Partito di Alternativa Comunista

progetto comunista 1

Progetto Comunista n° 1

(febbraio 2006) 

 Sommario con articoli leggibili

 

 

  sommario
 
Nessun sostegno, politico o elettorale, al governo dell'Unione (e dei banchieri)
editoriale di Francesco Ricci
 
Associazione Progetto Comunista: i motivi della divisione in due frazioni, la nascita e la prospettiva di
PROGETTO COMUNISTA - RIFONDARE L'OPPOSIZIONE DEI LAVORATORI
 
 
Lotte Movimenti Sindacato
 
Dopo un anno di dure lotte, un accordo bidone
di Francesco Doro
 
Un primo parziale bilancio
di Antonino Marceca
 
LE RAGIONI NO-TAV
Grandi opere, ovvero socializzazione della crisi
di Roberto Angiuoni
 
L'unione delle lotte per l'alternativa di sistema
di Ingmar Potenza
 
 
Ripartiamo dalle mobilitazioni contro la revisione del diritto d'aborto
di Pia Gigli
 
Quando la precarietà diviene un fulcro del ciclo produttivo
di Marco Sandrin
 
Lotte e mobilitazioni in Italia
(rubrica a cura di Michele Rizzi)
 
Il problema della casa in Italia
di Davide Margiotta
 
di Enrico Pellegrini
 
 
 
Cronache locali
 
Breve viaggio nel sistema di potere della regione Campania
di Pasquale Cordua
 
Le condizioni di vita e di lavoro nella metropoli contesa
di Luca Prini
 
di Pasquale Gorgoglione
 
 
Teoria e prassi
 
Ex Libris
(rubrica di recensioni librarie a cura di Fabiana Stefanoni)
 
Classici del marxismo
(rubrica a cura di Ruggero Mantovani)
MARX E LA COSTRUZIONE DEL PARTITO
 
 
Giovani e rivoluzionari
 
di Francesco Fioravanti
 
DOVE VANNO I GIOVANI COMUNISTI?
Ancora un rinvio per la Conferenza nazionale
di Giuseppe Guarnaccia
 
Breve viaggio tra le norme di un sopruso chiamato "democrazia"
di Giovanni Ivan Alberotanza
 
 
Economia
 
Verso un nuovo governo di banche e Confindustria
di Enrica Franco
 
Economia e politica
(rubrica a cura di Alberto Airoldi)
 
 
Internazionale
 
La vittoria di Hamas espressione dell'esasperazione per l'occupazione imperialista
di Leonardo Spinedi
 
Cose dell'altro mondo
(rubrica a cura di Valerio Torre)
 
La vittoria di Morales apre una fase nuova
di Valerio Torre
 
La strategia statunitense per il dopo elezioni: un governo di unità nazionale
di Fabiana Stefanoni
 
 
 
 
 
 
 
 
 

Nessun sostegno, politico o elettorale, al governo dell'Unione

(e dei banchieri)

RIFONDIAMO L'OPPOSIZIONE DI CLASSE

 

di Francesco Ricci

Ministri e maggiordomi

Mister Algernon, una dei più buffi personaggi di Oscar Wilde (1), dopo aver strimpellato al pianoforte chiama il maggiordomo che sta nella stanza accanto e gli chiede: "Hai sentito quello che suonavo, Lane?". E il cameriere: "Non mi è parso corretto ascoltare, Sir."

Questo scambio di battute di una pièce teatrale ci è tornato in mente sentendo Walter De Cesaris al Comitato Politico di Rifondazione assicurarci che il programma di governo dell'Unione (De Cesaris coordinava la rappresentanza del Prc ai "tavoli programmatici") è in definitiva apprezzabile. Anche De Cesaris (e Bertinotti) come il maggiordomo di Wilde finge, per educazione, di non ascoltare la musica che sta suonando nella stanza a fianco Romano Prodi al pianoforte. Per mesi ci hanno assicurato che il confronto a questi fantasmagorici "tavoli programmatici" stava procedendo bene. Ancora all'ultimo Cpn (novembre) Bertinotti faceva misteriose allusioni a "punti di qualità" strappati dall'astuzia dei mediatori del Prc, pregandoci di capire che su alcune questioni era meglio non esibire troppo i risultati, per non guastare una trattativa ancora in corso. Poi è successo che l'inchiostro di quel benedetto programma è stato infine rovesciato sulle 274 pagine di una bozza, e tutti abbiamo potuto leggere, e tutti abbiamo potuto ascoltare la musica che si suonava nel salotto dei padroni.

Altro che ricordare -come ha fatto Bertinotti- che il programma di governo "è pur sempre il frutto di un compromesso tra forze diverse" (2), il concedere qualcosa per ottenere qualche cosa d'altro. Qui non siamo alla contrattazione in una fiera di paese, ma alla "trattativa" con il grande capitale. E le regole sono diverse: chi ottiene qualcosa è uno solo. Non tanto perché non si è seguita una buona procedura negoziale (come sostiene l'area di Essere Comunisti), non perché si è anteposto l'accordo alla trattativa (come dice Claudio Grassi) ma per il semplice motivo che nel confronto tra i programmi di due classi contrapposte non si dà luogo a una "sintesi superiore" ma solo al prevalere degli interessi di una classe sull'altra. Di qui il programma di politica estera di piena fedeltà "atlantica": proseguimento di tutte le missioni imperialiste; "ritiro" dall'Irak concordato con il governo fantoccio degli Usa e solo per aprire una "fase due", di rilancio delle imprese italiane in un giro di affari e "joint-venture" già avviato da Martino nella recente visita in Irak con codazzo di imprenditori e manager (da Finmeccanica all'Eni, 3). Di qui la politica di sacrifici, con Visco che già annuncia la necessità di una manovra aggiuntiva dopo le elezioni, per "rispettare i parametri europei". Di qui, ancora, le rassicurazioni alla Chiesa cattolica (prontamente confermate da Bertinotti in una girandola di interviste) sul mantenimento degli impegni politico-economici previsti dal Concordato. Di qui l'annuncio privo di ambiguità, in quelle 274 pagine, di nuove privatizzazioni dei servizi pubblici locali (per l'acqua si prevede un mantenimento pubblico... della sola gestione; e solo "inizialmente"). Tutto ciò, secondo De Cesaris, consente di parlare di un risultato "moderatamente positivo" che andrà "ovviamente" preservato mantenendo, anche una volta al governo, "il baricentro fuori dal governo". Più o meno come quel tale che diceva: se mai mi sposerò, cercherò di dimenticare la cosa.

In guanti bianchi

Certo, con una ulteriore sistemazione agli aggettivi e ai segni di interpunzione, si può fare anche meglio. In fondo l'idea che la lotta di classe possa essere sostituita da una lotta sintattica non è nuovissima. Essa trova però, va riconosciuto, in Paolo Ferrero un interprete d'eccezione. Ferrero, che molto tempo fa (davvero molto) fu dirigente della sinistra interna al Prc (posizione scomoda che, come altri, abbandonò per traslocare al terzo piano di viale del Policlinico, dove le scrivanie sono più ampie) conserva di quella lontana esperienza l'abitudine di parlare in modo popolare, come un autentico rappresentante dei lavoratori. Per questo ci ha spiegato (4) che, certo, "le divisioni con l'Ulivo sono strategiche", lui non è uno che si fa illusioni. E dunque? Classe contro classe? Per carità, piuttosto "bisogna modificare i rapporti di forza e nel contempo costruire i canali attraverso cui il confronto sociale possa incidere nella sfera della politica." Questo sì che è parlare chiaro! Mentre Ferrero "costruisce i canali" (che, si suppone, saranno fortificati dalla presenza di un paio di ministri e un gruppetto di sottosegretari di Rifondazione nel governo che in aprile sostituirà, verosimilmente, Berlusconi), la grande borghesia investe (nel senso finanziario del termine) su quel governo, lavorando a ben più concreti "canali" da cui passano le concentrazioni bancarie e flussi di milioni di euro, mentre ai metalmeccanici si concede una mancia di qualche decina di euro.

Quale sarà il ruolo di Rifondazione, di Bertinotti e Ferrero dopo l'insediamento del secondo governo Prodi? Quello di paracarri (della carreggiata di sinistra), di "agenti della borghesia" nel movimento operaio, secondo una vecchia ma non sorpassata definizione. Il compito di Rifondazione sarà cioè quello di convogliare ogni lotta parziale non verso una sua crescita rivoluzionaria ma verso un tavolo delle trattative. E' quanto il Prc sta già facendo con la lotta contro la Tav; è quanto fa nel momento in cui celebra come una "vittoria" l'accordo dei meccanici (5) (che viceversa è l'ennesimo bidone, come spieghiamo nelle pagine interne di questo numero).

Per tornare a Oscar Wilde, il maggiordomo Lane, dopo aver cortesemente ignorato le stonature del suo padrone, si rimette i guanti bianchi per finire di preparare sul vassoio d'argento i tramezzini al cetriolo per Lady Bracknell. I futuri ministri di Rifondazione avranno gli stessi compiti. Anche senza guanti bianchi.

La critica delle aree critiche in un punto critico

Dopo una lunga fase di critica alla linea bertinottiana, anche per l'Ernesto ed Erre viene il momento di chiarire quale è -se c'è- la proposta nella situazione reale. Come dicevamo già in occasione del VI Congresso del Prc, la fase della critica alla mancata "reale trattativa programmatica" (l'Ernesto) o la critica al "distacco dai movimenti" (Erre) si sarebbe prima o poi dovuta confrontare con la questione del governo. A poche settimane dalle elezioni, infatti, appare poco convincente insistere su presunti errori: il non aver piantato i paletti nel programma dei banchieri (proposta di Grassi e Burgio) o l'aver poco insistito con il condizionamento sull'Unione dei movimenti (Cannavò e Malabarba, fedeli in modo quasi cabalistico al bertinottismo della stagione precedente). Avendo tutte le sinistre critiche scartato l'idea dell'opposizione pregiudiziale (di classe) al prossimo governo liberale, il tiro si concentra sulla questione dell'appoggio interno o esterno. La Seconda mozione suggerisce una partecipazione alla maggioranza parlamentare, senza ministri (6). Erre rilancia con la proposta di un accordo "solo" politico-elettorale con l'Unione. Che poi tradotto, pare voler dire ancora un sostegno esterno, senza ministri, da concordare di volta in volta, misura per misura (attenzione, il marchio di questa idea è già registrato: fu Bertinotti a depositarlo all'epoca del primo Prodi... anche se poi inevitabilmente il sostegno al governo fu completo e almeno fino alla rottura si votarono tutte le finanziarie, i "pacchetti Treu", ecc.).

Anche in questi due casi, seppure con una gradazione critica certamente più accentuata che nella versione di Ferrero, tutto si risolve nel decidere se sul pullman di Prodi si scelgono i posti a sedere o quelli in piedi. Dimenticandosi che le fermate intermedie si chiamano "sacrifici", "flessibilità", "privatizzazioni", "nuove guerre" e al capolinea di quella corsa c'è una nuova, enorme sconfitta per i lavoratori e per i giovani che hanno lottato in questi anni.

 Anche Ferrando nella gabbia dell'Unione

Il progetto di Prodi -e di una parte delle classi dominanti- è quello di proseguire le politiche di "risanamento" del capitalismo facendone pagare i costi ai lavoratori, costruendo per questo una nuova "pace sociale" (come fu con il primo governo Prodi, quando le ore di sciopero calarono al minimo storico). Per garantire che la guerra sociale la continuino solo i padroni, senza risposta operaia, è necessario utilizzare come ammortizzatori del conflitto i sindacati (a partire dalla Cgil di Epifani, in cui si è assorbita -con un'offerta in poltrone- una parte della sinistra interna, quella di Patta); e anche Rifondazione, cioè il partito che -di là dai progetti storici del suo gruppo dirigente- ha rappresentato in questi anni un punto di aggregazione per settori di avanguardia di lotta.

Il progetto di Bertinotti converge con quello prodiano e trova nell'ipotesi di un futuro Partito Democratico (in cui potrebbero confluire tutti i liberali "democratici", da Fassino a Rutelli) una ipotesi di divisione dei compiti: a D'Alema la rappresentanza del "centro", a Bertinotti quella di una parte larga del movimento operaio, in una classica alleanza tra liberali e socialdemocrazia che già molte prove ha fatto negli ultimi duecento anni (senza un solo caso di progresso per i lavoratori). In questo quadro che fare della sinistra interna? La polpetta avvelenata lanciata da Bertinotti è stata ben cucinata. L'offerta di un posto in Senato a Marco Ferrando garantirà intanto, durante la campagna elettorale, una copertura a sinistra, insieme alle candidature "di movimento" (Caruso, ecc.), e servirà ad assicurare alle aree più recalcitranti delle avanguardie e dei movimenti che davvero non si può fare altro, piaccia o meno, non ci sono alternative al pullman prodiano, tanto che, seppure sullo strapuntino, un posto lo accetta anche la sinistra interna del partito. L'accettazione del "vincolo di maggioranza" nei futuri gruppi parlamentari (il divieto, cioè, di votare in dissenso con il gruppo, e dunque con Bertinotti), che implica il voto di fiducia al governo dei banchieri e poi alle sue manovre finanziarie, è uno dei motivi per cui la maggioranza dei rappresentanti in Cpn di Progetto Comunista -e con noi la maggioranza dei quadri attivi dell'area- ha rotto con Ferrando. In un testo a ciò dedicato, nelle pagine interne, torniamo in modo approfondito su questa rottura. Resta invece qui da chiedersi, come molti compagni ci chiedono: ma Ferrando voterà la fiducia o si farà espellere dal Prc? Dopo la deriva lideristica che abbiamo conosciuto e contrastato in questi due anni, non ci stupiamo più di nulla. Peraltro il movimento operaio ha visto voltafaccia di dirigenti ben più importanti di Ferrando. E ogni volta, ognuno di questi voltafaccia ha trovato il suo teorico. Anche in questa occasione, non ne dubitiamo (perché lo abbiamo già visto all'opera nel dibattito sulle primarie), Franco Grisolia, accanito lettore di classici del marxismo (e in particolare delle quarte di copertina dei libri), saprà scovare qualche citazione per dare una patina di autorità teorica a questa ritirata. E anche per il loro gruppo si potrà trovare un posto, tra un'area critica e l'altra, alla coda del bertinottismo.

Ma il punto è un altro. Il fatto che Marco Ferrando non risponda con chiarezza ora al quesito: "voterà la fiducia a Prodi?" (7), comunque vadano poi le cose, anche nel caso di un ripensamento tardivo, implica appunto fare per tutta la campagna elettorale il gioco di Bertinotti (e quindi di Prodi). Significa -per qualche mese o per qualche anno- entrare in quella gabbia dell'Unione in cui il nostro disegnatore (Alessio) tratteggiava qualche mese fa un gioioso Bertinotti. Insomma, Bertinotti ha aperto il cancello della gabbia dell'Unione per far entrare Ferrando.

