E continuavano a chiamarla sinistra…
di Davide Margiotta
“Un malato grave non si può guarire con l’Aspirina”: questa la diagnosi impietosa del ministro dell’Economia dell’Unione Tommaso Padoa Schioppa nel corso della Conferenza con gli enti locali del 22 giugno. Il malato grave sono i conti pubblici italiani. Al posto dell’Aspirina il ministro propone una “cura pesante”.
I lavoratori sanno bene che quando si sente parlare con insistenza di risanamento dei conti pubblici si prepara per loro una stangata: da sempre sono le classi diseredate a pagare. Se si facessero pagare le classi possidenti, dicono i liberali, queste si spaventerebbero o si deprimerebbero, mandando in fumo la ripresa economica. L’inganno di questo ragionamento si nasconde nel fatto che i frutti della ripresa economica in ogni caso saranno assaporati sempre dai possidenti stessi. Ogni volta zelanti professori e giornalisti borghesi, con l’aiuto di coscenziosi “rappresentanti” dei lavoratori (che hanno il proprio buon tornaconto per il servizio svolto), avanzano l’idea che bisogna risanare i conti pubblici e aiutare l’impresa, in modo che tutti poi staranno un pò meglio. Un imbroglio confezionato ad arte, non c’è che dire.
Al momento in cui scriviamo questo articolo manca poco più di una settimana al varo della manovra-bis e del Dpef (Documento di programmazione economica e finanziaria). Molto presto conosceremo con precisione le medicine per la cura da cavallo proposta da Padoa Schioppa, ma già da ora è possibile avanzare qualcosa in più di un’ipotesi. Intanto, facciamo un piccolo salto indietro nel tempo, per ricostruire sommariamente i fatti dell’ultimo mese e mezzo.
Draghi e cavallini rampanti contro il proletariato
Alla fine di maggio il presidente di Confindustria e Ferrari Montezemolo e il governatore di Bankitalia Draghi hanno avanzato le proprie ricette per il rilancio del “sistema Italia”, cioè per il rilancio dei profitti delle aziende italiane nella competizione interimperialista mondiale, che si fa sempre più spinta in un’epoca di crisi (trascurando effimere riprese e ripresine) e di ascesa di nuovi competitori planetari (Cina e India su tutti).
La filastrocca di Confindustria ormai l’hanno imparata anche i più smemorati: privatizzazioni, tagli a spesa sociale e costo del lavoro, “riforma” dei contratti, investimenti pubblici per sostenere le imprese private, precarietà, soluzione dell’emergenza energetica tramite il rilancio del nucleare.
La relazione del governatore di Bankitalia è stata dello stesso tono: ancora precarietà, aumento dell’età pensionabile, centralità del sistema bancario nei processi produttivi, rilancio della concertazione sindacale, necessità della previdenza integrativa, scippo della liquidazione incluso.
Entrambe le relazioni hanno ricevuto il paluso dei principali rappresentanti del centrosinistra.
Prodi si è spinto sino a definire la relazione di Montezemolo “bellissima”, una vera e propria operazione verità, che “'non ha nascosto nessuno dei problemi del paese e ha delineato soluzioni forti: mi trova consapevole delle grandi difficolta' che abbiamo e concorde sulla diagnosi”.
Le stesse parole usate del resto per la relazione di Draghi.
Il nuovo patto sociale: lavorare di più, guadagnare di meno
Il 9 giugno in un’intervista al Sole24Ore Padoa Schioppa avanza l’idea di un nuovo “patto sociale”. Si tratta di un patto in cui ovviamente una parte ha tutto da guadagnare (la borghesia) e una tutto da perdere (i lavoratori). Quello che le imprese dovrebbero dare è più produttività (!) e investimenti nella ricerca (finanziati dalle tasse dei lavoratori), mentre la parte del patto che spetterebbe ai lavoratori è al solito la moderazione salariale (considerata una necessità anche da Fassino), che il ministro riconosce come un merito dei sindacati da molti anni...e poi ci dicono che siamo noi in malafede!
