Il libro verde di Sacconi
Lavoratori al macello
Alberto Madoglio
Con un titolo che fa tornare alla mente le bucoliche atmosfere della pubblicità del Mulino bianco, "La Vita Buona Nella Società Attiva", il Ministro per il welfare Sacconi ha presentato a fine luglio il libro verde per la riforma dello stato sociale. Entro tre mesi verrà varata la versione definitiva per la discussione in Parlamento. Così come la famosa pubblicità in voga negli anni '80 nascondeva una realtà fatta di pesanti attacchi al mondo del lavoro (sciopero alla Fiat nel 1980, il referendum sulla scala mobile del 1984, all’estero affermazione delle politiche ultra liberiste di Reagan e della Thatcher), anche questa proposta di riforma nasconde, dietro il titolo e le affermazioni rassicuranti presenti nel testo, la volontà di sferrare un nuovo colpo al sistema di protezione sociale nato dopo le dure mobilitazioni operaie e studentesche degli anni '60 e '70 dello scorso secolo.
Il contenuto di questo attacco
A una lettura superficiale il tono della bozza può apparire rassicurante. Sicuramente è l’impressione che si ha dall’incipit, in cui si dice che il libro verde è dedicato ai giovani e alle famiglie per ricostruire in loro la fiducia nel futuro. Si potrebbe pensare di trovarsi di fronte ad un progetto che finalmente voglia ripagare i lavoratori dei sacrifici fatti negli ultimi anni. Le note dolenti vengono subito dopo. Prendendo a pretesto le tendenze demografiche presenti oggi in Italia (invecchiamento della popolazione) e di conseguenza la presunta insostenibilità del welfare così come lo abbiamo conosciuto finora, si avanza una proposta di riforma e razionalizzazione. Come?. Affermando che alle funzioni di garanzia dello stato sociale garantite dal settore pubblico, debba accompagnarsi il concorso “sussidiario” del privato e di non meglio precisati organismi intermedi. Proseguendo nella lettura si capisce dove si vuole arrivare. Per quanto concerne le pensioni, pur riconoscendo il lodevole tentativo fatto dai precedenti governi per rendere più moderno (leggi “ridimensionare drasticamente”) il sistema pensionistico, si afferma che tutto ciò non basta.
Si propone una revisione dei coefficienti di trasformazione dei contributi pensionistici (cioè l’ammontare della pensione), un ragionamento più approfondito sulla questione dei lavori usuranti (che significa non riconoscere a quei lavoratori il sacrosanto diritto di poter terminare l'attività lavorativa prima di essere completamente “usurati” dalla loro professione) e infine la volontà di valutare un ulteriore aumento dell’età pensionabile, per andare oltre i 62 di età previsti dalla riforma del luglio 2007, varata dal Governo Prodi in cui era presente quello che, senza un minimo senso del ridicolo, oggi tenta di farsi passare come paladino degli oppressi, l’ex Ministro Paolo Ferrero.
Per la Sanità si propone una riforma mirante a “eliminare gli sprechi e le disfunzioni”. Per fare questo si pensa a un sistema più aperto ai privati, a formule legate al mondo della finanza creativa per trovare risorse alfine di ammodernare stabili e macchinari, e maggiori ricorsi alle assicurazioni private per garantire ai cittadini ciò che il pubblico non potrà più rimborsare. Parlare di una maggiore presenza dei privati nella sanità per eliminare gli sprechi, farebbe venir voglia di sorridere, se in realtà non si stesse parlando di un servizio che negli anni è andato via via peggiorando, proprio per il massiccio ingresso dei capitali privati nel settore, e che hanno causato la situazione disastrosa in cui versa oggi la sanità in Italia. Inoltre vari casi di cronaca, tra i quali il più recente e clamoroso della clinica privata Santa Rita, nel capoluogo dell’efficientissima Lombardia, regione di stretta osservanza formigonian-ciellina, provano che oltre ai danni di natura economica, la presenza dei privati nella sanità peggiora invece di curare la salute della popolazione.
Infine per quanto riguarda il sostegno all’occupazione, le ricette avanzate non si discostano per la loro natura da quelle elencate nei punti precedenti: flessibilità nel rapporto di lavoro (come se le leggi Treu e Biagi, rispettivamente varate dai Governi Prodi e Berlusconi, non avessero già nei fatti azzerato le tutele per i lavoratori neo assunti),moderazione salariale, fine della politica assistenzialista per i disoccupati. Particolarmente interessante questo ultimo punto. Infatti, invece di “assistere” come si è fatto fino ad oggi i disoccupati (colmo dell’arroganza visto che la disoccupazione in Italia è sempre stata sinonimo di miseria più dura), si propone la formula del cosiddetto welfare to work. Per spiegare cosa ciò comporti, basta vedere il bel documentario di Michel Moore “Bowling a Columbine” per avere la prova dei disastri che ha causato dove è stato applicato. Su questo punto si è solo all’antipasto. Con la riforma del sistema contrattuale prevista per settembre, avremo il menù definitivo. Questi i punti salienti.
L'unica risposta è l'opposizione sociale
Di fronte alla proposta avanzata dal Ministro Sacconi, quali sono state le risposte delle opposizioni politiche e sociali? Il Pd si è subito detto disponibile al dialogo, anzi ha criticato il Governo per non essere abbastanza liberista e modernizzatore in materia. D’altronde il partito di Veltroni nel suo programma elettorale parlava esplicitamente di “più imprenditorialità” per quanto riguarda il welfare. Non pervenuta la reazione della “sinistra radicale”. Il Prc era in quei giorni troppo impegnato a decidere quale delle sue due opzioni governiste dovesse dirigere il futuro del partito: se quella liquidazionista di Vendola/Bertinotti o quella, poi risultata vincente, più “movimentista” dell’ex Ministro Ferrero, difensore delle missioni imperialiste italiane in Libano e Afghanistan, della caccia all’immigrato, della politica antisociale del Governo Prodi, e che al di là di una retorica per forza di cose più radicale, ha più volte ribadito che il Prc non sarebbe mai diventato un partito pregiudizievolmente di opposizione.
Nelle prossime settimane dalle parti di Viale del Policlinico alzeranno i toni della polemica, ma come nel passato si tratterà solo di un bluff, funzionale alla politica più sopra delineata. Infine i sindacati hanno protestato, peraltro molto blandamente, contro l’ipotesi di un nuovo innalzamento dell’età pensionabile, ma si sono comunque detti interessati a discutere, in particolare la Cisl che vede nel progetto avanzato la possibilità di diventare gestore in prima persona del nuovo welfare che si verrebbe a creare, sancendo in maniera definitiva la sua trasformazione in un grande patronato dispensatore di servizi finanziati dallo stato e dai privati. Solo la mobilitazione dei lavoratori indipendente da entrambi gli schieramenti borghesi può fermare un progetto che altrimenti segnerà una sconfitta storica per le classi sfruttate del Paese.




