 Nuotare controcorrente

Ma Progetto Comunista -se ne accorgerà Bertinotti- non è Marco Ferrando. E' un'Associazione di decine di quadri, con intorno un'area di centinaia di militanti. La rottura con Ferrando e Grisolia, precipitata nelle ultime settimane in termini visibili, in realtà (come raccontiamo a pag. 2) ha alle spalle una battaglia politica nell'Associazione Progetto Comunista durata due anni. In quella lotta politica -contro una concezione di costruzione di un'organizzazione lassa e al contempo raggruppata, come ogni setta, attorno a un "guru", a un leader- si sono rafforzati tanti dirigenti giovani, gli stessi che costituiscono il fulcro militante di Progetto Comunista (come si può vedere anche in questo numero del giornale, lievitato a 20 pagine per ospitare tanti articoli, prodotto di reali esperienze di lotta). Ai compagni e alle compagne che ci chiedono dunque che cosa succede adesso, rispondiamo: noi siamo già oltre la polemica con Ferrando e Grisolia (e lasciamo a loro certi toni grevi). Quello che ci interessa è proseguire nella costruzione di un'organizzazione rivoluzionaria che ambisce a costruire un'influenza di massa: cioè appunto lo scopo per cui è nato Progetto Comunista.

Certo, la situazione non è semplice. Si tratta di rimontare la corrente. Una corrente che pare dirigersi senza incontrare ostacoli verso la conclusione ingloriosa di un Prc arruolato definitivamente come forza di supplemento in un governo liberale. Prodi già canta vittoria per le elezioni. Bertinotti può vantare una maggioranza nel partito non seriamente contrastata dalle due aree critiche (l'Ernesto ed Erre), prive di una prospettiva alternativa alla sua. Ferrando e Grisolia, storditi da un'overdose di liderismo, assicurano di vedere "una larga maggioranza della Terza mozione" seguirli con entusiasmo in una linea che contraddice il senso stesso della Terza mozione.

Vedremo in conclusione che fine faranno tutti questi... vincitori.

 Non un uomo, non un voto per il governo dell'Unione

Alle elezioni del 9 aprile si confrontano i due blocchi dell'alternanza borghese. Quello dei due che prevarrà, governerà per conto della borghesia e contro il movimento operaio per i prossimi anni. Come abbiamo scritto da sempre su questo giornale, noi non siamo per nulla indifferenti alla cacciata di Berlusconi e crediamo che vi sia un aspetto sano nell'odio di classe che vasti strati di lavoratori e di giovani hanno maturato contro l'attuale governo reazionario. Ma l'obiettivo per il movimento operaio non può essere quello di cacciare Berlusconi per aprire la porta a un altro governo antioperaio. Pagando -per di più- questa "vittoria" con la rimozione di ogni opposizione politica e sindacale alle politiche dei Montezemolo e dei De Benedetti che, in definitiva, come abbiamo già sperimentato (in Italia, in Francia, ecc.) riaprirebbe la strada a una nuova e più pesante vittoria delle destre. Senza l'indipendenza di classe del movimento operaio dalla borghesia e dai suoi partiti liberali non c'è nessuna prospettiva di progresso per i lavoratori. L'alternativa dei lavoratori è un obiettivo che va perseguito necessariamente all'opposizione (nei parlamenti, nelle piazze) dei governi liberali, di centrodestra o di centrosinistra, due poli di una sola classe (come "bancopoli" conferma). Non c'è mai stato nella storia -e non ci sarà ora- un'alternativa di classe passata attraverso una partecipazione (diretta o indiretta) a un governo della borghesia. Sulla collaborazione di classe si edificano solo nuove sconfitte per i lavoratori. Per questo è necessario salvare l'opposizione di classe in Italia e rilanciare il processo della rifondazione comunista di un partito che concepisca l'ingresso al governo solo sulle macerie del sistema dominante.

Per questo Progetto Comunista - Rifondare l'Opposizione dei Lavoratori (questo il nome che ci siamo dati) utilizzerà ogni spazio politico e dunque anche la campagna elettorale per ribadire che bisogna costruire nelle lotte l'opposizione a tutti i governi borghesi e rivendicare il rifiuto di ogni sostegno, interno o esterno, politico o elettorale, all'Unione e al suo governo. Si tratta di una battaglia oggi molto difficile ma che può trovare domani il sostegno e la partecipazione di consistenti settori d'avanguardia, in un processo costituente di una organizzazione comunista e rivoluzionaria.

 

(30 gennaio 2006)

 Note

(1) Oscar Wilde, L'importanza di essere onesto (1894).

(2) Fausto Bertinotti, Liberazione, 29 gennaio 2006.

(3) Sul viaggio d'affari di Martino e degli imprenditori italiani v. l'Unità, 23 gennaio 2006.

(4) V. l'intervento di Ferrero al Cpn di novembre del Prc (su Liberazione, 1 dicembre 2005).

(5) Definizione di Paolo Ferrero, nel comunicato stampa della Segreteria nazionale Prc del 19 gennaio 2005.

(6) Almeno queste sembrano essere le conclusioni dell'articolo di Grassi e Burgio, "Il Partito democratico e la Terza Rebubblica", Liberazione, 20 gennaio 2006).

(7) Si veda l'intervista di Aldo Cazzullo a Ferrando, sul Corriere del 24 gennaio 2006: il giornalista chiede: "E lei Ferrando voterà la fiducia?", risposta: "Io spero ancora che il mio partito ci ripensi. In ogni caso, Prodi dovrà fronteggiare una forte opposizione sociale di sinistra, di cui saremo il referente politico."


 
 
 
 

Vertenza dei metalmeccanici 

Dopo un anno di dure lotte, un accordo bidone
 
di Francesco Doro
 

La vertenza dei metalmeccanici per il rinnovo della parte economica del contratto nazionale è iniziata l'11 gennaio 2005 di fronte a un padronato che vuole scaricare la crisi capitalistica di sovrapproduzione totalmente sui lavoratori: quando l'azienda ha commesse da consegnare gli operai devono lavorare con meno salario e faticando di più; quando i magazzini sono pieni e la capacità produttiva è utilizzata al minimo li si mette in cassa integrazione, in mobilità, li si licenzia. Gli esempi in questo senso sono sempre più numerosi e si estendono in tutto il paese: ultimo annuncio per gravità è il proposito della Fiat di mandare a casa nel 2006 oltre 1000 lavoratori. Per i lavoratori metalmeccanici è stato pertanto un anno di dure lotte: i lavoratori hanno sostenuto oltre 60 ore di sciopero. Dopo lo sciopero nazionale del 2 dicembre - che ha portato oltre 250 mila lavoratori sulle strade di Roma - la lotta si è ulteriormente approfondita ed estesa in tutto il paese: dai picchetti ai cancelli, in risposta all'arroganza padronale, si è passati a forme più dure di lotta come i blocchi stradali e ferroviari delle ultime settimane che hanno preceduto la firma dell'accordo, a dimostrazione della volontà dei lavoratori di andare fino in fondo nella difesa del salario, dei diritti e delle tutele.

Malgrado la vertenza riguardasse il rinnovo del biennio economico del contratto, gli imprenditori, oltre a fare proposte provocatorie di aumento salariale di appena 60 €, puntavano a riprendersi totalmente il potere di controllo sulla forza lavoro mediante l'introduzione unilaterale di norme inerenti la flessibilità: imponendo il sabato lavorativo senza contrattare con le organizzazioni sindacali di fabbrica, le Rsu; gestendo unilateralmente l'orario plurisettimanale; monetizzando i permessi.

La piattaforma approvata dai lavoratori metalmeccanici dava mandato per trattare solo sui 130 € complessivi di aumento al 5° livello, una richiesta peraltro insufficiente a garantire il potere d'acquisto dei salari rispetto all'inflazione reale. Nella piattaforma non era previsto alcun cedimento su orari, turni e flessibilità. Pertanto, i sindacalisti che hanno fatto la spola all'istituito tavolo parallelo con il padronato discutendo di mercato del lavoro, apprendistato, flessibilità (legge 30) ed orari (decreto 66/03) non avevano nessun mandato per trattare di eventuali scambi tra salario e flessibilità.

Un anno di lotta per il contratto                          

La vertenza dei lavoratori metalmeccanici ha assunto di fatto un carattere generale di difesa di tutta la classe contro le proposte di modifica contrattuale avanzate da Confindustria nel documento del 22 settembre 2005. I lavoratori metalmeccanici si sono trovati nel corso dell'anno isolati in questa lotta, in quanto le altre categorie, per responsabilità delle burocrazie sindacali riformiste, hanno firmato accordi che, in cambio di pochi euro di aumento, senza nemmeno salvaguardare il potere d'acquisto, cedevano in flessibilità recependo la legge 30 e il decreto 66 sugli orari. L'ultimo accordo firmato che ha praticato questo nefasto scambio è stato quello delle telecomunicazioni firmato sabato 3 dicembre, un contratto che interessa 120 mila lavoratori occupati nelle aziende di telefonia che comprendono grossi gruppi come Telecom, Wind, Vodafone, con attorno una serie di aziende in appalto e subappalto (call center, impianti telefonici, manutenzione) dove regna il precariato e lo sfruttamento bestiale. Un accordo che non solo non ricompone tutta la filiera produttiva dentro il contratto, ma in cambio di appena 97 € di aumento al 5° livello, in un settore dove le imprese macinano profitti, cede in flessibilità.

In tema di flessibilità, tra l'altro, l'accordo recepisce il decreto 66/03 sugli orari: viene quindi cancellato il concetto di orario settimanale e giornaliero a favore dell'annualizzazione della prestazione lavorativa, permettendo all'azienda di decidere per sei mesi l'anno unilateralmente. Dopo questo accordo il vicepresidente di Confindustria, Bombassei, pretende che i lavoratori metalmeccanici lavorino il sabato e sia decretata la totale flessibilità degli orari senza alcuna contrattazione aziendale, esautorando in questo modo completamente le Rsu. Quanto ottenuto dalle aziende della telefonia si vuole estendere adesso alle aziende metalmeccaniche.

Nell'incontro del 28 dicembre, Federmeccanica, dopo il successo della manifestazione di Roma, è passata da un'offerta di 60 € a 75 € al 5° livello, avanzando nel contempo la richiesta di monetizzare i permessi, introducendo un ulteriore elemento in direzione della flessibilità.

A quel punto a Fiom, Fim e Uilm non rimaneva che aggiornare l'incontro e dichiarare ulteriori 8 ore di sciopero da effettuare a gennaio 2006. Il 13 gennaio, Federmeccanica, dopo aver proposto 94,5 € di aumento a fronte di una controproposta sindacale, indisponibile a trattare sotto i 100 €, sospendeva le trattative riproponendo 60 € di aumento. A questa provocazione padronale seguiva la risposta operaia: i blocchi stradali e ferroviari in tutto il paese costringevano Federmeccanica a ritornare al tavolo il 18 gennaio mentre la mobilitazione operaia continuava e si estendeva.

Il 19 gennaio i dirigenti sindacali di Fiom, Fim e Uilm, spaventati dalla estensione e dalle forme assunte dalla mobilitazione in atto invece di affondare la spallata chiamando alla mobilitazione tutta la classe fino a costringere governo e padronato a cedere, chiudevano le trattative con un accordo che solo apparentemente recepisce la piattaforma.

L'accordo del 19 gennaio  2006

Dopo un anno di dure lotte, giovedì 19 gennaio è stato firmato l'accordo da parte di Fim, Fiom, Uilm e Federmeccanica: oggi tutti in coro, padroni e sindacati, gridano vittoria!!

Il giorno seguente, Massimo Calearo, presidente di Federmeccanica, su Il Sole 24 Ore ha potuto dichiarare: "i sindacati hanno avuto la vittoria simbolica di chiudere a 100 € e la possibilità di sbandierare l'aumento, ma noi abbiamo dato alle aziende la soddisfazione di sostanza portando a casa il risultato prefisso". I sindacati Cgil, Cisl e Uil, la sinistra riformista (sinistra Ds, Pdci, Prc) e la loro stampa rivendicano il risultato.

Sulla parte salariale il sindacato ha ottenuto la cifra simbolica dei 100 € lordi per il quinto livello (quando la stragrande maggioranza dei lavoratori sono inquadrati al terzo e quarto), che comunque non garantisce il potere d'acquisto dei salari e di fatto si riduce per effetto dello scaglionamento in tre tranche (solo 60 € subito, 25 il prossimo ottobre e 15 nel marzo del 2007) oltre che per il prolungamento della durata del contratto di sei mesi fino a giugno 2007, prolungamento che apre la porta allo sfondamento temporale di tutti i contratti.

Benché il mandato dei lavoratori riguardasse esclusivamente il biennio salariale e non prevedesse alcuno scambio tra salario e flessibilità, la firma apre alla richiesta padronale sulla flessibilità: nella gestione degli orari di lavoro e nell'utilizzo ed estensione dell'apprendistato.

L'orario plurisettimanale viene esteso a tutte le aziende metalmeccaniche "per ragioni produttive e di mercato", mentre prima era limitato a motivi di "stagionalità dei prodotti" (esempio fabbriche produttrici di climatizzatori). Pur permanendo il vincolo di trattare con le Rsu, le aziende potranno organizzare la settimana lavorativa secondo i loro esclusivi interessi.

L'apprendistato viene esteso e prolungato nel tempo. Una modalità che, se precedentemente avrebbe dovuto essere finalizzata alla "formazione", adesso di fatto vedrà le aziende utilizzare gli apprendisti in produzione in condizione di precarietà e mantenendo bassi i salari per periodi che al terzo livello (operaio generico) raggiungono i 42 mesi quando per imparare la mansione bastano due settimane.

Infine, ma non per gravità, con l'intesa viene istituita una commissione bilaterale costituita da Federmeccanica da un lato e Fim, Fiom e Uilm dall'altro, "dedicata alle questioni inerenti i contratti a termine e i contratti di somministrazione di lavoro a tempo determinato per definire una nuova disciplina contrattuale" Rientra quindi dalla finestra quello che apparentemente era uscito dalla porta: il "nuovo modello contrattuale" di modifica in peggio dei già pessimi accordi di luglio del 1992/1993.

Un nuovo "patto sociale" concertativo si annuncia, come dichiarato da Epifani, tra Confindustria e Cgil, Cisl e Uil nel quadro del nuovo probabile governo dell'Unione, il cui programma già preannuncia "lacrime e sangue" per i lavoratori e le masse popolari. L'accordo firmato da Federmeccanica infatti si inquadra in questa prospettiva.