Il nuovo patto “deve coinvolgere Governo, Parlamento, parti sociali, governi locali”. A rispondere al ministro ci pensa il padrone Bombassei (Vice Presidente di Confindustria per le relazioni industriali e gli affari sociali) in un’intervista al Sole24Ore del 22 giugno in cui elogia la proposta di un nuovo grande patto e definisce quello del ’93 un grande accordo (quello dell’affossamento di scala mobile e contrattazione aziendale e del via libero alla precarietà sfrenata), anche se “allora c'era la possibilità di scambiarsi qualcosa. Adesso non vedo spazio per grandi scambi, ognuno si deve solo accollare la propria parte di sacrifici, senza attendersi qualcosa in cambio che non sia la ripresa dello sviluppo e quindi dell'occupazione”. Sulla precarietà Bombassei registra ampie convergenze con l’attuale governo: ”Il ministro del Lavoro si è espresso in modo costruttivo, lasciamolo lavorare. Per noi, si sa, la Biagi è indispensabile, anche se certamente migliorabile, soprattutto da completare con un adeguato sistema di ammortizzatori sociali”. Del resto, quello degli ammortizzatori sociali pare come il sistema più sicuro per evitare esplosioni di protesta come quella contro il Cpe in Francia.
Nei piani di Confindustria pare faccia parte del nuovo patto anche l’orario di lavoro: “In Europa si lavora meno che dai nostri concorrenti, gli Stati Uniti, l'Asia, il Giappone. In Italia, anche se l'orario teorico annuale è in linea con la media europea, l'orario effettivo è decisamente più basso, perché il tasso di litigiosità è più alto, perché c'è più assenteismo per malattia e così via. Di qui l'esigenza di avvicinare almeno l'orario reale a quello teorico”. Il punto è: esiste una moderazione salariale più moderata di quella attuale? Un salario medio non è più sufficiente nemmeno a pagare vitto e alloggio!
Sul cuneo fiscale
Tralasciamo in questa sede la questione del finanziamento dell’operazione cuneo fiscale (stimata in dieci miliardi di euro), questione che lo stesso Padoa Schioppa non nasconde essere strettamente legata alle pensioni. Nella già citata intervista il ministro ricorda infatti come “il gettito del cuneo serve a qualcosa, cioè finanzia spesa pubblica non facile da tagliare. In particolare, una parte non piccola del cuneo finanzia il sistema pensionistico...”.
Occupiamoci invece per un momento dell’entità del beneficio per i lavoratori. Che la riduzione del cuneo fiscale (che è la differenza tra la retribuzione lorda e quella percepita effettivamente in busta paga) debba andare in gran parte alla riduzione dei costi delle imprese, lo ha detto lo stesso Massimo D'Alema durante il convegno dei giovani confindustriali a Santa Margherita. E’ ormai certo che i lavoratori riceveranno al massimo un terzo del taglio. Secondo un calcolo della Cgia di Mestre analizzando la vecchia ipotesi di suddivisione a metà tra lavoratore e impresa dei 5 punti percentuali di riduzione del costo del lavoro, il primo avrebbe beneficiato all’anno di una somma di circa 295 euro, contro i 270 euro per dipendente per l’impresa. Tanto per chiarirci le idee, ora che l’ipotesi quasi certa è che al lavoratore spetterà solo un terzo del taglio, stiamo parlando in media di meno di 15 euro al mese a testa! Per gli enti locali infine si prevede una stretta sulla spesa, in piena continuità col corso berlusconiano di tagli a Comuni e Regioni. Nel complesso si tratterà di una manovra di una decina di miliardi di euro, da ripartire tra tagli e entrate (intervento anti-evasione Iva e rendite finanziarie).
Manovra bis
E arrivò finalmente la Conferenza unificata con Comuni e Regioni del 22 giugno, nel corso della quale finalmente Padoa Schioppa ha elencato una serie di misure concrete per la manovra bis (cui seguirà ovviamente la Finanziaria autunnale, già annunciata come molto più dura). La cura pesante cui abbiamo accennato è pesantissima. Nel mirino sanità, previdenza, statali ed enti locali. Per quanto riguarda la sanità, l’alternativa è tra i tickets su farmaci, vitto e degenza ospedaliera o un’azione sui livelli essenziali d’assistenza (che sono i servizi e le prestazioni che il Servizio Sanitario Nazionale è tenuto a garantire a tutti i cittadini, gratuitamente o in compartecipazione). Durissimo l’attacco ai pensionati come da noi ampiamente previsto: aumento dell’età pensionabile per le donne e chiusura di finestre per l’ingresso in pensione (cioè si lavorerà più a lungo tutti).
