Bertinotti va al governo con i banchieri e i nemici dei lavoratori e dei
movimenti
La Francia in rivolta contro il precariato: ce n'est qu'un début!
di Fabiana Stefanoni
Mentre scrivo, non accenna a placarsi la straordinaria lotta dei giovani francesi contro il Cpe. Anche dopo la grande manifestazione del 18 marzo, che ha visto scendere in piazza circa un milione e mezzo di persone (più di 300 mila nella sola Parigi), le proteste continuano: sono pressoché quotidiani i cortei organizzati dagli studenti, sia universitari che liceali, in tutte le città della Francia, seguiti e sostenuti da migliaia di giovani lavoratori e disoccupati che non intendono accettare un futuro di precarietà permanente. Martedì 28 marzo sarà un'altra giornata di mobilitazione nazionale: De Villepin non intende per ora ritirare la legge, come comunicato ai sindacati nell'incontro del 24 marzo.
Una mobilitazione che viene da lontano
Il Cpe (Contrat première embauche), il cosiddetto contratto di primo impiego, subito ribattezzato dai manifestanti "Contratto di precarietà eterna" (Contrat precarité eternelle), è una tipologia di lavoro precario annunciato dal primo ministro francese De Villepin il 16 gennaio 2006. Subito hanno avuto inizio le proteste, concretizzandosi in frequentissimi cortei e manifestazioni: nella sola giornata del 7 febbraio centinaia di migliaia di giovani sono scesi in piazza in tutta la Francia contro la precarizzazione del lavoro. Il 7 marzo, all'indomani della discussione in Senato avente a tema il Cpe, oltre un milione di persone hanno manifestato con immensi cortei nelle principali città della Francia, mentre scuole, trasporti e pubblico impiego davano vita ad uno sciopero di 8 ore. Non solo: sulla base di alcuni sondaggi e per stessa ammissione della stampa borghese la maggioranza dei francesi (l'80 %) è contraria al Cpe.
La scintilla è scaturita dagli studenti, liceali e universitari, che hanno fatto sentire la loro voce con proteste spontanee e occupazioni: da gennaio 38 università in tutta la Francia sono in lotta, nelle scorse settimane il numero degli atenei occupati o presidiati dagli studenti è salito a 85 (più di 60 resistono ad oltranza). Anche la Sorbona di Parigi, per la prima volta dopo il maggio del '68, è stata occupata per più giorni da centinaia di studenti. All'alba di sabato 11 marzo, col consenso del rettore, le principali sedi occupate (le sedi di Parigi I, IV e V) sono state brutalmente sgomberate dalla polizia: gli occupanti hanno posto resistenza alla polizia al grido di "Polizia nazionale, milizia del capitale!". Numerosi studenti sono stati feriti.
In tutta la Francia si respira un clima da nuovo Sessantotto e, nonostante gli sforzi grotteschi di emeriti sociologi che cercano di spiegarci che la lotta dei giovani di oggi è destinata al fallimento "perché, a differenza del maggio francese, nasce dalla disperazione e dall'assenza di certezze lavorative per il futuro", l'unica cosa certa è che oggi il governo francese vive un momento di profonda crisi. È vivissimo il ricordo delle banlieues in fiamme, delle proteste del proletariato delle periferie parigine contro un sistema che offre, in riposta alla disoccupazione, solo repressione e discriminazione razziale. Ma brucia ancora anche l'esito del referendum sulla Costituzione europea, che ha visto la maggioranza dei francesi farsi beffe delle indicazioni di voto di Ump, Udf, Ps e Verdi.
L'instabilità sociale e politica della Francia è l'altra faccia della brutalità del sistema capitalistico che scarica sui giovani e sui lavoratori la propria crisi congiunturale: il taglio al costo del lavoro - nelle forme della precarizzazione, della liberalizzazione e dello smantellamento dello stato sociale - sta creando in Francia non solo un aumento della disoccupazione (pari al 22,2%, comunque meno del 24% di casa nostra), ma anche un malcontento diffuso a causa della difficoltà per i giovani di trovare un posto di lavoro relativamente stabile e l'impossibilità per la gran parte delle famiglie di arrivare a fine mese per la combinazione di inflazione e salari miserrimi.
La goccia che ha fatto traboccare il vaso
Dopo meno di un mese dalla fine delle proteste nelle benlieues, l'annuncio dell'entrata in vigore, a partire dalla prossima estate, del Cpe è stato percepita dai giovani francesi come l'ennesima beffa di governo e padronato. Si tratta, come è noto, di un contratto che estende alle aziende con più di 20 operai la possibilità di licenziare - senza necessità di preavviso né giustificazione ed entro un periodo di ben due anni - i neoassunti di età inferiore ai 26 anni. Per un biennio, trattandosi, in base alla legge, di un periodo di "consolidamento dell'impiego", quello che è un licenziamento di fatto non lo è invece sul piano giuridico: per il padronato si tratterà di una semplice "rottura del periodo di prova". Anche per questo l'indennità è miserrima.
Nulla di radicalmente nuovo in realtà: in Francia è già in uso un parente stretto del Cpe, il Contratto di nuovo impiego o Cne (Contrat nouvelle embauche) che prevede le stesse modalità di ben servito per il lavoratore, con la differenza che è rivolto solo alle aziende con meno di 20 dipendenti e non si limita ai soli giovani under 26: in vigore dal 2005, riguarda quindi le piccole e medie imprese. In altre parole, i giovani francesi hanno già avuto modo d'assaporare il gusto amaro di tali tipi di contratto ed è per questo che, insieme ai giovani delle banlieues che in questi giorni sono tornati in piazza a fianco dei loro coetanei, fanno sentire con forza il loro no alla precarietà.
Ma il lavoro precario non spunta dal cappello della destra di governo: il Cpe non è che l'ultimo atto di un processo che ha visto camminare fianco a fianco Droite e Gauche plurielle: dal 1997 al 2002 il governo Jospin ha avviato un piano di liberalizzazioni e flessibilizzazione del lavoro che ha aperto la strada alle nuove tipologie di contratto volute da De Villepin. Non solo: la prima forma di lavoro precario in Francia, antecedente immediato di Cne e Cpe, è stato il Cdd (Contrat a durée déterminée, cioè a tempo determinato), ancora in uso e introdotto nelle forme attuali nel 1990. La durata massima per il Cdd varia da 18 a 24 mesi e viene utilizzato in alternanza con il cosiddetto Intérim, l'equivalente grossomodo del nostro lavoro interinale. Nei 5 anni di governo di centrosinistra queste tipologie di contratto non solo non sono state messe in discussione ma, anzi, sono state presentate alle aziende come la contropartita della legge sulle 35 ore; da qui, l'utilizzo su larga scala del lavoro precario proprio negli anni della Gauche plurielle.
Non è un caso se le uniche dichiarazioni del Ps - il partito socialista di Jospin - in relazione alle proteste di piazza vertono da un lato sulla condanna della violenza, dall'altro sul timore che "il Cpe possa rimpiazzare non solo il contratto a tempo indeterminato ma anche il Cdd": è evidente che l'unica preoccupazione dei socialisti francesi è quella di sostituire la destra nella gestione degli interessi del capitalismo francese e di presentarsi agli occhi del padronato come i garanti della pace sociale. Esiste una evidente coincidenza tra le dichiarazioni di dirigenti del Ps e quelle del Medef (la Confindustria francese): anche gli industriali, da bravi difensori dei propri interessi, hanno colto il carattere esplosivo della protesta e suggeriscono a De Villepin correzioni alla legge, come la reintroduzione della giusta causa e la riduzione da due a un anno del periodo di prova.
Il Pcf (membro con il Prc della Sinistra europea), che ha fatto parte del governo Jospin e ha quindi avallato privatizzazioni e liberalizzazione pagando caramente in termini di risultato elettorale, si limita oggi a una battaglia di facciata: mentre le proteste incendiano le città, il Partito comunista francese diserta le piazze e si dedica a edulcorate petizioni per il ritiro del Cpe, fantasticando su un'impossibile bocciatura in parlamento.
La radicalità dei giovani, l'opportunismo delle burocrazie sindacali
I giovani studenti francesi - universitari e non -, già tartassati dai pesanti tagli della cosiddetta legge sulla scuola e dalle misure repressive di Sarkozy, non hanno dubbi: sull'onda delle giornate di radicale protesta delle scorse settimane occorre subito uno sciopero generale che blocchi la Francia. Tra il 19 e il 20 marzo gli studenti - che si sono dati un'organizzazione nazionale (di tipo "consiliare", con delegati eletti e revocabili) e dotati di strutture in grado di coordinare sulla base di una piattaforma comune le proteste degli atenei e istituti delle varie città - hanno sottoscritto un appello ("appello di Digione") col quale chiedono alle organizzazioni sindacali l'indizione immediata dello sciopero generale.
Le rivendicazioni studentesche non si fermano alla messa in discussione del solo Cpe: si chiede il ritiro di tutta la legge, cioè, tra l'altro, l'abolizione dell'apprendistato e delle misure volte ad arginare le proteste nelle banlieues (con penalizzazioni per le famiglie di studenti "indisciplinati"); l'aumento dei posti per gli insegnanti; l'amnistia per i giovani delle periferie condannati a novembre; il ritiro della legge sull'immigrazione di Sarkozy. Significativo è il fatto che la burocrazia studentesca della Unef - un'organizzazione vicina a Cgt e Ps - nonostante il tentativo di arginare la rivolta è invece travolta e azzittita dalla piazza: nelle aule occupate si discute di piattaforme comuni coi giovani delle banlieues e di organizzazione del servizio d'ordine per rispondere alle cariche della polizia, alla faccia dei teorici della nonviolenza. In un'intervista riportata sull'Espresso al presidente dell'Unef si legge un imbarazzante "noi condanniamo le violenze sotto ogni forma"; sopra e nelle pagine prima, le foto della protesta: auto che bruciano, vetrine rotte, polizia in assetto di guerra, lacrimogeni lanciati ad altezza d'uomo.
Ciò che occorre ora, per dare la spallata definitiva al governo, è la discesa in campo della classe operaia: come già successo con governo Juppe, solo lo sciopero generale ad oltranza fino alla cacciata di De Villepin e Chirac, stavolta in una prospettiva anticapitalista, potrà dare uno sbocco e una risposta alle proteste dei giovani francesi.
Ma l'appello dei giovani studenti e lavoratori è caduto nel vuoto. Se all'indomani della manifestazione del 18 marzo, costrette dalla forza della piazza, le burocrazie sindacali avevano fatto la voce grossa con un "ultimatum farsa" in cui chiedevano il ritiro del provvedimento entro 48 ore pena l'indizione dello sciopero generale, successivamente, paventando il "pericolo" dello sciopero "insurrezionale", hanno presto ritirato le buone intenzioni: nel tentativo di smorzare la protesta, si sono limitati ad indire una giornata di mobilitazione per il 28 marzo, senza sciopero generale (per ora è previsto solo uno sciopero nelle ferrovie).
Mentre i giovani nelle piazze chiedevano la cacciata di De Villepin, i segretari generali e i presidenti delle 5 confederazioni sindacali - Cgt (la principale, quanto a consensi), Cfdt, Cftc, Cfe-Cgc, Cgt-Fo - sedevano al tavolo delle trattative con lo stesso De Villepin, chiedendo il ritiro del Cpe in cambio della garanzia di concertazione ("dialogue", recitano i comunicati ufficiali) nella negoziazione sull'impiego. Le responsabilità, in particolare della Cgt - particolarmente forte tra gli operai dell'industria e storicamente legata a Pcf, ora gamba sinistra della gauche di governo - sono enormi: basterebbe proclamare, come chiedono gran voce i giovani, lo sciopero generale per costringere il governo non solo a ritirare il Cpe ma anche ad andarsene a casa sconfitto dalla forza della piazza. Ma Cgt e Cfdt preferiscono prendere le distanze dalle violenze e sperare che la protesta si smorzi un po', al fine di ridurla a mero strumento di contrattazione con governo e padronato.
Ma anche i partiti della sinistra "estrema", Lcr e Lutte Ouvrière, non si stanno mobilitando come potrebbero: giustamente criticano Pcf e Cgt per la mancata richiesta dello sciopero generale ma non mobilitano i loro militanti che sono delegati sindacali della Cgt al fine di costruire comitati nei luoghi di lavoro e ottenere con la forza di assemblee operaie lo sciopero generale che le burocrazie non vogliono convocare. Non solo: né Lcr né Lo chiedono a chiare lettere la cacciata del governo, ma si limitano a sottolineare la necessità del ritiro del Cpe.
Per l'alternativa anticapitalista
Quello che sta succedendo in Francia non è altro che una rivolta contro una realtà - quella del lavoro precario - che riguarda anche i giovani degli altri stati europei. Da tre anni è in vigore in Italia un contratto d'inserimento che è paragonabile al Cpe francese. Non solo: grazie al Pacchetto Treu - varato dal primo governo Prodi con il voto a favore del Prc - è stata introdotta in Italia una varietà infinta di tipologie di contratto precario, funzionali a meglio sfruttare le giovani generazioni operaie. La funzione dei vari contratti di apprendistato, tirocinio o stage, di collaborazione (ora "a progetto", dopo la legge Biagi), part-time, interinale, a termine, in appalto ecc è esattamente quella del Cpe: sgravare il padronato dai vincoli del lavoro a tempo indeterminato, far pagare ai lavoratori i costi della ristrutturazione capitalistica. Non è scorretto affermare che il colpo inferto alla classe operaia con il Pacchetto Treu in Italia, con l'avallo delle burocrazie sindacali e del Prc, è stato ben più pesante delle leggi di De Villepin. Se si considera che l'Unione non porterà modifiche sostanziali a questa realtà di fatto - limitandosi, probabilmente, alla semplice revisione di quelle tipologie di contratto previste dalla legge 30 scarsamente utilizzate dal padronato (lavoro a chiamata e job sharing) - appare in tutta la sua ipocrisia l'apparente sostegno del Prc alle proteste francesi, proprio mentre si appresta ad entrare nel governo di banche e Confindustria. In Francia ciò che ancora manca è un partito rivoluzionario in grado di porsi alla testa delle mobilitazioni: è una lezione che facciamo nostra, ora che Progetto Comunista - Rifondare l'opposizione dei lavoratori avvia il processo costituente di un partito comunista e rivoluzionario in Italia. Per un governo dei lavoratori in Francia come in Italia! Per un'Europa socialista!
26/3/2006
Rifondazione comunista: epilogo di una morte annunciata
I compiti dei comunisti per la salvaguardia dell'opposizione di classe
di Valerio Torre
Con l'ingresso di Rifondazione Comunista, con propri ministri, nel governo borghese della settima potenza imperialista mondiale, si esaurisce un ciclo storico, un ciclo che ha segnato gli ultimi quindici anni della vita politica italiana da quando la mattina del 3 febbraio 1991 un pugno di delegati al XX ed ultimo congresso del Pci abbandonò la platea e, in conferenza stampa, annunciò la volontà di non entrare nel nascente Pds aprendo così la strada alla costituzione del Prc.
Il percorso politico del partito non è mai stato lineare, ma comunque sempre improntato alla compromissione negoziale con la borghesia progressista espressa dal centrosinistra, nella prospettiva dell'inserimento nella maggioranza di un cosiddetto "governo riformatore": di volta in volta, o che Rifondazione Comunista fosse in maggioranza o che fosse temporaneamente collocata all'opposizione, l'obiettivo dei gruppi dirigenti che si sono alternati alla sua guida è stato sempre quello di un "compromesso sociale" con la socialdemocrazia liberale.
E così, alternando fasi che lo hanno visto stringere accordi di coalizione (il polo dei progressisti del 1994 con la ... "gioiosa macchina da guerra" di Occhetto; il sostegno alla maggioranza Prodi dal 1996 al 1998) a fasi in cui si è ricollocato all'opposizione, o controvoglia (governo Dini e governo D'Alema), o perché spintovi dalla generale avanzata della destra (governo Berlusconi del 2001), il Prc ha sempre rifiutato di costruirsi come un'organizzazione che intendeva guadagnare nelle lotte l'egemonia sulla classe operaia in alternativa alle vecchie direzioni.
Dopo Genova: la preparazione di un percorso governista "di movimento"
Nel mese di ottobre del 2001 - quando i fatti di Genova del precedente mese di luglio avevano reso evidenti le potenzialità del movimento antiglobalizzazione che, a partire da Seattle, trovava anche in Italia alimento per la sua affermazione raggiungendo proprio nelle giornate di Genova l'apice del suo sviluppo - il gruppo dirigente di maggioranza di Rifondazione approvò un documento precongressuale che conteneva le linee generali di quelle che sarebbero poi state le tesi presentate al 5° Congresso.
Era l'epoca in cui Liberazione commentava l'esperienza della gauche plurielle francese e di Jospin titolando "Un socialista s'aggira per l'Europa" e cantando le lodi delle 35 ore in terra transalpina (pur guardandosi bene dallo svelare quale sorta d'imbroglio quella legge fosse per i lavoratori).
Ebbene, c'era un passaggio di quel documento che già lasciava intravedere, sia pure in un quadro diverso, il percorso che il partito avrebbe negli anni portato a termine: la ricomposizione politica con il centrosinistra per un accordo programmatico al fine di preparare l'ingresso del Prc in un governo borghese con tanto di ministri e sottosegretari (come è poi accaduto dopo le vittoriose elezioni del 9 aprile scorso).
Dunque, diceva quel documento: "C'è una dura considerazione-previsione da fare. Non avremo per i prossimi anni una sinistra politica comparabile con quella dell'Italia... di quest'ultimo dopoguerra (...) Questo non significa che non si possa costruire una sinistra plurale, in Italia e in Europa, capace di proporsi il tema della conquista della maggioranza dei consensi e della candidatura al governo ai fini di realizzare un programma riformatore, ma vuol dire che per arrivarci bisogna battere strade diverse da quelle della tradizionale politica unitaria, in primo luogo facendo irrompere, nell'intero campo delle sinistre e dei rapporti tra di loro, la novità e la rottura del movimento".
Quando denunciammo le intenzioni sin troppo trasparenti della maggioranza del partito - spendere cioè nella negoziazione con il blocco borghese liberale la rendita di posizione acquisita all'interno del movimento, subordinando però il movimento stesso al centro moderato; quando dicemmo che la prospettiva della sinistra plurale era questa volta perseguita da un versante di movimento allo scopo di far apparire Rifondazione più radicale, ci venne risposto che facevamo il processo alle intenzioni.
Eppure, è proprio ciò che è accaduto. Bertinotti ed il suo stato maggiore hanno preparato il percorso che disloca il Prc sul versante della borghesia italiana attraverso tappe intermedie che sono state magnificate come "svolte".