Quale prospettiva

Dopo un anno di scioperi e manifestazioni non è possibile accettare scambi tra salario e flessibilità, è necessario respingere questo accordo. Questo accordo bidone deve essere contrastato nelle assemblee di fabbrica: i lavoratori e le Rsu devono organizzare il NO al referendum che si svolgerà nelle prossime settimane.

La resistenza ai propositi avanzati da Confindustria - con il pieno sostegno della Cisl, come espresso dal suo leader Pezzotta due giorni dopo la firma dell'accordo - di arrivare ad una "nuova disciplina dei modelli contrattuali", modificando in peggio i famigerati accordi di luglio 1993, passa per il rigetto di questo scambio tra salario e flessibilità/precarietà.

È necessario rifondare l'opposizione dei lavoratori a questo nuovo "patto sociale concertativo" e al probabile futuro governo Prodi. Abbiamo visto come il padronato abbia utilizzato il contratto delle telecomunicazioni inserendosi in ogni breccia nel nostro fronte di classe: i fatti ogni giorno dimostrano la necessità di una vertenza generale di tutto il mondo del lavoro salariato contro i governi e il padronato. Una lotta che deve assumere forme adeguate, come i lavoratori metalmeccanici hanno iniziato a praticare. E proprio a partire dal NO a questo accordo è possibile costruire una piattaforma unificante: rilanciare la necessità di un forte aumento salariale uguale per tutti; l'assunzione a tempo indeterminato dei lavoratori precari; l'apertura dei libri contabili delle aziende che licenziano; nazionalizzare sotto controllo operaio e senza indennizzo le fabbriche e le aziende che licenziano e chiudono. In conclusione è necessario organizzare, a partire dalle suddette parziali rivendicazioni immediate e transitorie, la risposta operaia e socialista alla crisi capitalistica.

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 XV Congresso Cgil

Un primo parziale bilancio  

 
Nei mesi di novembre e dicembre si sono svolti i congressi di base e territoriali della Cgil e dai primi dati parziali emerge la bassa partecipazione dei lavoratori iscritti al sindacato, che non va oltre il 25% degli iscritti, anche se tra i lavoratori attivi la percentuale è come sempre più alta. A questa bassa affluenza si deve sommare la frazione non trascurabile di lavoratori che pur partecipando ai congressi di base non hanno partecipato al voto o hanno espresso un voto di astensione sul documento congressuale.

La mancanza, dopo 15 anni, di un documento alternativo su cui convergere rispetto al documento del blocco concertativo Patta-Epifani, congiunta ad un esito congressuale prestabilito negli sbocchi in apparato e negli organismi dirigenti ha oggettivamente disincentivato la partecipazione dei lavoratori critici rispetto alla prospettiva concertativa.

I congressi di base

I congressi di base hanno sempre rappresentato uno dei passaggi più ostici per la burocrazia sindacale riformista: essa ne farebbe volentieri a meno, specialmente quando i delegati e i militanti sindacali più attivi intervengono consapevolmente spostando settori di lavoratori ed elevandone la coscienza di classe.

Non c'è dubbio che la partecipazione alle centinaia di congressi di base, che si svolgevano nel contempo nelle diverse categorie e in diversi punti della provincia e della città, ha rappresentato uno degli ostacoli più difficili da superare per i presentatori delle tesi alternative (sulla contrattazione 8a e sulla democrazia 9b, primo firmatario Rinaldini). La burocrazia riformista della Fiom si è limitata a sostenere le tesi del loro segretario nella categoria stando ben attenti a non superarne i confini, in evidente accordo con i loro omologhi delle altre categorie. Il peso della presentazione delle due tesi alternative sopra richiamate in tutte le categorie è di fatto ricaduto sulle spalle dei militanti della Rete 28 aprile, militanti - nella maggioranza dei casi - in produzione e senza distacco sindacale.

Va da sé che la burocrazia sindacale riformista ha tentato in tutti i modi di impedire l'affermazione di una sinistra sindacale. La mancanza di un rapporto diretto tra voti alle tesi ed elezione dei delegati spesso è stato usato dal blocco Patta-Epifani per impedire l'elezioni di delegati espressione della sinistra sindacale nei congressi territoriali. Solo la minaccia o la pratica di una lista alternativa ha visto la burocrazia riformista indietreggiare e delegati combattivi essere eletti alle istanze congressuali superiori. Questo avveniva anche quando le tesi alternative ottenevano larghi consensi spesso sfiorando la maggioranza nei congressi di base.

Nella presentazione delle tesi congressuali, come nell'illustrazione della loro tesi alternativa (sulla democrazia 9a) gli esponenti pattiani di Lavoro Società non si distinguevano dalla restante maggioranza, segno evidente di come la stessa tesi alternativa da loro presentata aveva una pura funzione di lista civetta. L'ex sinistra sindacale di Lavoro Società ha certamente mantenuto il grosso dell'apparato burocratico ma ha perso in consensi rispetto al 18% ottenuto al precedente congresso del febbraio 2002: in base ai voti ottenuti dalla tesi 9a, primo firmatario Patta, nelle regioni del Centronord - quelle maggiormente sindacalizzate nel paese - si è attestata sul 9% dei voti.

In categorie diverse dalla Fiom in molte province centrali le tesi alternative sostenute dai militanti sindacali della Rete 28 aprile hanno avuto un risultato non scontato raggiungendo, e in alcuni casi superando, il 10%, segno materiale della oggettiva necessità di una nuova sinistra sindacale di classe in Cgil.

I congressi territoriali

L'assenza di un rapporto diretto e proporzionale tra voto alle tesi e delegati ai congressi territoriali, con il conseguente recupero, immancabilmente ha penalizzato i delegati espressione delle due tesi alternative (8a e 9b). Nei congressi territoriali la battaglia dei delegati espressione della sinistra sindacale, fuori quindi del patto spartitorio tra Patta ed Epifani, doveva inevitabilmente riversarsi sulla composizione delle commissioni politica ed elettorale, finalizzata all'inserimento di delegati espressione della sinistra sindacale. Infatti, solo chiedendo che le commissioni congressuali nella loro composizione fossero espressione di tutte le posizioni che si sono confrontate nei congressi di base era possibile incidere sulla composizione dei direttivi territoriali delle categorie e nella formulazione dei delegati alle istanze congressuali superiori e al congresso della Camera del Lavoro.

Va da sé che non sempre questa elementare richiesta di trasparenza democratica veniva accolta dagli esponenti del blocco Patta-Epifani e quindi non rimaneva altra via che la presentazione di una lista alternativa espressione di almeno il 3% della platea congressuale, una condizione resa difficile per i motivi sopra elencati specialmente in categorie diverse dalla Fiom.

Come appare chiaro, i compagni che fanno riferimento alla Rete 28 aprile in categorie diverse dalla Fiom hanno dovuto attraversare un percorso ad ostacoli per accedere agli organismi dirigenti territoriali di categoria e nelle istanze congressuali superiori e nello stesso tempo spezzare con interventi ed ordini del giorno la parvenza di un congresso unitario.

I congressi di base e territoriali della Fiom

Malgrado le tesi (8a e 9b) in Fiom ottenevano risultati inversamente proporzionali rispetto a quelli ottenuti nelle altre categorie della Cgil, non meno difficile è stato il percorso dei militanti sindacali espressione della sinistra di classe in Fiom per accedere agli organismi di direzione territoriale ed essere inclusi tra i delegati alle istanze congressuali superiori. La burocrazia riformista della Fiom, a differenza di quanto accadeva nelle altre categorie, sosteneva prevalentemente le tesi alternative presentate dal suo segretario e in percentuale decrescente le tesi di Epifani e Patta. Questo fatto rendeva chiara la natura non complessivamente alternativa delle tesi di Rinaldini rispetto all'impianto complessivo del documento congressuale. E la burocrazia riformista, al di là della categoria di appartenenza, è sempre unita nell'emarginare i delegati più combattivi, i militanti comunisti rivoluzionari attivi nel sindacato.

I congressi di base e territoriali Fiom hanno quindi evidenziato in modo più marcato rispetto alle altre categorie la mancanza di un documento complessivamente alternativo alla burocrazia riformista.

In queste contraddizioni solo la rappresentatività dei delegati nei posti di lavoro, la loro determinazione, permetteva ai militanti della sinistra di classe in Fiom, collocati criticamente nella Rete 28 aprile, di superare ostacoli non meno difficili dei compagni nelle altre categorie.

Un primo parziale bilancio  

I militanti della sinistra di classe in Cgil hanno dovuto lottare contro un enorme apparato burocratico riformista, forte sia di un documento complessivo che di un patto di apparato, avendo solo a disposizione da un lato due tesi alternative (8a e 9b) assolutamente insufficienti e comunque compatibili con il blocco di maggioranza Patta-Epifani e dall'altra una Rete 28 aprile che evidenzia notevoli limiti programmatici ed organizzativi. In questa battaglia hanno dovuto utilizzare tutti gli strumenti a loro disposizione per avanzare e legittimare una sinistra sindacale in Cgil, conquistando in questa prima fase della lotta posizioni preziose.

Nuovi compagni sono stati incontrati nei congressi e nuove relazioni si sono intrecciate, nuovi quadri combattivi sono emersi; altri dirigenti, prima ritenuti nello stesso campo di classe, hanno mostrato il loro volto opportunista, anteponendo i propri interessi burocratici a quelli della classe.

Ora la lotta si sposta nei congressi regionali e nazionale, ma accanto a queste nuove battaglie non possiamo dimenticare la nostra prospettiva: la costruzione di una tendenza di classe in Cgil.

In questa prospettiva la Rete 28 aprile e la lotta congressuale sono stati un passaggio necessario: adesso si apre una nuova e più impegnativa fase di lotta contro la nuova concertazione che la maggioranza Patta-Epifani realizzerà, un'ora dopo la formazione del nuovo governo di centrosinistra, assieme alla Confindustria di Montezemolo. Una lotta che, se le previsioni elettorali verranno confermate, dovrà essere diretta non solo contro il padronato ma anche contro un governo che vedrà la partecipazione diretta accanto ai liberali delle sinistre socialdemocratiche e staliniste. Per attrezzarci in questa lotta, contro le politiche che gli esponenti liberali dell'Unione ogni giorno in interviste e dichiarazioni annunciano basarsi sulla "riduzione del costo del lavoro", è necessario che la Rete 28 aprile si dia una struttura democratica proletaria, contro ogni leaderismo e movimentismo, che, come la storia stessa del movimento operaio dimostra, spesso sono associati. Sappiamo che il compagno Cremaschi ha una concezione diversa dalla nostra sia su questioni programmatiche che sulle modalità organizzative e che ha avanzato una modalità di costruzione della Rete 28 aprile su basi consensuali e leaderistiche, ma sappiamo anche che in numerose assemblee e dichiarazioni si è impegnato per aprire una fase costituente contemporaneamente alle fasi congressuali e dopo.

Aspettiamo e lottiamo perché il percorso per la costituzione di una sinistra sindacale in Cgil si apra e si realizzi in tempi certi: la classe operaia di questo paese ne ha urgente bisogno.

La presentazione al congresso nazionale della Cgil di una mozione contraria ad ogni ipotesi concertativa, alternativa alla maggioranza Patta-Epifani costituirà uno dei passaggi centrali di questa difficile battaglia.

28 dicembre 2005.

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Un "ponte" tra Tav e Irak

  L'unione delle lotte per l'alternativa di sistema

 

di Ingmar Potenza

Domenica 22 gennaio Messina è stata teatro di una nuova sempre più partecipata manifestazione contro la costruzione del più grande insulto ai lavoratori e alle comunità della Sicilia e della Calabria: il Ponte sullo Stretto. La protesta si sta ampliando, lo dicono le cifre del corteo (probabilmente si sono toccate le ventimila presenze) e, soprattutto, lo dicono la provenienza dei partecipanti da quasi tutta la Sicilia e i tantissimi dalla Calabria. Quello che però è importante di questa manifestazione, un lunghissimo corteo che ha attraversato la città, è la comprensione del criterio dell'unità delle lotte. Una rappresentanza delle comunità in lotta della Val di Susa ha infatti raggiunto Messina per unirsi alla protesta, per dimostrare il potenziale che ha una lotta di massa a oltranza nel portare a dei risultati, certo ancora temporanei, ma altrimenti insperabili. L'unione di queste lotte è un salto fondamentale nell'opposizione alle logiche del capitale, due lotte agli estremi geografici del Paese, che possono idealmente abbracciarle tutte, nel momento in cui la coscienza di questa necessità, in via di maturazione a quanto dimostrano le rappresentanze di tante istanze locali in questa stessa occasione, diventi reale e forte.

Il richiamo a questa unione è stato forte negli stessi interventi in conclusione all'iniziativa, interventi che però mostrano ancora una radicalizzazione di là da venire: nel momento in cui si da spazio a figure politiche come il nuovo sindaco di Messina, che ha grossi interessi economici nelle compagnie dei traghetti, si rischia la strumentalizzazione delle rivendicazioni dei manifestanti. Questi legami devono spezzarsi perché le lotte possano realmente rappresentare gli interessi dei lavoratori e delle loro comunità, perché non siano il peso sul piatto della bilancia in una contrattazione tra forze borghesi, ugualmente nemiche delle istanze popolari. Quello che vale appunto in Val di Susa, dove il sindaco di Torino, essendo una delle leve istituzionali dei capitalisti interessati al progetto della Tav, è dall'altro lato della barricata e come tale viene considerato, non può non valere a Messina, ancor di più davanti all'ipocrisia del sindaco locale, che cavalca le lotte per i suoi fini economici.

 
Gli interessi del capitalismo

È importante per alzare il livello di coscienza l'identificazione del Ponte sullo Stretto come legame, "ponte" davvero simbolico, tra gli interessi del capitale nel nostro Paese e le sue politiche imperialiste: è noto che le imprese coinvolte negli appalti della Tav e del Ponte sono spesso le stesse o sono "consorelle", seguono le identiche logiche di scavalcamento delle comunità, di distruzione ambientale, di sperpero di denaro pubblico in opere inutili quali queste due sono; è bene sapere anche che alcune di queste imprese, come la Cmc ad esempio, una delle imprese leader della Lega delle Cooperative, collaborano strettamente alla realizzazione delle basi Usa sul territorio italiano; è anche importante tenere a mente come il gruppo finanziario che controlla la Fiat, principale ingranaggio dello sfruttamento degli operai tanto a Termini Imerese quanto a Melfi e in tutti suoi stabilimenti, ha forti interessi, tramite altre imprese controllate, in queste grandi opere; che sempre i gruppi finanziari a capo di queste opere sono anche fruitori dei servizi, gentilmente offerti dallo Stato, dei militari italiani in Irak, oltre che dei tanti mercenari, non certo garanti di una pace inesistente che non interessa a nessun capitalista, ma guardie dei preziosi pozzi di petrolio. L'ultimo anello di questa catena è sempre la Sicilia. Lo è perché è il più grande serbatoio di quella che si chiamava giustamente una volta "carne da cannone", grazie alle politiche ispirate dal grande capitale, che ha impedito decisamente o non ha trovato utile lo sviluppo economico in questa regione. La Sicilia è la principale regione di provenienza, seguita dalle altre regioni del Sud d'Italia, della gran parte dei militari italiani e delle forze di polizia, per via della disoccupazione e delle colpevoli campagne di pubblicizzazione delle carriere militari.

