Governo Prodi, governo dei padroni!
Il dpef di Prodi e Ferrero: un altro attacco ai lavoratori
Antonino Marceca
La trattativa sul Dpef e sulle pensioni apertasi il 19 giugno con l’incontro tra il governo e le parti sociali (sindacati e organizzazioni imprenditoriali) si è conclusa solo in parte il 28 giugno con l’approvazione del Dpef all’unanimità da parte del Consiglio dei Ministri, mentre il capitolo pensioni e scalone è stato stralciato e dovrà essere affrontato in un apposito tavolo concertativo.
Per tutto il corso della trattativa la stampa ci ha informato sulle pretese degli esponenti padronali e dei ministri economici del governo; le indicazioni della Corte dei Conti; le dichiarazioni, le aperture, le disponibilità dei massimi esponenti della burocrazia sindacale e della sinistra di governo.
Il gioco delle parti nel corso della trattativa
Nel gioco delle parti i più espliciti nelle richieste sono state
le organizzazioni padronali: Confindustria e Confcommercio. Dopo aver incassato
il taglio del cuneo fiscale, esteso poi anche alle banche e alle assicurazioni,
hanno chiesto di mettere al centro del Dpef interventi che “consentano al
sistema produttivo di essere più competitivo e che mirino ad una maggiore
produttività del sistema”; la “conferma delle riforme Dini e Maroni” sulle
pensioni e della Legge 30 sulla precarietà; la decontribuzione degli
straordinari, incentivi alla contrattazione integrativa aziendale e la
triennalizzazione dei contratti. Una frustata ai lavoratori definiti “fannulloni”
dal presidente degli industriali, il fannullone miliardario Cordero di
Montezemolo.
Per il governo, Francesco Rutelli ha posto la necessità nell’elaborazione del
Dpef di "riconquistare i ceti medi": riducendo l’Ici per la casa;
diminuendo le tasse e smettendo di “vessare” le piccole imprese. Il ministro
Padoa Schioppa ha posto la necessità di ridurre il debito pubblico, appesantito
per effetto dell’aumento dei tassi di interesse (Bce), del contratto del
pubblico impiego e della sanità. Romano Prodi ha svolto nella trattativa la
parte del cattolico democratico che si pone il problema di “tener in vita” i
pensionati al minimo, e per questo ha ricevuto approvazioni da parte dei
ministri della sinistra di governo, che si erano premurati di scrivergli una letterina.
Per quanto riguarda le pensioni, i ministri liberali hanno insistito sulla
necessità di aumentare l’età pensionabile e sulla revisione dei coefficienti
(finalizzata a tagliare i rendimenti pensionistici del 6-8%). Il ministro del
Lavoro, Cesare Damiano ha avanzato la proposta di superare lo scalone con i
gradini ascensionali fino a raggiungere i 62 anni di età con 35 anni di
contributi. Le indicazioni della Corte dei Conti si mostrano in linea con
quando chiesto dalle associazione padronali e dal governo: eccessiva pressione
fiscale; necessità di aumentare le spese in conto capitale (investimenti);
necessità di ridurre la spesa corrente (pubblico impiego, pensioni e spesa
sanitaria).
Il gioco delle parti ha coinvolto anche i massimi vertici della burocrazia
sindacale: il segretario generale della Cisl, Raffaele Bonanni, ha espresso la
massima disponibilità all’accordo sul Dpef e sulle pensioni; il segretario
generale della Cgil, Guglielmo Epifani, sulle pensioni ha alternato
disponibilità a richieste di garanzie da parte del governo, mentre sul Dpef ha
espresso un giudizio positivo. Il segretario generale della Uil, Luigi
Angeletti, ha oscillato tra l’uno e l’altro, già pronto a firmare. La Cgil, il giorno prima del
varo del Dpef, di fronte alla proposta del governo di elevare seppur
gradualmente l’età pensionabile fino a 62 anni, oltre il gradone di Maroni, ha
deciso di sospendere la trattativa sulle pensioni, ma senza proporre lo
sciopero generale. Nel contempo esprime la propria disponibilità a continuare
la discussione al tavolo concertativo proposto dal ministro Cesare Damiano, che
nel frattempo ha acquisito l’appoggio del Prc per un aumento biennale dell’età
pensionabile da 58 nel 2008,
a 61 anni dal 2014.
I numeri del Dpef
Il Documento di programmazione economica e finanziaria (Dpef )
2008-2011 traccia le linee fondamentali del bilancio statale, i suoi contenuti
pertanto sono indicativi della prossima finanziaria. Il documento prevede una
riduzione progressiva del debito e del deficit pubblico (il rapporto debito
pubblico/prodotto interno lordo, Pil) del 105,1% nel 2007, 98,3% nel 2010, 95%
nel 2011; il rapporto deficit pubblico/prodotto interno lordo del 2,5% nel
2007, 2,2% nel 2008, 1,5% nel 2009, 0,7% nel 2010, 0,1% nel 2011) in linea con quanto
richiesto dalla grande borghesia italiana e con le indicazioni della Banca
centrale europea e dell’Unione europea.