Le tappe del percorso
Nel gennaio 2001, in un discorso tenuto a Livorno per commemorare gli 80 anni dalla nascita del Partito Comunista di Gramsci, Bertinotti proclamò la "rottura con lo stalinismo". In realtà, dietro la vuota facciata di questa solenne dichiarazione si cela un vero e proprio "imbroglio" storico ed intellettuale che passa per l'artificiosa assimilazione fra il bolscevismo e lo stalinismo stesso.
In quel discorso, Bertinotti sostenne che, se si voleva rifiutare alla radice lo stalinismo, era necessario rimuovere e respingere la tematica stessa del potere politico e della sua conquista.
In realtà, quella forzata assimilazione costituisce un grossolano falso storico, poiché lo stalinismo era esattamente la negazione del bolscevismo di Lenin e non invece la sua continuazione: la presa del potere dei bolscevichi era ispirata e sorretta dall'aspirazione alla liberazione delle masse, mentre l'ottusa conservazione di un potere svuotato da tutti i principi della democrazia sovietica da parte della burocrazia staliniana era la chiave di volta della sua autoconservazione e della sua perpetuazione.
Peraltro, è curioso notare che l'abiura dello stalinismo non ha mai implicato per Bertinotti il rifiuto di quello che era un asse portante della stessa costruzione stalinista, quantomeno a partire dal VII Congresso dell'Internazionale Comunista: le alleanze di governo dei comunisti con le borghesie progressiste. Anzi, proprio quella svolta strategica governista che Stalin impose al movimento comunista internazionale - e che ebbe le sue prime e tragiche applicazioni nelle esperienze di Fronte popolare in Francia ed in Spagna nel 1936 - ha da sempre costituito e costituisce il nucleo centrale del bertinottismo e della sua teorizzazione della collaborazione di classe.
Nel dicembre 2003, poi, la "svolta" della non violenza concretizzò lo sviluppo di quell'elaborazione teorica. Anche qui, la ripulsa della conquista del potere attraverso l'azione di forza delle masse era congeniale alla rappresentazione di un partito comunista ripulito da tutta la paccottiglia novecentesca e reso affidabile agli occhi della borghesia progressista. E, non a caso, proprio da quest'ultima vennero le più sperticate lodi all'indirizzo della "Bad Godesberg" di Bertinotti, finalmente accolto nei salotti buoni dei poteri forti italiani e promosso a pieni voti sui banchi del governo.
La teorizzazione della non violenza da parte di Bertinotti non era affatto una scelta "innocente", ma rappresentava un ulteriore passaggio verso l'alleanza col centrosinistra ulivista e verso il governo borghese. Voleva significare l'offerta alla borghesia dell'abiura della lotta di classe in nome del compromesso sociale da parte di un partito che pure vuol mantenere la denominazione di "comunista" e che si è candidato a portare in dote sul tavolo dell'accordo di governo la rappresentanza dei movimenti in funzione della sterilizzazione del conflitto sociale e del contenimento delle dinamiche di massa, offrendo di sé un'immagine tranquillizzante ed affidabile: insomma, rivestendo una funzione classicamente socialdemocratica. Lo stesso Bertinotti non si è fatto scrupolo di dichiararlo nel recente confronto televisivo pre-elettorale con Maroni: "stiamo tentando un'opera di inclusione, portare anche le forze più radicali dentro i confini della democrazia. Quello che fece il Pci".
Infine, la svolta della costituzione del partito della Sinistra europea, la cui edificazione è nel segno complessivo di un impianto neoriformista e poggia su scelte politiche non di alternativa anticapitalistica rispetto ad un'Europa dominata dal capitalismo imperialista e tecnocratico dell'UE, ma sull'affastellamento di mere petizioni di astratti principi e valori "progressisti": solidarietà, ambientalismo, pace, democrazia, giustizia sociale, libertà, eguaglianza di genere, rispetto per la natura; senza mettere assolutamente in discussione la stessa "costituzione materiale" dell'Europa capitalistica; senza rivendicare un'alternativa di potere della classe operaia e delle masse oppresse rispetto alle classi dominanti che hanno costruito l'attuale Ue, anzi rivendicando uno "sviluppo bilanciato e sostenibile ... per affrontare in termini nuovi le questioni della globalizzazione", fino alla ... "stabilizzazione" del Patto di stabilità, che, insieme alle politiche ed agli orientamenti della Banca centrale europea, dovrà essere tutt'al più "cambiato per lavorare ad altre politiche sociali ed economiche", ma sostanzialmente mantenuto (e, con esso, ovviamente, l'intero impianto capitalistico europeo).
L'epilogo: l'ingresso del prc al governo e i nostri compiti
In questi quindici anni, il Prc ha testardamente costruito il percorso che lo vede oggi entrare a pieno titolo nel governo fortemente voluto da Confindustria e dalle grandi banche. Questo esito non solo delude le speranze e le aspettative di quanti si sentirono traditi dalla Bolognina e videro nella nascita di Rifondazione Comunista la possibilità che venisse preservata un'opposizione comunista e di classe in Italia; quanto pone il partito - e la sua mistica evocativa dei movimenti - nell'insanabile contraddizione fra le ragioni che questi ultimi hanno espresso negli scorsi anni e gli opposti interessi che la borghesia incarna.
In questo senso, il partito esaurisce e chiude un ciclo storico. Come tante altre volte abbiamo sostenuto, la storia del Prc è la storia di una "rifondazione mancata".
Eppure, in tutti questi anni, in cui veniva a compimento quella parabola, i marxisti rivoluzionari hanno lavorato nel partito per uno sbocco del tutto diverso, raggruppando intorno agli assi fondanti delle idee di Marx, Engels, Lenin, Trotsky, Luxemburg e Gramsci, le migliori energie che albergavano nel Prc. Ed oggi che quest'ultimo si disloca definitivamente sul versante delle classi dominanti liberando così uno spazio enorme sinora indebitamente occupato, oggi nasce il nuovo partito rivoluzionario, che, armato di un programma transitorio, costruisca un reale intervento nella lotta di classe, per ricondurre ogni esperienza di conflitto, di movimento, ogni obiettivo immediato, alla prospettiva rivoluzionaria.
Non quindi un partito più a sinistra degli altri, ma un partito rivoluzionario. Un partito, come diceva il Manifesto di Marx, che deve costruire nel presente, in ogni presente, il futuro della rivoluzione. È il compito che Progetto Comunista - Rifondare l'Opposizione dei Lavoratori assume su di sé.
Cgil: il piede sinistro sindacale di una delle tre gambe della concertazione
Le prospettive della lotta di classe dopo il congresso Cgil
di Francesco Doro e Antonino Marceca
"Quasi un anno fa, i dodici segretari confederali indirizzarono una lettera a Romano Prodi esprimendo preoccupazione per la situazione del paese e chiedendo un programma di radicale cambiamento. (...) Oggi che il programma dell'Unione è stato varato, la Cgil può dire di trovare una risposta positiva a quella lettera". Queste righe della relazione di apertura del XV Congresso Nazionale della Cgil fatta da Guglielmo Epifani il primo marzo esprimono l'essenza di un congresso effettuato ad un mese dalle elezioni politiche: la maggioranza della Cgil sceglie di stendersi ed investire su Prodi.
Epifani nella relazione traccia un quadro di quello che definisce il "declino industriale" del paese, il cui inizio viene individuato nel 1996 quando "l'Italia aveva cominciato a perdere quote industriali nell'export mondiale". Una crisi precipitata, secondo il segretario della Cgil, "soprattutto per responsabilità dell'azione e delle scelte del governo". Il giudizio di Epifani coincide con quello del direttore del Corriere della Sera, il maggior quotidiano della borghesia italiana, Paolo Mieli: il governo "ha badato più alle sorti personali del Presidente del Consiglio che non a quelle del paese". È stupefacente come l'analisi tra i due coincida rendendo chiaro il ruolo della burocrazia sindacale riformista come agente del pensiero borghese nel movimento operaio. Manca nell'ideologia borghese, ma non poteva essere altrimenti, l'analisi materialistica della crisi capitalistica, il suo contesto mondiale. Se, con un'operazione ideologica, si sgancia il "declino italiano" dal contesto mondiale allora si può lasciar sperare che il nuovo probabile governo dell'Unione possa fare gli interessi generali del paese e non quelli personali del Presidente del Consiglio, e uscire dal tunnel del "declino industriale". In quest'analisi, va da sé, gli "interessi generali" del paese sono quelli della borghesia, delle sue banche e dei suoi poteri.
Il ritorno della concertazione
Da queste premesse consegue la proposta, fatta da Epifani e approvata dal XV Congresso Nazionale della Cgil, di "un accordo di legislatura" con il "governo che uscirà dalle elezioni". Un accordo da conseguire assieme a Cisl e Uil - a cui si propone intanto una "comune carta dei valori e degli intenti" - che sarà finalizzato, grazie alla "riduzione del costo del lavoro", a "reperire risorse da destinare agli investimenti", in modo tale da invertire il declino industriale. Nel suo intervento al congresso, Romano Prodi, in un gioco di sponda, ha valorizzato il ruolo del sindacato nel contrastare "l'abbassamento del tasso di crescita della produttività", che costituirebbe la manifestazione "più evidente del declino". In questa prospettiva, continua il professore, "un sindacato forte è indispensabile non solo per il sistema delle imprese, ma anche per il governo del paese, per poter riattivare il prezioso strumento della concertazione che con grande miopia e cinismo è stato accantonato". Nel pensiero liberaldemocratico "un sindacato forte" che, assieme alla socialdemocrazia, svolga una funzione di controllo e gestione dei conflitti sociali è indispensabile alle imprese e al governo. Ecco il ruolo assegnato a Cgil, Cisl e Uil e alla sinistra socialdemocratica e stalinista (Sinistra Europea-Prc, sinistra Ds, Pdci).
Sul piano strettamente sindacale Guglielmo Epifani dopo aver genericamente difeso i due livelli contrattuali ha aperto, almeno sul piano del metodo, al confronto con Confindustria sul modello contrattuale, legandolo al raggiungimento di una proposta unitaria con Cisl e Uil. Di fatto tutto è rimandato in attesa di Prodi.
I 27 voti contrari e i 48 astenuti (tra cui Cremaschi) al documento finale del XV Congresso Nazionale della Cgil esprimono un dissenso che non si è concretizzato in un documento alternativo: un limite politico che necessita di essere superato nella direzione di una coerente opposizione di classe. Di passata rileviamo come la sinistra centrista (Grisolia-Manganaro) dopo aver dichiarato che avrebbe presentato un ordine del giorno alternativo non è stata, come sempre, conseguente. Di più: Manganaro, fedele esponente sindacale ferrandiano della Fiom, sostiene l'ex sinistra sindacale di Patta. Frattanto i contratti firmati degli Enti Locali e dei metalmeccanici non difendono il potere d'acquisto dei salari, né riducono la precarietà dilagante. L'assemblea nazionale della Rete 28 aprile che dovrebbe svolgersi prossimamente sarà l'occasione per la sinistra di classe in Cgil di avanzare una piattaforma programmatica alternativa alla linea uscita dal congresso.
Il referendum sul contratto dei metalmeccanici
La questione salariale e normativa, evidenziata dal significativo dissenso espresso dai metalmeccanici al referendum sul contratto, non ha trovato spazio nella relazione di Epifani. Gli esiti del referendum, svoltosi il 15, 16, 17 febbraio, sul contratto firmato da Fiom, Fim e Uilm e Federmeccanica hanno evidenziato la presenza di un largo dissenso tra i lavoratori rispetto ad un accordo che determina un ulteriore arretramento della categoria.
Il referendum sull'ipotesi di contratto ha visto la partecipazione al voto di quasi mezzo milione di lavoratori su 762 mila presenti nei luoghi di lavoro in quei giorni, il 64,2 % degli aventi diritto. Malgrado l'estremo "impegno" della burocrazia sindacale riformista il 15,74 % dei lavoratori, circa 76 mila metalmeccanici, ha espresso un parere negativo sull'accordo.
La grande parte dei dissensi si è verificata nelle fabbriche che hanno dimostrato maggiore combattività e radicalità nella lotta durante la vicenda contrattuale. Scorrendo l'elenco delle fabbriche in cui si è affermato il No, emerge l'estrema importanza e significatività dei dati.
Nel gruppo Fiat la bocciatura dell'accordo ha prevalso all'Alfa Romeo di Pomigliano, alla New Holland di Modena, alla Fiat di Melfi, alla Ferrari di Maranello, mentre l'accordo è passato per pochi voti alla Fiat Mirafiori, alla Sevel di Val di Sangro, alla Fiat di Termini Imerese, alla Fiat Avio di Pomigliano il No ha raggiunto il 33%, che costituisce il valore più basso di dissenso raggiunto nel gruppo. Nel gruppo Fincantieri il No all'accordo ha raggiunto la significativa percentuale del 42%, di cui il 45% a Genova, il 47,5% a Monfalcone (Go), il 39 % nelle ditte d'appalto, infine a Marghera (Ve) il No ha raggiunto 41%. Nel gruppo Elettrolux il No ha raggiunto il 35 % a Forlì, il 45% a Valle Moncello, il 37 % a Conegliano (Tv).
Alla Piaggio di Pontedera il No ha raggiunto il 33 %, alla Bonfiglioli si è verificata una sostanziale parità, mentre alla Cnh di Modena il contratto è stato respinto con il 62,5 % di No. Risultati significativi si sono verificati anche nelle medie industrie del Veneto: alla Stefan di Vicenza, del gruppo Scm di Rimini, il No ha raggiunto il 48 %, alla Fin-all di Padova, del gruppo Fin-alluminio, il 73 % di No all'accordo. Rispetto al precedente referendum in entrata sulla piattaforma il dissenso dei lavoratori sul contratto si è approfondito e in alcune situazioni raddoppiato.
L'azione necessaria del partito dei comunisti
I comunisti rivoluzionari d'Italia che proprio in questi giorni stanno, con coraggio e determinazione, rifondando il loro partito indipendente, a partire dalla lotta intrapresa nel Prc da Progetto Comunista - Rifondare l'Opposizione dei Lavoratori, sono coscienti che, dopo che i pronostici elettorali sono stati confermati, ci troviamo di fronte ad un governo liberale, comunque antioperaio, sostenuto o votato dalle sinistre centriste e socialdemocratiche (Ferrando, Bellotti e Bertinotti), staliniste (l'Ernesto e il Pdci) e dai sindacati concertativi. A tutte queste forze della sinistra politica e sociale Progetto comunista - Rifondare l'opposizione dei lavoratori ha chiesto e chiede di rompere con la borghesia e con il centro liberale, di non sostenere politicamente (dopo averlo fatto elettoralmente) l'Unione di centrosinistra. Ai comunisti, alle avanguardie operaie e di lotta, di aprire una fase costituente per la rifondazione comunista rivoluzionaria.
Non possiamo infatti rinunciare all'opposizione di classe contro il nuovo governo dell'Unione e le conseguenti politiche antioperaie annunciate, non possiamo lasciare alle forze della destra reazionaria e fascista il monopolio dell'opposizione al governo di centrosinistra con il reale rischio di un loro ulteriore rafforzamento, come sempre è successo nella storia.
Peraltro i dati del recente referendum dei metalmeccanici sul contratto dimostrano la disponibilità alla lotta dei lavoratori e confermano come questa frazione della classe operaia non è stata ancora piegata dal padronato né dalla burocrazia sindacale riformista. La campagna iniziata il 10 marzo per il ripristino della scala mobile dei salari che vede unite le forze di un ampio schieramento che comprende il sindacalismo di base e la sinistra della Cgil apre un quadro di confronto unitario e di lotta che deve essere valorizzato ed esteso. La lotta dei lavoratori precari che comincia con enormi difficoltà ad organizzarsi ha bisogno di una reale sponda sindacale di classe ma anche del sostegno politico generale dei comunisti.
A fronte di questo quadro, la costruzione di una sinistra di classe in Fiom e in Cgil, il coordinamento di tutto il sindacalismo di classe - del sindacalismo di base e della Cgil - per una lotta generale ed unificante contro il padronato e il governo, qualunque esso sia in regime capitalistico, rimane un obiettivo prioritario per il partito dei comunisti rivoluzionari.
Bocciato l'accordo a pomigliano: scattano i licenziamenti
Le burocrazie sindacali dettano la linea. La Fiat esegue
di Pasquale Cordua
Gli operai di Pomigliano conoscevano bene il contenuto dell'accordo-truffa e la volontà dei sindacati di tenere la solita assemblea che ratificasse la loro vergognosa subordinazione agli interessi padronali. E così il giorno di S. Valentino, per alzata di mano e all'unanimità, nel piazzale della Fiat gli operai hanno votato contro; e prima di questa lezione di democrazia hanno anche insegnato ai burocrati sindacali che non possono presentarsi impunemente a raccontare bugie. Niente di grave: qualche uova e qualche slogan preciso, ma questo è bastato ai bonzi per chiamare la vigilanza.
Non contenti di questa prodezza, e dovendo difendere distacchi e poltrone, e non certo valori ed idee, non hanno voluto capire la lezione ed hanno convocato ugualmente un referendum truccato. Anche qui non l'hanno spuntata: 1900 no contro 400 sì. A questo punto è scattata la rappresaglia. La Direzione ha emesso il licenziamento mirato di otto operai, tutti dello Slai-Cobas, su segnalazione dei vertici sindacali e col più originale dei motivi: aver disturbato l'assemblea sindacale.
Subito i professorini de Il manifesto hanno scritto di "un'assemblea impedita da persone estranee allo stabilimento", alla maniera di Pisanu che vede anarchici ed infiltrati ogni volta che c'è una manifestazione (ad esempio contro la Tav, lasciando intendere che invece gli indigeni non desiderano altro che sentir sfrecciare treni superveloci). Ancor più chiaro il Pdci che, per bocca di Di Palma, della locale federazione, ha sostenuto su Cronache di Napoli (16 febbraio): "Non condividiamo assolutamente i metodi che sono stati utilizzati (dagli operai, ndr) che possono essere definiti da squadristi ... e non ci appartengono in alcun modo". Sullo stesso giornale, il Prc si dichiara "al fianco della Fiom impegnata in questi giorni con i lavoratori metalmeccanici in assemblee e referendum". "Il Prc - si legge in una nota diffusa dalla federazione di Napoli e dai Circoli di fabbrica Prc di Pomigliano - esprime un giudizio complessivamente positivo sulla conclusione dell'ipotesi di accordo ... che sconfigge le posizioni oltranziste ... della Confindustria" (sic!). Ma senza vergogna, e con un opportunismo da campione, il Segretario provinciale De Cristofaro, candidato alla Camera, propone al suo Comitato politico un ordine del giorno che chiede il ritiro dei licenziamenti, condanna la Dirigenza Fiat, dichiara giuste le rivendicazioni degli operai e li invita a mobilitarsi per aumenti salariali, per abolire il pacchetto Treu (votato anche da Rifondazione) e la legge 30 (opera del Centrosinistra). Solo che questa ipocrita dichiarazione viene inviata dopo quindici giorni alla sede dello Slai-Cobas mentre quelle di prima sono apparse subito sui principali giornali. L'opportunismo senza vergogna, ormai generalizzato nel Prc e particolarmente radicato nella federazione napoletana, meriterebbe una contestazione molto più radicale di quella che gli operai di Pomigliano hanno offerto ai burocrati sindacali. Ascoltiamo cosa dice Mimmo Mignano, operaio licenziato, della Rsu.