L'unità delle lotte, per l'alternativa anticapitalista

Un cerchio che si chiude insomma. Lì dove tutte le strade vengono chiuse ai lavoratori, ai giovani, si vuole costruire un ponte, non solo probabilmente irrealizzabile - a dare ascolto a stime ingegneristiche meno legate all'interesse di ricchi committenti) ma completamente inutile (e anche in questo estremamente simbolico -, dato che unisce due sponde "vuote" di infrastrutture. Un ponte è per definizione un legame tra strade o ferrovie potenzialmente convergenti; senza strade e ferrovie da unire, non ha alcuna utilità: in Sicilia e in Calabria queste infrastrutture sono ridicole, assurdamente carenti, mal realizzate e pericolose. Inoltre la realizzazione di questa opera non porterebbe un sostanziale miglioramento dell'occupazione, necessitando di lavoratori specializzati che in queste regioni non ci sono, mentre ingrasserebbe le imprese mafiose che qui gestiscono il trasporto e la produzione dei materiali edili e il movimento terra.

Di altre opere, da chiedere con la forza delle lotte, avrebbero bisogno la Sicilia, i suoi lavoratori e i suoi giovani disoccupati, interessati da un accentuarsi del flusso migratorio, mai realmente interrotto, verso le regioni del Nord Italia e gli altri Paesi europei: raddoppi ferroviari su tutte le linee esistenti; nuove linee nelle zone mai raggiunte dal servizio; autostrade rimodernate e razionalizzate; valorizzazione dei porti con nuove rotte e flotte ingrandite, per snellire il traffico su quattro ruote e l'inquinamento conseguente, grazie alle autostrade del mare; aeroporto commerciale a Comiso sulla struttura già esistente. Opere da far realizzare a tutte quelle aziende oggi controllate dai mafiosi, che devono essere nazionalizzate sotto il controllo operaio e che garantirebbero un forte aumento dell'occupazione a lungo termine.

Per rivendicare un reale programma di politiche economiche a favore dei lavoratori e delle comunità, contro l'insostenibilità dei legami capitalistici tra queste grandi opere e tra queste e l'imperialismo italiano, l'unità delle lotte è l'unico metodo. L'unica strada che può portare all'affermazione di queste istanze è la presa di coscienza che la lotta è una sola: in Sicilia come in Val di Susa, a Scanzano come a Melfi, a Mirafiori come ad Acerra: è lotta di classe.

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  In difesa delle donne

Ripartiamo dalle mobilitazioni contro la revisione del diritto d'aborto

 

 di Pia Gigli

Il fallimento del referendum abrogativo di parti sostanziali della legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita ha definitivamente sancito l'invenzione giuridica del "soggetto embrione", segnando così una tappa ulteriore nell'attacco che le forze clericali e conservatrici stanno da tempo conducendo contro la legge 194/78 sull'interruzione volontaria di gravidanza. In campagna elettorale i temi della procreazione e dell'aborto rappresentano una delle questioni intorno alle quali è più forte la competizione tra le forze politiche dei due schieramenti nel garantire il loro asservimento ai poteri che ruotano intorno al Vaticano e nell'accaparrarsi un potenziale elettorato cattolico.

In questi ultimi mesi c'è stata una vera e propria azione di forza del "partito politico Vaticano" che ha messo in campo il potere di ricatto delle sue potenti lobbies pronte a chiedere il conto fin da ora. Il Movimento per la Vita, il Forum delle Famiglie e le altre organizzazioni fondamentaliste cristiane con la loro pervasività hanno condotto in questi anni un formidabile lavoro di pressione sui partiti di centrodestra che finora li hanno sostenuti, ma anche su settori del centro liberale dell'Unione che, in caso di vittoria elettorale, saranno i nuovi garanti dei loro interessi. Si tratta della conservazione di ingenti interessi materiali assicurati e mantenuti dal governo di centrodestra con il finanziamento alla scuole private, per lo più cattoliche, con l'esenzione dal pagamento dell'Ici anche per le proprietà della Chiesa ad uso commerciale, con la detrazione Irpef dell'otto per mille, con il reclutamento degli insegnanti di religione nel sistema di istruzione pubblico.

L'attualità della lotta per la difesa del diritto d'aborto

I pronunciamenti di Ruini e di Ratzinger contro la legge 194, veri e propri diktat in difesa della vita fin dal suo concepimento, hanno prodotto l'inchiesta voluta da Storace sull'uso della pillola abortiva Ru486 all'ospedale S. Anna di Torino con lo scopo di impedire una pratica abortiva meno invasiva ("donna devi partorire e abortire con dolore!") e l'istituzione, su richiesta dell'Udc, di un'indagine parlamentare sull'applicazione della legge 194 e sul funzionamento dei consultori. Un'indagine, peraltro, inutile se non per il suo scopo propagandistico, poiché annualmente vengono prodotte relazioni sul funzionamento della legge. Le iniziative del governo mirano al depotenziamento di una legge che, seppur frutto di mediazioni tra partiti laici e cattolici, ha legalizzato l'aborto riducendo enormemente le pratiche clandestine, ha affermato il primato decisionale della donna in tema di procreazione, ha prodotto una riduzione del 40% delle interruzioni di gravidanza. Si persegue lo stravolgimento della legge perché la prevenzione dell'aborto, che dovrebbe intendersi come informazione e diffusione dei sistemi contraccettivi, viene trasformata in vera e propria "dissuasione dall'aborto" praticata dalle associazioni cattoliche antiaboriste, presenti in modo strutturale all'interno dei consultori.

L'indagine parlamentare giunge in questi giorni alla sua conclusione e, anche grazie alla mobilitazione di Milano del 14 gennaio in difesa della legge 194, nessuno (né il centrodestra né il centrosinistra) affermerà palesemente di voler mettere in discussione la legge. Si sceglierà, invece, la via indiretta della riforma dei consultori  allo scopo di depotenziare la legge sulla interruzione di gravidanza. In questi ultimi anni tale depotenziamento è già in atto con il progressivo smantellamento del sistema sanitario pubblico e dello stato sociale; con il taglio dei finanziamenti ai consultori che oggi sono ridotti di numero, senza risorse, sguarniti di personale anche per la crescita continua di obiettori, impossibilitati a svolgere quel compito di presidi territoriali per la salute riproduttiva delle donne e per la maternità responsabile; con l'apertura al cosiddetto privato-sociale (e relativo dirottamento di finanziamenti pubblici) secondo quel  principio di sussidiarietà introdotto da Bassanini e votato anche dal Prc durante il governo Prodi, che oggi fa dire a Livia Turco che "nei consultori non si può far entrare una sola parte...". Infatti il principio di sussidiarietà, come indicano le linee programmatiche dell'Unione e gli orientamenti del suo centro liberale, sarà applicato assicurando la presenza paritetica nei consultori di associazioni laiche e cattoliche.

Infine sono da considerare la dichiarazione di Rutelli secondo la quale: "non si deve dare per scontato che la legge in vigore (legge 194) è un dato acquisito" e la proposta di emendamento anti-aborto alla finanziaria di Turco-Bindi-Fioroni che prevede un bonus di un anno da 250 a 350 euro per le donne che "eviteranno di abortire". Una proposta che si pone sullo stesso piano dei bonus-bebè del governo Berlusconi: come se le difficoltà ad affrontare la maternità siano superabili semplicemente con un incentivo economico, peraltro limitato nel tempo, e non siano elementi strutturali di questo sistema economico e sociale.

 E Rifondazione?

Rispetto a questa questione qual è la posizione del Prc? L'iniziativa politica del Prc nelle istituzioni e nei movimenti (il partito di lotta e di governo?!) è stata concepita dalla maggioranza dirigente del partito con il fine di spostare a sinistra l'asse del futuro governo Prodi. E, ultimamente, come il tentativo - dice Bertinotti nell'intervista su Liberazione del 14/01/06 - di costruire un "blocco di governo per dare futuro e sostanza all'Unione" che "rifiuti" il condizionamento dei poteri forti, senza voler cancellare i valori e gli interessi che essi rappresentano: "io non penso affatto - continua Bertinotti - a cancellare gli interessi e i valori che oggi sono difesi dalla Confindustria o dalla Chiesa. Per carità. Voglio che sia smantellata la posizione di privilegio, di comando, di dominio dei poteri che rappresentano quegli interessi e quei principi; e poi voglio trattare con loro, dialogare, scontrarmi, mediare". Questa sì che è vera utopia, dal momento che questo blocco di governo (l'Unione) ha già dimostrato di poter essere tale soltanto in quanto garante dei valori e degli interessi di quei poteri forti (Confindustria, Chiesa) che hanno scommesso proprio su questo blocco di alternanza.

Le mobilitazioni di Milano e di Roma in difesa della 194 e per il riconoscimento delle unioni civili, hanno messo in campo una resistenza di massa agli attacchi delle gerarchie ecclesiastiche e dei partiti a loro subordinati. Questa resistenza potrà assumere reali connotati di classe, solo se saprà sviluppare la propria indipendenza da ogni forza della borghesia e sarà indirizzata alla costruzione di un polo autonomo di classe apertamente contrapposto alle classi dominanti e alle loro alternanti espressioni di governo di centrodestra e di centrosinistra.

 Per un programma transitorio

Insieme alla difesa incondizionata della legge 194 come conquista democratica e progressiva, vanno  rivendicati: il potenziamento dei consultori pubblici; l'educazione alla sessualità cosciente e responsabile a partire dai più giovani; l'offerta gratuita di anticoncezionali compresa la pillola del giorno dopo; l'utilizzo diffuso della pillola Ru486 per un aborto meno invasivo; un sistema sanitario pubblico e non a carattere aziendalistico, sotto il controllo di comitati di utenti, lavoratori e lavoratrici. Vadano fuori dai consultori e dagli ospedali il Movimento per la Vita e tutte le associazioni cattoliche; no ai finanziamenti ai servizi sanitari privati.

Ma la rivendicazione di un  pieno e cosciente controllo della sessualità e della procreazione da parte delle donne proletarie e delle donne immigrate si deve legare ad una battaglia più generale per l'affermazione di migliori condizioni materiali di vita che passano per la piena occupazione contro tutte le leggi che flessibilizzano il lavoro, per aumenti salariali, per un salario sociale a chi non ha lavoro ed è in cerca di occupazione, per servizi pubblici gratuiti e garantiti a tutti.

Sull'onda dei movimenti per la difesa dell'aborto - ma anche di quelli in difesa della scuola pubblica - è di straordinaria attualità la battaglia per l'abolizione del Concordato, per la fine dei privilegi e degli interessi materiali della Chiesa cattolica, contro la sua ingerenza nella vita e nelle coscienze del proletariato, il suo disprezzo dichiarato per la libertà di orientamento sessuale, la sua volontà di incatenare le donne al ruolo di riproduzione sociale (esaltazione della famiglia "naturale", della "naturale" vocazione femminile per il lavoro di cura).

E' necessario dunque costruire una connessione viva tra questi obiettivi immediati e la prospettiva anticapitalistica, entro la logica transitoria. E, quindi, riconducendo ogni lotta delle donne al processo più generale di emancipazione della classe lavoratrice, per una alternativa di società e di potere.

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Quando la precarieta' diviene il fulcro del ciclo produttivo

Gorizia: lo sfruttamento dei precari in una fabbrica metalmeccanica

 

di Marco Sandrin

Da quasi un anno chi scrive lavora in una fabbrica metalmeccanica denominata Sbe spa (Società Bulloneria Europea) e con questo articolo voglio far conoscere a tutti i lettori di questo giornale le particolari condizioni di sfruttamento alle quali i lavoratoti precari sono sottoposti in questa realtà, essendo diventati questi ultimi il vero fulcro attorno al quale gravita la produzione e quindi il profitto che va in tasca al padrone (oggi lo chiamano datore di lavoro). Questa fabbrica che sorge a Monfalcone (Friuli Venezia Giulia) risulta essere una delle maggiori realtà occupazionali della provincia di Gorizia, con i suoi circa 300 operai e un centinaio di impiegati. Nei fatti solo un 40% dei dipendenti è assunto direttamente da questa Spa, mentre il resto dei lavoratori è sottoposto a contratti interinali o comunque a termine. Ma quella che sembrava un'oasi felice dell'industria provinciale fino a pochi mesi fa si dimostra invece essere un'altra cassa esplosiva del conflitto di classe.

Caratteristiche normativo-salariali

In questa fabbrica il turno di lavoro settimanale prevede le 35 ore, che in realtà sono 37,5 perché si lavora sempre 30' in più a turno per accordo sindacale (retribuiti come lavoro straordinario) e la pausa mensa non è retribuita (di fatto si lavorano 7,5 ore di fila, la mensa è a fine turno). I contenuti e le modalità di tale accordo sono molto ambigui e a loro tempo hanno già dato vita a dei malcontenti: il contratto è stato in qualche maniera la risultante dei rapporti che legano a doppio filo il padrone e la direzione da un lato, e il binomio Ds-Fiom provinciali e l'attuale coordinatore delle r.s.u.  dall'altro. In questo quadro andiamo ad analizzare quali sono le condizioni materiali dei lavoratori di questa fabbrica, con una particolare attenzione rivolta ai precari. Ci sono in primo luogo delle consistenti disuguaglianze salariali tra i lavoratori: gli interinali (anche chi scrive lo è), a parità di mansioni e di lavoro svolto con gli assunti a tempo indeterminato, non hanno diritto ai vari premi di produzione, risultato e presenza. In alte parole questa modalità ha il fine di frammentare ulteriormente il fronte dei lavoratori. Un altro problema salariale che trovano questa volta tutti i lavoratori della fabbrica, riguarda i giorni di malattia e di infortunio: non ci vengono ovviamente riconosciuti i 30 minuti di straordinario e perdiamo 5€ netti circa al giorno.

Dal 9° gennaio 2006 cosa succede?