Nel contempo il governo prevede una crescita del Pil al 2% per il 2007, per poi
rallentare intorno all’1,9% nel 2008, del 1,7 nel 2009. Un Pil da sostenere
attraverso ingenti spese in conto capitale: investimenti per le ferrovie, le
infrastrutture stradali, della rete di telecomunicazione, per la costruzione di
gasdotti e rigassificatori. Mentre gli industriali ricevono incentivi per la
contrattazione aziendale (finalizzati a smantellare il contratto nazionale),
riduzione dei costi per gli straordinari (con aumento della disoccupazione) e
garanzie sul mantenimento della Legge 30. A fronte di queste previsioni il governo
pensa di ridurre la pressione fiscale dal 42,8% al 42% nel 2011. Da dove
prenderà i soldi lo Stato borghese, dalla lotta all’evasione fiscale che il
documento stima intorno al 25-30% del valore aggiunto imponibile stimato? Non
siamo così ingenui, dopo le proteste di artigiani, commercianti e liberi
professionisti il governo ha varato oltre al Dpef, che prevede per le piccole
imprese una tassazione forfetaria, il federalismo fiscale.
In sintesi dal documento emerge una chiara indicazione alla riduzione della
spesa corrente, come indicato dalla Corte dei Conti (pubblico impiego, pensioni
e sanità), e l’intenzione di fare cassa attraverso il proseguo delle
privatizzazioni: oltre ad Alitalia, le Poste Italiane, l’Istituto Poligrafico e
Zecca dello Stato, la quotazione in borsa di Fincantieri, la privatizzazione di
Tirrenia, la dismissione di quanto rimane del demanio pubblico.
Per la propaganda, utilizzabile a piene mani dalla sinistra di governo, ci
saranno le misure di riduzione dell’Ici sulla prima casa, che pur coinvolgendo
una parte del lavoro dipendente e dei ceti popolari lascia fuori il 20% della
popolazione che non possiede una casa di proprietà.
Per gli anziani e i giovani precari vi saranno alcune misure che soltanto dei
cinici possono definire ammortizzatori sociali: l’aumento miserevole di circa
50 euro lordi al mese al partire dal prossimo anno, previo una tantum
in autunno, per la metà dei circa quattro milioni di pensionati con un reddito
pensionistico inferiore a 570 euro; un lieve incremento dell’assegno di disoccupazione;
qualche soldo per coprire i buchi dei contributi figurativi.
La risposta sindacale e la nostra
La burocrazia sindacale, che assieme ai gruppi finanziari si appresta a mettere le mani sul Tfr dei lavoratori con la truffa del silenzio-assenso, è entrata nella trattativa senza una proposta. La Cisl, ancora una volta, si conferma il sindacato collaterale del Partito democratico disponibile ad ogni richiesta padronale e governativa, la Cgil dopo aver espresso la sua disponibilità a firmare un accordo sulle pensioni che portava l’età pensionabile a 58 anni, si è irrigidita sull’aumento fino a 62 anni proposto dal governo, ma nel contempo ha accettato l’impianto del Dpef e l’assegnazione della revisione dei coefficienti a una commissione. Una posizione esitante considerato che non dichiara lo sciopero generale e accetta di ritornare a discutere della questione in un apposito tavolo concertativo. La burocrazia sindacale di Fiom Cgil, in un’ottica di pressione sul governo, ha indetto scioperi articolati di due, tre ore nelle fabbriche del Paese per la tenuta sui livelli attuali, 57 anni e 35 di contributi. Cremaschi, della Rete 28 aprile in Cgil, valuta che “non ci sono le condizioni per riprendere il negoziato” e chiede, inutilmente, a Cgil, Cisl e Uil di “decidere lo sciopero generale”. Prima anche la Cub aveva dichiarato la necessità dello sciopero generale: che ha infine proclamato, assieme a qualche altra sigla, per il 13 luglio. Per parte nostra abbiamo chiesto fin dall’inizio ai sindacati di alzarsi dal tavolo e ribaltarlo, ritornare dai lavoratori e costruire un grande sciopero generale unitario.
Il PdAC, pur partecipando agli scioperi indetti dalla Fiom Cgil, ha criticato e respinto l’impostazione di pressione e sostegno critico al governo sia sul terreno economico sociale (Dpef, pensioni, privatizzazione di Fincantieri) sia sul terreno della politica estera (base militare Usa a Vicenza, invio truppe nei Paesi dipendenti e coloniali) in quanto inefficace e smobilitante. In alternativa abbiamo proposto in tutte le sedi sindacali e di movimento la necessità della costruzione di un fronte unico di opposizione: lo sciopero generale contro il governo e il padronato, sulla base di una piattaforma unificante per abolire lo scalone e ogni aumento dell’età pensionabile, per salvaguardare il Tfr e ritornare al sistema pensionistico pubblico a retribuzione, per abolire la legge 30 e tutte le norme precarizzanti, per una maggiore rigidità, per nuovi diritti e nuove tutele.




