PC-Rol: Ad un mese dai licenziamenti cosa si muove per il vostro rientro in fabbrica?
R.: I legali hanno depositato il ricorso, ma contiamo molto sulle iniziative di lotta. L'assemblea del 10 a Milano ha dato un grosso impulso alle nostre iniziative; il prossimo appuntamento sarà l'assemblea nazionale a Napoli il 25 marzo ma è già rafforzata la convinzione che si può organizzare una manifestazione nazionale a Roma all'indomani del 9 aprile, quando verificheremo anche gli indirizzi del nuovo governo. I comunicati di solidarietà che abbiamo ricevuto sono numerosi ma anche forti nei contenuti politici. Pensiamo che questa vicenda debba mettere in evidenza i problemi del pacchetto Treu, della legge 30 e della democrazia sindacale. La protezione costituita dalla quota di rappresentanza del 33%, la possibilità di manipolare i referendum, la clausola che impedisce a chi non è firmatario di contratto di intavolare trattative aziendali, vogliono dire che non c'è democrazia e questo è ancora più grave perché il sindacato è un'organizzazione di massa.
PC-Rol: Che posizione hanno assunto le forze politiche sulla vostro caso?
R.: Nessuna azione di solidarietà. Gran parte della cosiddetta sinistra ha sostenuto le menzogne della Fiom, almeno fino a quando i filmati e le testimonianze non hanno mostrato le ragioni degli operai e la giustezza della protesta. Quanto mai equivoco il ruolo di Rifondazione come hai già detto tu. Quanto all'accusa di squadrismo la rispediamo al cossuttiano Di Palma.
PC-Rol: E nel sindacato si è aperta qualche contraddizione? Qualche delegato di base ha manifestato dissenso verso la linea dei vertici?
R.: Nemmeno uno. Qui i rappresentanti sindacali spesso assumono il comportamento dei "capi". Minacciano, sostengono la necessità di lavorare il sabato, di lavorare di più. Sembra che abbiano più a cuore gli interessi dell'azienda che i bisogni degli operai. È anche per questo che la protesta nei loro confronti si esprime in maniera così decisa. Non era mai accaduto che la loro linea venisse contestata così ampiamente. E nemmeno era mai accaduto che una direzione aziendale fosse intervenuta così pesantemente in quello che era un conflitto "interno" alle maestranze. Stavamo facendo un'assemblea, non eravamo certo sulle linee di produzione e perciò questi licenziamenti svelano la connivenza tra azienda e sindacato. Penso che un episodio così rappresenti una novità assoluta nella storia delle lotte operaie in Italia.
PC-Rol: Puoi dare un giudizio sintetico sul contratto?
R.: Una busta paga di 1000 € dice tutto. Aggiungiamo l'allungamento dell'orario di lavoro, la bella trovata della banca-ore che annulla perfino il lavoro di sabato e lo straordinario portandoli in acconto per quando l'azienda non ha bisogno di te, ed il quadro è completo. Gli aumenti salariali sono ridicoli: un terzo livello (e siamo la maggioranza) prende 60 € ma scaglionati in tre parti. I famosi 100 € li vedono solo i capi. E tutto questo lo possiamo ridiscutere tra tre anni invece che due!
PC-Rol: Ai compagni dello Slai-Cobas rinnoviamo la nostra solidarietà ed il nostro appoggio, insieme all'auspicio di rafforzare i nostri contatti.
di Michele Rizzi
Melfi (Pz)
Il Tribunale di Melfi ha inviato avvisi di garanzia al segretario regionale della Fiom - Cgil, Cillis, a sei delegati sindacali della Fiom e a tre operai della Fiat- Sata di S. Nicola di Melfi in relazione ai blocchi dei 21 giorni dell'aprile 2004. Le contestazioni sono pesanti: dalla violenza privata al disegno criminoso in base all'art. 610 del codice penale. Ai sindacalisti e agli operai della Fiat di Melfi va la solidarietà di Progetto - Rol, contro ogni tipo di repressione del padronato e delle forze di repressione dello Stato borghese.
Saluggia (Vc)
Continua, con grande partecipazione popolare, la protesta della comunità di Saluggia, contro la volontà del governo di aprire una discarica per 230 litri di scorie radioattive ad alta attività da smaltire nell'impianto Eurex. L'impianto è gestito dall'impresa Sogin, di proprietà del Commissario delegato per l'Emergenza nucleare, che dovrà decidere a chi assegnare i lavori con procedura "secretata".
Milano
Dall'11 al 23 marzo, si è tenuta una rassegna di iniziative politiche per ricordare Dax, militante del centro sociale Orso di Milano, barbaramente ucciso dai fascisti. Dalla manifestazione contro il corteo di Fiamma tricolore alla proiezione di video sulla guerra in Irak, il tutto all'insegna del ricordo del compagno Dax. Pc Rol chiede l'immediata liberazione dei giovani arrestati l'11 marzo e, al di là del giudizio di merito sugli atteggiamenti politici, si oppone alla campagna repressiva che si è sviluppata e che anche il Prc ha contribuito a fomentare.
Bergamo
Continua la mobilitazione di alcuni militanti di sinistra contro l'arresto di alcuni attivisti che hanno manifestato contro le carceri di Bergamo. Dopo il presidio del 14 marzo si proseguirà ad oltranza fino alla scarcerazione dei compagni detenuti.
Milano
Il 6 marzo, tre lavoratrici assunte con contratto a progetto sono state licenziate in tronco dalla Team Promotion, proprietaria di un call-center, perché le lavoratrici con altre colleghe si sono rese protagoniste di una vertenza per la trasformazione del loro contratto di lavoro precario a tempo indeterminato. Il committente principale della Team Promotion è la Elitel, società salita agli onori della cronaca per le bollette a utenti ignari di aver stipulato contratti telefonici con la stessa. Adesso la società taglia il personale e mette sul lastrico delle ragazze che chiedono condizioni di lavoro più dignitoso. Alle lavoratrici in lotta va la solidarietà della nostra organizzazione.
Bologna
E' nato un comitato "verità per Aldro" perché si faccia luce sull'uccisione del giovane di sinistra Federico Aldrovandi da parte della polizia. Info: Caffè La Linea di Bologna.
Napoli
Continua la vertenza dei lavoratori in lotta della ex Smartway di Napoli organizzatisi in Comitato di lotta per garantire i propri diritti, nel passaggio dalla vecchia proprietà alla nuova (Social Innovation Service). I lavoratori chiedono anche che i contratti dei lavoratori precari siano trasformati in contratti a tempo indeterminato.
Bari
Forte è la mobilitazione contro l'apertura del Cpt di Bari che dovrebbe essere gestito dalla Misericordia di Andria. L'apertura del nuovo centro di detenzione ha visto l'opposizione irriducibile del movimento antagonista pugliese, di organizzazioni di volontariato e di tutti coloro che rifiutano la logica di distruzione dei diritti degli immigrati propria delle legislazioni in materia di immigrazione, dalla Turco-Napolitano che ha istituito i Cpt, approvata in Parlamento dal precedente governo Prodi (centrosinistra e Rifondazione comunista), alla Bossi-Fini, approvata dal centrodestra. Progetto comunista - Rifondare l'opposizione dei lavoratori di Puglia fa parte della Rete No Cpt pugliese che si riunisce periodicamente a Bari e ha messo in campo varie iniziative di lotta contro il nuovo Cpt, dalle manifestazioni alla propaganda a sostegno dei diritti degli immigrati.
Firenze
Continuano le occupazioni delle case a Firenze ad opera del Movimento di lotta per la casa. Il costo esorbitante degli affitti rende impossibile la locazione di immobili alle fasce più deboli della società fiorentina, così come in tutta Italia. Per questo una quindicina di donne del Movimento di lotta per la casa hanno occupato una palazzina ex-Inps.
Roma
La scure del licenziamento per motivi politici si è abbattuta su di un macchinista, sindacalista dell'Orsa che si era rifiutato di far partire un Eurostar per chiara mancanza di sicurezza per sé e per i passeggeri. Dante De Angelis, rappresentante della sicurezza, si aggiunge a una serie di licenziamenti che i vertici di Trenitalia sta attuando per metter fine alla combattività dei ferrovieri. Oltre al confronto con l'azienda sulle condizioni di lavoro, altro tema importante è quello della sicurezza, soprattutto dopo il disastro di Crevalcore (Bo) ove morirono ben diciassette persone. Pare che per Trenitalia sia venuto a mancare il rapporto di fiducia che lo legava al De Angelis. Immediata la solidarietà degli altri sindacati e la preparazione di una mobilitazione che porti al ritiro del procedimento di licenziamento. Progetto comunista - Rol di Roma, oltre ad aver espresso prontamente solidarietà nei confronti del lavoratore licenziato, parteciperà direttamente ad ogni iniziativa che porti al reintegro di De Angelis e quindi alla sconfitta dell'arroganza di Trenitalia.
Le olimpiadi della borghesia torinese
Contraddizioni di un evento sportivo snaturato dal capitalismo
di Michelangelo Maffezzoni
Il ruolo delle multinazionali
Le olimpiadi moderne rappresentano l'evento mass-mediatico per eccellenza, capaci di monopolizzare l'attenzione di miliardi di individui per due settimane. Nate nell'epoca classica, al tempo del dominio della Grecia sul Mediterraneo come tributo in onore degli dei greci, evento in grado di fermare anche le guerre in corso, nell'epoca del capitalismo hanno assunto ormai le sembianze di fabbrica del profitto parassitario, di esposizione pubblicitaria planetaria per le grandi multinazionali.
Simbolo dell'ipocrisia capitalistica e del finto buonismo borghese, le sue olimpiche cerimonie ispirate alla pace nel mondo ed alla fratellanza dei popoli nascondono dietro di loro gli interessi dei grandi gruppi industriali e finanziari (Coca-Cola, General Electric, Kodak e naturalmente Fiat), i quali, sfruttando l'immagine dei giochi olimpici, mistificano nei fatti le loro caratteristiche di colossi del capitalismo del terzo millennio. Da una parte si sponsorizzano i giochi, dall'altra si finanziano le guerre imperialiste e le dittature. Così come tutte le manifestazioni dell'uomo, anche l'evento sportivo diventa, per gli epigoni dell'ideologia dominante, un apparato della sovrastruttura ideologica borghese volta al condizionamento sulle masse, all'accettazione della società borghese come unica via per la sopravvivenza della specie umana.
L'olimpiade di Torino, in questo senso, amplifica ancora di più il concetto di mero strumento di esposizione pubblicitaria proprio perché per la prima volta nella storia dei giochi olimpici invernali la città scelta per ospitare i giochi non è una città di montagna. Sebbene sia successo già nel passato recente, vedi le olimpiadi di Atlanta 1996, città nella quale ha sede la Coca-Cola - scandalo ancora più grande visto che tutti si aspettavano Atene per celebrare il centenario dei giochi - è impossibile non vedere come abbiano giocato un ruolo fondamentale nella scelta di Torino il gruppo Fiat e soprattutto gli interessi della famiglia Agnelli, impegnata ormai da anni a spostare il proprio baricentro produttivo in altri settori a più alto tasso di profitto. L'olimpiade di Torino doveva apparire come una specie di risarcimento alla città per aver abbandonato strategicamente il settore auto. Il passaggio di consegne da una città industriale a una città basata sui servizi e sul turismo, doveva essere la prospettiva di fondo che i giochi olimpici potevano offrire a Torino e al suo travagliato futuro. Il drammatico calo occupazionale dovuto alla crisi del settore industriale non sarà certo bilanciato, nel breve periodo, dalla conseguente spinta, per effetto dei giochi, negli altri settori (edilizia, le telecomunicazioni o l'alta tecnologia).
Oggi organizzare un'olimpiade significa per una città, e più in generale per una nazione, una vetrina di rilancio economico internazionale. C'è in gioco la credibilità del paese di fronte all'opinione pubblica mondiale, ed ecco perché immancabilmente, si assiste alla crescita esponenziale dei costi. Basti pensare che lo stanziamento iniziale, nell'anno 1998, era di 1.091 miliardi di lire, fino ad arrivare a gennaio 2006 alla cifra di 5.421 miliardi, pari a 2,8 miliardi di euro. Ma dietro le apparenze della magnificente e costosa organizzazione di un evento sportivo di portata mondiale si cela, a maggior ragione in questo caso, la problematica dell'impatto ambientale sul territorio.
Scempio ambientale e contestazione
Le varie organizzazioni e comitati spontanei di protesta nati in questi anni attorno all'evento olimpico, hanno più volte manifestato l'allarme davanti al possibile disastro idrogeologico che avrebbero portato i giochi. La costruzione degli impianti e delle strutture e infrastrutture circostanti ad una zona, gia sconquassata dalla vicenda Tav, ha ovviamente implicato un disagio per le popolazioni montane e allo stesso tempo il pericolo di un dissesto del quadro ambientale; difatti, la cronaca è piena di disagi provocati ai comuni della zona alpina, con evacuazioni da zone ad alto tasso di pericolo per continui rischi di valanghe e straripamenti dei fiumi. Invece di realizzare un'olimpiade razionalizzando sulle risorse già esistenti nel territorio, si è assistito invece, come accadde già nel 1990 con l'organizzazione del mondiale di calcio, ad un vero e proprio assalto, per l'assegnazione degli appalti, da parte delle grandi imprese di costruzione. Gli enormi investimenti effettuati per costruire gli impianti, i quali faranno la fine di mere cattedrali nel deserto visto il poco interesse attorno a questi sport minori, avranno la conseguenza inevitabile di creare dei danni irreparabili all'ambiente dimostrando come gli interessi del capitalismo, sistema sociale basato sullo sfruttamento dell'uomo e della natura, siano superiori e preminenti rispetto allo spirito sportivo e gioioso che le olimpiadi suscitano nell'immaginario collettivo.[1]
Al di là del ritorno economico e d'immagine che la città di Torino ricaverà, è chiaro come tutte le istituzioni politiche, dal Comune al Governo, abbiano concentrato i loro sforzi per rendere la città più appetibile di fronte agli occhi del mondo. Migliaia di turisti provenienti da tutte le parti del globo, seppur in misura minore rispetto alle aspettative, dovevano vedere una città "pulita". E così, con l'assenso e il silenzio dei media, dai network nazionali a quelli locali, alcune zone della città che fino a qualche anno fa erano semplicemente ghettizzate, o forse sarebbe meglio dire abbandonate a se stesse, hanno subito un "cambio di look", per non parlare delle intrusioni effettuate nei centri sociali. Lo stesso dicasi per le manifestazioni di protesta avvenute durante i giorni dell'arrivo della fiaccola olimpica in città, le quali hanno assunto in alcuni casi l'effetto di una pura semplice azione dimostrativa e goliardica, senza dimenticare poi l'enorme controllo effettuato durante i giochi dalle forze dell'ordine per il pericolo attentati. Di contro si è visto il coinvolgimento dei cittadini torinesi nell'evento, segno evidente di un ritrovato orgoglio e sentimento di rivincita per una città da anni ormai considerata in declino per via delle note vicende in casa Fiat.
Alcune riflessioni
Nonostante il risvolto amaro del connubio interdipendente tra i giochi olimpici e gli interessi delle grandi multinazionali, le olimpiadi sono un evento che racchiudono in sé lo spirito e il fascino della competizione sportiva. Dal punto di vista dell'analisi marxista, per i comunisti qualsiasi evento che la società borghese produce è figlia del suo tempo, è il risultato del processo di cambiamento che in un determinato contesto storico si produce. Lungi dall'essere estremisti di qualunque specie, non identificano la società classista borghese tout court come il male assoluto proprio perché l'evolversi della civiltà umana deve passare, secondo noi, per questa fase, la quale non è altro che un periodo che anticipa il suo inevitabile superamento, l'avvento del socialismo. Sarebbe veramente puerile e superficiale non riconoscere come il proletariato, classe chiamata a sovvertire l'ordine esistente per instaurare la società socialista, non potrà che prendere insegnamento da tutto quello che la vecchia società aveva prodotto. In ultima analisi il proletariato userà le conquiste dell'era capitalistica per i fini universali della civiltà umana e non più per la pancia di pochi uomini.
Non contestiamo quindi le olimpiadi in sé, ma l'uso strumentale che la società borghese, la società del profitto e dello sfruttamento, ne fa. La liberazione dell'essere umano, scopo della rivoluzione proletaria, deve passare necessariamente per la libertà di sviluppo di ogni individuo, dal punto di vista spirituale e fisico. Ecco perché i giochi olimpici sono e saranno una tra le manifestazioni che l'uomo dovrà sempre conservare, come sfida ed eterna competizione contro i propri limiti, la natura e leggi che la governano.
Oggi organizzare un olimpiade significa per una città, e più in generale per una nazione, una vetrina di rilancio economico internazionale. C'è in gioco la credibilità del paese di fronte all'opinione pubblica mondiale, ed ecco perché immancabilmente, si assiste alla crescita esponenziale dei costi. Basti pensare che lo stanziamento iniziale, nell'anno 1998, era di 1.091 miliardi di lire, fino ad arrivare a gennaio 2006 alla cifra di 5.421 miliardi, pari a 2,8 miliardi di euro. Ma dietro le apparenze della magnificente e costosa organizzazione di un evento sportivo di portata mondiale si cela, a maggior ragione in questo caso, la problematica dell'impatto ambientale sul territorio.
[1] E' possibile, per avere un quadro generale degli avvenimenti intercorsi durante l'organizzazione dei giochi, visitare il sito ufficiale del comitato contro le olimpiadi: www.nolimpiadi.8m.com.
Il partito leninista: necessario per rifondare l'opposizione dei lavoratori
di Ruggero Mantovani
Con l'entrata del Prc nel governo liberale dell'Unione si è sancita definitivamente la scissione dell'apparato bertinottiano e dei suoi satelliti destri (area Grassi, l'Ernesto) e sinistri (area Cannavò - Malabarba, Erre), dall'atto costitutivo della rifondazione comunista. L'esito di questa scelta sciagurata è drammatico: l'azzeramento dell'opposizione di classe e della rappresentanza sociale e politica del movimento operaio. Da qui la necessità di costruire un nuovo soggetto politico (oggi rappresentato da Progetto comunista - Rifondare l'opposizione dei lavoratori ) che si ponga il compito storico di sviluppare il processo della rifondazione comunista e al contempo di rifondare un'opposizione di classe.
