Le repubbliche ex sovietiche a nord dell’Afghanistan avevano concesso nel 2001 le basi agli USA per attaccare l’Afghanistan, con il beneplacito di Mosca, previa garanzia di un loro smantellamento finite le operazioni militari. Ma così non è stato. La Russia pertanto si è ritrovata accerchiata dagli USA. Nel giugno del 2001 fu formalizzato lo SCO (Shanghai Cooperation Organization) che annovera tra i suoi membri ordinari Cina, Russia, Kazakhstan, Kyrgystan, Tajikistan e Uzbekistan e da circa un anno tra gli osservatori India, Mongolia, Pakistan e Iran. Lo SCO è parte integrante della risposta che Russia e Cina stanno portando rispetto all’intervento Usa nell’area: un anno fa la richiesta agli Usa di levare le basi militari in Asia centrale, qualche mese dopo l’Uzbekistan sfrattava quelle sul suo territorio.
L’occupazione dell’Afghanistan e dell’Iraq, il ridimensionamento dell’Iran e della Siria avrebbe permesso agli Usa, se non ci fosse stata la forte resistenza irachena, di controllare una delle regioni centrali del pianeta. Pertanto motivi di ordine geostrategico e di controllo energetico stanno alla base delle guerre di questi ultimi anni, riflesso dell’acutizzarsi della crisi economica capitalistica internazionale e con essa dei conflitti interimperialistici. In un contesto mondiale che vede da un lato la costruzione accidentata dell’Ue, il riorganizzarsi della Russia e l’emergere delle potenze di Cina e India.
Veniamo all’Afghanistan
Dopo la “rivoluzione d’aprile” del 1978, in cui il Partito del popolo (Khalq) prese il potere con un colpo di stato sostenuto dall’esercito e dall’Urss, il paese asiatico ha vissuto quasi un trentennio di conflitti: truppe sovietiche e governative contro la guerriglia islamista mujaheddin sostenute dagli Usa negli anni 1979-1989; conflitti tra signori della guerra mujaheddin tagiki, uzbeki, hazari, pashtun tra il 1989-1996; islamisti taliban (pashtun) al governo sostenuti da Usa, Pakistan e Arabia Saudita contro i signori della guerra dell’Alleanza del Nord (tagiki, uzbeki, hazari) sostenuti da Russia, India, Iran, Tajikistan e Uzbekistan tra il 1996 e il 2001. Il regime islamista del mullah Omar si lega sempre più allo sceicco saudita Osama Bin Laden, alla sua organizzazione Al-Qaeda, facendo propria la prospettiva strategica della rigenerazione islamista del mondo islamico, una rotta che lo mette in collisione con l’occidente imperialista. I contrasti crescenti tra il regime del mullah Omar e gli Usa, gli attentati di Al-Qaeda contro le ambasciate Usa in Kenya e Tanzania, porteranno dopo l’11 settembre 2001 all’attacco militare statunitense e al rovesciamento del regime dei talebani il 13 novembre 2001, grazie anche all’apporto bellico dell’Alleanza del Nord. Gli accordi di Bonn, in Germania, del 5 dicembre 2001 tracciano il futuro dell’Afghanistan. A capo del governo provvisorio è messo Hamid Karzai, ex consigliere della compagnia petrolifera americana Unocal. Karzai, con l’aperto sostegno statunitense, viene eletto presidente nell’ottobre 2004. La sua autorità si dispiega, grazie a migliaia di soldati del contingente Isaf-Nato, appena nella capitale Kabul. Nel resto del paese il potere rimane nelle mani dei signori della guerra e dei mullah talebani. I signori della guerra dell’Alleanza del Nord controllano anche il parlamento eletto nel settembre 2005 dopo elezioni parlamentari truffaldine. Nelle regioni centrali e meridionali del paese, regioni pashtun, gli islamisti talebani hanno negli ultimi anni ripreso il controllo. L’unica attività economica del paese è la produzione di oppio (oltre i due terzi del prodotto interno lordo), controllata dai ministri di Karzai, dai deputati signori della guerra e dai mullah talebani. Il paese è ridotto alla disperazione