Non meno pesante l’attacco agli statali: moratoria biennale del contratto scaduto dal primo gennaio, blocco del turn over del personale (come per la sanità), azione sugli automatismi salariali (leggi moderazione salariale), riduzione delle classi, aumento dell’orario per i docenti.
I lavoratori stanno col centrosinistra?
Per dei marxisti è fondamentale stabilire se i lavoratori che lo hanno appoggiato elettoralmente stanno realmente col centrosinistra oppure no.Come è possibile che tanti compagni di base di Rifondazione Comunista (studenti, pensionati, lavoratori), dopo aver lottato per anni contro l’aumento dell’età pensionabile o contro la guerra, siano oggi disposti ad accettare le misure antioperaie di Prodi e il rifinanziamento della missione di guerra in Afghanistan? Per rispondere a questa domanda è necessario comprendere la dinamica tra classe e direzione, tra partito e suo gruppo dirigente. Nell’uno e nell’altro caso non è affatto vero che la direzione corrisponda al volere della propria base. Una direzione di qualsiasi gruppo sociale si forma nel corso di lotte intestine che durano anni, lotte che sono influenzate oltre che dalla personalità e dalla capacità dei combattenti anche dalla situazione oggettiva.
In anni di riflusso del movimento operaio e di sconfitte storiche del proletariato era inevitabile che si affermasse una direzione opportunista e reazionaria anche in quel settore che maggiormente rivendicava, pur in maniera non lineare e contraddittoria, una continuità con la storia del movimento operaio: così il Prc è stato guidato in questi anni non dai rivoluzionari, ma da Fausto Bertinotti.
Una volta creatasi una direzione, questa si innalza invariabilmente al di sopra della sua base, e cambiarla è molto complicato per diverse ragioni (fedeltà dei lavoratori verso i propri rappresentanti riconosciuti, maggiori risorse materiali di cui questa dispone, autorità politica che esercita per il fatto stesso di essere direzione etc.). I lavoratori oggi si ritrovano un governo in cui figurano anche partiti formalmente “di sinistra” (come Ds, Prc e Pdci), che in realtà mettono in atto politiche profondamente filo-padronali, per il semplice fatto che “non c’era una alternativa”.
Il problema di chi, come noi, lavora realmente per una alternativa di società, è quello di guadagnare coloro i cui interessi non sono affatto rappresentati da questo governo, e sono la maggioranza della popolazione, alla comprensione che questi interessi possono essere soddisfatti solo in alternativa alle politiche dell’Unione e dei capitalisti in generale. Per fare questo, il primo passo da fare è cercare di costruire una possibile direzione alternativa. Oggi il momento è oggettivamente favorevole: ciò che ieri era chiaro a pochi (il fatto che l’Unione è in realtà una unione di padroni), comincia a diventare chiaro a qualcuno in più. Privare il proletariato di una forza comunista nel momento del tradimento definitivo di tutti i vecchi partiti dei lavoratori, non significherebbe solo perdere un’occasione storica favorevole, ma sarebbe un crimine odioso nei confronti del proletariato stesso.
Per questo vogliamo lavorare alla rifondazione dell’opposizione dei lavoratori ai governi dei padroni e dei banchieri. Siamo consci che il semplice fatto di costruire un partito coerentemente marxista rivoluzionario non è di per sè sufficiente a guadagnare quei milioni di lavoratori alla causa del comunismo. Ma siamo anche consci che finchè ai più apparirà che non c’è alternativa al capitalismo e ai partiti rinnegati della causa proletaria, questo lavoro su larga scala non potrà neppure cominciare.




