Una scelta non certamente ideologica o settaria, ma iscritta nelle condizioni oggettive e nella necessità di rappresentanza del movimento operaio. I comunisti conseguenti non si subordinano al corso degli avvenimenti determinati dalle leggi della concorrenza borghese; non si abbandonano "alla pratica annosa del compromesso e ad una tattica cretinamente parlamentarista"[1]
Se il Prc ha deciso di entrare nel pantano del governo borghese dell'Unione, noi, per dirla con Lenin, ci sentiamo obbligati di "combattere non solo contro quel pantano, ma anche contro coloro che si incamminano verso di esso"[2]. In definitiva la necessità di rifondare il partito rivoluzionario del proletariato lungi dal giustificarsi con una necessità contingente, ha segnato tutta la storia del movimento operaio internazionale di cui il bolscevismo è stato il suo più autorevole interprete. "Dateci un'organizzazione di rivoluzionari e capovolgeremo il mondo" ( scrive Lenin nel "Che Fare?"), ponendo la costruzione del partito comunista come centrale per la costruzione del socialismo; consapevole che la formazione di un partito d'avanguardia era (ed è tanto di più oggi ) un processo complesso, lungo e spesso drammatico, che incontra momenti di raggruppamenti, scissioni e incessanti prove prima di divenire il partito della classe operaia. Un itinerario ripido e difficile ma assolutamente necessario e decisivo, consapevoli che "nella lotta per il potere il proletariato non ha altra arma che l'organizzazione". [3]Qui sta tutta l'attualità della costruzione di un partito leninista come unica risposta alla "crisi storica dell'umanità" e all'ennesimo tradimento del movimento operaio.
Le caratteristiche essenziali del partito leninista
Entrando nel merito della teoria leninista del partito credo che sia corretto affermare che la stessa riprenda alcuni elementi costitutivi del marxismo. Nel Manifesto del partito comunista è già presente una concezione del partito, così come nell'esperienza della Comune di Parigi: per Marx, in definitiva, l'emancipazione del movimento operaio è inseparabile dalla costruzione di un partito autonomo dalla borghesia.
Con Lenin e con il bolscevismo si produce un'innovazione dell'originaria teoria del partito. Nella II Internazionale convivevano impostazioni molto differenti, vi erano ricompresi tutte le tendenze e i programmi del movimento operaio: dal revisionismo di Bernstein, il quale riteneva che la società borghese progredisse vero il socialismo; al centrismo del primo Kautsky che combinava una pratica istituzionale ed elettoralistica a riferimenti teorici rivoluzionari; fino alle posizioni di sinistra che, in particolare con Lenin, saranno fondamentali per la costruzione dei partiti comunisti.
Lenin tra tutti comprese che andava reciso ogni legame con la vecchia forma partitica che aveva espresso la socialdemocrazia: elettoralista, formale e istituzionalista. Occorreva la costruzione di un nuovo partito internazionale del proletariato rivoluzionario e il bolscevismo ha assolto pienamente questo compito storico. Ma un partito, ricordava Lenin, può essere operaio per composizione, ma non proletario per le sue tendenze, per il suo programma e la sua politica. Il partito di Lenin non è stato l'esito di un processo chimico, ma si è misurato costantemente con la realtà, ad iniziare dalle lotte economiche che in quegli anni si svilupparono nel movimento operaio russo.
Nel 1898 i problemi delle condizioni di esistenza degli operai acquistarono una grande importanza e così divenne centrale l'attività rivendicativa dei circoli locali. Ma la destra del marxismo legale aveva prodotto una deviazione della lotta rivendicativa, ritenendo che gli operai dovevano interessarsi solo delle lotte economiche assegnando alla borghesia liberale la lotta politica. Lenin si oppose tenacemente a questa impostazione, spiegando che il movimento operaio per realizzare la dittatura del proletariato doveva, a partire delle lotte economiche, costruire la propria egemonia politica.
Il II congresso del Posdr (che si celebrava a Bruxelles dal 17 al 30 luglio e poi a Londra dal 10 al 23 agosto del 1903) ha rappresentato un momento centrale della costruzione del partito del proletariato rivoluzionario. Lenin e gli iskristi, lungi dal sollevare questioni di dettaglio, lottarono contro tutte le tendenze dell'opportunismo socialdemocratico per superare il localismo dei circoli: non sarebbe bastato costruire un partito autonomo nel suo programma e nelle sue finalità, ma occorreva un'organizzazione all'altezza di quel compito, un'organizzazione che rompesse con tutte le impostazioni revisioniste e piccolo-borghesi.
E' Lenin ad insistere sulle questioni organizzative: "le divergenze (asserì) che dividono attualmente un'ala dall'altra concernono soprattutto le questioni di organizzazione e non quelle programmatiche e tattiche. Il nuovo sistema di concezioni (...) è l'opportunismo nei problemi d'organizzazione. (...) In sostanza, tutta la posizione degli opportunisti nelle questioni di organizzazione ha incominciato a delinearsi già nel primo paragrafo: e la loro difesa di una organizzazione di partito amorfa, non fortemente coesa; e la loro ostilità verso l'idea (idea burocratica) dell'edificazione del partito dall'alto in basso (...); e la loro tendenza di andare dal basso in alto (...) la loro ostilità verso il "formalismo" che esige da ogni membro del partito l'appartenenza ad una delle organizzazioni riconosciute dal partito; e la loro inclinazione verso la mentalità dell'intellettuale borghese, pronto a riconoscere solo platonicamente i rapporti di organizzazione; e la loro tendenza all'autonomia contro il centralismo (...)"[4]
Il Partito bolscevico fu anzitutto un partito di attivisti e quadri.
Al II congresso si accese un ricco di battito in cui i menscevichi (c.d. anti-iskristi ) ritenevano l'impostazione di Lenin pericolosa, denunciando che non considerare membri del partito coloro che fornivano un aiuto ( professori, studenti e scioperanti ) significava "buttare a mare" - espressione di Axrlrod - il futuro stesso del movimento.
Lenin rispondeva che non si trattava di "buttare a mare" le organizzazioni che sostenevano il partito, al contrario asseriva: "più le nostre organizzazioni di partito comprendono dei veri socialdemocratici più saranno forti, meno esitazioni e instabilità ci saranno all'interno del partito e più estesa, più multiforme, ricca e feconda sarà l'influenza del partito sugli elementi della massa operaia che lo circondano e che sono da esso diretti (...) Non si deve confondere il partito reparto di avanguardia con tutta la classe.[5]
Ma la posizione dei menscevichi non era dettata da un'impostazione formale e organizzativa: la socialdemocrazia doveva essere una cassa di risonanza delle lotte economiche, limitarsi a registrare la spontanea evoluzione della coscienza politica delle masse. Ritengo che fosse vero allora (e lo è tanto più oggi), che i comunisti devono stare nelle lotte immediate e parziali ma per mettere le proprie radici e conquistarne la direzione
La forma spontanea delle lotte istintive, scaturiva - asseriva Lenin nel Che Fare? - da "un'espressione emotiva di vendetta e di disperazione", che nel suo stadio superiore emancipava e diveniva coscienza sindacale, determinando nella classe operaia la necessità di unirsi in strutture organizzate. Questa costituisce il livello massimo della coscienza spontanea, che assumeva forme non solo rivendicative ma anche politiche, ma che non emerge mai a coscienza socialista. La coscienza socialista non nasce mai spontaneamente ma proviene dall'esterno e matura nelle masse nell'intensa lotta ideologica proprio contro la spontaneità.
Per questo occorreva anzitutto un partito di attivisti e non semplicemente di iscritti o di sostenitori, capaci di portare in ogni lotta, in ogni movimento una coscienza politica generale. E' vero che la concezione della "coscienza esterna" ha prodotto mille equivoci. Ma portare dall'esterno una coscienza politica generale nel movimento operaio ha significato per il bolscevismo: sviluppare un'analisi marxista dei rapporti di classe; portare un progetto complessivo di trasformazione sociale; avere un rapporto con l'esperienza storica e custodire la memoria delle lotte per trasmetterla alle generazioni future.
Tutto questo patrimonio poteva essere (e può oggi essere) il portato spontaneo delle lotte? Evidentemente no! Era (ed è) semmai il prodotto e la selezione di un'avanguardia cosciente del movimento operaio che si organizza in partito e che a partire dalle lotte economiche e parziali guadagna alla prospettiva socialista la maggioranza dei lavoratori.
Per questa finalità occorreva non solo il partito degli attivisti ma anche dei quadri, per dirla con Lenin nel Che Fare?: occorrevano i tribuni popolari. I quadri, i dirigenti del partito, non devono limitarsi ad essere attivisti, a mettere radici nelle lotte, ma a loro è affidato il compito di legare continuamente l'obbiettivo immediato alla prospettiva socialista: elaborare nel vivo dello scontro sociale la transitorietà delle parole d'ordine che legano il contingente al generale.
Di conseguenza il partito d'avanguardia, per Lenin, era inscindibile da una politica di massa. Non c'è nessuna contraddizione tra l'organizzazione d'avanguardia e lo sviluppo di una politica di massa. Contrariamente a quanto ha sostenuto il togliattismo per decenni con l'idealizzazione del "partito di massa", vi può essere un partito che ha tanti iscritti, definito erroneamente di massa, ma settario perché non si occupa del conflitto sociale ma dell'insediamento istituzionale. Viceversa, vi può essere un partito di attivisti e quadri, che al di là dell'aspetto quantitativo, partecipa in prima fila alle lotte, cercando di guadagnarne la direzione: questo è il partito leninista, di massa perché proiettato alla conquista della maggioranza dei lavoratori politicamente attivi.
Il partito di Lenin (e per un breve periodo di Gramsci in Italia), è stato proiettato costantemente alla conquista delle masse e ciò non nell'astrattezza dell'ideologia ma nel rapporto anzitutto con i Soviet e con i sindacati. Lenin, a differenza dei menscevichi, riconosceva ai sindacati una loro autonomia organizzativa, poiché non riteneva che fossero un'appendice burocratica legata con una cinghia di trasmissione al partito. Ma al contempo non gli riconosceva alcuna autonomia politica, giacché se i sindacati non sono egemonizzati dai comunisti divengono strumenti della borghesia e persino della reazione.
Lo stesso principio si è riproposto per i Soviet. Malgrado Lenin più volte esaltò i Soviet come la forma più alta di democrazia operaia, embrione naturale del governo delle masse lavoratrici, non ne aveva una concezione feticista. In assenza dell'egemonia e della direzione politica dei comunisti, anche la forma organizzativa più qualificata della classe si sarebbe trasformata in un pericoloso strumento in mano ai riformisti e ai centristi. I Soviet, ricordiamo, furono diretti dai menscevichi fino all'agosto-settembre del 1917 assumendo anche posizioni reazionarie, sottoscrivendo ad esempio la repressione dei bolscevichi nell'agosto 1917.
Di più, un partito di attivisti e quadri, per le sue peculiarità collettive ed organiche è anche democratico: maggiore è il livello di preparazione e di coinvolgimento alla vita politica del partito e minore sarà il formarsi di pratiche verticistiche e burocratiche. Il partito di Lenin fu democratico e al contempo unitario e centralizzato, due concetti come vedremo non in contraddizione tra loro, da cui nascerà l'arcinota definizione del "centralismo democratico", la più equivocata nella storia del movimento comunista.
Quale la sua origine storica? Il centralismo nasceva da un principio elementare: al partito bisognava assicurare il controllo sui comitati locali per evitare che la frammentazione della prassi, dei metodi di lotta, producesse una menomazione del programma e della stessa teoria rivoluzionaria. Costruire il partito dall'alto verso il basso (centralismo democratico) non ha mai rappresentato come asserivano gli opportunisti una visione autoritaria, ma voleva indicare l'unità nella visione generale (teoria rivoluzionaria, programma transitorio, generalizzazioni tattico-strategiche), rappresentata da un gruppo dirigente democraticamente eletto e sempre sottoposto a revoca.
La democrazia interna è stata, in definitiva, la vera contropartita del centralismo leninista. Alcuni esempi possono testimoniarne il senso più di qualsivoglia colta teorizzazione.. Nel 1904 dopo il II congresso Lenin è in maggioranza ma il partito è in clandestinità, in una situazione del genere l'unità ferrea doveva essere assolutamente la regola. Eppure Lenin riteneva di dover "garantire nello statuto del partito i diritti di ogni minoranza (...). Tra tali incondizionate garanzie annoveriamo la concessione di un gruppo pubblicistico, con diritto di rappresentanza ai congressi e con piena libertà di parola e la più ampia garanzia per quanto concerne la stampa di partito".
E ancora, è bene ricordare che la stessa rivoluzione russa fu realizzata dai bolscevichi grazie all'aspra battaglia di tendenza che primo tra tutti esercitò Lenin con le "Tesi di aprile", senza le quali gran parte dei bolscevichi sarebbero rimasti prigionieri o del governo provvisorio, o di uno sterile estremismo che avrebbe compromesso l'esito della rivoluzione.
Ma anche dopo la presa del potere nel 1919, in merito ai trattati di pace con la Germania, a Bucharin, che allora militava nell'opposizione di sinistra, fu tollerata persino la critica esterna al partito. In definitiva, il partito bolscevico è stato caratterizzato da un'unione liberamente scelta di donne e uomini. Un partito, tanto più oggi, necessario per ricostruire quel filo spezzato dallo stalinismo e dagli innumerevoli tradimenti della socialdemocrazia. Un partito che ancora una volta assuma nel suo orizzonte strategico il socialismo come unica alternativa alla barbaria del capitalismo.
(Sulle divergenze tra bolscevichi e menscevichi a proposito della rivoluzione e della forma che questa avrebbe assunto si vedano, tra i molti scritti di Lenin, i seguenti: Due tattiche; Proletariato e democrazia Borghese; Il proletariato e i contadini; La socialdemocrazia e il governo rivoluzionario provvisorio; La dittatura democratica del proletariato e dei contadini; I compiti democratici del proletariato rivoluzionario; Due Tattiche della socialdemocrazia nella rivoluzione democratica; La rivoluzione russa e i compiti del proletariato; Prefazione a Forze motrici e prospettive della rivoluzione russa di K. Kautski).
[1] A.Gramsci Scritti sull' Ordine Nuovo
[2] V.I. Lenin " Che fare ?" Editori Riuniti Opere scelte
[3] V. I, Lenin, " Un Passo Avanti e due indietro" Editori Riuniti Opere scelte
[4] V.I. L " Un Passo Avanti e due indietro" Editori Riuniti Opere scelte
[5] V.I. L " Un Passo Avanti e due indietro" Editori Riuniti Opere scelte
Appunti per una storia del movimento operaio sardo
di Federico Angius
I primi passi
Le prime esperienze di lotta nell'isola sono legate ad un proletariato ancora connotato da una forte componente sociale contadina che si confronta con gli strumenti dello sfruttamento capitalista ancora attraverso i metodi dello spontaneismo istintivo e di reazione. Ogni ribellione non reca con sé il segno di una guida organizzata e politica. L'ostacolo maggiore era rappresentato dal proliferare di casse di mutuo soccorso, soprattutto cattoliche e padronali, che servivano a calmierare il livello di conflittualità e a instradare il malcontento verso forme solidaristiche e pietistiche per tenere lontano da forme organizzate che intaccassero i rapporti di classe.
Persino i socialisti, che intorno al 1895 contavano poche centinaia di militanti, a Cagliari faticavano ad ergersi come guida rivoluzionaria; sia perché appunto ne rifiutavano il ruolo e anche per la mancanza di dirigenti. Si dovette infatti fare arrivare da Torino un giovane studente, Giuseppe Cavallera, che fu indirizzato ad organizzare i battellieri di Carloforte. Qui lo stesso riuscì a strutturare una Lega dei Battellieri che prese l'avvio grazie al suo ibridismo a metà tra le casse di mutuo soccorso (per la non specifica posizione di classe) e un embrionale apparato di rivendicazione socioeconomica. Prese comunque piede e diede vita, nel novembre del 1897, allo sciopero per l'adeguamento salariale e dell'orario dei battellieri. Prima d'allora non vi furono scioperi organizzati e guidati, ma solo astensioni dal lavoro spontanee, come nella miniera di Monteponi nel 1880; il 7 gennaio del 1881, a Buggerru, a Rosas nel 1896 (Narcao, nel Sulcis) e anche in seguito lo spontaneismo portò in piazza i minatori a Lula nel nuorese (1899). Ad ogni modo la fine del secolo sanciva una debolezza di fondo del movimento sindacale sardo, incapace di superare il carattere episodico e non di classe, ma di mera richiesta migliorativa. I riformisti che guidavano gli operai, si richiamavano alla riforma sociale della proprietà e rifiutavano, nella teoria e nella prassi, il concetto stesso di lotta di classe, stroncando sul nascere ogni possibilità rivoluzionaria.
All'alba del nuovo secolo
Agli inizi del ‘900 il quadro peggiora con l'inquadramento capillare all'interno delle amministrazioni comunali del personale dirigente delle miniere. Notissimo il caso dell'ing. Castoldi eletto in parlamento e principale soggetto politico del territorio minerario meridionale, che stravinse su Andrea Costa con percentuali bulgare, ottenute proprio nel bacino minerario del Sulcis. Intanto prosegue senza sosta lo sfruttamento capitalistico di uomini e natura. Le falde acquifere di Montevecchio furono inondate dai residui inquinanti e la malnutrizione e la tubercolosi operavano indisturbate il genocidio di uomini donne e bambini impegnati nell'estrazione mineraria.
Continuavano gli scioperi (1901 a Guspini e Montevecchio) ma i socialisti non riuscivano o non volevano innalzare il livello delle strutture tanto da dovere ricorre ancora alla costituzione di numerose leghe di resistenza nel territorio minerario. A funzionare come ulteriore nuovo fattore antagonista di esteso ed unitario movimento sindacale era anche la nascita di sindacati di comodo padronali, veri e propri organi di controllo dei lavoratori, che in qualche modo anticiparono il corporativismo fascista. Nel 1903 scioperarono gli scalpellini della ditta Picchi di Villasimius e gli operai della Società di esportazione dei graniti di La Maddalena, e ancora a Montevecchio pochi mesi dopo il congresso regionale del Psi ad Iglesias. L'eccidio di Buggerru nel settembre del 1904 scatenò un'ondata di proteste e scioperi in tutta Italia, mentre in Sardegna nemmeno a farlo apposta erano, quasi sempre, di natura spontanea. I socialisti continuavano imperterriti a seguire la strada del dialogo e del sostegno al governo.
