Cultura e società
Il lascito del Sessantotto nei film di Gabriele Salvatores
William Hopex
Negli ultimi decenni la trasformazione del clima sociale, politico e economico in Italia ha inciso sulle esistenze individuali, e la società è stata plasmata secondo gli interessi del capitale. Le comunità sono state frammentate e si è sviluppata una crescente disillusione verso i valori della società contemporanea, uno stato d’animo esacerbato dalla non realizzazione del potenziale rivoluzionario del Sessantotto e il periodo dopo. Questo sentimento caratterizza i film di Gabriele Salvatores, un regista che ha ripetutamente esaminato le conseguenze dell’alienazione e della vittimizzazione dell’individuo dalle istituzioni statali e dal capitalismo.
Il film noir
Il suo sguardo ha spaziato dal destino della classe operaia a quello della piccola borghesia per mettere in rilievo la vulnerabilità e lo sfruttamento di entrambi i gruppi. In Kamikazen - Ultima notte a Milano (1987) Salvatores usa l’estetica del film noir per esprimere il rapporto fra un proletariato che riesce ancora a dedicare tempo ai sbocchi creativi e artistici - personificato da Walter Zappa (Paolo Rossi), di professione facchino che si esibisce di notte nei locali milanesi con numeri comici - e una borghesia parassitaria motivata solo dall’accumulazione di capitale e incarnata nel film dall’impresario Corallo.
Il film sottolinea l’affermazione di Marx che una volta che i bisogni materiali dell’individuo sono stati soddisfatti, la produzione culturale e artistica offre maggiori possibilità per realizzare ‘lo sviluppo del potenziale umano per il bene dell’individuo’(1) Benché Kamikazen dipinga un quadro desolato del destino dei comici aspiranti come Zappa, il cui tempo libero viene sfruttato dagli impresari come Corallo, il film dimostra il modo in cui si può impiegare la cultura per sfidare l’egemonia ideologica dei gruppi sociali dominanti. La sovversiva esibizione decostruzionalista di Zappa, eseguita davanti a un pubblico ammutolito, esemplifica il modo in cui la cultura possa sensibilizzare lo spettatore invece di istupidirlo.
La generazione postsessantottina
Un altro film, Turné (1990), rappresentando una tournée provinciale di una produzione de Il giardino dei ciliegi, dimostra anche il potenziale radicale della cultura impegnata e collettiva, soprattutto dal vivo, a differenza delle tentazioni lucrative della televisione e del cinema che minacciano di minare la compagnia teatrale sussumendo e mercificando gli attori più bravi. Marrakech Express (1989) e Mediterraneo (1991) rivisitano due periodi storici caratterizzati da un fermento sociale - l’agitazione politica della fine degli anni Sessanta e dopo, e la seconda guerra mondiale - per analizzare i fattori che militavano contro una profonda trasformazione sociale. In Marrakech Express, un gruppo di ex-studenti (borghesi che si credevano radicali), ormai dei professionisti di mezza età che hanno fatto la pace col capitale, vengono a sapere che un loro amico, Rudy, è stato arrestato in Marocco per possesso di droga; perciò decidono di andare in Africa con i soldi per ottenere la sua libertà. Il film si sofferma sulle incrinature nei loro rapporti interpersonali sia come viaggiatori che come studenti negli anni Settanta, e si dimostra che i personaggi hanno una percezione illusoria del fatto che esistesse una solidarietà e una maggiore convergenza sociopolitica fra di loro nella loro gioventù.
Il film emette un verdetto severo sul supposto radicalismo del quartetto e la loro classe in questa congiuntura storica. Un flashback basato sui ricordi di Marco (Fabrizio Bentivoglio) conferma che l’apparente radicalismo dei personaggi non era ciò che sembrava. Marco si ricorda di un episodio che simboleggiava l’attivismo particolare del gruppo; lontano dalle immagini ben documentate di barricate e di Molotov, il quartetto viene rappresentato mentre partecipa ad un attacco futile sul refettorio di un’università, un’azione caratterizzata da una violenza gratuita nei confronti dei lavoratori del refettorio piuttosto che nei confronti dei dirigenti dell’istituzione. Così si sottolinea la divergenza - da un punto di vista politico e di classe - tra le fazioni diverse che ‘appartengono’ alla generazione post-Sessantotto. Nel caso dei viaggiatori di Marrakech Express e dei loro equivalenti nella vita reale, la loro sensazione di appartenere culturalmente a quest’epoca viene estesa in modo retrospettivo (e per far comodo a loro) per abbracciare il radicalismo che c’era in giro durante la loro gioventù, una forma di associazione che non è necessariamente corroborata dalle credenziali sociopolitiche degli individui stessi.
