Sosteniamo la lotta dei lavoratori
No alla privatizzazione di Fincantieri!
Francesco Doro
La Fincantieri è tra le prime aziende mondiali per quota di mercato nella costruzione di navi da crociera e di traghetti. Una delle più grandi aziende del Paese, tra le poche ancora a capitale pubblico. Conta 9000 lavoratori diretti, più altri 18.000 impiegati nell’indotto.
Il piano industriale 2007/2011 propone “l’internazionalizzazione del gruppo”, che tradotto significa acquisire cantieri nei paesi dell’Est (Ucraina, Romania) dove delocalizzare la costruzione degli scafi delle navi. Un’operazione fatta in funzione della collocazione in Borsa del gruppo: per attirare capitali privati bisogna aumentare i profitti, un modo per farlo è costruire gli scafi dove il lavoro costa meno e competere su questo terreno con i produttori asiatici. La conseguenza sarà il taglio di 12-13 mila posti di lavoro in Italia, stima la Fiom Cgil nel suo Libro Bianco sul caso Fincantieri. I lavoratori temono che, una volta messa sul mercato, Fincantieri possa seguire lo stesso percorso di Telecom e Alitalia: un futuro di delocalizzazioni, smembramenti, tagli occupazionali, chiusure.
Nel contempo denunciano la chiusura di interi reparti per
giustificare appalti sempre più deregolamentati. Inoltre in quasi tutte le
città che ospitano gli stabilimenti di Fincantieri, settori della borghesia
sostenuti dai governi di centrodestra e di centrosinistra puntano allo
smantellamento delle attività industriali a favore di grandi speculazioni nei
settori dei servizi, turistico e alberghiero.
I lavoratori sono stati sostenuti a contrastare la politica di privatizzazione
dalla sola Fiom Cgil, mentre Fim Cisl e Uilm hanno avvallato fin dall’inizio il
processo in atto.
Numerose le iniziative di lotta, sfociate nello sciopero nazionale del 15 giugno a Roma: uno sciopero gestito dalla burocrazia della Fiom e utilizzato come pressione sul governo; assenti parole d'ordine di lotta e contro le politiche di massacro sociale dell’esecutivo, nonostante la partecipazione dei 3000 lavoratori fosse molto sentita. Gli slogan erano tutti centrati su vaghi richiami ad un eventuale ripensamento del governo; la sola presentazione a Prodi delle firme della petizione promossa dalla Fiom contro la quotazione in borsa (che ha ottenuto dai lavoratori il 70% dei consensi), dimostra che ancora una volta non si è voluto costruire una reale vertenza contro il governo.
Il voto del Prc e della sinistra radicale sul Dpef
All’indomani dello sciopero Maurizio Zipponi, responsabile nazionale lavoro del Prc, dichiarava a Liberazione: “C'è bisogno di un nuovo piano industriale concordato coi sindacati. Solo dopo si valuterà quali sono gli strumenti finanziari idonei a realizzarlo”; in precedenza Alfonso Gianni, sottosegretario allo Sviluppo Economico, sottolineava di essere favorevole ad una quotazione in borsa di Fincantieri, a patto di mantenere il controllo pubblico della società: entrambe le dichiarazioni lasciavano presagire l’intento di voto del Prc.
Il progetto di privatizzazione e collocazione in borsa ha
ottenuto il via libera del governo che, attraverso Fintecna, è l’azionista di
maggioranza di Fincantieri: una volta collocata in Borsa, la finta barriera del
51% verrà velocemente superata, come successo per altri gruppi industriali.
Oltre ad una finta redistribuzione delle risorse, il Dpef varato il 28 giugno prevede, infatti, anche
la quotazione in borsa per il 49% di uno degli ultimi “gioielli di Stato”.
In fase di approvazione del Dpef, la questione Fincantieri spariva dall’agenda del Prc - che aveva addirittura minacciato la crisi - e tutta la cosiddetta “sinistra radicale” votava disciplinatamente.
L'ultimo incontro con i sindacati, previsto proprio per il 28 giugno, è stato rimandato al 18 luglio; Sandro Bianchi, responsabile cantieristica della Fiom nazionale, ha espresso il suo rammarico per la mancata convocazione, annunciando che: “La mobilitazione continua, anche con forme di protesta originali”, omettendo però di fornire indicazioni precise.
Rilanciamo la lotta!
Di fronte ad un attacco così grave sferrato da governo e padronato, le forme di mobilitazione di pura pressione messe in campo dalla Fiom risultano insufficienti.
Per contrastare l’operazione di privatizzazione di Fincantieri serve rilanciare veramente la lotta, proclamando lo sciopero ad oltranza fino al raggiungimento dell’obiettivo, lanciando la parola d’ordine della nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo operaio.




