I tumulti del 1906 partivano da Cagliari e si propagavano verso il Sulcis incontrollate ed incontrollabili. I socialisti pretendevano che esse si svolgessero ordinatamente e in maniera malcelata non mancarono di condannare gli estremismi. Essi erano ormai avulsi dalle reali esigenze delle masse lavoratrici che chiedevano una guida e si ritrovavano dei controllori. Insomma le elucubrazioni gradualiste non bastavano più il moltiplicarsi incontrollato e osteggiato dalle stesse leghe era lì a dimostrarlo. Per sgonfiare il malcontento si ricorse a farlo sfociare, per quanto possibile, nel cooperativismo per attenuare gli effetti dello sfruttamento drogando i lavoratori con la solita ricetta solidaristica. Ma all'enorme sviluppo del cooperativismo si accompagnò il totale collasso delle prime leghe ormai in rotta coi lavoratori stessi. Ormai i socialisti erano un partito essenzialmente elettorale. Prova ne sia l'eccellente risultato che portò, nel 1913, Cavallera, il fondatore delle prime leghe, in parlamento e numerosi consigli comunali nel 1914, sotto l'egida socialista. Ma nello stesso anno (1914) un'ondata di licenziamenti (6000 su 18000 occupati) vide il Psi impossibilitato a reagire anche minimamente. All'avvio del primo conflitto anche in Sardegna lo scontro con i massimalisti si fa aspro sui temi del neutralismo e dell'interventismo. Nel campo massimalista la Federazione dei Minatori esercitava un forte contraltare rispetto al moderatismo del Psi ma la guerra portò comunque con se il peggioramento evidente delle condizioni dei lavoratori e ancor più drammatiche evidenze disorganizzative. Durante il biennio rosso ripresero le agitazioni e qualche apprezzabile risultato venne raggiunto, con la creazione delle commissioni interne dei minatori, e subito svenduto, con un accordo generale con i padroni che preparò una fase di stallo sindacale, prima dell'avvento dello squadrismo fascista. Si accettò infatti una riduzione del 25% dei salari come presa d'atto della crisi del mercato dei metalli: fu l'inizio della fine.
Da Livorno ad oggi...
La scissione di Livorno non ebbe apprezzabili esiti nell'isola. La strada al fascismo era spianata grazie alla collaborazione tra forze dell'ordine, borghesia e padronato e grazie al silenzio riformista. Il fascismo armato dai padroni smantellerà pezzo per pezzo le già esili strutture sindacali dei lavoratori innestandosi in ogni più piccolo centro nevralgico di lotta con violenze e sopraffazioni. Tuttavia, specie negli anni trenta, nuclei di comunisti soprattutto minatori comunisti davano vita a forme di lotta clandestina confezionando manifesti e candelotti antifascisti nel cuore del Guspinese. Non stupisce che proprio qui alla fine della guerra si instaurò il primo comitato di liberazione nazionale sardo. Nel Dopoguerra le camere del lavoro si confrontarono subito con i nuovi/vecchi nemici di sempre: i padroni. Cambiava il cane ma il guinzaglio lo tenevano sempre loro. Nei primi anni dalla liberazione si ebbero straordinarie manifestazioni di occupazione delle terre e i conflitti si moltiplicarono. Ma la crisi del secondo dopoguerra costrinse la Sardegna nelle spire dell'emigrazione. L'industrializzazione forzata degli anni successivi porterà i poli di sviluppo industriale, e di sfruttamento, e di lotta anche dura. Ancora negli 60/70 lo spontaneismo delle prime esperienze prenderà il sopravvento scontrandosi con sindacati responsabili e moderati, ma chiudendosi nel vicolo cieco dell'episodio. Dagli anni ottanta in poi è discesa totale senza freni verso il muro dei profitti e il tema in argomento diventa, via via sempre meno nitido fino a sfumarsi nella chiusura o svendita graduale odierna di tutto il complesso industriale residuo, senza la benché minima reazione sindacale (anche se di connivenza non mancano prove) o senza la reale assistenza di un polo rivoluzionario di classe; qua in Sardegna sempre storicamente mancato. Fino ad oggi... speriamo!
Il papismo di Fausto Bertinotti
Tra ministri, papi e cardinali
di Ruggero Mantovani
La propensione che Fausto Bertinotti in questi ultimi anni ha mostrato per il papato, tale da far ritenere che dopo l'elezione dell'ex porporato Raztigen il nuovo papa si ponga in continuità con Wojtyla, lungi dal rappresentare una categoria dello spirito, travalica il livello teologico ed irrompe prepotentemente nel mondo profano del manovrismo politico: l'accordo programmatico con l'Unione e l'entrata nel governo Prodi. La patina di suggestive dissertazioni sulla spiritualità mostra il suo autentico profilo: accreditarsi quale forza responsabile nei salotti della borghesia italiana e agli occhi di quel potere ecclesiastico che di quegli interessi materiali ne è il suo "aroma spirituale".
Una chiave di lettura, quest'ultima, che rende più lineare la rifondazione socialdemocratica di Fausto Bertinotti, secondo cui la nonviolenza sarebbe lo strumento per vincere la globalizzazione e la regressione di civiltà, la conquista del potere da parte della classe operaia un male da estirpare alle radici e la religione, non rappresentando più l'oppio dei popoli, diviene un efficace viatico per accreditarsi alle forze dell'imperialismo.
Le vere cause del "revisionismo" bertinottiano
Una posizione, quella del segretario, non certamente personale, ma interna al processo di revisione del marxismo che ha caratterizzato il movimento comunista nel novecento e che, tanto più oggi, rischia di sbiadire persino quella tenue percezione simbolica che il Prc riflette su ampi settori di massa. Non è un caso che il nuovo papa Benedetto XVI, subito dopo la sua elezione, sia stato omaggiato dal gotha politico dell'Unione: Rutelli, enfaticamente, annunciava "un rigoroso protagonista della nuova era" e Prodi, leader dell'Unione, ha giudicato addirittura Ratzinger " un teologo illuminato e fecondo".
Un clima di forte attenzione per il nuovo papa, che non è venuto meno in questi mesi neanche da parte del segretario del Prc Fausto Bertinotti, il quale, essendo come ha dichiarato più volte un "uomo in ricerca", ha fatto sapere di confidare nel concetto cristiano dello "stato di grazia", convinto ormai da tempo che la religione non rappresenta più l'oppio dei popoli e che occorra un "riavvicinamento con i grandi temi della spiritualità". Un riavvicinamento giudicato necessario, a detta dei nuovi esegeti del cattolicesimo in salsa bertinottiana, perché questa chiesa avrebbe dimostrato attenzione ai problemi del terzo mondo, al tema della pace e alla critica del capitalismo.
Ma le cose di questo mondo e tanto più la nuova enciclica di papa Benedetto XVI, in linea con ciò che l'ex cardinale Ratzinger ha espresso per oltre vent'anni in funzione di capo della Congregazione per la dottrina della fede (vero pilastro del pontificato woitjliano), dimostrano che le oniriche visioni spirituali di Bertinotti s'infrangono clamorosamente contro la realtà.
In una nota intervista su Repubblica del novembre 2004 il porporato Ratzinger confessava che la "denatalità e l'immigrazione mutano la composizione etnica dell'Europa", ritenendo che nella "società multiculturale s'annidi un'inquietante insidia per la fede cristiana". Inoltre, impugnando come una spada templare l'enciclica Humanae Vitae e il pontificato di Giovanni Paolo II, l'attuale papa Benedetto VXI ha lanciato strali contro una modernità che avrebbe, a suo dire, "sganciato la sessualità dalla fecondità cambiando profondamente il concetto della stessa vita umana (...) l'atto sessuale ha perso la sua intenzionalità e finalità, finendo per equiparare omosessualità ed eterosessualità, introducendo elementi distruttivi per la famiglia e la società".
Malgrado questa summa capita del pensiero reazionario, la disperata tensione spirituale di Fausto Bertinotti non si arrende, speranzoso nello "stato di grazia" che dovrebbe ispirare papa Benedetto XVI nel ritrovare un punto di saldatura con il cosiddetto anti-liberismo di Wojtyla e il progressismo dell'era conciliare.
La funzione del Vaticano nel capitalismo
Ma è bene ricordare che papa Giovanni XXIII, passato alla storia e (ahinoi!) su Liberazione come il "papa rivoluzionario", nel 1961, molto più modestamente, con l'enciclica Mater et Magista dichiarava una "opposizione radicale tra il comunismo e cristianesimo" e, in piena continuità con i papi reazionari, riconosceva la proprietà privata come "diritto naturale". Le fantomatiche aperture del pastorato di Wojtyla alle istanze sociali o antiglobalizzazione e la critica all'assolutismo del mercato non possono essere ricercate in un immaginario anticapitalismo (come pretenderebbe Bertinotti), ma in un antimaterialismo ideologico che, se da un lato si pone in aperta concorrenza e lotta al marxismo sul terreno della conquista delle masse oppresse, dall'altro si è espresso nelle posizioni reazionarie del papato sul terreno dei diritti civili, dell'autodeterminazione della donna, dell'istruzione e dei diritti degli omosessuali e delle lesbiche, da ultimo sul referendum sulla fecondazione assista.
L'esaltazione dei presunti "anticapitalismo" e "pacifismo" del papato di Wojtyla, riflessi con massicce campagne massmediologiche propinate su Liberazione e concepiti in una logica di comune ricerca, non tiene conto della funzione materiale del Vaticano nell'ordine capitalistico. Una funzione che emerge dall'intreccio tra le gerarchie ecclesiastiche e la proprietà capitalista nel settore finanziario, immobiliare e terriero e che costituisce la base materiale del potere temporale del Vaticano.
Per i marxisti l'essenza della religione sta nell'affrontare il rapporto di dipendenza tra l'uomo e dio, nel lottare contro l'alienazione delle libertà umane, che si traduce nell'ordine capitalistico nella sottrazione della ricchezza alla forza lavoro e nel conflitto tra lavoro e capitale. Direbbe Marx: "spieghiamo la soggezione religiosa dei liberi cittadini con la loro soggezione terrena. Affermiamo che essi sopprimeranno la loro limitatezza religiosa non appena avranno soppresso i loro limiti terreni"[1]. Per il marxismo la critica della religione è il presupposto di ogni critica, poiché "la religione è la teoria generale di questo mondo, la sua logica in forma popolare (...). La religione è il sospiro della creatura oppressa, il sentimento di un mondo senza cuore (...). Essa è l'oppio del popolo "[2].
Se per Fausto Bertinotti occorre ricongiungersi ai grandi temi della spiritualità, per Marx questi principi hanno "giustificato la schiavitù antica, glorificando il servaggio medioevale, approvato l'oppressione, magari con aria non poco contrita. I principi sociali del cristianesimo dichiarano che tutte le infamie commesse dagli oppressori contro gli oppressi sono il giusto castigo imposto da Dio alle anime salvate".
I compiti dell'opposizione comunista
Non si tratta certamente di rivendicare un partito ideologico, poiché lo stesso marxismo deve essere concepito come programma di trasformazione, come una guida per l'azione e non come un culto civile. Di conseguenza un'autentica opposizione comunista non può attestarsi alla ricerca di un presunto anticapitalismo della chiesa in una logica di ricerca comune, rinunciando ad una battaglia anticlericale e ritenendo persino "dannoso un laicismo che pretenderebbe di togliere il crocefisso dalle scuole"[3].
Un'opposizione comunista ha il compito di recuperare una coerente proposta programmatica sullo stesso terreno delle lotte democratiche, con l'apertura, ad esempio, di una campagna di massa per l'abolizione del concordato tra stato e chiesa, smascherando il potere del papato e delle gerarchie ecclesiastiche. Un'opposizione comunista deve assumere come finalità la conquista di settori di massa del mondo cattolico e far emergere le enormi contraddizioni tra le esigenze progressiste e la natura reazionaria della chiesa.
Un'autentica rifondazione comunista ha il dovere di costruire un "fronte unico" con i settori avanzati e radicali del mondo cattolico, ma sul terreno delle rivendicazioni democratiche, per costruire le forme e il potere di un blocco sociale alternativo, che si ponga l'obiettivo transitorio di privare il fenomeno religioso dei suoi legami con la chiesa e il suo potere temporale e far regredire il culto collettivo ad un'opzione personale.
Il marxismo non è una fede che abolisce la religione, ma assume il compito di superarla a partire dai settori più coscienti del mondo religioso, per costruire quel nuovo ordine sociale che non dovrà più ricorrere all'oppio della superstizione. Una prospettiva storica che orgogliosamente chiamiamo comunismo e che il manovrismo riformista di Fasto Bertinotti non eliminerà con l'entrata nel governo Prodi. I comunisti non defletteranno da quest'orizzonte e non permetteranno che il movimento operaio sia privato di una forza comunista nel nostro paese: è questo il senso della nostra battaglia oggi.
[1] K. Marx, La Questione ebraica.
[2] K.Marx, Per la critica della filosofia del diritto di Hegel.
[3] Intervista a Bertinotti su Liberazione (novembre 2003).
Il nostro 25 aprile: antifascista e antistalinista!
Contro il revisionismo, per la rivoluzione socialista!
di Francesco Fioravanti
La retorica del 25 aprile
Anche quest'anno, nel giorno di commemorazione della liberazione del territorio italiano dall'occupazione militare delle truppe nazi-fasciste, ci apprestiamo ad essere invasi da fiumi di retorica pronti a celebrare in pompa magna il 25 aprile come data fondamentale nella rinascita democratica del paese. L'attenzione di commentatori e "addetti ai lavori" sarà posta, come sempre, sull'importanza dell'unità politica raggiunta dalle forze "democratiche" e "progressiste", grazie alla quale, secondo loro, è stato possibile cacciare il brutale invasore nazista. Ma cosa fu realmente quel processo al quale viene dato il nome di Resistenza? Come lo vissero milioni di lavoratori italiani? Con chi e come si schierarono le forze egemoni del movimento operaio in una fase in cui l'esigenza di un cambiamento sostanziale era avvertita dalle classi oppresse come impellente e non più derogabile?
Sicuramente il periodo compreso fra il 1943 e il 1945 segnò in Italia uno dei punti più alti di protagonismo delle masse nello scorso secolo. La storiografia ufficiale ci presenta quegli anni come anni di grandi lotte patriottiche, alla stregua di un "secondo Risorgimento italiano". Ma per gli operai, gli studenti e i contadini che vissero in prima fila quella gloriosa stagione politica, la cacciata dei tedeschi e la demolizione del regime fascista volevano rappresentare solamente il primo passo verso la costruzione di una società liberata dallo sfruttamento e dall' oppressione capitalista. Perché questo grande movimento di massa, che riuscì a coinvolgere ampi strati della popolazione italiana, non raggiunse l'obiettivo storico del superamento del sistema capitalistico? Per rispondere a questa domanda può essere utile narrare brevemente le vicende fondamentali che segnarono quegli anni, mettendo in evidenza il ruolo apertamente contro-rivoluzionario della direzione stalinista di quelle lotte: negli anni '40, come 20-25 anni dopo, il Pci rappresentò il più grosso ostacolo ad una radicale trasformazione economico-sociale del nostro paese.
La caduta del fascismo e la nascita della Resistenza
Nella primavera del 1943 scoppiarono in Italia i primi violenti scioperi, a dimostrazione della rinnovata volontà da parte di settori d'avanguardia della classe operaia di modificare lo stato di cose esistenti e battersi: non solo per un miglioramento delle condizioni di lavoro, ma anche per un cambiamento di regime politico. Il via ad una vasta serie di agitazioni venne, in marzo, dagli operai della Fiat di Torino, al quale seguirono le mobilitazioni dei lavoratori delle fabbriche milanesi. Successivamente, molti altri centri del settentrione presero parte a quella che può senz'altro considerarsi una "nuova primavera" del movimento operaio italiano.
Dopo questa vasta agitazione il governo si trovò costretto a cedere sul terreno delle richieste economiche, chiaro sintomo di una debolezza che dal campo militare stava investendo tutti gli ambiti in cui il regime fascista operava. La borghesia italiana, cosciente di questo, e timorosa per la stabilità dell'ordine politico e sociale del paese, iniziò ad allentare il legame che la vincolava al regime, cercando allo stesso tempo una soluzione di continuità che permettesse di mantenere un regime autoritario in grado di frenare le pressanti richieste delle classi subalterne. In seguito allo sbarco alleato in Sicilia, il 10 luglio, Vittorio Emanuele III si accordò con il maresciallo Badoglio e i gerarchi dissidenti, pronti a defenestrare Mussolini e prendere in mano le redini del paese. Di fatto sarebbe iniziato in Italia un brevissimo periodo di dittatura militare funzionale a scongiurare qualsiasi possibilità invertire i rapporti di forza fra le classi, naturalmente sfavorevoli al proletariato dopo vent'anni di corporativismo e dittatura fascista. L'8 settembre, con la firma dell'armistizio, il disfacimento dell'esercito e la successiva penetrazione sul suolo italico delle truppe naziste, rappresentò la data fondamentale che andrà ad influire pesantemente nelle vicende degli anni a seguire.
Operai e contadini cercarono, da subito, di organizzarsi armi in pugno per tentare di opporre una tenace resistenza all'invasore nazista, consapevoli che la lotta contro le truppe di Hitler e dei suoi lacchè italiani non poteva essere slegata dalla lotta per una trasformazione che investisse l'intera società, a partire dalla sua struttura economica. Diversi però erano i piani del Pci, che andrà progressivamente ad affermarsi come forza egemone nel movimento operaio, vista anche l'inconsistenza numerica e politica di altre formazioni che si richiamavano al marxismo e al movimento comunista dei primi anni ‘20. Il partito guidato da Togliatti non poteva e non voleva porsi il compito di guidare le masse verso la rivoluzione socialista e l'instaurazione della dittatura proletaria. Tutto il suo operato in quegli anni sarà funzionale a contenere le spinte rivoluzionare del movimento di massa all'interno del quadro delle compatibilità capitalistiche. La svolta di Salerno, con la quale il Pci s'impegnava a sostenere attivamente il governo Badoglio, insieme agli altri partiti antifascisti riuniti nel Cln, rappresenterà la concretizzazione materiale della natura contro-rivoluzionario del partito stalinista. Ancora una volta, il movimento che ruotava intorno alla figura di Stalin, svendeva letteralmente gli interessi della classe per conservare i privilegi di un ristretto numero di burocrati di partito.
Il tradimento della rivoluzione italiana era manifesto. Ecco, secondo Togliatti, quale dovesse essere il compito dei comunisti in quella fase: "non possiamo oggi ispirarci ad un sedicente interesse ristretto di partito, o ad un sedicente interesse ristretto di classe (...) E' il partito comunista, è la classe operaia che deve impugnare la bandiera degli interessi nazionali che il fascismo e i gruppi che gli diedero il potere hanno tradito". Coerentemente con queste dichiarazioni il Pci lavorerà incessantemente per minare la forza del movimento rivoluzionario. Tutto il suo operato nel biennio 1944/45 starà a dimostrarlo: nonostante il lavoro per la preparazione di uno sciopero generale per il marzo del '44 che coinvolgesse l'intera classe operaia - sciopero che di fatto avvenne, in condizioni difficilissime per i lavoratori del paese - il partito di Togliatti si rifiutò sempre di saldare le agitazioni operaie nelle città con il movimento partigiano che nel frattempo si era spostato nelle montagne. Anzi, il Pci fece il possibile affinché il maggior numero di partigiani venisse trasferito lontano dai centri industriali. Per esso, la volontà rivoluzionaria del proletariato era solamente un oggetto da usare nella contrattazione con gli altri partiti componenti il Cnl e le forze alleate che nelle zone "liberate" amministravano - nei loro interessi - il territorio.