La mancata trasformazione
Mediterraneo analizza il destino di un gruppo di coscritti italiani che avevano la sfortuna di essere coinvolti in una guerra imperialista bei cui confronti nutrivano poco interesse. La loro missione è di occupare un’isola greca durante la seconda guerra mondiale, ma, dopo essere stati abbandonati dal regime fascista, gli italiani vengono assimilati alla cultura dell’isola. Gli spunti radicali del film si trovano nel modo in cui la narrazione spazza via la totalità sociale e le ideologie che caratterizzavano gli stati capitalisti del ventesimo secolo, per delineare una forma alternativa di sviluppo sociale. Data l’assenza di ogni sovrastruttura e autorità esterna, non c’è niente che impedisca agli italiani e agli isolani di realizzare il loro potenziale e di costruire una società in base ai loro talenti e alle loro capacità.
Il critico Terry Eagleton ha fatto ipotesi su dove il potenziale degli esseri umani ci porterebbe se fosse ‘liberato dalla prigione metafisica del valore di scambio.’(2) Proponendo l’idea del ‘sublime marxista’, Eagleton ritiene che la struttura di una società nascente che rispecchiasse questo concetto sarebbe ‘soltanto il contorno delle attività dei suoi membri; non avrebbe una struttura a cui loro dovrebbero adattarsi’.(3) Mediterraneo ci permette di intravedere una tale società, e il film dipinge le possibilità che si presentano quando, dopo che i loro bisogni basilari sono stati soddisfatti, le persone possono incanalare le loro energie verso certi obbiettivi che realizzano il loro potenziale e che beneficano l’intera comunità. Però si rivela impossibile trasferire questo sistema di valori all’Italia dopo la guerra. Sebbene il film rappresenti vividamente l’emancipazione di ogni individuo sull’isola, si rintracciano anche i motivi per la fallita trasformazione dell’Italia ai valori dei coscritti stessi, il cui individualismo e provincialismo erano indicativi della società che ha preso forma dopo la guerra.
La svolta
Mediterraneo ha costituito una svolta nel cinema di Salvatores, dopodiché i personaggi nei suoi film e la loro ricerca dell’autorealizzazione vengono schierati in una posizione più antagonistica nei confronti delle istituzioni sociali, economiche e politiche. Puerto Escondido (1992) ritrae l’America latina e lo spirito di solidarietà del proletariato messicano come il catalizzatore per il riscatto di un disilluso e impaurito banchiere milanese che abbandona l’Italia dopo essere stato testimone della corruzione della polizia. L’alienazione della gente dallo stato e dalla sua politica economica è rappresentata tramite un gesto di sfida in Sud (1993) quando un gruppo di operai disoccupati prendono d’assalto un seggio elettorale, e in Nirvana (1997), quando, per motivi etici, un progettista di giochi per computer si sacrifica per minare la multinazionale per cui aveva lavorato in precedenza. Recentemente, il regista ha analizzato i modi in cui - in assenza di cambiamento politico alla fine degli anni sessanta - il clima socioeconomico degli anni Settanta in poi ha condizionato le vite delle generazioni successive. In Denti (2000), Salvatores usa il genere dell’orrore per massimizzare l’impatto emotivo dell’impotenza e della mercificazione dell’individuo in una società capitalista sempre più meccanizzata; Amnèsia (2002) svela le famiglie frammentate del nuovo millennio; figli trascurati da genitori che avevano fatto carriera durante gli anni Ottanta e Novanta, ma che sono costretti ad affrontare le loro responsabilità parentali come conseguenza dell’alienazione dei loro figli. Allo stesso modo, l’intreccio di Io non ho paura (2003) è ambientato in Basilicata negli anni Settanta e il film rappresenta il risveglio socioeconomico (piuttosto che sessuale) di un adolescente che è testimone dello sfruttamento dei vulnerabili quando un suo coetaneo del nord è sequestrato e tenuto ostaggio finché non viene pagato il riscatto.
Dal punto di vista tematico, il lavoro di Salvatores ha avuto un ruolo importante durante un periodo in cui il cinema italiano era diventato introspettivo e depoliticizzato, ed è solo ultimamente che la questione del rapporto mutevole tra l’individuo, la società, e lo stato è stata riesplorata da una nuova generazione di registi.
(1) K. Marx, The Thought of Karl Marx, a cura di David McLellan (Macmillan, London, 1980), p. 166.
(2) T. Eagleton, The Ideology of the Aesthetic (Oxford, Blackwell, 1990), p. 214.
(3) T. Eagleton, The Ideology of the Aesthetic (Oxford, Blackwell, 1990), p. 217.




