La crisi di sovrapproduzione determinata dalla particolare crisi congiunturale del capitalismo a livello nazionale ed internazionale, si presenta più grave rispetto al quadro presentato dalla direzione qualche mese fa, che aveva già attuato delle misure volte a fronteggiare tale crisi (sempre nei loro interessi ovviamente). Praticamente aveva prolungato il periodo di chiusura collettiva per le ferie di agosto, passando dalle due settimane previste alle tre (ovviamente con l'esclusione del reparto rullatura) e, precedentemente, aveva già ridotto l'orario ai 30 dipendenti del reparto confezionamento. A metà dicembre 2005 la direzione ha deciso di attuare la riduzione d'orario a tutti i reparti della fabbrica, tranne due, ovvero il reparto rullatura, che tra l'altro è il reparto in cui lavoro, e il reparto manutenzione. Diciamo che il mio reparto non si occupa della produzione del prodotto, perché è il reparto stampaggio che dalla materia prima crea i bulloni. A noi arrivano dei semilavorati, praticamente dei bulloni senza il filetto, ai quali dobbiamo appunto fare il filetto passandoli sulle macchine apposite (rullatici). È facile da intuire che nel magazzino ci siano parecchi semilavorati arretrati, e per questo non ci hanno ridotto ancora l'orario. Questa riduzione d'orario è del tutto "lecita", perché il famoso accordo firmato dalle rsu. sulle 35 ore lo prevede nei momenti di crisi. La direzione ha annunciato il periodo di chiusura collettiva che va dal 23 dicembre 2005 al 8 gennaio 2006.

Ma qui arriva la beffa. In netta contraddizione con la decisione di ridurre l'orario lavorativo, ci hanno chiesto di lavorare per altri tre giorni, ovvero dal 27 al 29 dicembre, dalle 6 alle 13 (si parla di vari reparti, esclusi confezionamento e stampaggio). C'è da dire poi che nell'avviso affisso alla bacheca c'è scritto che il turno è in realtà quello normale: 6-13:30 ma ovviamente senza mensa a fine turno (il giorno 28 non c'era neppure l'acqua calda per farsi la doccia e nemmeno un avviso scritto o verbale). I lavoratori precari ovviamente avevano poca possibilità di scelta, prima di tutto perché a molti di essi, compreso me stesso, il contratto scadeva il 22 dicembre e quindi le ferie non erano pagate: in quel periodo risultavamo senza contratto di lavoro, 3 giorni di lavoro comportavano un aumento della retribuzione, da incassare il 15 gennaio; in secondo luogo perché chi si rifiutava rischiava di essere scaricato poi. Emblematica la domanda che ci ha posto ad uno ad uno l'ingegnere: "Sei disposto a lavorare dal 27 al 29? Non è obbligatorio, ma è consigliato".

 La posizione sulla scelta dei nuovi orari del coordinatore della Rsu

Nelle assemblee è stata esposta questa scelta di riduzione d'orario. La direzione voleva in poche parole attuare fin da subito la flessibilità dell'orario di lavoro a seconda del momento, proponendo di iniziare il turno non alle 6, ma alle 7, con il conseguente spostamento degli altri 2 turni. A votazione i lavoratori interessati alla riduzione d'orario hanno sostenuto il mantenimento dell'inizio del primo turno alle 6 del mattino. Il coordinatore delle rsu, della Fiom e iscritto da quest'anno al Prc, ha dimostrato anche questa volta il suo atteggiamento filopadronale. Era l'unico disposto a riorganizzare i tre turni a partire dalle 7 del mattino, dando così mano libera in futuro alla direzione su questo tema centrale nell'attuale battaglia del rinnovo contrattuale dei metalmeccanici su scala nazionale. A gennaio si terrà un nuovo incontro con la direzione per decidere sul da farsi, ovverosia: la direzione presenterà alle rsu il proprio programma, e quest'ultima sarà chiamata a firmarla per poi presentarla ai lavoratori come un successo!

 I rinnovi contrattuali e la beffa

Il giorno 16 dicembre 2005 tutti i lavoratori in scadenza di contratto sono stati chiamati in ufficio personale per stipulare un nuovo contratto (a un'altra serie di lavoratori scade a fine luglio 2006). E qui un'altra beffa. Alcuni di loro non hanno avuto il nuovo contratto (4 se non erro), mentre gli altri (una ventina) ne hanno uno che va dal 9 gennaio al 31 gennaio. La direzione non guarda in faccia nessuno. Non importa se hai imparato a fare il mestiere o se hai dimostrato affidabilità sul posto di lavoro, prima di tutto vengono i profitti. L'agenzia interinale (Adecco spa) mi ha spiegato che la direzione vuole con molta probabilità, ma non con certezza, farci un nuovo contratto a tutti dopo il 31 gennaio, però con un inghippo che la legge dei padroni permette. In sostanza, mentre oggi siamo assunti per lo più con il 3° livello operaio metalmeccanico con specifica qualifica, dal 1 febbraio 2006 saremo assunti con 3° livello operaio generico, con conseguente ribasso del già insufficiente salario (quantificabile in circa 70 € netti al mese). Ci si dice che bisogna ridurre i costi di produzione per restare competitivi: ecco la realizzazione pratica di questo processo anti-operaio. Inoltre ho saputo dall'Adecco che la direzione non è disposta a fare concessioni salariali nel contratto integrativo aziendale e la rsu non sembra voler calcare la mano.

Libertà sindacali dei precari

Nelle assemblee dei lavoratori Sbe quasi nessun lavoratore a tempo indeterminato prende la parola, figuriamoci i precari. Questo lo si deve anche al fatto che il padrone dispone di "talpe" sempre pronte a riferirgli prese di posizione "sconvenienti". Inoltre la sindacalizzazione tra i precari è del tutto inesistente, per 3 fattori centrali: 1) l'Adecco quando ci fa sottoscrivere il contratto ci dice che non serve iscriversi al sindacato se dobbiamo lavorare per brevi periodi; 2) c'è sempre la paura che non ci rinnovino il contratto; 3) i sindacalisti non ci vengono mai a proporre di iscriverci e non fanno abbastanza per difenderci.

 

Quali rivendicazioni sono alla base di un programma unificante per i lavoratori Sbe?

 

Bisogna stilare innanzitutto un programma di rivendicazioni che coinvolga tutti gli operai della Sbe in primis, e che abbia al centro alcuni elementi irrinunciabili:

1)      Rielezione delle rsu con conseguente smascheramento dell'attuale coordinatore filopadronale!

2)      Riduzione d'orario sì, in tutti i reparti, ma a parità del salario previsto dal Ccnl per le 40 ore settimanali!

3)      No ai turni di notte, perché sono risaputi i danni che causa alla salute!

4)      Assunzione a tempo indeterminato senza se e senza ma di tutti i lavoratori e di tutte le lavoratrici con contratto a tempo determinato o assunti tramite agenzia interinale, con un inquadramento che tenga conto delle reali mansioni svolte dal lavoratore (se uno fa il carrellista, deve essere inquadrato come carrellista, e non come operaio generico, e così via)!

5)      Diminuire i carichi e i ritmi di lavoro assumendo nuovo personale!

6)      Eliminare il premio presenza, che sfavorisce i lavoratori che si fanno male sul posto di lavoro o che si ammalano (basta stare a casa per 5 giorni lavorativi e si perde i premio semestrale) e dividere equamente questa quota tra tutti i lavoratori!

7)      La crisi la paghino i padroni, non i lavoratori!

 


 

  Lotte e mobilitazioni in Italia

di Michele Rizzi 

 

Gradisca (Go)

Nonostante la manifestazione nazionale che ha portato in piazza migliaia di manifestanti contro l'istituzione del nuovo Cpt sul territorio goriziano, l'iter burocratico di apertura dell'ennesimo lager per immigrati va avanti. Infatti è stato affidato l'appalto della gestione dei servizi interni del nuovo Cpt, che avrà sede nell'ex caserma Polonio di Gradisca sulla statale 305, alla cooperativa isontina Minerva. E' bene ricordare che la stessa cooperativa Minerva fa parte della Legacoopsociali, legata alla Lega delle cooperative, in mano ai Democratici di sinistra. D'altronde tutto ciò non credo che possa far scandalo, visto che la posizione del centro liberale dell'Unione è da sempre per il mantenimento dei lager per immigrati. Naturalmente se ci si può far anche un po' di soldi, gestendoli direttamente, dopo averli istituiti, è anche meglio! Alla faccia dei diritti democratici e dell'opinione pubblica di sinistra che chiede con forza la chiusura di questa vergogne razziste.

Napoli

Mentre la Giunta campana dell'Unione, guidata dal governatore Bassolino, va avanti nel progetto di privatizzazione dell'acqua attraverso la vendita dell'Ato 2, il 17 dicembre si è tenuta a Napoli un'imponente manifestazione per ribadire un no secco ai progetti di privatizzazione del centrosinistra. La logica che muove il governo regionale, all'interno del quale c'è anche il Prc, è sempre la solita: "Socializzazione delle perdite e privatizzazione dei profitti".

Gualdo Tadino (Pg)

La Rocchetta, multinazionale dell'acqua, proprietaria della fonte naturale di Gualdo, ha un piano di acquisto del resto delle fonti della zona, oltre al fiume. Con la gestione pubblica, i cittadini non hanno mai pagato l'acqua che sgorga dalle fonti naturali. Adesso, con la privatizzazione voluta dall'amministrazione locale, la multinazionale strapperà alla cittadinanza un diritto che ha sempre avuto e imporrà tariffe di mercato che strangoleranno i ceti più deboli, oltre che espropriarla di una fonte di ricchezza locale.

Pisa

Da Pontedera, gli operai della Piaggio ci segnalano la vertenza che li vede protagonisti contro la direzione della fabbrica di Colaninno, che vuole delocalizzare la produzione nei Paesi dove la manodopera costa molto di meno. Va ricordato che la Piaggio ha usufruito, grazie ai governi di centrosinistra e di centrodestra, di vari miliardi di finanziamento a fondo perduto, oltre alle numerose agevolazioni ottenute (dalla legge sulla rottamazione fino alla possibilità di acquisto di capannoni e terreni a prezzi stracciati). Il presidente della Provincia Pieroni, i sindaci e il presidente della Regione Martini condividono il piano industriale di Colaninno (grande amico di D'Alema) basato su flessibilità, precarizzazione, licenziamenti e delocalizzazioni e appoggiano la richiesta di nuovi finanziamenti per il suddetto piano della Piaggio.

Perugia

I compagni di Perugia ci segnalano il proseguimento della lotta, all'ateneo perugino, degli studenti e dei ricercatori, iniziata con l'occupazione della facoltà di lettere e proseguita con la contestazione al ministro Buttiglione, all'inaugurazione dell'anno accademico. In quell'occasione, la contestazione è stata repressa vergognosamente su ordine del questore, in comune accordo con il rettore dell'università. Gli studenti hanno prodotto un video sulla repressione del 9 dicembre per una necessaria opera di controinformazione.

Messina

Progetto comunista Messina ci segnala che domenica 22 gennaio si è tenuta a Messina una grande manifestazione organizzata dalla Rete no ponte "contro il ponte e per lo stretto di Messina"che ha visto una discreta presenza di attivisti politici e di opinione pubblica della città dello Stretto e non solo (si veda l'articolo di Ingmar Potenza a pag. 5).

Saluggia (VC)

Fioccano le proteste organizzate contro le discariche di scorie nucleari. Alcune associazioni in prima fila contro la costruzione di nuovi depositi di scorie nucleari di 2° categoria a Saluggia, nel vercellese, ci segnalano la nascita di un Comitato di lotta che il 25 gennaio ha bloccato la seduta del Consiglio comunale che avrebbe varato la modifica al Piano regolatore per la creazione della discarica. La protesta in Consiglio comunale era stata preceduta da un corteo cittadino con circa 600 manifestanti per chiedere di escludere i depositi nucleari denominati D2 dalla variante al Piano regolatore. Il Consiglio comunale, dopo aver respinto le osservazioni presentate da cittadini e associazioni ambientaliste, ha visto l'intervento di un gruppo di cittadini arrabbiati e delusi che ha bloccato la seduta e ha convocato un'assemblea pubblica sull'argomento. Progetto comunista - Rifondare l'Opposizione dei Lavoratori continuerà a seguire la vicenda tenendo informati i nostri lettori sugli ulteriori sviluppi della vicenda.

Genova

Anche a Genova c'è stata l'occupazione del Consiglio comunale contro lo sgombero di un accampamento che "ospitava" un centinaio di rumeni nella zona di Genova campi. Pericu, sindaco dell'Unione genovese, nella stessa ottica razzista ed antisociale della Giunta Cofferati, ha fatto sgomberare anche il Consiglio comunale, occupato per qualche ora dai militanti per i diritti dei migranti. Come per Cofferati, Progetto comunista - Rifondare l'Opposizione dei Lavoratori chiede le dimissioni di Pericu e della Giunta unionista.

 

  Questione abitativa e capitalismo

Il problema della casa in Italia

 

di Davide Margiotta


Per rendere l'idea della dimensione del "problema casa" in Italia basta ricordare che oltre 600 mila persone sono sottoposte a sfratto nel momento in cui scrivo questo articolo. La questione abitativa riveste da sempre nella società capitalista una dimensione drammatica: ciò che è naturale per ogni animale - un rifugio, un nido, una tana - non lo è per gli esseri umani che vivono in questo sistema. Anche chi ha la "fortuna" di avere un tetto sopra la testa si trova di fronte al problema dell'affitto o del mutuo da pagare (con i tassi d'interesse ultimamente aumentati dalla Bce e che subiranno sicuramente altri rialzi). Nelle città, ma ormai anche nelle province, il costo dell'affitto può arrivare sino a oltre il 50% del salario. Il capitalismo non è in grado di garantire una casa neppure a tutti coloro che lavorano.

Milioni sono i proletari esclusi dalla possibilità di ottenere un mutuo dalla banca perchè non hanno un lavoro stabile o perchè mal retribuito. Decine di migliaia le famiglie che rischiano di essere sgomberate da un momento all'altro, costrette - per vedersi riconosciuto il più elementare dei diritti - ad appellarsi alla "magnanimità" di qualche burocrate. I benpensanti, che stanno in entrambi gli schieramenti del parlamento, cercano in ogni modo di relativizzare il problema. Da una parte si cita il fatto che in Italia circa il 75% delle famiglie ha una casa di proprietà, stando bene attenti a tacere il fatto che buona parte di queste è indebitata fino al collo proprio per questa ragione. Dall'altra si affronta la questione soltanto per le "famiglie naturali", ignorando totalmente single e coppie di fatto, con il plauso del Vaticano e del suo monarca assoluto, dinanzi al quale i rappresentanti di entrambi gli schieramenti si prodigano in eloquenti genuflessioni.