Anche l'indizione dello sciopero generale fu funzionale ad acquisire forza negoziale da spendere nella contrattazione con gli altri partiti del Cnl e della borghesia italiana. Le insurrezioni che vi furono per liberare definitivamente le città del nord nel marzo e nell'aprile del 1945 non modificarono un quadro generale ormai acquisito. Il movimento di resistenza verrà successivamente costretto dalle forze riformiste a deporre le armi. Il varo dei lavori dell'Assemblea costituente sancirà definitivamente la stabilizzazione del paese in senso democratico-borghese.
Quali insegnamenti per il movimento operaio?
L'assenza di un partito rivoluzionario condizionò senz'ombra di dubbio le sorti della resistenza, a dimostrazione di quanto si importante lavorare alla costruzione di un soggetto in grado di guidare la mobilitazione - spesso spontanea - delle masse popolari. "La crisi dell'umanità coincide con la crisi della direzione politica del proletariato" scriveva Lev Trotsky qualche anno prima delle vicende narrate in questo breve articolo. Gli sviluppi e le dinamiche della resistenza hanno dato ulteriore validità a quell'affermazione. Se in futuro non si vuol far sì che burocrati e opportunisti di varia specie blocchino sul nascere qualsiasi tentativo di trasformazione sociale condotto dal proletariato, è necessario mettere all'ordine del giorno la nascita di un soggetto politico conseguentemente marxista-rivoluzionario. Farsi trovare nuovamente impreparati sarebbe un crimine storico imperdonabile per coloro che credono che l'emancipazione dell'umanità passi inevitabilmente per il superamento del sistema capitalistico.
Neofascismo e repressione: strumenti dell'alternanza capitalista
A proposito delle alleanze tra neofascisti e Cdl: l'attualità dell'antifascismo
di Mirko Seniga
Il clima di tensione che ha accompagnato la campagna elettorale è direttamente collegato alla crisi economica che attanaglia da anni il nostro paese e alle conseguenti lotte su tutti i fronti: il lavoro, la scuola, le mobilitazioni contro la guerra, movimenti che raggruppano fasce sociali sempre più larghe. Fette di popolazione costrette a vivere in condizioni di povertà e precarietà, in lotta per rivendicare il diritto alla casa e a uno stato sociale dignitoso. Entrambe le coalizioni hanno fatto accordi scandalosi in funzione di una vera e propria caccia al voto. Lo stesso Berlusconi, pur di vincere, si è alleato con i neofascisti e i neonazisti lanciando una "crociata anticomunista". Nel quadro elettorale la destra di governo, con l'ingresso nella Cdl di Alternativa Sociale, si presenta completa anche nelle sue frange più estreme.
Fascisti vecchi e nuovi
Nella coalizione voluta dalla nipote del Duce, Alessandra Mussolini, vengono ufficialmente riabilitati i peggiori protagonisti degli anni più neri della storia italiana. Ricordiamo, infatti, il Sessantotto e tutti gli anni settanta italiani quando i grandi movimenti studenteschi e proletari univano le loro lotte contro il sistema capitalista in crisi, che colpiva ogni rivolta e i suoi rappresentanti con la violenza quotidiana perpetrata sia dai fascisti - di nuovo arruolati con l'amnistia - sia dalle forze dell'"ordine" in divisa.
Il governo ha usato le stragi fasciste per manipolare l'opinione pubblica, legittimando così una repressione sistematica che, come sappiamo, ha usato due pesi e due misure. Dopo decenni di indagini, depistaggi, processi e prescrizioni, la "strategia della tensione" si è chiaramente rivelata riconducibile ad aree dell'eversione nera. Queste aree sono state fondate da persone legate alla massoneria, le indagini fecero emergere un nome a noi noto: Silvio Berlusconi iscritto alla P2 di Licio Gelli, la loggia della quale facevano parte i golpisti agli ordini di Borghese e del Fronte nazionale di Stefano Delle Chiaie.
Delle Chiaie e Adriano Tilgher, esponente dell'attuale Fronte Sociale Nazionale, fondavano Avanguardia nazionale nel 1970. Tilgher nel '75 venne arrestato e condannato per ricostituzione del Partito fascista; uscito di galera, venne accusato nuovamente per aver partecipato alle stragi dell'Italicus e della stazione di Bologna, accusa dalla quale fu poi scagionato.
Tramite la Mussolini anche Forza Nuova, guidata da Roberto Fiore, entra a far parte della "Casa delle Libertà". Fiore è stato promotore alla fine degli anni settanta di Terza Posizione, poi fuggì a Londra nel 1980 inseguito da un mandato di cattura con la condanna a 5 anni e 6 mesi per associazione sovversiva e banda armata, nell'ambito delle indagini sulla destra eversiva, seguite alla strage di Bologna del 2 agosto 1980. Dopo la latitanza Fiore è rientrato in Italia fondando nel 1997 Forza Nuova; nel 2001 è stato indagato per l'attentato al quotidiano Il Manifesto, infatti la bomba fu innescata da Andrea Insabato già militante di TP.
Tilgher e Fiore sono entrambi passati per il Msi-Fiamma tricolore di Pino Rauti fondatore di Ordine Nuovo, da dove proviene anche il leghista Borghezio. Assieme a Rauti con l'attuale Mis (Movimento idea sociale) fa parte della Cdl anche Luca Romagnoli attuale segretario nazionale del Msi-Fiamma tricolore, nonché europarlamentare, noto per il suo intervento su Sky (il 22 febbraio scorso); con quelle frasi ha difeso tutte le forze che negano la Shoah. Il suo movimento raccoglie le maggiori realtà naziskin (detti comunemente "bonehead") italiane, a partire dal Veneto Fronte Skinheads fondato da Piero Puschiavo, anch'esso più volte denunciato per istigazione all'odio razziale, attualmente cooptato nella segreteria della Fiamma assieme a Maurizio Boccacci del Movimento Politico del Lazio.
Le responsabilità del centrosinistra
Questo scenario, che andrebbe approfondito, serve sicuramente per aprire diverse riflessioni, in particolare sulle responsabilità che ha il centrosinistra, Rifondazione compresa, per aver sempre saputo dell'evolversi delle situazioni predette, tanto che i dati sono tratti da materiale ufficiale raccolto da esponenti di Ds e Prc; ma solo in campagna elettorale, approfittando dello scandalo alleanze, si ricordano del passato di alcuni personaggi che in questi anni sono rimasti impuniti e liberi di poter praticare il loro più becere revisionismo, spesso in sale comunali o spazi pubblici forniti proprio dalle giunte di centrosinistra.
In precedenza (Progetto Comunista agosto 2005) abbiamo già scritto del problema legato alla crescita di fenomeni di pura violenza squadrista riconducibili alle formazioni dei soggetti in precedenza descritti. Nel 2005, infatti, sono stati confermati ben 71 casi di violenza nazifascista (centri sociali e sedi del Prc e dell'Anpi colpiti da atti vandalici, spesso incendiari, compagni aggrediti ed accoltellati). In questi ultimi mesi si sono verificati già diversi casi di attacchi di matrice fascista, che continuano, anzi s'intensificano. Questa situazione ha come reazione la mobilitazione spontanea di movimenti antifascisti e antirazzisti che puntualmente vengono repressi e strumentalizzati dallo Stato, in funzione elettorale.
Ricordiamo alcuni dei casi più recenti: il 21 gennaio un ragazzo viene aggredito a Milano in metropolitana da alcuni boneheads solo perché in tasca ha una copia del Manifesto; il giorno seguente a Roma due compagni vengono accoltellati fuori dal C.s.o. ricomincio dal faro; la sera dell'11 marzo il Coordinatore dei Giovani Comunisti di Pavia e la sua compagna vengono inseguiti per le strade della loro città da una squadraccia armata di coltelli, nello stesso giorno in cui a Milano ha sfilato una parata nazifascista, ad una settimana dal terzo anniversario della morte di Dax.
Rifondazione dopo aver di fatto abbandonato i movimenti sventola la nonviolenza come unica forma accettabile di protesta e si prepara ad entrare nel governo dell'Unione come garante per la pace sociale, per rivestire la funzione di ammortizzatore delle lotte abbandonando la rappresentanza di classe propria di un partito comunista. Questa svolta rende Rifondazione una componente di quell'alternanza di governo capitalista che il programma di Prodi ha già preannunciato, la renderà complice delle repressioni che il capitalismo sferrerà nei confronti dei lavoratori e dei movimenti che si opporranno ( ricordiamo Napoli nel 2000).
Bisogna combattere uniti lottando contro il sistema capitalista che utilizza i fascisti per poterci liberare dalla barbarie che tuttora continuano ad insanguinare la nostra storia. Ma quale non violenza, ora e sempre resistenza!
*Portavoce del Comitato Antifascista Permanente del territorio cremonese
Tra rivoluzione gentile ed interessi speculativi
di Andrea Valerini
"L'acqua è stato uno dei pochi punti nel programma del centrosinistra sul quale la divisione delle forze in seno all'Unione è stata netta e si è risolta non con un compromesso ma con una vittoria dei partiti opposti alla privatizzazione e alla liberalizzazione (Prc, Pdci e Verdi)". Queste le parole del presidente di Acquedotto Pugliese (Aqp) Spa Riccardo Putrella - membro del Comitato internazionale per il contratto mondiale dell'acqua, nonché ex militante di Attac Italia - apparse nelle settimane scorse su Liberazione.
Una prima riflessione en passant merita il discorso sul programma del centrosinistra: se avrete fatto l'esperienza di dare una veloce scorsa alla summa fattane di recente su Liberazione, probabilmente avrete avuto l'impressione di trovarvi di fronte ad un programma di transizione verso il socialismo, e non a un fumoso esempio di compromesso di classe (naturalmente a favore di quella dominante). Suppongo che ciò sia dovuto alla forbice tra parole e fatti creata ad arte dai compagni del nostro quotidiano ufficiale: la sintesi del programma dell'Unione è un esempio di mistificazione e/o comunicazione biforcata (e biforcuta) cucito ad arte per il lettore medio di Liberazione.
Laddove Rifondazione è già al governo regionale (si veda il caso Puglia) emergono in maniera più evidente le contraddizioni del partito, stretto tra il suo dichiarato "movimentismo" e le "necessità di governo".
Acquedotto pugliese: un business privato
Veniamo alla vicenda dell'Acquedotto Pugliese. Il presidente Petrella sceglie di disertare il quarto World Water Forum di Città del Messico del 22 marzo, denunciandolo come "iniziativa privata voluta dalla Banca mondiale, da imprese multinazionali, da organizzazioni come Onu, Fao, Unesco e organizzazioni internazionali scientifiche" (intervista al Corriere del Mezzogiorno - Edizione "Lecce e Puglia"- 26/02/06, p. 13); si duole di non poter partecipare all'invito "degli amici latino-americani che stanno organizzando un contro-Forum" perché in questi giorni partiranno gli appuntamenti relativi al centenario dell'Acquedotto Pugliese; dichiara l'inutilità per Aqp di partecipare ad appuntamenti quali quello ufficiale di Città del Messico, salvo poi essere smentito dal giornalista che gli fa presente che Acquedotto Pugliese sarà presente al Forum, nella persona dell'amministratore delegato Renato Scognamiglio (piazzato in quota Ds).
Affermare e difendere il carattere pubblico della Spa Acquedotto Pugliese è intento senza dubbio lodevole, ma certo manchevole se nasconde il fatto che, anche dietro una gestione apparentemente pubblica, si nascondono interessi privati di non poco conto. Progetto Comunista - Rifondare l'opposizione dei lavoratori di Puglia vuole far emergere il colossale business privato che si nasconde dietro un'opera pubblica fondamentale, il collegamento dei Comuni pugliesi ai collettori (e relativi depuratori) per la fognatura nera. Appalti per milioni di euro, che sicuramente fanno gola a capitalisti grandi e piccoli, locali ma non solo.
La voracità dei soggetti in campo nella gestione dei collegamenti fognari è emersa anche perché siamo ormai giunti all'ultimo anello del cosiddetto "ciclo dell'acqua", quello che collega i collettori principali dei Comuni alle utenze domestiche. Anche in questo caso chi fa affari sui servizi pubblici si è ben guardato dal "pudore" di lucrare sull'anello più debole e scoperto della catena, praticando costi da usura per i pochi metri di collegamento, dalle case al collettore stradale.
Ne è derivato un movimento di protesta che qualche effetto ha sortito: una delibera di Aqp e Ato Puglia, che fissa, a lavori ben ampiamente avviati (marzo 2005), la tariffa a euro 850 per il servizio di collegamento (ad una nostra indagine complessiva tale tariffa non sempre è rispettata)... senza dire però una sola parola su chi era stato nel frattempo truffato, visto che aveva pagato tariffe che si aggiravano mediamente sui 1500 euro. Nei fatti i costi insostenibili, sommati ai ritardi congeniti, hanno creato in Puglia una situazione "a macchia di leopardo" rispetto alla congiunzione agli impianti di depurazione, dalle evidenti ricadute ambientali.
Abbiamo organizzato una vertenza popolare e crediamo che la protesta, se non ha alla spalle un partito solido e con una chiara linea politica, è destinata ad essere strumentalizzata e riassorbita, è insomma inevitabilmente incanalata verso la frustrazione e la sconfitta. Dove sono andati a finire i circa 650 euro pro capite (1500-1850) di profitto indebito? Perché non è stata aperta nemmeno un'inchiesta amministrativa su tutto questo? E soprattutto, dov'era Rifondazione Comunista pugliese mentre si lucrava sugli allacciamenti fognari? Tra affaristi pescecani e topi di sottogoverno il Prc si sta ancor più svendendo e chi, all'interno delle cosiddette "aree critiche" di Rifondazione, non ha da difendere o da sperare in carote bertinottiane (cioè poltrone o medaglie burocratiche) dovrebbe rifiutare di essere connivente - anche solo con il proprio silenzio - con una tale linea politica.
Il vero volto della giunta Vendola
Scopriamo l'acqua calda affermando che ovunque ci siano beni pubblici (l'acqua e il suo ciclo) e connesse aspettative di profitto, trovano spazio interessi, legittimi e non, che si scontrano. La corruzione diventa allora non un male individuale, ma sistema. Le ecomafie esistono, ma non hanno soltanto una connotazione meridionalistica. L'ambiente, insieme alla sanità pubblica, diventa uno degli ambiti prediletti dietro cui impresari avvoltoi spolpano le casse pubbliche. Gli enti pubblici diventano perciò le naturali cinghie di trasmissione dello sfruttamento di classe.
Avevamo ripetutamente e inutilmente chiesto, come Progetto Comunista Puglia e come circolo locale del Prc di Monteroni di Lecce, un incontro con i referenti politici e istituzionali preposti, per esporre le problematiche emerse nella fase sopra citata di realizzazione dei collegamenti delle utenze domestiche alla fognatura nera; per denunciare le iniquità lampanti, per prospettare le zone d'ombra nella gestione dell'appalto, o quantomeno per un risarcimento parziale del mal tolto. La richiesta è stata avanzata nell'ordine: al massimo responsabile provinciale di Acquedotto Pugliese, ad alcuni consiglieri regionali di Rifondazione Comunista, all'assessore regionale all'Ambiente (di Rifondazione) M. Losappio, al presidente Vendola e all'Ufficio di Presidenza dell'Aqp. Nessuna risposta, convocazione o comunicazione ufficiale: ecco gli effetti della sbandierata "democrazia dal basso" del nuovo corso di centrosinistra alla Regione Puglia. Le vertenze scomode, o perché toccano profitti già riscossi o perché non fanno audience, come le sbandierate levate di scudi in una difesa di facciata del carattere pubblico di Aqp, vengono rimosse dal dibattito politico. Questo mentre i rappresentanti del governo Vendola si spendono in estenuanti riunioni di maggioranza alla ricerca del miglior bizantinismo che eviti, nella legge regionale sui servizi sociali, la blasfema espressione "unioni di fatto". La quale molto sarebbe dispiaciuta al presidente della Cei pugliese Cosmo Francesco Ruppi; personaggio quanto meno discutibile, ma molto influente e blandito, sia da destra che da sinistra, nonostante le vicissitudini (anche giudiziarie) del suo fidato braccio destro, legate al Cpt "Regina Pacis" di San Foca.
Francamente, ne abbiamo le tasche piene delle pie donne che si stracciano le vesti contro la global-mondializzazione, che ci raffigurano con sagacia retorica "rivoluzioni gentili", ma che localmente deludono giorno per giorno le aspettative degli sfruttati. Costoro siedono ormai soltanto in consessi accademici, laccati dai soldi del capitale nazionale o degli enti a cui appartengono. Ecco i bocconi amari del compromesso di classe che Bertinotti ha sancito, a livello nazionale, con le elezioni politiche del 9-10 aprile 2006. Ecco la necessità e l'urgenza di "Rifondare l'opposizione dei lavoratori".
Il Friuli Venezia Giulia crocevia delle ristrutturazioni globali
Logistica, intermodalità, corridoi europei
di Fulvio Zorzenon
L'obiettivo della Regione Friuli Venezia Giulia, governata dall'Unione e presieduta da Riccardo Illy, industriale del caffè e comandante ad honorem della base Usa di Aviano (con buona pace del Prc, disponibile e composto alleato di Illy), è quella di trasformare l'intero sistema regionale delle infrastrutture (i porti di Trieste, Monfalcone e Porto Nogaro, le reti ferroviaria e autostradale, l'aeroporto di Ronchi dei Legionari, gli autoporti di Fernetti, Gorizia e Pontebba, l'interporto di Cervignano, il centro merci di Pordenone) in un sistema integrato dell'intermodalità e della logistica che funga da piattaforma verso l'Europa centro-orientale, in grado di alimentare il nuovo incremento nei flussi di traffico, di favorire la ripresa e/o conversione delle situazioni di crisi di settore.
Infrastrutture e interessi della borghesia
Il Friuli Venezia Giulia gode di un'infrastrutturazione superiore alla media nazionale e, nelle province di Trieste e di Gorizia, è leader per intensità di infrastrutture (fascia costiera che confina con il Veneto e Pontebbana verso nord). La Regione è interessata da importanti direttrici di traffico in transito (le nuove rotte merci fra l'Asia e l'Europa, passando dal canale di Suez e sbarcando in Italia, risparmiano almeno cinque giorni rispetto allo scalo di Rotterdam): rappresenta da sempre il principale collegamento di accesso, a sud delle Alpi, tra l' Europa occidentale e l' area centrale e balcanica. Elemento di debolezza: il sistema di infrastrutture e dei relativi servizi è frammentato nell'operatività e nella gestione, tanto da far perdere di vista l' insieme regionale.
