Pensioni e lotta di classe
Enrico Pellegrini*
Il sistema capitalistico non
accetta tregue in assenza di adeguati rapporti di forze in cui dinnanzi al
mondo del lavoro organizzato si fronteggi energicamente la fame di profitto del
capitale; le direzioni dell’intero movimento operaio degli ultimi anni, le sue
debolezze, il suo opportunismo, la ricerca della compatibilità sono tra le
cause di profonde sconfitte subite da milioni di lavoratori nel paese. Le
pensioni sono una delle spese sociali che minano la “competitività”
dell’economia italiana e come tali risentono di un attacco feroce da parte di
tutti gli organi di potere, e fatto risaltare anche moralmente come un costo
insostenibile per il “bene” delle generazioni future.
La propaganda fatta circolare negli
ultimi mesi dice molto sulla posta in gioco: il governo “amico” di centrosinistra
avanza, stritolando diritti e conquiste sociali un tempo ritenute fondamentali
per la stabilità delle masse popolari, seppure in chiave socialdemocratica.
Dopo i tagli al contratto dei lavoratori pubblici e dopo gli aumenti per le
spese militari ed i regali alle imprese attraverso l’abbattimento del cuneo
fiscale (esteso anche a banche ed assicurazioni), ora tocca alla previdenza
pubblica, nonostante la stessa non soffra di alcuna crisi ed abbia beneficiato,
quest’anno, di un aumento contributivo (0,3%) pagato dai lavoratori stessi.
Il problema si amplifica in presenze
di forze sindacali che assecondano tali processi accompagnandoli con demagogie
agitatorie che manifestano tutta la loro debolezza.
“Lo scalone di Maroni non lo
accettiamo” ripeteva fino a poco tempo fa Epifani; poi però al direttivo
nazionale Cgil del 3 e 4 luglio scorso non accettava nessun ordine del giorno
su cui imbastire almeno una seria linea di difesa in riferimento a quanto detto;
né tantomeno accettava la “folle” idea di far passare eventuali ipotesi di
accordo col Governo al voto dei lavoratori nelle varie assemblee.
Tutto questo, aggravato dalle
varie posizioni dei diversi dirigenti in seno alle divisioni sancite tra il
futuro Partito Democratico e la cosiddetta neo-Sinistra (Prc, Pdci, Sd, Verdi) ci
fa ben capire che l’aumento dell’età pensionabile sarà sostanzialmente accettato.
La proposta che emerge è quella in cui l’età pensionabile verrà spostata a 58
anni in aggiunta agli incentivi dati ai lavoratori che decidono di continuare a
lavorare; quindi una verifica tra tre anni ed eventuale innalzamento automatico
dell’età qualora gli stessi incentivi non avessero dato “buon esito”.
E’ chiaro che dall’alleanza con
personaggi tristemente famosi per i lavoratori, come Dini, non ci si poteva
attendere di meglio. In Italia non esiste alcuna necessità di modificare l’assetto
pensionistico pubblico, né di alimentare con voci false e tendenziose uno scontro
generazionale tra diversi lavoratori, gli uni rei di sottrarre la pensione agli
altri; ma di fatto vittime di un sistema che spostando il livello di scontro
tra capitale e lavoro presente in questo campo specifico in un’altra dimensione
tende ad eluderlo presentando una realtà assai distorta.
La fraseologia tardo-operaista di
Bertinotti a difesa delle pensioni funge da contraltare rispetto a tutte le
illusioni seminate nel tempo riguardo ai temi più disparati (pacifismo,
socialismo del XXI secolo, non violenza ecc.) e registra nella sostanza la
lunga trafila nelle istituzioni borghesi del suo stesso Partito, del quale ne è
esempio forte ed “affidabile” alla presidenza della Camera.
Dopo aver approvato praticamente
di tutto, durante l’anno trascorso al governo, il Prc tenta la carta della
presunta crisi di governo qualora passassero riforme non accettabili o simili
allo scalone di Maroni; il cretinismo parlamentare smaschera l’opportunismo di
tutti questi dirigenti ormai proni alle direttive dettate da Confindustria,
Banche e poteri forti del paese.
Il Partito di Alternativa
Comunista giudica disastrosa l’ipotesi di abolire il diritto di maturare una giusta
pensione con 57 anni di età e 35 di contributi (legge attuale) e si dedicherà
attraverso tutti i suoi militanti presenti nelle varie sigle sindacali a
difendere strenuamente il diritto a una pensione dignitosa. Questo perchè non
si possono capovolgere i termini di una contraddizione insanabile: i lavoratori
italiani le loro pensioni se le sono già ampiamente pagate e queste non devono
finire nel calderone micidiale della spesa pubblica statale affinchè servano a
sanare il deficit pubblico a tutto vantaggio di imprese e aziende su cui
ricade, d’altra parte, la responsabilità circa i 50 miliardi di euro di evasione
contributiva annua; frutto e profitto di operazioni speculative di cui nessuno
sembra tenerne conto.
*Esecutivo Veneto Rete 28 aprile Cgil




