 Nessuna soluzione nel capitalismo

La dura realtà del capitalismo è che i lavoratori sono spesso costretti a vivere in 5 o 6 per permettersi un tetto sopra la testa. La situazione degli anziani soli è sempre più precaria, quella degli immigrati stranieri disumana. La vicenda dei profughi sudanesi a Milano, sgomberati e gettati in mezzo alla strada in pieno inverno, è soltanto l'ultimo episodio di una crisi che sta per diventare esplosiva. E' bene chiarire da subito un punto centrale: la soluzione del problema non è nella costruzione di nuovi alloggi, cosa che, tra l'altro, in regime capitalista significherebbe inevitabilmente nuovi affari per immobiliaristi privi di scrupoli. Engels rilevava già nell'800 come il problema della mancanza di alloggi non è certo da imputarsi alla scarsità delle abitazioni: gli appartamenti sfitti, disseminati in tutte le città e province, adibiti dai proprietari a fini speculativi, sono ampiamente sufficienti per il fabbisogno della popolazione.

Il numero di alloggi costruiti nell'ultimo decennio è doppio rispetto all'incremento dei nuclei familiari.  L'aumento totale delle abitazioni dal 1971 al 2001 è stato del 56%, ma quello delle abitazioni non occupate ha raggiunto nello stesso periodo il 164%! Secondo la "legge" della domanda e dell'offerta i prezzi sarebbero dovuti crollare, invece sono schizzati vertiginosamente in alto. Il fatto è che non viviamo in un regime di capitalismo concorrenziale (storicamente superato), ma in un regime monopolistico - l'epoca dell'imperialismo - cioè il periodo del dominio della finanza, dei monopoli e dei cartelli.

 Il caso italiano

Considerando dunque che in regime capitalista il problema è destinato a non trovare soluzione, è innegabile che la situazione in Italia si sia ulteriormente aggravata negli ultimi anni. Vediamo di indagarne schematicamente le ragioni principali. La crisi economica che investe il mondo intero da tempo ha spinto i capitalisti ad investire dove il profitto è più sicuro, provocando uno spostamento degli investimenti verso settori di servizio, regolati e nazionali. In una parola, settori che garantiscano posizioni di monopolio. Le cartolarizzazioni, come tutte le privatizzazioni, hanno costituito in questo contesto un ghiotto boccone per i capitalisti in cerca di investimenti sicuri.

Essendo in Italia la crisi capitalistica più acuta che altrove (basti pensare a Cirio, Parmalat, Fiat, Alitalia...), questo fenomeno è particolarmente evidente. La speculazione edilizia è diventata uno dei mezzi di arricchimento più remunerativi. I profitti provengono, oltre che dalla cementificazione di terreni prima adibiti ad uso agricolo e dalla trasformazione dei centri urbani, soprattutto dal fenomeno delle cartolarizzazioni. Si tratta della svendita in blocco di tutto il patrimonio immobiliare pubblico, principalmente degli Enti Previdenziali (tra l'altro creato con i soldi delle nostre tasse) ad un consorzio di banche internazionali, che poi rivende soprattutto ai grossi speculatori edilizi. Profondo è l'intreccio fra interessi bancari e immobiliari, con il beneplacito governativo. Questo procedimento diventa operativo nell'autunno del 2001, con il decreto legge Tremonti. E' questa gigantesca speculazione edilizia la causa principale dell'aumento del costo delle case. Sono i grossi gruppi immobiliari a dettare il prezzo e non la domanda, come affermano i liberali.

In verità il disegno di dismettere il patrimonio immobiliare pubblico vanta una storia più antica. Già negli anni '90 il Governo Amato creò l'Immobiliare Italia, una società veicolo formata da banche e grossi gruppi economici finanziari, incaricata di acquistare gli immobili per poi rivenderli e ricavarne un utile.

Venne poi il turno del Governo D'Alema, che incominciò a mettere in vendita il 25% dell'intero patrimonio e a dividere gli immobili in palazzi di "pregio" e "non", privando i primi dello sconto del 30%, sconto che poteva facilitare in qualche modo l'acquisto da parte degli inquilini. L'attuale legge del Governo Berlusconi prevede la svendita progressiva di tutto questo patrimonio immobiliare alla Scip (Società Cartolarizzazione Immobili Previdenziali), cioè ad un consorzio di banche internazionali (fra cui Deutsche Bank, Amro e Mediobanca). Queste acquistano mediante le grosse immobiliari che si occupano di costringere gli inquilini ad acquistare - i quali ovviamente non se lo possono permettere - o ad andarsene, per poi rivendere agli speculatori edilizi o alle grosse finanziarie internazionali (come la Carlyle group di Bush senior che sta acquistando nel centro di Roma).

La situazione dell'edilizia sociale, in questo contesto, va incontro al disastro. Esistono oltre 2 milioni di famiglie sotto la soglia di povertà e solamente 900 mila alloggi a canone sociale. Calcolando come edilizia sociale quella delle case dei Comuni e dello Iacp (Istituto Autonomo Case Popolari), questa raggiunge la percentuale miserrima del 5%, contro, ad esempio, il 30 % di Francia, Germania e Gran Bretagna.

Alla metà degli anni novanta si aggiungeva la controriforma delle pensioni del Governo Dini, che faceva confluire gran parte dei fondi Gescal (fondi statali creati coi contributi dei lavoratori, prelevati direttamente in busta paga, adibiti alla costruzione delle case popolari) nelle casse degli Enti Previdenziali e in gestione alle regioni. Inoltre, da nord a sud, numerose giunte hanno pensato bene di fare cassa anche con la privatizzazione delle case popolari. In ambito privato, alla fine del '98 il Governo D'Alema liberalizza definitivamente il mercato degli affitti e cancella l'"equo canone'', che aveva livellato gli affitti su costi meno insostenibili. Detto tra parentesi, con il voto favorevole del Prc. Gli affitti da questo momento subiscono un'impennata fino a oltre il 100%. Rimane da registrare il fenomeno delle piccole-medie imprese che utilizzano la compravendita di immobili per riciclare il denaro guadagnato in nero, contribuendo a far lievitare il costo di case e affitti su tutto il territorio.

 Una piattaforma rivendicativa

Per affrontare questo enorme problema è importante adottare una piattaforma che rivendichi: l'immediata ripubblicizzazione del patrimonio edilizio pubblico privatizzato, sotto il controllo di comitati di lavoratori - inquilini, sfrattati e senza tetto - e senza indennizzo per gli espropriatori; l'abolizione della legge sulle locazioni del Governo D'Alema e la garanzia di contratti stabili con canoni rapportati al reddito; l'esproprio delle abitazioni sfitte; l'abolizione delle normative che discriminano l'accesso alla casa sulla base della provenienza nazionale; la cessazione degli sgomberi; un programma di recupero edilizio, sovvenzionato dalla tassazione progressiva dei grandi patrimoni, profitti e rendite, con l'abolizione dei trasferimenti pubblici a imprese, scuole e sanità private, con l'abbattimento delle spese militari.

Il diritto elementare alla casa deve essere garantito a tutti!

 


 

  Le facili illusioni sul problema chimico a Marghera

 

di Enrico Pellegrini

 

I lavoratori del Petrolchimico di Marghera, durante le festività natalizie, sono più volte scesi in strada a manifestare per il loro posto di lavoro e ad arrestare, in quei giorni, con il blocco delle forniture di gas speciali, il ciclo produttivo di altri grossi insediamenti industriali in Italia (Mantova, Ravenna, Ferrara).

Una dimostrazione di forza inequivocabile che testimonia il peso che, comunque, ancora mantengono tutte queste figure, considerando che oggi il loro numero sfiora le ottomila unità e che in passato (anni '70) arrivava a circa quarantamila, senza considerare il grosso indotto.

Il dibattito sulla questione del problema chimico a Marghera necessita, dunque, di ulteriori approfondimenti che sgombrino il campo dalle facili illusioni che moltissimi lavoratori nutrono nei confronti di "fragili" aspettative fatte nascere da precisi soggetti politici nell'ultimo periodo.

Nel comparto chimico l'Italia, nel panorama della filiera internazionale della valorizzazione del capitale, risulta essere agli ultimi posti in Europa, superata in questo caso anche da paesi in via di sviluppo (Thailandia in primis).

Ne deriva, quindi, che eventuali investimenti non saranno finalizzati in maniera cospicua al mantenimento degli attuali livelli produttivi ma, perlopiù, indirizzati verso altre opportunità di guadagno che le stesse dismissioni produttive creano (bonifiche, analisi e carotaggi, trasferimenti di strutture, ecc.).

Tralasciando la "singolare" convergenza di interessi tra il Sindaco Cacciari e le varie imprese disseminate a Porto Marghera, è utile ricordare che per noi marxisti è l'economia, nelle sue profonde dinamiche, che in ultima istanza, come infrastruttura reale, detta regole ed obiettivi; e che la "politica" si adegua pur con tutti i crismi lamentosi che certi delicati passaggi comportano.

L'economia sul territorio veneziano (e non) punta ormai come ricerca di valorizzazione d'investimento e profitto alla cosiddetta opportunità logistica, atta a fornire adeguato supporto ricettivo per merci e materiali le cui produzioni verranno sempre più svolte altrove (chimica compresa).

Da questo punto di vista si comprendono, inoltre, i diversi lavori di rafforzamento di varie arterie comunicative avviate nell'intera Regione (Pedemonatana, Romea Commerciale, Corridoio 5, ecc.).

Ne consegue una drastica e radicale rimessa a punto dell'intero sistema produttivo portuale veneziano in cui nessun "accordo di programma" convenuto tra le parti sociali e nessun ammodernamento in "celle a membrana" avviato con delibera regionale, potrà svolgere ruoli di reale opposizione di merito.

Non si tratta qui di discutere sull'eventuale termine di continuità produttiva (2015 o 2025) del polo chimico di Marghera, ma di capire che, nonostante i proclami sbandierati a difesa delle produzioni da parte del sindaco, il futuro disegno politico generale di gestione del territorio è rivolto verso altri obiettivi.

Innanzitutto, verso una collocazione competitiva dell'intero sistema intermodale veneziano una volta smantellate le produzioni; quindi, verso un'accelerazione di quel processo d'intera trasformazione della città intesa sempre più come "meta" da museo in cui far confluire capitali freschi o in espansione nel settore turistico-ricettivo inquadrato in un generale piano operativo di servizi.

In altre parole, il contesto interregionale vedrà Venezia come il futuro baricentro di smistamento merci dirette in buona parte verso il centro-nord Europa (in parte questo ruolo è sempre stato svolto).

Questo con buona pace di chi si spende ora sulle pur presenti minacce ambientali, visto il futuro aumento di circolazione di automezzi pesanti, macchine industriali e altro che faranno lievitare ancor di più il livello delle polveri sottili nell'aria (PM10).

A tal proposito è giusto ricordare che il Prc veneziano sposa, assieme alla Lega Nord e a buona parte della sinistra ambientalista, la tesi referendaria, strumentalizzando tutta una serie di questioni (possibili incidenti, emissioni nocive, sicurezze sociali, ecc.) a cui simili strumenti di consultazione popolare dal forte sapore demagogico, non possono dare alcuna risposta.

Il palleggiamento di responsabilità vissuto tra Governo, Regione e Comune (quest'ultimo distintosi per opera di "pressione") tenta di nascondere responsabilità politiche legate ai futuri drammi sociali che i lavoratori coinvolti vivranno.

La discussione concernente le presunte opportunità che si dischiuderanno in altri settori per tutte queste figure lavorative resta sostanzialmente materiale che può appassionare un giocatore d'azzardo ma non chi si avvicina in maniera seria alla comprensione del problema.

Tutte queste esperienze, questi saperi, queste professionalità, non si "travaseranno" meccanicamente nelle nuove sfere produttive che un terziario presuntamente avanzato dovrebbe offrire.

Un paese in preda ad un forte colonizzazione economica, il cui futuro assoluto ruolo di sub-fornitura di merci a basso valore aggiunto non garantisce nemmeno livelli minimi d'indipendenza economica generale è un paese che giocoforza perde di ruolo e fisionomia, in relazione a conquiste generali di civiltà, frutto di decenni di lotte condotte da lavoratori sempre più spremuti in nome del profitto.

A questi ultimi, e solo a loro, spetta il ruolo di effettivi difensori dei loro interessi e delle loro condizioni: un compito che può essere espresso solo attraverso l'organizzazione di un conflitto sociale esplosivo che, allargandosi in direzione di altre platee sociali, rompa certi schemi prefissati, certe sicurezze padronali e le ormai logore compatibilità di un intero sistema industriale, le cui gestioni passate sono responsabili e colpevoli riguardo ai disastri socio-ambientali causati e dimostrano cosa significhi indirizzare talune strategie produttive nell'ambito di un mercato selvaggio ritenuto da molti "sano, indispensabile, intelligente e motore di progresso economico".


Il fantastico mondo di Antonio Bassolino
Breve viaggio nel sistema di potere della regione Campania  
 

di Pasquale Cordua

 

Lo spazio di un articolo sul bassolinismo consente di trattare pochi episodi ed è opportuno partire da quelli più "interni", nascosti. Ecco cosa propone la Giunta campana nella finanziaria di prossima approvazione: "I dipendenti della Regione, nonché i dipendenti degli Enti ed Istituzioni sottoposti alla vigilanza della stessa, eletti nelle Assemblee, Regionale, Nazionale ed Europea, collocati in aspettativa obbligatoria, all'atto del rientro in servizio hanno diritto - se nelle more sono stati banditi concorsi per categorie immediatamente superiori a quelle di appartenenza - a partecipare ad apposita procedura selettiva per progressione verticale "riservata" (le virgolette sono del testo) bandita dall'Amministrazione Regionale. Le disposizioni si applicano anche agli eletti nelle legislature precedenti, che hanno espletato almeno un mandato".

Con questa norma, i poveri eletti che, mentre svolgevano il loro duro lavoro pagato con appena 10.000 € al mese (più altrettanti in provvidenze e benefit), si sono visti scavalcare da colleghi che hanno vinto un concorso per un passaggio di categoria da 80 € al mese, potranno accedere ad un concorso "riservato" indetto dalla stessa Amministrazione Regionale che si erge a campione di garanzia del diritto di questi poverini colpiti dall'ingiustizia.

Si tratta solo di un esempio di un ceto politico che amministra se stesso con un'avidità indecente. Ma non basta! A sorpresa nell'ordine del giorno della seduta del 19 dicembre è comparsa una proposta di legge per la revisione delle tariffe pubbliche. Anche nei dettagli si mostra l'arroganza del potere: il provvedimento non era stato nemmeno posto in discussione nella commissione competente e non poteva essere portato in Consiglio. Ma il bisogno di rastrellare risorse è enorme ed il Governatore ha proposto - ed il Consiglio disposto - aumenti di IRAP, accise sui carburanti, bollo auto, addizionali regionali praticamente su tutto. Si dirà che certamente si vuol finanziare il reddito di cittadinanza o compensare i tagli del governo centrale alla spesa sociale! Ma è tutto da vedere, perché intanto si finanziano i consiglieri, i loro portaborse e gli allestimenti di uffici che sono solo centrali di coordinamento di clienti che poi ricambieranno al momento del voto.