Paradossalmente (ovviamente il paradosso è solo apparente) è proprio questo lamentato deficit di sinergia e di interconnessione che garantisce margini di profitto validi agli operatori, sfruttando ognuno i faux frais dell'altro e tutti insieme facendo pagare queste perdite d'economia ai lavoratori: contrazioni occupazionali, esternalizzazione, dilatazione dell'orario di lavoro, questione della sicurezza (due infortuni mortali al Porto di Monfalcone in poche settimane). A ciò si aggiunga il ricatto del dumping salariale (specie dopo l'entrata della Slovenia nella Ue). La razionalizzazione di una formazione economica non è propria del modo di produzione capitalistico.
E' proprio questa redditività di nicchia a far proseguire con ritmo singhiozzante la marcia di realizzazione dei tanto decantati megaprogetti di integrazione logistica regionale e transfrontaliera. Quest'ultimi sembrano sempre più il terreno di concorrenza tra la giunta regionale di centrosinistra e la destra per aggiudicarsi il titolo di miglior progettista di sistemi intermodali per lo sviluppo economico. Non a caso negli ultimi due anni si è assistito al diffondersi di una pubblicistica proclamatoria su questa tematica che ha avuto come finalità la promozione mediatica di politici e amministratori regionali e locali.
La spinta all'estensione del campo d'investimento favorisce la costituzione di alleanze tra imprese, specie di fronte alla liberalizzazione dei servizi e all'apertura dei mercati est europei forti di 75 milioni di abitanti. Ma vi è troppa varietà d'interessi perché la borghesia del Nord Est raggiunga quel sufficiente quadro di coesione. C'è anche una questione strutturale. La maggioranza degli operatori economici del settore orientato all'import/export è rappresentato da imprese di piccola-media dimensione, a bassa capitalizzazione e ristretta base proprietaria. Ognuna di queste ha condiviso il periodo di crescita grazie alla svalutazione della lira e ai benefici fiscali (e alle franchigie sindacali) dovuti a questioni settoriali e geo-politiche. Oggi, con il venir meno di tali elementi sistemici, e di fronte al rallentamento generale dei mercati, la tendenza è quella di rinchiudersi nella difesa delle proprie rendite di posizione. A questo si aggiunge, ma non meno importante, la mancanza di un quadro politico amministrativo di riferimento adeguato a gestire la molteplicità di situazioni coinvolte. La Democrazia cristiana in queste zone è rimpianta a viva voce da più parti. Inoltre l'entrata nella Ue dei paesi dell'Europa orientale ha determinato un acuirsi della concorrenza che vede gli operatori sloveni favoriti dalla massiccia presenza di capitali statali. Esemplare il caso di Luka Koper, società mista che gestisce il porto di Capodistria ed autentico trust dell'economia istriana.
Poli finanziari e concentrazioni capitalistiche
Intanto si susseguono le iniziative da parte dei governanti della regione e dei poli finanziari (che annusano meglio di chiunque altro l'appetibilità della torta) per incentivare le imprese verso forme di centralizzazione decisionale e di concentrazione proprietaria: formazione di autorità direzionale unica per i cluster, aperture di linee di credito favorevoli per associazioni d'imprese import/export operanti in Estremo Oriente in netta concorrenza con le rotte genovesi (è il caso di Eurasia Logistics), progetti di integrazione delle strutture di garanzia (Congafi e altri consorzi fidi).
L'interesse della Giunta Illy è ovviamente quello di aumentare il Pil regionale a fronte dei minori trasferimenti da parte dello Stato e di acquisire maggiori margini di negoziazione con partenariati economici e politici. Non a caso Illy, in merito ai futuri assetti politici, si è presentato come interlocutore privilegiato sia a Prodi che a Berlusconi senza rinunciare ad iniziative in prima persona. E' il caso dell'Euroregione (collegata sia alla logistica che al settore multiutility) dove ha stretto alleanza con il presidente del Veneto Galan e il governatore della Carinzia, il neonazista Haider. Anche sul versante del Corridoio 5 (collegato alla direttrice Ac/Av Lione-Torino) è sempre Illy il più attivo a cercar di smuovere l'impasse del quadro politico sloveno frammentato dallo scontro tra i vari settori della borghesia locale in conseguenza dei processi di privatizzazione nella ex repubblica jugoslava e dell'entrata nella Ue.
Illy rappresenta sicuramente la parte più "internazionalista" dell'Assindustria regionale e la sua "autonomia" dal centrosinistra la dimostra anche attraverso l'appoggio ad iniziative elettorali locali indipendenti (i "Cittadini per il presidente").
Il fatto che lo sviluppo della logistica, e in particolare dell'intermodalità dei porti, possa rappresentare terreno di captazione per risorse finanziarie (vedi gli stanziamenti per il progetto europeo Autostrade del mare) e di potere negoziale ha spinto le province marittime a raggrupparsi in seno all'Upi rivendicando la revisione della L. 84/94 (sulle autorità portuali) e a candidarsi a coordinare le aree inerenti infrastrutture, lavoro, formazione. E' stato questo il senso della prima assemblea delle "Province di mare" del Nord Est tenutasi a Trieste nei giorni 8-9 febbraio.
Di fronte a questi elementi mobili del quadro politico-economico spicca la piena subalternità del soggetto vero produttore di ricchezza: la classe lavoratrice. Le concentrazioni capitaliste non sono negative nell'ottica di sviluppo della lotta di classe. Anzi, possono esserne un viatico importante. La questione dell'internazionalizzazione dei processi capitalistici deve essere accompagnata dall'azione di organizzazione e coordinamento della classe lavoratrice del gruppo aziendale o dell'intero settore economico interessato. L'assenza di un soggetto politico internazionale dei lavoratori, capace di veicolare tale azione, è aggravata dalla persistenza di burocrazie sindacali conservatrici ripiegate sul collateralismo padronale e sulla concertazione aziendale (emblematico l'appoggio dato dai sindacati dell'Autorità portuale di Trieste alla presidente Monassi, di Forza Italia, nella disputa con Illy sulla legittimità della sua elezione). Le espressioni più "radicali" della sinistra concertativa avanzano la prospettiva di un'impossibile riforma "democratica" e "sociale" dell'integrazione imperialista europea. A maggior ragione per le correnti marxiste conseguenti la costruzione di una piattaforma strategica è imprescindibile da una valutazione attenta dei nuovi processi di internazionalizzazione economica.
Il caso Ferrando: una lezione per i marxisti
La questione del parlamentarismo, la lezione di Trotsky
di Massimiliano Di Donato
Conclusa la parabola tanto breve quanto triste del caso Ferrando, invece di addentrarci in una serie di inutili polemiche, credo sia il caso, da marxisti, trarre insegnamento dai fatti che tutti conosciamo. La questione rimanda direttamente al problema del parlamentarismo.
Troppo spesso ci sentiamo ripetere da qualsiasi pappagallo che ha letto l'Estremismo che bisogna partecipare ai parlamenti borghesi, usarli come cassa di risonanza per le posizioni rivoluzionarie, ecc. Cose senz'altro vere ma sembra che questo precetto sia stato assolutizzato da molti compagni ed inteso come una finalità da perseguire a tutti i costi: un mezzo trasformato in fine.
Va da sé che la questione della partecipazione al parlamento è per i comunisti una questione tattica, non strategica, e proprio per questo sottoposta alla contingenza del momento. Se non si ha una propria forza organizzativa, un'autonomia sotto il profilo sia finanziario che politico non si può nemmeno pensare di andare al parlamento altrimenti inevitabilmente si viene ad essere fagocitati. Se è la stessa borghesia che offre ai comunisti un posto in parlamento è ovvio che vuole in cambio qualcosa e pretende una subordinazione.
Così Trotsky nel 1920 al II congresso dell'IC rispondeva agli antiparlamentaristi: "La questione cardinale è lì: è la questione del partito. Se avete un partito veramente comunista, non temerete mai di mandare uno dei vostri uomini nel parlamento borghese, perché egli agirà come un rivoluzionario ha il dovere di agire. Ma, se il vostro partito è un miscuglio in cui il 40 % è composto di opportunisti, è certo che questi elementi si intrufoleranno nei gruppi parlamentari, dove si trovano più a loro agio (non a caso sono quasi tutti dei parlamentari), e voi non potrete assolvere i vostri compiti di comunisti rivoluzionari in parlamento".
Se poi si pretende di andare in parlamento per finanziare la costruzione di un partito rivoluzionario che ancora non c'è, con i soldi che la borghesia ci dà tramite l'istituzione parlamentare si fa un grande errore di ingenuità politica: anche sotto questo aspetto bisogna avere già una propria autonomia, tramite l'autofinanziamento che i militanti e i simpatizzanti fanno, per non trovarsi poi con le mani legate. In poche parole se l'unica o la principale fonte del finanziamento di un partito è quella che viene tramite le istituzioni borghesi è ovvio che poi per poter sopravvivere bisogna restarci a tutti i costi e stare attenti a seguire le masse che a loro volta seguono le sirene ideologiche prodotte dalla classe dominante in un determinato momento. Esempio lampante è la visione su Nassiriya; oppure al tempo in cui Cofferati appariva, agli occhi dei lavoratori, come il grande difensore dei loro interessi, ci si sarebbe dovuti ben guardare dal denunciarne l'opportunismo; posizione, allora impopolare, che avrebbe fatto correre il rischio di non essere rieletti e addio partito. Sarebbe questa l'avanguardia?
Il compagno Ferrando, con queste condizioni non sarebbe andato molto lontano, in pochi anni avrebbe sacrificato le ragioni di cui si è fatto portatore sull'altare della borghesia oppure sarebbe stato eliminato politicamente (in fondo per l'emancipazione della classe operaia non fa molta differenza), la sua fine è stata solo anticipata dalla sua dabbenaggine. È stata proprio la mancanza di un partito rivoluzionario ad impedire a lui e la sua area di essere conseguenti.
Ma lasciamo Ferrando ed i suoi seguaci al loro destino, per noi non è cambiato nulla, solo un'esperienza da cui trarre (se ce ne fosse stato bisogno) insegnamento e cioè che la strada per l'emancipazione della classe operaia non prevede scorciatoie. La conferma, inoltre, che nei mesi precedenti abbiamo agito bene e che è indispensabile realizzare il compito che da anni ci siamo posti, cioè quello di costruire il partito rivoluzionario, lavorando tra le masse per trovarvi l'avanguardia, e radicarlo in esse: "se i partiti affiliati all'IC sono dei veri partiti comunisti, che non ospitano nelle loro file dei riformisti e degli opportunisti; se questa selezione è già avvenuta; avremo la garanzia che il vecchio parlamentarismo ha cessato di esistere, cedendo il posto a un vero parlamentarismo rivoluzionario come metodo sicuro di abbattimento della borghesia, dell'intero apparato statale borghese, e del sistema capitalistico". Costruire un partito di quadri e radicarlo tra le masse quindi; un compito impegnativo ma possibile che richiede volontà e passione rivoluzionarie.
Iran: questione nucleare? Questione di classe!
La crisi diplomatica e le contraddizioni dell'imperialismo
di Leonardo Spinedi
La cosiddetta "questione nucleare", ovvero l'annosa problematica dell'utilizzo dell'energia nucleare da parte di alcuni paesi o ai fini della produzione di armi di distruzione di massa o semplicemente dell'utilizzo pacifico, è un argomento che è tornato sorprendentemente di moda negli ultimi tempi, prestandosi agli utilizzi strumentali più disparati; il "caso Iran", esploso nelle scorse settimane, costituisce un esempio lampante in questo senso.
Utilizzata come pretesto dall'imperialismo nordamericano e dai suoi lacchè progressisti e reazionari, come "elemento di forte preoccupazione" da parte di quella sinistra che ha trovato nel pacifismo lo strumento migliore per evitare di "sporcarsi le mani" nella lotta antimperialista salvo tenerle ben in pasta nei governi borghesi europei, lo spauracchio della bomba atomica è senz'altro un'ottimo strumento persuasivo utilizzabile nelle modalità più disparate per calare il sipario sulla verità.
Il lavoratori nella tagliola
Una lettura corretta dei fatti deve innanzitutto poggiare su un'analisi complessiva della situazione mediorientale in relazione alle contraddizioni dell'imperialismo: la politica di guerra del governo Bush rappresenta in realtà una risposta capitalista tra le più classiche alla crisi economica che ha investito gli Usa nel 2000 dopo un decennale trend economico positivo, puntando sul controllo politico-militare del Medio Oriente, delle sue potenzialità geografico-strategiche e delle sue risorse economiche (petrolio, forza lavoro, appalti per la ricostruzione, ecc).
E' una risposta neocoloniale già sperimentata nel corso della storia, che si trova però a dover fare i conti con le borghesie nazionali dei paesi dominati, non sempre propense a spartire i profitti con l'imperialismo. Nella fattispecie le borghesie nazionali hanno puntato - finora con un discreto successo - sul fondamentalismo religioso, cavalcando i sentimenti di oppressione e di autodeterminazione dei popoli mediorientali per riequilibrare e consolidare il proprio dominio, in contrapposizione o in un ottica di collaborazione più equilibrata con l'imperialismo made in Usa; è ciò che è successo in Iraq con la direzione islamica della resistenza, è ciò che è successo in Palestina con Hamas ed è ciò che è successo in Iran con Ahmadinejad, che appoggiato dalle classi dominanti iraniane è riuscito ad attirare su di se un consenso di massa proprio in virtù della sua fraseologia anti-occidentale ed anti-Usa, oltre che al suo sfrenato populismo .
In questo quadro si inseriscono la crisi diplomatica del nucleare ed i suoi protagonisti: da una parte l'imperialismo statunitense, che ha tutto l'interesse a proseguire nella conquista selvaggia del Medio Oriente sulla pelle dei popoli arabi, dall'altra il fondamentalismo religioso del governo, ovvero la risposta della borghesia clericale nazionale.
Per l'appunto, una micidiale tagliola per il proletariato arabo ed iraniano.
Guerra all'Iran?
L'allarmismo circa la possibilità di un disastro nucleare in Medio Oriente non appare immediatamente giustificato e, cosa più grave, contribuisce a buttare fumo negli occhi occultando la realtà vera dei fatti: il programma nucleare e di arricchimento dell'uranio in Iran, al di là delle apparenze, non è la causa prima della crisi diplomatica: questo programma era infatti già stato reso noto dal precedente governo Kathami, come programma energetico e pacifico che non puntava alla costruzione dell'atomica (le stesse indagini dell' Aiea hanno verificato la realtà di questo dato, affermando che la capacità dell'Iran di produrre armi di sterminio di massa dipende dalla sua capacità di portare avanti un programma segreto di armamento). L'avvento al governo di Ahmadinejad è stata la scintilla che ha fatto esplodere questa crisi, che dunque affonda le sue radici non nel problema della bomba nucleare (sarebbe del resto molto facile elencare i paesi fedeli all'imperialismo Usa che la possiedono) ma nei problemi di relazione tra il nuovo governo iraniano e l'amministrazione Bush, che vede parzialmente minacciati dal nuovo governo gli interessi economici del capitalismo americano in questo paese.
Di un possibile attacco militare statunitense contro l'Iran si era cominciato a parlare già immediatamente dopo l'inizio della guerra in Iraq; si tratta del resto un' ipotesi che ha suggestionato non solo parte dell'opinione pubblica di sinistra, ma anche le opposizioni piccolo-borghesi al regime iraniano. Questa tesi, che pur trova elementi di conferma parziale - come l'inserimento dell'Iran nella lista degli stati canaglia e da ultimo la stessa crisi diplomatica - non tiene tuttavia conto di alcuni fattori assai rilevanti che vanno sottolineati: in primo luogo, è evidente che l'imperialismo americano è interessato a garantire i suoi interessi in Iran (sfruttamento della forza lavoro iraniana, delle risorse petrolifere di questo paese e della sua valenza geopolitica) in maniera pacifica e concordata con il regime, una strada che del resto è stata battuta con successo anche nel recente passato, fino alla vittoria elettorale di Amadinejad; si tratterà dunque di verificare fino a che punto il nuovo governo sarà interessato e capace di collaborare con gli Stati Uniti, e fino a che punto sarà in grado di conciliare gli interessi economici e politici imperialisti con quelli della borghesia locale (tenendo conto, peraltro, che la creazione di un "capitalismo moderno" in Iran è uno dei primi punti dell'agenda della stessa borghesia locale, che dunque vedrebbe con favore una rinnovata cooperazione economica con gli Usa). Del resto la stessa Condoleeza Rice ha escluso in più occasioni nell'arco degli ultimi mesi che l'attacco militare all'Iran sia sull'agenda del governo americano, aggiungendo che "sono ancora molti i canali diplomatici da esplorare per cercare di risolvere la questione del programma nucleare".
In secondo luogo i rapporti di forza determinati dal precipitare della situazione irachena, che si sta dimostrando un vero e proprio pantano e sta diventando sempre più ingestibile sul piano militare, non sembrano consentire un ulteriore sforzo bellico agli Usa, che necessitano di concentrare tutte le loro energie nella prospettiva-ogni giorno più lontana- di portare a compimento almeno una parziale normalizzazione del paese invaso.
Dunque, una chiave di lettura diversa anche di questo "episodio" è necessaria: non si tratta di auspicare vie di uscita "diplomatiche" da una crisi pericolosa per l'intera umanità, in nome della "pace" e del rifiuto della guerra; si tratta di comprendere come le contraddizioni tra le borghesie di paesi dominanti e dominati siano all'ordine del giorno nel capitalismo nella fase imperialista, che produrrà guerra, morte e distruzione finchè non sarà spazzato via dalla faccia della terra. Ancora una volta, dunque,l'alternativa storica è tra socialismo e barbiarie. A partire dal Medio Oriente.
Per una risposta operaia e socialista; i nostri compiti
La situazione politica mediorientale va assumendo un carattere sempre più esplosivo e drammatico da un punto di vista di classe: si fa sempre più urgente la costruzione di un soggetto politico in grado di strappare l'egemonia sulle masse arabe all'islamismo politico, e di convogliare la domanda di autodeterminazione nazionale dei popoli iracheno e palestinese in una lotta conseguentemente antimperialista ed anticapitalista sulla basa dell'unità di classe dei lavoratori del Medio Oriente. Si tratta probabilmente di uno dei più gravi ritardi nel lavoro, lungo e difficile, di raggruppamento dell'avanguardia di classe a livello mondiale per la rifondazione dell'Internazionale rivoluzionaria; un lavoro di cui la nostra nuova organizzazione intende farsi carico da subito con impegno e determinazione, consapevoli del fatto che rifondare la IV internazionale non può essere un esercizio retorico autocelebrativo (come di fatto è per alcune sette perniciose più o meno piccole ed autocentrate), ma una necessità reale ed urgente che riguarda in questa fase particolarmente le classi oppresse dei paesi arabi.
