Partito di Alternativa Comunista

La deriva della Cgil

La deriva della Cgil

La firma sull’accordo per il modello contrattuale: l’atto finale

 

Francesco Doro*

 

Il confronto tra le parti sociali sul nuovo modello contrattuale iniziato il 18 giugno 2008, ha portato il maggior sindacato italiano a fare un ulteriore salto di qualità in peggio. La Cgil, dopo anni di politiche concertative e di contrasto della crisi capitalistica (accordi luglio 93, leggi precarizzanti Treu e Biagi, riforme pensionistiche, scippo del tfr ecc…) scaricate direttamente sui lavoratori salariati, accetta oggi l’impostazione che governo e Confindustria pongono per questa trattativa, che significa per i lavoratori un arretramento alle condizioni degli “anni Cinquanta” e di fatto marcia spedita verso il modello di sindacato unico, aziendalistico e corporativo, meglio conosciuto come “modello Cisl”. La ritrovata unità sindacale con Cisl e Uil ha aperto la strada verso il processo di unificazione solo momentaneamente congelato dal fatto che la caduta del governo Prodi e la sconfitta alle elezioni politiche del partito democratico e delle sinistre non garantiscono per ora il riciclo di un esercito di burocrati in esubero verso apparati dello Stato (Inps, Inail ecc).Ma la deriva in atto non si ferma: dopo aver garantito la pace sociale al governo Prodi, le burocrazie confederali si preparano ora a garantirla al governo Berlusconi.

 

Lo stato della trattativa

 

Al momento in cui si scrive questo articolo nessuna firma è stata posta: la trattativa sulla riforma del sistema contrattuale sta procedendo solo tra sindacati e Confindustria. Si prospettano quindi tre modelli contrattuali: uno per l’industria, uno per il pubblico impiego (il governo ha già ottenuto per i lavoratori pubblici la triennalizzazione dei contratti, il rinnovo a costo quasi zero e la decurtazione di indennità e premi incentivanti la produttività) e uno per commercio e servizi, categorie per ora escluse dalla trattativa. Se questa sarà la linea d’azione di Confindustria i primi risultati saranno la divisione tra lavoratori e un generale arretramento di tutto il movimento operaio.

A fronte dello smantellamento della scuola pubblica, dell’attacco ai diritti e ai salari delle lavoratrici e dei lavoratori pubblici e privati, dell’ulteriore precarizzazione del lavoro, la Cgil invece di contrastare questa impostazione, fortemente degenerata rispetto all’inizio delle trattative, riunisce il proprio direttivo nazionale il 9 settembre a Roma alla fine del quale si approva con voto unanime un’iniziativa di mobilitazione per il 27 di settembre, mera forma di pressione nei confronti del governo sull’indirizzo della politica economica, sociale e fiscale. Questo esito deprime in partenza la capacità di risposta dei lavoratori ed è forviante rispetto alla posta in gioco: si proclama la mobilitazione sulle politiche economiche ma non si mette in discussione la trappola che il governo ha preparato con la divisione in tre dei modelli di contrattazione.

 

Lo stato di salute delle opposizioni interne.

 

Il completamento della mutazione della Cgil passa anche per la conferenza di organizzazione tenutasi all’inizio del 2008. L’asse centrale discusso è stato quello di far passare le ormai note politiche di risanamento: far digerire ancora una volta il boccone amaro ai lavoratori.

In risposta alle forme di dissenso espresse durante la conferenza è partita una campagna terroristica con richiami demagogici alla disciplina di confederazione.

Il cambio dei vertici con l’esclusione da questi delle sinistre interne, Lavoro Società ‑ area fortemente burocratizzata ‑ e la Rete 28 Aprile di Cremaschi è il segnale che per accelerare la deriva del totale abbandono degli interessi immediati dei lavoratori la Cgil ha bisogno di annientare le pur deboli opposizione al proprio interno.

Questo nuovo, ma non inaspettato assetto confederale ha prodotto la nascita di un asse in opposizione ad Epifani: la gran parte di Lavoro Società, la Rete 28 Aprile di Cremaschi e la Fiom di Rinaldini hanno danno vita a un blocco di natura prevalentemente burocratica e leaderistica che riunito in assemblea nazionale a Roma il 23 luglio ha rilanciato l’opposizione in Cgil.

Da un lato questo evento potrebbe costituire un importante passo in avanti per la costruzione di un fronte in Cgil, anche in previsione dell’elaborazione di un documento alternativo per il prossimo congresso; d’altra parte tuttavia sia la Fiom che Lavoro Società che, in parte la Rete 28 Aprile indugiano a rompere con le regole disciplinari interne alla Cgil, non sviluppando una conseguente e necessaria unità d’azione con il sindacalismo di base, che nei fatti è oggi l’unica forza sindacale che ha messo in campo un azione di contrasto alle politiche del governo proclamando lo sciopero generale del 17 ottobre, data in cui noi pensiamo si debba investire il massimo delle forze oggi presenti in campo.

Il risultato è evidente: da un lato Cremaschi dichiara giustamente che la Cgil deve rompere le trattative, ma se a questo non si collega l’azione di un ampio ed unitario fronte di lotta di tutte le organizzazioni del movimento operaio e del sindacalismo di base, su di una piattaforma rivendicativa contro le politiche di governo e padronato si rischia una sonora sconfitta senza nemmeno aver lottato: la firma del protocollo sul nuovo modello contrattuale da parte di Cgil Cisl e Uil significherebbe una pesante sconfitta e un arretramento di almeno mezzo secolo di storia del movimento operaio italiano (15-9-2008).

*CD Fiom Veneto - Coordinamento regionale Rete 28 aprile Veneto

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