Partito di Alternativa Comunista

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L’arte della rivoluzione

Introduzione al Manifesto sull’Arte Rivoluzionaria e Libera (Trotsky-Breton, 1938)

 

di Claudia Parma

 

Il Manifesto prende corpo nel 1938 in Messico tra le mani “nuove” di Leon Trotsky e André Breton, padre spirituale del movimento surrealista francese, e rende ancora una volta testimonianza di quanto il dibattito sull’arte sia stato intenso e profondo già prima di tale data ‑ Kant rappresenta il climax della parabola ‑ quanto dopo, a partire dai primi del ‘900, con Dessoir, Heiddeger, Mukarovskij, Bachtin, Benjamin, Lucaks e Adorno.

Il connubio Trotsky-Breton, che potrebbe parere piuttosto inusuale, offre una serie di riflessioni interessanti sui processi che spingono marxismo e surrealismo ad incontrarsi e su quali piani tali intrecci non solo semplicemente si esplicitano ma intrinsecamente si legano. E la questione è senza dubbio degna di nota.

Il Manifesto parte dal presupposto che l’arte e la creazione intellettuale in genere sono oppresse da una forma di schiavismo secolare inflitto dal sistema borghese che ne ottenebra gli intenti, ne svilisce i contenuti e le rende oggetto di mercificazione. L’arte è un’arte “in controllo”, ingoiata dal capitalismo e dalle burocrazie, quella stalinista in primis, che, nell’ottica della divisione del lavoro, ne negano l’acquisizione al proletariato, condannandolo a non essere avanguardia ma perpetua retroguardia senza aspirazioni.

La specifica nel testo è forte: “…la rivoluzione comunista non ha timore dell’arte. Il ruolo dell’artista non è relegabile ma l’artista stesso è plasmato dai conflitti sociali, ne è parte ed una volta conscio, inevitabilmente diventa alleato del processo rivoluzionario. Si tratta di ristabilire quel legame tra l’io e l’esterno che la psicoanalisi pone al centro della sua indagine, di cui lo stesso marxismo permette la riappropriazione, rendendo l’individuo consapevole dei meccanismi profondi che muovono la società e della loro rottura ineluttabile.

Più volte in Letteratura e Rivoluzione Trotsky ribadisce la figura dell’artista come colui che vivendo le lotte e metabolizzando l’esperienza rivoluzionaria può aspirare a quell’arte realmente libera dall’oppressione che si incarna nella cosiddetta “arte socialista”. La necessità dell’emancipazione, della liberazione diventa perciò irrinunciabile, come irrinunciabile è l’assimilazione dei principi che animano e fecondano i virgulti rivoluzionari. L’indifferenza politica mascherata da strenua difesa dell’arte “pura” non è giustificabile in quanto, spesso, strumento di forze che per contro pure non sono affatto.

L’appello ad artisti ed intellettuali culmina nelle parole d’ordine “l’indipendenza dell’arte per la rivoluzione” e “la rivoluzione per la completa rivoluzione dell’arte” e nella proclamazione della F.I.A.R.I. (Fédération Internazionale de l’Art  Révolutionnaire Indépendante) che, purtroppo, dopo la pubblicazione dei due numeri del suo giornale Clé, cessa di esistere già dal 1939. Nemmeno il Congresso Mondiale, ultima tappa del processo di liberazione in ascesa, vide mai la luce.

 

Su marxismo e surrealismo

 

È indubbio che l’approccio novecentesco all’esperienza estetica si dispiega in un continuo bouleversement, in un rovesciamento del ruolo dell’opera d’arte che non appartiene più al piano ideale dell’astrazione pura fine a se stessa, ma si sostanzia nella sfera della sensibilità e implica aspetti sociali, etici, psicologici.

La rivoluzione socialista scardina dal profondo e distrugge i meccanismi del sistema borghese, liberando le masse dai gioghi e rendendo loro l’identità perduta attraverso la presa di coscienza del proprio potenziale; la rivoluzione surrealista opera tramortendo finalmente i condizionamenti dell’io e ristabilendo un contatto diretto con l’inconscio che tuttavia non è staccato dal contesto sociale ma si ricolloca in una surrealtà appunto che non è serva delle logiche ordinarie. Come scrisse il conte di Lautréamont, alias Isidore Ducasse, poeta maledetto e predecessore del surrealismo, su un tavolo operatorio sarà dunque possibile l’incontro fortuito di una macchina da cucire ed un ombrello, giungendo infine all’abbattimento delle contraddizioni ed al superamento del sistema dialettico in conflitto. La resa dei conti avverrà al termine di entrambi i processi di liberazione. Infatti la chiave di volta sta lì: nella volontà di liberazione dalle sovrastrutture, restituendo al soggetto, in una  società socialista infinitamente libera, il sogno surreale perduto.

È interessante spingere il parallelismo oltre, azzardando una similarità di fasi. In Letteratura e Rivoluzione Trotsky distingue l’Arte Rivoluzionaria da quella Socialista; l’Arte Rivoluzionaria vive delle inevitabili contraddizioni della fase rivoluzionaria che è pur sempre una fase di transizione di cui parla Engels, definendola “mutamento del regno della necessità in regno della libertà”. Il regno della libertà per antonomasia è l’Arte Socialista, fine ultimo della lotta e figlia suprema dell’Arte Rivoluzionaria. Parallelamente la libera associazione svincolata dai condizionamenti, le trascrizioni immediate, un figurativismo ancora evidente collocato in una realtà più ampia non sono altro che i mezzi transitori e rivoluzionari che il surrealismo adotta per avvicinare e giungere al fine ultimo della liberazione artistica: toccare l’inconscio e la surrealtà, intesa non come surrogato fantastico della realtà ma come realtà privata delle barriere.

Non a caso molti surrealisti abbracciarono in modo pieno il marxismo e titolarono la loro rivista “Il surrealismo al servizio della rivoluzione”.

Il marxismo si impone il riconoscimento profondo che nessun futuro è possibile sotto la bandiera capitalista, bensì la dannazione per l’uomo che mai si realizzerà e vivrà il suo personale inferno di alienazione fino alla morte, quando nessuno potrà più trarre profitto dalla sua vita. Il surrealismo, parimenti, rifiuta di osannare la modernità borghese che uccide l’arte, immolandola a merce di scambio per pochi e oscurandola agli occhi dei molti.

 

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