La politica estera secondo l'Unione
di Alberto Madoglio
Una delle principali ragioni che hanno spinto il Partito della Rifondazione Comunista a entrare a pieno titolo nell'alleanza di centrosinistra che ha vinto le recenti elezioni, riguarda il presunto carattere pacifista che questa alleanza avrebbe sviluppato negli ultimi mesi. Il tema dell'opposizione alla guerra ha avuto in Europa e in Italia un ruolo eccezionalmente importante a partire dalle manifestazioni contro la guerra all'Irak del 2003, alle quali Rifondazione ha partecipato con grande investimento politico.
Era indispensabile quindi, per il Prc, far credere che, sulla questione della guerra, l'Unione avesse rotto non solo con la politica del governo precedente, ma con la stessa posizione assunta fino a quel momento dal centro sinistra sulla politica estera. Leggendo però con attenzione le oltre duecentocinquanta pagine del programma politico dell'Unione, firmato solennemente dai partiti politici che la compongono, Rifondazione compresa, non c'è un solo passaggio che possa far credere che questa svolta pacifista si sia realmente attuata.
Nel paragrafo che riguarda la politica estera, si dice esplicitamente che le operazioni di "polizia internazionale" (neologismo usato per sostituire il termine "guerra", non politicamente corretto) sono possibili con mandato dell'Onu per garantire la terzietà rispetto ai contendenti. Se a questo si aggiunge la proposta di una modifica in senso democratico (!) delle Nazioni Unite, ecco pronta la ricetta che garantirà la pace per le future generazioni.
Al di là di queste fumose dichiarazioni, risulta evidente che la politica internazionale dell'Unione non rompe con le scelte belliche del passato: si tenta solamente di dare un'illusione pacifista ad una politica volta a garantire gli interessi strategici dell'imperialismo italiano.
Tutto ciò non ci stupisce, ci saremmo semmai dovuti sorprendere di una posizione opposta.
Un po' di storia dell'imperialismo italiano
Anche l'Italia ha partecipato in maniera più attiva alla competizione tra le varie potenze imperialiste, che si è riaccesa dopo il crollo del Muro di Berlino e la dissoluzione dell'Unione Sovietica, facendo dimenticare ben presto il clima illusorio di concordia che aveva caratterizzato l'epoca successiva alla fine della seconda guerra mondiale. Questa competizione, come si è sempre verificato storicamente, è avvenuta su due piani strettamente connessi e interdipendenti: il primo prevalentemente economico e il secondo militare (o viceversa, tanto era ed è profondo il loro intreccio).
Nello stesso periodo in cui comincia l'epoca delle privatizzazioni e dello smantellamento dello stato sociale in Italia, si accentua simultaneamente la proiezione militare dell'imperialismo nazionale. Insieme alla privatizzazione delle banche sotto controllo statale (1993), si ha la partecipazione italiana alla aggressione militare della Somalia, avvenuta per portare la pace in quel martoriato paese, e che al contrario ebbe il risultato di farlo precipitare nel caos più totale, situazione dalla quale non è ancora uscito oggi.
Nella seconda metà degli anni novanta, mentre il processo di restaurazione del capitalismo nei paesi dell'est europeo offriva la possibilità alle imprese e alle grandi istituzioni finanziarie private italiane (Fiat, Telecom, Unicredit, Generali, per citare le più importanti) di trovare nuovi sbocchi di mercato, allo stesso tempo si vedeva l'intervento massiccio dell'esercito in quella strategica area geografica. La scusa era sempre la stessa: riportare l'ordine dove questo non c'era. Iniziarono così le operazioni di "peacekeeping" nei Balcani. La guerra alla ex Jugoslavia, che ha visto l'utilizzo massiccio di armi non "convenzionali" (proiettili con uranio impoverito), ha permesso la creazione di due veri e propri protettorati dell'imperialismo in Bosnia e Kosovo.
In Albania si è avuto l'esempio più evidente del ruolo reazionario dell'imperialismo nostrano. Era il 1997 e, per porre fine a un movimento rivoluzionario che rischiava di far cadere il nuovo ordine capitalista che le potenze occidentali stavano tentando di costruire nella zona, ("È la rivoluzione, non la mafia", titolava in quei giorni il Corriere della Sera, riferendosi alle vicende albanesi) l'Italia inviò navi e truppe per sedare la rivolta. Fu il governo di centrosinistra guidato da Prodi a prendere quella decisione, ma il fatto veramente criminale fu che Rifondazione Comunista, dopo avere solo formalmente protestato contro quella decisione, arrivò ad esprimere un voto di astensione nella votazione parlamentare che deliberava il proseguimento della missione.
Così, per tutti gli anni novanta fino ad oggi, l'imperialismo italiano interviene militarmente ogni volta che se ne presenta l'occasione, o in maniera simbolica (Timor Est), o in maniera più concreta (Afghanistan).
L'aggressione all'Irak
Si arriva così ai giorni nostri e alla questione della guerra in Irak. Il centrosinistra, sulla spinta delle mobilitazioni pacifiste e tenuto conto che non avendo responsabilità di governo poteva garantirsi un margine di manovra su un tema così delicato, per mesi è andato affermando che sulla questione irachena era necessaria una svolta radicale (con differenze di sfumature: una posizione formalmente più netta contro l'intervento da parte del Prc, una lunga serie di "se" e di "ma" da parte delle forze borghesi del centrosinistra, che si rendevano conto dell'interesse strategico che quel paese ha per la borghesia italiana): oggi si vedono quali sono i veri intenti da parte di un'alleanza che governerà il paese per i prossimi anni.
Si sostiene che in quella situazione è necessario, invece del protagonismo egoista degli Usa, un intervento "multilaterale", che non lasci cioè alle nazioni militarmente più deboli come l'Italia, solo le briciole del saccheggio del paese; e che un eventuale ritiro dovrà essere diluito nel tempo e comunque concordato col governo di Baghdad, un governo fantoccio, frutto di elezioni farsa. Tutto ciò avviene proprio nelle settimane in cui l'imperialismo lancia nel paese una nuova offensiva su vasta scala (più precisamente nell'area di Samarra).
La capitolazione del Prc all'imperialismo e la prospettiva dei comunisti
Come affermavamo all'inizio, non si tratta in realtà di una svolta, ma di continuità con una politica che ha visto i vari governi di centrosinistra sempre più convinti sostenitori, per tutti gli anni '90, della politica di "potenza" dell'Italia, in una fase storica in cui, lo ripetiamo, la concorrenza tra i vari paesi per trovare nuovi sbocchi alle merci e ai capitali, è sempre più feroce.
Per queste ragioni, un esecutivo che, al di là della stantia retorica sulla concordia e sull'unione nazionale, governerà nei prossimi anni in nome e per conto della grande borghesia imperialista italiana, evidenzia il suo carattere reazionario ed oppressivo specialmente in politica estera. Con la decisione di sostenere il governo Prodi, Rifondazione Comunista rende palese alle masse popolari nel paese e all'estero, il suo definitivo e irreversibile tradimento di classe. Come accaduto altre volte in passato, questo tradimento non si è verificato repentinamente, ma si è via via sviluppato nel tempo.
Ciò che prima era chiaro solo a ristrette avanguardie politiche, ora lo è per milioni di persone. Per questo non è assolutamente esagerato parlare di "4 agosto" di Rifondazione. Se il 4 agosto 1914 segnò la fine di ogni illusione di riforma della socialdemocrazia tedesca e internazionale, oggi finisce ogni illusione sulla natura progressista del partito di Bertinotti. Oggi come allora è indispensabile che si venga a creare un'opposizione di classe a queste politiche guerrafondaie.
A chi in maniera meschina afferma che la pace (imperialista) deve passare per il massacro e lo sfruttamento dei deboli e degli oppressi, i comunisti devono ribattere che il vero progresso dell'umanità passa per la completa e definitiva sconfitta della borghesia e del capitalismo.
È per questa prospettiva che abbiamo deciso di rompere con il partito di Bertinotti. Sappiamo che la strada sarà lunga e tortuosa, ma siamo assolutamente consapevoli delle nostre ragioni e del sostegno che troveremo tra i lavoratori, i giovani e i disoccupati nel paese.
La forza incendiaria delle caricature di Maometto
La necessità di un'altra direzione, marxista rivoluzionaria
di Antonino Marceca
La pubblicazione il 30 settembre 2005 sul Jyllands Posten, giornale della destra danese, delle dodici caricature di Maometto, raffigurato con un turbante di bombe o un coltello in mano, ha innescato un processo di indignazione, prima tra gli immigrati di religione musulmana in Danimarca e poi, alcuni mesi dopo, nei paesi arabi e nei paesi a maggioranza musulmana (dal Nord Africa all'Indonesia).
Non c'è dubbio che la pubblicazione di queste vignette sul Jyllands Posten, così come la provocatoria maglietta del ministro Calderoli, hanno un'evidente natura razzista. Queste provocazioni provenienti da paesi presenti in armi sul territorio iracheno, a difesa dei propri interessi imperialistici, non potevano non innescare una ribellione tra le masse arabe e islamiche.
Il contesto regionale
Questa ribellione si inserisce in un contesto caratterizzato dagli effetti della crisi capitalistica mondiale che ha portato disoccupazione, povertà e miseria: una regione in cui l'imperialismo, sempre più impantanato in Irak, accentua la sua morsa sull'Iran, paese fortemente determinato a portare avanti la sua politica nucleare, e sui quei paesi ad esso direttamente o indirettamente legati come la Siria, la Palestina, dopo la vittoria elettorale di Hamas, il Libano con le determinanti milizie di Hezbollah.
Il combinato disposto di crisi economica ed intervento imperialistico vede gli epigoni del nazionalismo arabo al potere nel Nord Africa e in Medio Oriente - espressione di una burocrazia corrotta e di una borghesia asservita all'imperialismo - mantenere il potere attraverso un feroce controllo militare e poliziesco. Infatti le attuali direzioni cosiddette "islamico moderate" al potere nei vari paesi, al di là del regime istituzionale, monarchie o repubbliche presidenziali, si reggono sempre più grazie al sostegno dell'imperialismo da un lato e sugli apparati repressivi dello Stato dall'altro.
La sinistra stalinista di questi paesi (Irak, Siria, Libano, Palestina, Egitto, Algeria, ecc), essendosi in larga parte legata strettamente e in modo subalterno a questi regimi nella fase ascendente del nazionalismo laico, a partire dagli anni settanta, è stata trascinata nella sua crisi. Dopo la restaurazione capitalistica nell'Urss, come in tutto il mondo, molti dei partiti stalinisti arabi hanno raggiunto la socialdemocrazia, ma per questa strada non sono riusciti a sollevarsi dal loro declino.
L'islamismo politico, corrente politica reazionaria espressione della piccola e media borghesia, del clero e dei proprietari terrieri, le cui origini risalgono al 1928 quando sotto la direzione di Hassan al-Banna venne fondata in Egitto l'organizzazione dei Fratelli musulmani, dopo essersi diffuso in tutti i paesi a maggioranza musulmana, attraverso un lungo percorso di opposizione ai regimi nazionalisti laici al potere, ha acquisito una forza considerevole.
L'egemonia delle sezioni nazionali dei Fratelli musulmani è stata favorita, oltre che dall'assenza di un'opposizione di classe, dagli ingenti finanziamenti ricevuti dalle monarchie reazionarie dei paesi del Golfo e dalle confraternite. Infatti, grazie all'ingente denaro affluito nelle loro casse, hanno costruito uno stato sociale islamico (ospedali, scuole, assistenza) che è andato a sostituire il decrescente intervento dei governi.
E i risultati si sono visti: in Egitto, dove alle ultime elezioni i Fratelli Musulmani hanno ottenuto il 20 % dei seggi in Parlamento, un risultato inferiore al loro reale peso nella società; in Palestina, dove Hamas ha vinto le elezioni; in Giordania. Nel contempo, in tutti i paesi arabi la sinistra socialdemocratica e stalinista è ormai ridotta ad un livello residuale, mentre manca un polo di aggregazione marxista rivoluzionario, anche se segnali positivi in questo senso sono presenti in Egitto e in Algeria.
La Libia di Gheddafi
Approfittando dell'indignazione popolare per le caricature di Maometto, i regimi al potere - prima il regime nazionalista laico siriano di Bashar el-Assad, poi il regime libico del colonnello Gheddafi - hanno tentato di cavalcare la rabbia popolare incanalandola per via istituzionale, per rafforzarsi.
Inizialmente Gheddafi aveva autorizzato la protesta in risposta al provocatorio atteggiamento del ministro Calderoli, nell'evidente tentativo di strumentalizzare l'avversione del popolo libico nei confronti di un paese, l'Italia, che si è resa responsabile di una delle più cruente, barbare e brutali repressioni durante la trentennale occupazione coloniale in terra libica, dal 1911 al 1943.
Il mausoleo di Omar Mukhtar, eroe della resistenza libica, si trova nella stessa via del consolato italiano di Bengasi assaltato durante la rivolta. La regione della Cirenaica - che vanta una storica opposizione sia nei confronti del governo monarchico senussita che contro il governo nazionalista di Gheddafi - è stata il centro della resistenza anticoloniale, resistenza piegata dopo l'assassinio di Omar Mukhtar, il 16 settembre 1931. Tra i caduti nella repressione poliziesca ci sono anche egiziani e palestinesi che assieme ad altri compongono il proletariato libico.
Non c'è dubbio che i Fratelli Musulmani, particolarmente radicati nella zona di Bengasi, si siano inseriti nella protesta egemonizzandola e spostandola contro il regime. La stessa operazione non è riuscita a Tripoli e in altre località in cui la protesta si è svolta secondo le modalità stabilite dal regime.
Proprio in quei giorni, 18 e 19 febbraio, a Palermo era in corso il Forum economico del Mediterraneo organizzato dalla Confindustria con la partecipazione di oltre 250 imprenditori provenienti dal Nord Africa e dal Medio Oriente. E, tempestivamente, Montezemolo ha lanciato un appello all'Unione Europea per favorire l'integrazione dell'area e salvaguardare gli interessi di Eni, Telecom e Finmeccanica in terra libica. Di qui le inevitabili dimissioni del ministro leghista Roberto Calderoli dal governo Berlusconi. Gheddafi, cosciente di questi interessi dell'Europa e dell'Italia in Libia e del ruolo a quest'ultima affidato nel controllo dei flussi migratori, utilizzerà i fatti di Bengasi per rilanciare le rivendicazioni libiche relative alle riparazioni coloniali, sempre promesse dai governi italiani ma mai realizzate, per riverniciare un'immagine nazionalista sbiadita.
Quale prospettiva
Le masse arabe cercano un risposta politica alla crisi che attanaglia i loro paesi ed oggi apparentemente lo trovano nell'islamismo politico, mentre le sinistre staliniste e socialdemocratiche non solo non danno nessuna risposta all'altezza della situazione, ma non traggono neppure le conseguenti riflessioni dai gravi errori che hanno attraversato la loro storia.
Dopo aver sostenuto ed essersi integrati in modo subalterno nei fronti nazionali con la borghesia nazionalista laica, adesso sembra arrivato il turno di continuare la stessa fallimentare politica con la borghesia islamista. Questa politica è stata portata avanti dalle organizzazioni staliniste, con effetti drammatici, nel corso della rivoluzione islamica in Iran, quindi nella resistenza in Irak; e stava per realizzarsi in Palestina.
Infatti, il 20 febbraio scorso, Qais al-Ghoul, dirigente del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (Fplp), dichiarava la disponibilità della sua organizzazione a partecipare al governo palestinese con Hamas, sotto la guida dell'islamista Ismail Haniyeh. Rileviamo favorevolmente che, invece, l'organizzazione della sinistra palestinese non è entrata nel governo a guida Hamas costituito il 19 marzo. Tale rinuncia è stata motivata da parte di Jamis al-Majdalawi, uno dei dirigenti del Fplp, in quanto Hamas non ha voluto inserire nel programma di governo il riconoscimento dell'Organizzazione per la Liberazione della Palestina (Olp) quale "rappresentante più alto del popolo palestinese". Pertanto, la motivazione ufficiale adottata non riguarda la natura borghese di Hamas ma il ruolo dell'Olp, un fronte interclassista da sempre egemonizzato da Al Fatah. In ogni caso, la collaborazione del Fplp con Hamas permane a livello comunale sia a Ramallah che a Betlemme.
Le stesse modalità del banditesco sequestro subito il 14 marzo da Ahmed Saadat, segretario del Fplp, ad opera dell'esercito israeliano con la collaborazione dell'imperialismo inglese e statunitense, evidenziano la natura coloniale dell'Anp. La partecipazione al governo dell'Anp da parte del Fplp non ne avrebbe cambiato la natura. Inoltre, su questa via non si costruisce un polo di classe indipendente dai due schieramenti della borghesia nazionale araba: in questo modo si subordinano i lavoratori arabi alla borghesia laica o islamista.
La borghesia araba ed i suoi partiti hanno fallito nella lotta per l'indipendenza nazionale e per l'unità araba. Alla fine - e non poteva essere altrimenti - si è integrata all'imperialismo. Anche gli islamisti hanno seguito e seguiranno lo stesso percorso.
Solo un'altra direzione, marxista rivoluzionaria, della classe operaia nei paesi del Nord Africa e del Medio Oriente può portare a termine le rivendicazioni democratiche delle masse arabe, curde, persiane.
Si tratta di avanzare nel corso stesso della resistenza all'imperialismo e al colonialismo, che noi comunque sosteniamo, un'altra prospettiva corrispondente agli interessi degli operai e dei contadini poveri: un governo operaio e contadino.
Solo in una prospettiva di rivoluzione permanente, che coinvolga sotto la direzione della classe operaia le masse popolari e contadine dell'insieme dei paesi della regione, è possibile sconfiggere l'imperialismo e aprire la strada alla Federazione Socialista del Medio Oriente.
In questa prospettiva potrà avere soluzione - come entità statale unica, laica e socialista - la questione palestinese e con essa i diritti democratici delle popolazioni di origine ebraica.
I comunisti rivoluzionari d'Italia che proprio in questi giorni stanno, con coraggio e determinazione, rifondando il loro partito indipendente, a partire dalla lotta intrapresa da Progetto Comunista - Rifondare l'Opposizione dei Lavoratori, sono coscienti che solo nel quadro di una Quarta Internazionale rifondata potrà costituirsi quella direzione che fino ad oggi è mancata alle masse oppresse di tutto il mondo.




















