Sempre più precarietà, sempre più precari
Il governo porta avanti la politica di Berlusconi
Davide Margiotta
In campagna elettorale il
programma dell’Unione parlava di "superamento" della legge 30, senza
che fosse molto chiaro che cosa si intendesse con questa espressione.
Il piano del ministro Damiano è
quello di moderare quello che viene definito un uso “eccessivo” di precarietà
con l’introduzione di ammortizzatori sociali e con l’aumento dei costi per le
imprese per l’assunzione di precari. In realtà si tenta solamente di imbrogliare
il tutto.
Le verità nascoste
Il tema degli ammortizzatori
sociali c’entra poco o niente con la precarietà: non si è precari solo perché
non si ha un reddito fisso, si è precari perché non si ha una posizione
lavorativa (e quindi sociale) stabile, perché non si possono costruire
relazioni umane stabili sul posto di lavoro, e per mille altre ragioni che il
ministro Damiano non nomina nemmeno.
Per incentivare l’occupazione
stabile Damiano ha ipotizzato lo stanziamento di 600 milioni di euro e un
limite massimo di tre anni per la durata di un lavoro precario, con incentivi
alle imprese per l’assunzione.
Ma chi paga questi incentivi alle
imprese sono ancora una volta i lavoratori!
Le uniche forme contrattuali che
si pensa di abolire sono quelle che nessuno usa, come
il job on call e lo staff leasing, mentre resteranno in piedi i contratti di
collaborazione, utilizzati massicciamente dai padroni per coprire incarichi di
lavoro dipendente. Non si accenna a modificare parti terribili della legge 30
come quella che permette di cedere rami d'impresa senza che questi fossero in
precedenza effettivamente autonomi dall’azienda “madre”.
Le direzioni dei sindacati
concertativi e Confindustria hanno dato il proprio assenso a questa impostazione
(che cerca di disinnescare possibili esplosioni sociali con insipide caramelle
avvelenate).
I padroni, in cambio di risibili
riforme, incassano vantaggi sull’aumento della produttività, sugli orari di
lavoro, sulla decontribuzione degli straordinari, una pioggia di finanziamenti
e il taglio del cuneo fiscale. Inoltre, grazie all’incentivazione della
contrattazione aziendale (sostenuta a gran voce dai sindacati confederali come
una gran conquista) ottengono la possibilità di flessibilizzare ulteriormente
gli orari di lavoro.
I sindacati hanno ottenuto il
varo della previdenza integrativa, nei cui consigli d’Amministrazione potranno
sedere comodamente fianco a fianco coi
padroni gestendo i soldi dei lavoratori.
…e il superamento della legge Biagi?
Ormai i lavoratori precari in
Italia sono oltre 3 milioni e mezzo: alla fine della giostra, questa via “riformista”
ha portato i lavoratori precari a diminuire o ad aumentare? A fare un po’ di chiarezza ci ha pensato l’annuale studio
della Unioncamere-Excelsior, commissionato dal ministero del Lavoro.
L'indagine Excelsior non riguarda
il totale degli occupati, ma le nuove assunzioni: cioè ci indica in che
direzione stiamo andando.
Nel 2001 le assunzioni a tempo
indeterminato rappresentavano il 60% del totale. Quattro anni dopo la metà
delle nuove assunzioni erano contratti precari, mentre l’anno scorso erano più
di quelli a tempo indeterminato.
E quest’anno? Si è registrato il
“superamento” della legge 30? Niente affatto: il trend non solo non si è
invertito, ma le assunzioni con contratti precari sono ancora in aumento, e sono
arrivate al 60% del totale. I dati sono stati presentati nell’assoluto silenzio
dei media.
Abolire le leggi precarizzanti!
I burocrati politici e sindacali
riformisti di varia origine hanno sempre una scusa buona per non mobilitare i
lavoratori: hanno paura delle masse e dei cambiamenti che l’azione politica dei
lavoratori in movimento potrebbe portare alla loro condizione di privilegiati.
Oggi la scusa della precarietà
che ha diviso il proletariato è una di quelle più di moda per dimostrare
l’impossibilità di qualunque cambiamento sociale.
Questi ciarlatani confondono
volutamente analisi e programma d’azione: la realtà è che l’introduzione del
precariato ha sì diviso la classe, ma ciò non significa automaticamente che non
si possa più lottare uniti. Anzi, è dovere di ogni comunista trovare delle parole
d’ordine che sappiano unire le rivendicazioni dei vari settori di proletariato
in una piattaforma comprensibile e condivisibile da tutte le masse oppresse.
Altro che inutili giochi di
parole sul superamento della legge 30, occorre rivendicare la sua abolizione e
quella di tutte le altre leggi precarizzanti come il pacchetto Treu (introdotto,
non ci stancheremo mai di ripeterlo, dal centrosinistra con la benedizione del
Prc) e le leggi anti-immigrati. Queste rivendicazioni devono essere legate ad
altre in grado di unificare tutto il proletariato: come l’aumento dei salari,
delle pensioni, un salario sociale per i lavoratori precari e disoccupati, la
lotta contro il furto del Tfr, quella per il diritto a una pensione pubblica e
contro l’innalzamento dell’età pensionabile, quella per il diritto alla casa,
allo studio, alla sanità, alla sicurezza sul posto di lavoro.
A partire dal prossimo autunno, che contribuiremo nel nostro piccolo a rendere
più caldo possibile.




