La costruzione del consenso in cifre

Qualche cifra farà capire a quanti disoccupati si potrebbe dare un reddito più che sufficiente a vivere. Un consigliere regionale percepisce 10.000 € al mese e si assicura con una sola legislatura (5 anni) un vitalizio di 3.500 € mensili rivalutabili. Siccome, poi, se non è rieletto resta traumatizzato, a fine mandato riceve un compenso di 50.000 € per "reinserimento nella vita civile". Queste cifre sono medie minime perché, ad esempio, il consigliere che non è del capoluogo percepisce una "indennità di disagio" di 500 € al mese; e non è l'unica: le indennità sono le più strane, quelle cospicue riguardano i capigruppo ed i presidenti delle diciotto Commissioni (50.000 € l'anno). E poi: telefonino con scheda prepagata, palmare, computer portatile, telepass e viacard per l'auto di casa, trasporti pubblici gratuiti e, ancora, una congrua provvista personale di quotidiani e riviste a scelta.

Qui si apre un capitolo sulla stampa e iniziamo ad andare verso l'esterno dell'istituzione. I nostri eletti sono superdocumentati da convenzioni con l'Ansa, con l'Asca, collegati ad Internet, dotati di un ufficio stampa interno e, per chi non ha tempo per leggere tutti i giornali che compra (o che fattura), c'è un servizio di rassegna stampa. Ma come fa un giornale a parlar male di tutto questo ben di dio!

E i costi dell'indotto dove li mettiamo? Il nostro consigliere dispone di un fondo personale di 30.000 € l'anno per "acquisti di beni e servizi utili all'espletamento del mandato" e con una semplice autocertificazione può spenderli, ad esempio, per affiancarsi due o tre portaborse oppure per acquistare una offset. Se poi è presidente di commissione dispone di altri 50.000 € l'anno per consulenze "utili al lavoro della commissione", che saranno effettuate da competenti professionisti (per vostro diletto è consigliabile leggere i curriculum di alcuni di questi emeriti). Il nostro povero ed affaticato Consigliere ha, però, bisogno di una struttura di supporto, la sua segreteria, che è formata da personale dipendente chiamato (comandato) dal Consiglio o da altre amministrazioni e, finché si tratta di impiegati pubblici, la cosa non comporta ulteriori oneri. Ma l'innovazione bassoliniana consiste nell'allargare la facoltà del comando anche ad altri enti: e così gli autisti della Ctp o dell'Anm, i postini o le guardie forestali, si trovano a fare gli impiegati presso i gruppi consiliari. Dato che lo spirito di Ulisse non conosce limiti, l'istituto del comando è stato esteso alle società miste e, con queste, torniamo nuovamente all'esterno del sistema.

Le società miste, nate per stabilizzare gli LSU, sono diventate il serbatoio per elargire incarichi lautamente retribuiti nei rispettivi consigli d'amministrazione e per assumervi nuovo personale che nulla ha a che fare con le liste di mobilità o le ristrutturazioni aziendali dalle quali sono derivati licenziamenti e casse integrazioni. Tutte queste assunzioni in più hanno provocato problemi di bilancio a queste società, che quindi hanno visto di buon occhio il trasferimento di quote del proprio personale al consiglio regionale, che in tal modo se ne accolla gli oneri. La manovra è stata così efficace che alcune signorine sono state assunte, su diretta pressione di consiglieri, da alcune società e dopo due giorni comandate al consiglio. Naturalmente non si tratta solo di un'occupazione "malata", ma anche di un serio rischio per i veri LSU che sarebbero i primi a subire il dissesto finanziario delle Società miste.

Pan, Recam, Smartway, sono i nomi celebri di queste ardite operazioni clientelari e anche qui la Campania detiene il primato nazionale con ben diciotto società miste (contro le sei del Lazio e le sei della Sicilia) tutte fondate nell'era bassoliniana. Ha ben ragione il Prc quando, per bocca del capogruppo Vito Nocera, proclama la Campania come "il più interessante laboratorio politico d'Italia" .

Qualche considerazione finale  

Abbiamo con questo assaggiato appena la buccia del sistema perché se passassimo alle delibere di Giunta e poi agli appalti finiremmo per scoprire un mondo che merita ben altri approfondimenti ma ora ci fermiamo per qualche riflessione.

Anzitutto la descrizione stessa di questi episodi ci fa capire il perché del consenso elettorale di Bassolino. Poi ci dà notizie anche sulla composizione di classe di questo consenso, costituita soprattutto da ceto medio parassitario. Dal punto di vista dello schieramento politico possiamo notare come la Cdl partecipi alla spartizione e, ricambiando con la connivenza, rafforzi il consenso del governatore, che spesso ha fatto ricorso al sostegno di pezzi della opposizione. Anche Rifondazione, del resto, è completamente subordinata ai metodi e alla sostanza del governatorato campano, partecipando ampiamente al comitato d'affari.

Gli effetti sociali di questa "distorsione" dei ruoli della democrazia borghese danno corpo a quel trasversalismo che qualche sociologo da strapazzo attribuisce ai nuovi tempi e che invece nasce da un molto meno poetico interesse di bottegai.

Bertoldt Brecht descrive attonito il fenomeno col quale "... le nostre parole d'ordine sono confuse. Una parte ... le ha stravolte il nemico fino a renderle irriconoscibili". Ma il nostro proposito non è fare ricerca o costruire archivi della corruzione, quanto fare agitazione, propaganda, accumulare forze e dare espressione politica di classe alla indignazione ed alla protesta. Dobbiamo anche capire e trarre le conseguenze dalla constatazione che la differenza tra il ruolo dei Consigli e quello delle Giunte, tra politica ed amministrazione, tra indirizzo e gestione, è definitivamente superata nella sua vecchia forma ed avviata decisamente verso un'unica amministrazione del consenso, del potere e del profitto di classe. All'interno di questa unità ci sono solo differenti livelli di gestione e forme differenti di rapporti con la società, ovviamente non senza contraddizioni. Da ciò deriva che la presenza dei rivoluzionari nei momenti elettorali e nelle istituzioni consiliari ha perso molto del suo valore, di quell'importanza (e di quell'efficacia) che Lenin attribuiva a quest'ambito della battaglia politica contro la borghesia.

Senza voler escludere per principio la nostra partecipazione alle elezioni, questo tipo di impegno va, per usare un eufemismo, seriamente ritoccato in qualità e quantità.

L'altra domanda che è necessario porsi è come mai, nonostante alcune prese di posizione, proteste, anche di parte diessina, non sia nata nemmeno un'iniziativa, se non di contestazione, quanto meno di espresso dissenso. Ma a guardar bene non c'è da meravigliarsi: senza sponda, senza espressione politica, senza nemmeno organizzazione, come è possibile che le cosiddette "voci critiche" possano registrare un qualche successo?

Non è retorica, ma la necessità del partito con un programma rivoluzionario, anche per queste cose, va messa all'ordine del giorno. Ma qui si apre un altro capitolo!

sommario

 

 

Milano: cosa serve alla citta'?

Le condizioni di vita e di lavoro nella metropoli contesa

 

 

di Luca Prini*

 

La lunga stagione di governo del centrodestra ha fatto sicuramente male a Milano. Profonde trasformazioni nel tessuto economico e sociale della città si sono determinate già dalla seconda metà degli anni '80: l'immagine un po' poetica della "Milano col cuore in mano" ha lasciato spazio dapprima alla città del terziario avanzato e dei facili affari (la "Milano da bere") cresciuta all'ombra delle giunte "di sinistra" Tognoli, Pillitteri e Borghini (oggi assessore regionale con Formigoni). Poi è stato il momento della new economy, basata su un'enorme bolla speculativa finanziaria e fondiaria e fortemente sostenuta dalle giunte di Centrodestra, che ha visto però negli ultimi anni, dopo una breve quanto rapida espansione, una forte battuta di arresto, poi di profonda crisi, dimostrando tutta la fragilità del sistema e della politica attraverso cui si è sviluppata.

Un bilancio della giunta di centrodestra

Le politiche del centrodestra sono state caratterizzate perlopiù da una massiccia campagna di privatizzazioni delle ex aziende municipali, attraverso la vendita, la cessione di consistenti quote o l'esternalizzazione della gestione di alcune tra le più importanti aziende che operano nei settori strategici (energia, trasporto pubblico, servizi, edilizia pubblica). La filosofia che ha guidato queste operazioni è semplice: privatizzare gli utili e socializzare le perdite, a tutto vantaggio delle rendite di capitale, delle banche e delle grandi lobby affaristiche. La deindustrializzazione, che ha visto tra la fine degli anni '80 e la metà degli anni '90 la chiusura di molte importanti fabbriche in città, ha liberato aree ex-industriali inutilizzate per milioni di metri quadri in tutta la città, in particolare nelle sue aree periferiche.

Una trasformazione così imponente in termini di risorse economiche e fondiarie come quella oggi in atto sulle aree dismesse di Milano avrebbe dovuto costituire un'occasione irripetibile per dispiegare una strategia di riequilibrio sociale e di sviluppo urbano sostenibile. Invece i progetti in corso di riutilizzo, che riguardano una risorsa fondiaria di più di 8 milioni di metri quadrati di aree industriali dismesse, sono tutti destinati a residenza ed apertura di supermercati e centri commerciali. Cemento che si aggiunge quindi ad altro cemento, in una città già profondamente segnata da problemi di vivibilità, traffico ed inquinamento. Gli strumenti urbanistici utilizzati sono i più diversi; dai Pru (piani di riqualificazione urbana) ai Pii (piani integrati di intervento) alle continue varianti al Prg della città del 1980. Come ciò non bastasse la giunta ha anche progettato la cartolarizzazione di 120.000 mq di immobili pubblici, di cui la metà sono costituiti da case di proprietà comunale, nonché la vendita di importanti stabili di proprietà pubblica ubicati in zone centrali della città. E' quindi evidente che l'amministrazione comunale non vuole affrontare l'emergenza abitativa a Milano, dove quasi 20.000 famiglie sono in graduatoria per ottenere un alloggio popolare e circa 10.000 sfratti sono in fase esecutiva, in una situazione di vera e propria emergenza sociale, aggravata dagli effetti della Legge 431/1998 che ha abolito l'equo canone e la regolamentazione degli sfratti (legge votata dal Governo Prodi, Prc incluso).

 Il peggioramento delle condizioni di vita

Tutto ciò rende evidente come le condizioni di vita a Milano, per settori popolari sempre più ampi, si sono fatte negli anni più difficoltose, quando non impossibili. E' un dato di fatto che i residenti in città tra il 1971 ed il 2001 sono calati di oltre 400.000 unità (1.724.173 nel 1971 contro 1.301.551 nel 2001). Dal 2000 ad oggi hanno abbandonato Milano tra i 7 ed i 10.000 residenti italiani per ogni anno; nell'anno 2004 sono stati 33.543 i milanesi che hanno scelto (o molto spesso sono stati obbligati) a lasciare la città; tra questi molti i giovani (età media 34 anni). Il problema abitativo, dunque, unito alla carenza ed alto costo dei servizi sociali ed alla forte espansione del lavoro precario e poco garantito, determina sempre maggiori difficoltà di sussistenza non solo dei ceti popolari ma anche di parti dell'ex ceto medio che vivono condizioni di progressiva proletarizzazione. Per non parlare delle enormi difficoltà che devono affrontare i circa 161.000 immigrati residenti in città nel 2005.

Un ulteriore effetto negativo della corsa all'edificazione selvaggia è determinato dal progressivo peggioramento delle condizioni di vivibilità nella città. La concentrazione di funzioni, servizi e residenza determina un costante richiamo verso la metropoli. Ogni giorno entrano in città circa 900.000 persone per ragioni di lavoro, studio, cura e quant'altro. Il problema della mobilità di persone e merci e della viabilità nell'area metropolitana determina un ulteriore condizione di vivibilità difficoltosa, oltre a enormi costi sociali. Nell'anno appena trascorso il limite giornaliero della concentrazione delle micropolveri nell'atmosfera è stato superato per 151 giorni. Milano è oggi una città che fa male, in tutti i sensi.

Una città divenuta cattiva, soprattutto con i più deboli: gli anziani che sono sempre di più (non quelli che possono permettersi di svernare ai tropici); i pensionati a basso reddito, che solo a parole sono considerati una risorsa ma il più delle volte sono abbandonati alla loro solitudine, alle loro difficoltà ed ai loro acciacchi; i bambini, che soffrono più di altri l'inquinamento, la mancanza di spazi per il gioco, i ritmi di vita dei genitori che sono sempre più vorticosi; le donne, che troppo spesso devono farsi carico del lavoro familiare in aggiunta a quello esterno, della cura dei figli e di eventuali parenti anziani nella cronica mancanza di adeguati servizi sociali;gli studenti universitari fuori sede, che devono costantemente combattere contro l'assenza di servizi loro dedicati e sostenere gli alti costi del vivere in città; i giovani con lavoro precario che, privi di garanzie e prospettive, vivono la grande vetrina della città come qualcosa da guardare e non toccare; i lavoratori immigrati e le loro famiglie, che hanno la somma di tutti questi problemi.

 Occorre invertire la rotta

A Milano dunque, a fronte di un settore sociale ricco e tutelato, ve ne è un altro, sempre più ampio che contribuisce in modo determinante alla ricchezza della città dalla quale è però poi escluso. Oggi circa 400.000 persone vivono sulla soglia della povertà (o al di sotto) e la maggioranza dei milanesi ha seri problemi economici. Bisogna invertire la rotta, attraverso interventi molto netti. Bisogna costringere chi ha vissuto di rendita, speculazione, evasione a pagare ciò che negli anni non ha pagato. Costringere chi può permettersi il lusso di tenere appartamenti sfitti a non poterlo più fare. Costringere chi trae profitto dalle speculazioni, chi inquina la vita pubblica a proprio vantaggio a restituire alla collettività il maltolto. Predisporre drastici interventi di recupero al controllo pubblico delle aziende che operano nel settore dei servizi pubblici, un piano di mobilità e trasporto pubblico che rimetta al centro l'interesse dei cittadini e dei lavoratori. Unificare le lotte dei lavoratori, che pure in questi anni non sono mancate, intorno ad un progetto generale di recupero delle condizioni di vivibilità e socialità che negli anni sono venute meno. Mettere alla guida della città un governo che faccia gli interessi della cittadinanza e non del capitale.

E' un progetto difficile ed ambizioso, ma non impossibile. Certo si renderanno necessarie scelte di netta rottura col passato; di pieno sostegno alle necessità dei ceti popolari, a tutela di una loro vera e piena rappresentanza, di un loro reale controllo dell'amministrazione della città. Scelte a tutela degli interessi di molti contro gli interessi di pochi. Potrà una futura amministrazione di centrosinistra fare ciò? Io non credo. Lo dice la storia della opposizione in Consiglio comunale e nella città in questi anni; troppo timida e blanda rispetto alle micidiali politiche antipopolari della maggioranza. Lo fa presagire il carattere sempre ossequioso nei confronti dei poteri forti e della borghesia presente in tanta parte dell'Unione. Lo dicono le aperte ambiguità circa questioni importanti come le privatizzazioni, gli scempi edilizi, l'apertura al privato nella gestione dei servizi sociali, la disponibilità a limitare forme di lotta e diritto di sciopero nell'alveo della "legalità".