e alla fame, i diritti umani elementari continuano ad essere calpestati, la condizione delle donne non è migliorata. La ricostruzione post-bellica è un business da 15 miliardi di dollari solo per gli appalti delle multinazionali occidentali (soprattutto, ma non solo, statunitensi). La popolazione non è più disposta ad accettare le truppe straniere neanche a Kabul, dove una rivolta scoppiata a fine maggio 2006, dopo l’ennesimo incidente provocato da mezzi pesanti statunitensi, ha visto la popolazione delle periferie della città scendere in piazza e dirigersi verso il parlamento, l’ambasciata Usa e la televisione di Stato al grido di “morte all’America” e “morte a Karzai”. I manifestanti armati di sassi ed armi leggere strappate alla polizia sono stati fermati solo con l’intervento dei blindati delle truppe Nato, delle mitragliatrici dei marines, degli elicotteri militari Usa, dell’esercito afgano. Ma mentre Kabul brucia, nel Sud del paese continua la guerra con battaglie campali, bombardamenti aerei, stragi di civili, attentati suicidi, in un clima di crescente insofferenza popolare verso le truppe di occupazione.
Ritiro immediato, totale e senza condizioni
La grande stampa borghese, la Repubblica ed Il Corriere della Sera, a fine maggio e in queste prime settimane di giugno, hanno dato inizio alla campagna stampa contro il ritiro dell’Italia dalla guerra in corso in Afghanistan. Mentre la Repubblica ha iniziato paventando, in caso di ritiro, il caos (tutti contro tutti, mischia furibonda, sterminio per fame, fine della speranza per le ragazze, ecc.), Il Corriere della Sera ha posto soprattutto l’accento sulla differente natura della guerra in Afghanistan rispetto a quella in Iraq. La guerra in Afghanistan, sostiene il quotidiano, ha legittimità internazionale in quanto sono stati e sono coinvolti gli organismi internazionali (Onu, Ue, Nato); inoltre in questa guerra l’Italia è a fianco degli alleati europei (Germania, Francia, Spagna). Il ritiro si configurerebbe come frattura strategica, coinvolgerebbe anche la Nato, e con essa gli Usa. Romano Prodi, appena formalizzata la compagine governativa, si è impegnato a ricollocare l’Italia nel quadro dell’Ue in stretta alleanza con Francia, Spagna e Germania, facendosi interprete di quella parte dell’imperialismo italiano che vede nella strutturazione, anche militare, del polo imperialistico europeo il proprio terreno di rilancio. Proprio per questo il governo Prodi non può permettersi di sganciarsi dagli alleati europei.
Non c’è ombra di dubbio che il governo Prodi, con il seguito di centinaia di ministri e sottosegretari, giustificherà l’aggressione imperialista, il rifinanziamento delle missioni all’estero e la permanenza in territorio afgano con questi argomenti. Lo stesso adattamento già mostrano i partiti della sinistra di governo, a cominciare dal Prc-Se che si accontenta di un atto di indirizzo.
Da parte nostra, ribadiamo la nostra opposizione alla guerra d’aggressione coloniale, rivendichiamo il ritiro immediato, totale e completo di tutte le truppe e mezzi dall’Iraq, dall’Afghanistan e da tutti i paesi in cui è coinvolto l’imperialismo italiano. Esprimiamo il nostro sostegno alla resistenza popolare afgana, pur rilevando come questa sia diretta da forze islamiste reazionarie, auspicando la sconfitta dell’imperialismo e del colonialismo. Nel contempo, riteniamo necessaria, per la liberazione reale dei lavoratori e delle masse popolari afgane, un’altra direzione, marxista rivoluzionaria, della resistenza. Essendo coscienti che l’origine del caos, la fame, le guerre tribali e religiose sono da addebitarsi principalmente all’imperialismo e, in subordine ad esso, alla classe dominante feudale e borghese del paese dipendente.




















