Palestina e governo di unità nazionale
È necessaria l'indipendenza politica del proletariato palestinese
Antonino Marceca
Dopo anni di corruzione e subalternità all'imperialismo del
governo diretto da Al Fatah, partito nazionalista borghese fondato da Yasser
Arafat, le masse popolari palestinesi con le elezioni del gennaio 2006
affidarono il loro sostegno elettorale e il governo ad Hamas, partito borghese
di orientamento islamista.
La sinistra palestinese, socialdemocratica e stalinista, non
avendo costruito, nel corso della lunga resistenza del popolo palestinese al
sionismo e all'imperialismo, una direzione politica indipendente ed alternativa
alla borghesia nazionale, usciva dalle elezioni ridotta ai minimi termini.
Il governo di Hamas, guidato da Ismail Haniyeh, malgrado
l'ampia disponibilità dimostrata nei confronti di Israele rispetto al
riconoscimento dello Stato ebraico, nei confini del 1967, e al mantenimento
della tregua, ha subito il boicottaggio delle maggiori potenze imperialiste e
di Israele.
La Commissione
dell'Unione Europea decideva di sospendere i finanziamenti (500 milioni di
euro, metà direttamente da Bruxelles e il resto di contributi di Stati membri)
e di imporre sanzioni economiche. Gli Usa, oltre alle sanzioni economiche,
coprivano Israele nella sua azione di strangolamento economico, fisico e
militare dei territori palestinesi. Il risultato, perseguito e raggiunto, era
il collasso della fragile economia palestinese.
Nel contempo, Usa ed Israele sostenevano finanziariamente Al
Fatah e la guardia presidenziale (86 milioni di dollari forniti dagli Usa),
contro Hamas e il suo governo.
Su questo sfondo si spiegano i ricorrenti scontri armati tra
i diversi gruppi militari che rispondono non solo a fazioni politiche ma anche
a singoli esponenti (Dahlan a Gaza) e clan familiari.
L'accordo della Mecca, tra gli esponenti di Hamas e Al
Fatah, raggiunto ai primi di febbraio del 2007 con la mediazione dell'Arabia Saudita
aveva lo scopo di ricomporre i diversificati interessi in campo. L'accordo faceva
riferimento al documento di riconciliazione nazionale firmato nel maggio 2006
dai dirigenti delle fazioni palestinesi rinchiusi nelle prigioni israeliane e
prevedeva il rispetto delle risoluzioni internazionali e degli accordi firmati
dall'Olp con Israele. Dopo l'accordo, il 15 febbraio il primo ministro
palestinese Ismail Haniyeh ha rassegnato le dimissioni e nel contempo ottenuto
dal presidente, Mahmoud Abbas, l'incarico di formare un governo di unità
nazionale.
Il governo di unità nazionale
Dopo aver risolto la spinosa questione del nuovo ministro
dell'Interno (assegnato ad un indipendente), assicurato il controllo dei
servizi di sicurezza ad Al Fatah e la "Forza esecutiva" ad Hamas, il 15 marzo
si è costituito il governo di unità nazionale. Del governo fanno parte Hamas,
Al Fatah, il Partito della terza via, il Partito del popolo, il Fronte
democratico di liberazione della Palestina. Il nuovo governo si prefigge di
convincere Ue e Usa a togliere il blocco economico e finanziario. Il quartetto
(Onu, Usa, Ue, Russia), autore del piano di pace noto come "road map", ha chiesto al nuovo governo
il rispetto di tre condizioni: riconoscimento di Israele, rinuncia alla lotta
armata, accettazione degli accordi tra Olp e Israele. Una richiesta di
capitolazione totale!Da
parte sua il governo israeliano ha chiesto ad Usa e Ue di mantenere lo
strangolamento economico dei territori palestinesi, mentre continua a costruire
il muro dell'aparth In
questo quadro, Mohammed Dahlan, su pressione di Washington, viene nominato vice
presidente del Consiglio della sicurezza nazionale.
Nemmeno due mesi dopo la costituzione del governo di unità
nazionale, nei quartieri di Gaza sono ripresi gli scontri militari tra le
formazioni militari di Hamas e Al Fatah.
Il ministro dell'interno, Hani Qawasmeh, dopo aver constatato
l'impossibilità di controllare le diverse milizie - i servizi di sicurezza,
fedeli al presidente Abu Mazen e gestiti da M. Dahlan e A. Shbak, e di Forza
esecutiva, controllata da Hamas - ha rassegnato le sue dimissioni. Mentre Al
Fatah è attraversata da profonde fratture al suo interno, con gruppi militari
che tendono ad autonomizzarsi, nello scontro tra le fazioni palestinesi si
inserisce pesantemente Israele: dalla parte di Al Fatah e Dahlan. L'aviazione
israeliana bombarda le sedi di Forza esecutiva, attua omicidi mirati di
dirigenti di Hamas, i tank entrano nella striscia di Gaza, l'esercito sionista
rastrella la Cisgiordania
arrestando ministri, deputati e i sindaci di Hamas.
Le brigate di Salah Al-Din, dei Comitati per la resistenza
popolare e la brigata Al-Qods della Jihad islamica, rispondono all'attacco
israeliano con rudimentali razzi Qassan.
A dimostrazione del crescente interesse imperialista
italiano nella regione, il ministro degli esteri D'Alema ha proposto all'Anp,
il 16 maggio scorso, l'invio di una "forza multinazionale" che andrebbe ad
aggiungersi a quella presente in Libano.
Un sintetico bilancio
Dopo quasi sessant'anni dalla Nakba, la catastrofe del 1948; dopo quarant'anni dalla guerra del
1967 e la conseguente occupazione di Gerusalemme, Gaza e Cisgiordania, ancora
10 mila prigionieri palestinesi marciscono nelle carceri israeliane e a milioni
di profughi palestinesi viene impedito il diritto al ritorno in Palestina.
Non meno drammatica è l'esistenza dei palestinesi nei campi
profughi: lo scontro armato nel campo profughi di Nahel Al Bared in Libano tra
l'esercito libanese e gli islamismi di Fatah al Islami sta provocando la fuga
disperata dei palestinesi verso altri campi ed altre oppressioni. Nel contempo
la popolazione araba d'Israele vive una condizione di oppressione sociale e
nazionale, di discriminazione razziale.
Il governo di unità nazionale non ha risolto né poteva
risolvere nessuno dei problemi vitali del popolo palestinese. La crisi
palestinese si inserisce in un quadro mediorientale di crisi, guerra e
resistenza per la cui soluzione è necessaria una risposta necessariamente
regionale e internazionale.
Il proletariato e le masse povere palestinesi non hanno
nulla da guadagnare nello schierarsi nello scontro in atto con questa o quella
frazione borghese, questo o quel capo clan del governo di unità nazionale. Solo
il mantenimento dell'indipendenza di classe, la costruzione della solidarietà
tra le masse operaie e contadine povere della nazione araba e della stessa
popolazione ebraica, nel quadro di una prospettiva internazionalista e
socialista, può garantire la vittoria contro il sionismo e l'imperialismo.




