Sarà perciò importante non privare nessuna futura giunta del "fastidio" di un'opposizione comunista.

 

*capogruppo Prc al Consiglio di Zona 3 di Milano

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Bari: il Prc è per la precarietà..."eccezionale"!

 

di Pasquale Gorgoglione

 

 

Il bilancio presentato dalla giunta Emiliano del Comune di Bari è stato approvato, con tempi record, prima della fine dell'anno. Nella storia del Comune è accaduto una sola volta. Mentre tutta la maggioranza di centrosinistra si complimenta per l'efficienza e l'ottima capacità di governo dimostrata dalla giunta e si difende compatta dalle polemiche dell'opposizione di destra, passano quasi inosservate le misure che colpiscono più duramente i lavoratori e/o i disoccupati baresi (ormai la differenza tra i due termini si assottiglia). Ad essere approvati, insieme al grande piano di lavori pubblici, che servirà a distogliere l'attenzione dei baresi dai previsti 10 milioni di metri cubi di cemento pronti a sommergere la città, sono anche il diritto dell'amministrazione a ricorrere al lavoro per "somministrazione", come prevede la Legge 30, e lo stanziamento di fondi per il reddito d'inserimento (che non sia spacciato tra i militanti di Rifondazione come reddito sociale!) a 300 giovani, ovvero il lavoro travestito da formazione presso aziende private, gentilmente (mal) pagato direttamente dal Comune.

 

Non una voce si è levata contro questo grave attacco ai lavoratori

 

Rifondazione Comunista invece di opporsi con i fatti, e con il voto, si copre, ormai come di consueto, con una inutile e ridicola foglia di fico: l'emendamento, presentato e fatto approvare, che riconosce la necessità del ricorso a queste forme di contratti ma lo caratterizza come misura "eccezionale". Eccezionale non certo nel senso di misura una tantum: primo, perchè non c'è nessuno che stabilisca quando si può tornare alla "normalità"; secondo, perchè ho visto questo partito rimangiarsi la parola così tante volte e in modo ben più plateale (per esempio mi viene in mente che il Prc ha come alleato D'Alema, per il quale in passato ha proposto l'incriminazione al tribunale dell'Aja per crimini di guerra e "bombardamenti umanitari") che non mi stupirei affatto se un emendamento che domani non ricorderà più nessuno venisse calpestato e, in ogni caso, è tutto da dimostrare il valore della transitorietà quando si commette il crimine della precarizzazione della società. Eccezionale, come fosse l'unità nazionale o un Patriot Act, evoca le misure adottate in stato di guerra ... o di lotta di classe; e allora leggasi "epocale", come il passaggio dall'altra parte della barricata!

La sinistra alternativa barese, con la cui forza è stato possibile eleggere Vendola ed Emiliano, è purtroppo assente nel momento più importante e si presenta oggi come una galassia di soggettività atomizzate e relativamente distanti tra loro. Una situazione di disgregazione che si alimenta nel momento in cui la stessa Rifondazione Comunista, il partito più rappresentativo di quel mondo, ha le mani inestricabilmente legate alle politiche antipopolari, sia a livello locale che, in proiezione, nel nuovo governo nazionale. Nel frattempo il disagio popolare si allarga e si acuisce e, sebbene la tensione nell'aria si tagli a fette, esso non trova gli spunti per accompagnarsi ad una proporzionale presa di coscienza collettiva, mentre piuttosto si accumula e cova il malcontento, come un potente flusso sotterraneo, che in futuro potrebbe anche emergere in forma di violenza gratuita, alla maniera delle banlieu parigine o, peggio, prendendo una piega addirittura reazionaria.

A mancare è, in questo momento, un'azione catalizzatrice e unificante, capace di convogliare tutte le forze e le voci dei lavoratori, dei disoccupati, dei movimenti, dei giovani, attorno all'obiettivo di opporsi e contrattaccare alle politiche neoliberiste e il fatto che siano attuate da giunte locali di centrosinistra non deve costituire un'attenuante.

 

Per un vero reddito sociale

 

In questo quadro la rivendicazione di un vero reddito sociale, non certo come quello del Comune di Bari, che garantisca il diritto ad una vita dignitosa assume un significato che va oltre il provvedimento di emergenza e che invece si pone come punto unificante per tutti gli sfruttati dal sistema (lavoratori precari, disoccupati, immigrati, studenti) e per le stesse realtà della sinistra alternativa, l'ottica deve essere quella del ribaltamento delle politiche liberiste anche a livello locale, ovvero del corso d'azione che sistematicamente strozza i più deboli per arricchire i padroni. Basta vedere come è nato e cresciuto gran parte del nostro sistema produttivo e quali sono le nuove tendenze del capitalismo italiano: è una storia fatta di un fiume di denaro che parte dagli enti pubblici e va letteralmente a costruire le aziende e le infrastrutture ad esse legate, anche oggi che questi "brillanti" imprenditori, senza nessuna considerazione verso la vita dei lavoratori, si apprestano ad approdare in terre lontane (passaggio che necessita di guerre umanitarie, ovvero del riassetto in senso imperialistico dello Stato) per poter sfruttare i lavoratori e le risorse degli altri paesi.

Sono queste tematiche che certamente vanno approfondite per poter imbastire una politica d'opposizione al neoliberismo degna di questo nome. Tuttavia per fare ciò bisogna sgombrare il campo dallo schema semplicistico e ormai obsoleto che vede la politica italiana divisa in destra cattiva e sinistra a vocazione sociale. In questo senso lo scandalo di bancopoli offre uno staordinario spaccato dell'intreccio tra i pezzi importanti del capitalismo italiano e le principali forze politiche italiane. Esso coinvolge entrambi gli schieramenti e fa cadere anche l'argomento storico al quale ci si appella per giustificare l'accordo della sinistra con il centro liberale: battere le destre perchè Berlusconi ha un conflitto di interessi. Oggi si sono esplicitati i legami profondi dei Ds e della Margherita con la grande finanza italiana, eliminando ogni dubbio sulla loro natura profondamente liberale e antipopolare. Deve essere chiaro che gli attuali due schieramenti rappresentano la borghesia italiana, seppure ciascuno settori diversi, i cui interessi sono talvolta contrapposti ma che sono assolutamente uniti quando si tratta di colpire i lavoratori, i precari, gli immigrati, gli studenti.

Voler "spostare s sinistra" un D'Alema e un Rutelli come Boccia e Divella e un'illusione non solo teorica ma che cozza con i fatti in modo inequivocabile.

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Ex libris

 Banlieues o nonviolenza

 

 Nell'astronomia precopernicana si cercava di compensare la mancata corrispondenza con i dati dell'esperienza con l'invenzione di eccentrici ed epicicli, cioè con la moltiplicazione di circonferenze e traiettorie che permettessero di perseverare nella convinzione che fosse il Sole a girare attorno alla Terra, e non viceversa: qualcosa di simile succede quando si parla dell'Unione e del suo programma di governo. E se noi, nonostante i sofismi di chi ci spiega che qualcosa è cambiato e cambierà, nei già annunciati tagli alla spesa pubblica e assalti al costo del lavoro non riusciremo a vedere nulla - ma proprio nulla - di buono sarà solo colpa del nostro settarismo (è usanza diffusa nel Prc e non solo che chi si vuole toglier la briga di dimostrare l'indimostrabile se la cavi con l'accusa di settarismo all'interlocutore).

Che hanno fatto, in particolare, gli apologeti della nonviolenza di fronte alla rivolta giovanile che ha infiammato le periferie delle città francesi per quasi tre settimane? Non si era parlato per mesi e mesi nei movimenti della nascita di un nuovo paradigma storico in base al quale ogni violenza è destinata al capitalismo, lasciando al "pacifismo sempre e comunque" gli onori della virtù?

Zitti o sciocchi settari, ancorati alla vetusta idea che sia l'evidenza il criterio in base al quale giudicare del vero e del falso! Ovvio che una via d'uscita il nonviolento la può trovare: e così si è cominciato a parlare dell'urgenza di lanciare un pacifico "Forum sociale delle banlieues", (cfr Carta Etc, dicembre 2005), a partire dalle - ultraminoritarie - associazioni d'immigrati favorite a suo tempo da Mitterand per arginare il rischio di esplosioni sociali e lasciare contemporaneamente invariate le sorti del (sotto)proletariato parigino. Non fosse che stiamo parlando di fatti tragici, la proposta ha del ridicolo e ricorda altre trovate di simile pasta, cui abbiamo avuto l'onore di assistere all'indomani dei fatti di Genova 2001, quando ci raccontavano che per far fronte alle violenze della polizia servivano telecamere e mani alzate.

Rivolte francesi a destra e sinistra

L'imbarazzo di chi per anni ha elogiato la nonviolenza sempre e comunque è emerso anche nelle titubanze di gran parte della sinistra francese, a partire da Attac, che dopo un silenzio di quasi due settimane se l'è cavata con un timido comunicato in cui invitava "i suoi aderenti, i comitati locali, a continuare il lavoro avviato per aprire le file dell'associazione alle categorie popolari". A parte alcune iniziative di organizzazioni della sinistra sociale e qualche timida dichiarazione di Lcr (Lega Comunista Rivoluzionaria), ben poco si è mosso: non c'è stata un'attività capillare per dar vita a comitati di giovani, immigrati e lavoratori e la parola d'ordine della cacciata si Sarkozy - il ministro dell'interno - è quindi caduta nel vuoto una volta che si è affievolita la protesta.

In Italia, l'insurrezione violenta dei giovani delle periferie parigine - in gran parte figli di immigrati - ha messo in imbarazzo i nonviolenti di casa nostra: lo stesso imbarazzo che traspare dalle pagine di Banlieue, libro scritto al volo all'indomani delle rivolte da Guido Caldiron, giornalista di Liberazione, per la Manifestolibri. Si tratta di una raccolta di testimonianze - in realtà pochi sono i protagonisti delle giornate di lotta intervistati, molti i professori universitari - che ripercorre, con piglio narrativo, le settimane di novembre che hanno visto esplodere le periferie delle città francesi. La cronaca dei fatti del 2005 ha inizio con la morte di Zyed e Bouna nella centrale elettrica (come è noto, a causa dell'inseguimento della polizia) ed è spesso interrotta da numerosi flash-back, che elencano le rivolte che hanno incendiato le periferie francesi dal 1981 ad oggi. Si scopre così che ben poco è cambiato con l'alternarsi dei governi di centrodestra e centrosinistra nell'orchestrare le politiche di esclusione e la repressione della polizia. Tant'è vero che, benché Caldiron se ne dimentichi, se l'attuale ministro degli Interni del governo delle destre Sarkozy ha utilizzato l'espressione "canaglia" (racaille) nel riferirsi ai giovani delle periferie, il suo precedente nel governo Jospin, Chèvenement, nel 1997 utilizzò un'espressione altrettanto ingenerosa ("arbusti selvatici").

Il vuoto di analisi

Banlieue non passa inosservato nelle librerie italiane, è di fatto l'unica riflessione di un certo spessore che si incontra sull'argomento: a poche settimane dai fatti, la rivolta della gioventù francese sembra essere oggetto di una grande rimozione collettiva. Eppure si è trattato di un evento straordinario, che ha scosso l'opinione pubblica di tutto il mondo, che è destinato a ripetersi poiché la crisi sociale e politica della Francia - e non solo - si aggraverà: i tagli alla spesa pubblica e all'assistenza sociale non verranno messi in discussione, così come le politiche di esclusione nei confronti degli immigrati. Il libro di Caldiron compensa solo apparentemente il vuoto di analisi sull'argomento, nonostante qualche accenno alla condizione sociale e culturale degli abitanti delle periferie e a un richiamo alla lotta per l'indipendenza dell'Algeria.

Ciò che è mancato - e tuttora manca - è un'analisi del contesto sociale, economico e politico nel quale hanno preso vita le rivolte giovanili. E' chiaro che il degrado delle periferie è lo specchio di una fase del capitalismo segnata da una profonda crisi economica e sociale; soprattutto, il fatto che la gran parte delle masse insorte sia costituita da immigrati e figli d'immigrati (africani e asiatici in primo luogo) rimanda alla diffusione su larga scala del fenomeno razzista, connessa all'esplosione della violenza imperialista. In questo caso i fatti, oltre a ridicolizzare l'apologia della nonviolenza, fanno piazza pulita di quelle teorie che si sono azzardate nel sancire la fine del "razzismo novecentesco": forse è anche per questo che uno dei più accaniti sostenitori di queste teorie, André Taguieff, dalle colonne di Le Monde si scaglia, scandalizzato, contro gli "ingenerosi" detrattori di Sarkozy (Cfr il Corriere della sera del 23/12/2005, pag. 14).

 Quale alternativa?

E' evidente che solo una prospettiva anticapitalista, solo un intervento massiccio dei comunisti nella rivolta poteva orientare queste masse giovanili - spesso ai limiti del sottoproletariato - verso un'unità di lotta con i lavori e, quindi, verso una messa in discussione del capitalismo. Questa azione, a parte alcune eccezioni, è mancata in Francia. Le responsabilità della sinistra non sono poche, a partire dal Pcf che ha liquidato come "disordini da placare" la rivolta giovanile. Anche il libro di Caldiron, che pure difende le ragioni dei rivoltosi, non manca di portare ad esempio (sempre in virtù dell'elogio della nonviolenza) quelle esperienze già citate di associazioni minoritarie e poco rappresentative che sono nate sotto lo stimolo - e i finanziamenti - della sinistra di governo. E' il caso del Mib (Mouvement de l'immigration et des banlieues), che negli anni scorsi si è fatto portatore di qualche azione di protesta puramente simbolica, come l'interruzione, nel 1999, di un convegno sul rinnovamento urbano. Sono esperienze che Caldiron cita in positivo e che ai suoi occhi forse rappresentano una via d'uscita dalle violenze dei giovani delle periferie: "altri giovani della banlieue hanno scelto di rompere la spirale violenza/repressione, cercando di far sentire la loro voce anche là dove si discuteva del futuro delle città francesi" (p. 40).

In realtà, come ho già detto, oltre al fatto che queste associazioni hanno scarso radicamento tra i giovani della banlieue, sono nate dal tentativo della sinistra di governo di convogliare il dissenso in strutture legate al governo. Ma i veri portavoce del disagio del proletariato delle metropoli europee sono proprio i giovani in rivolta. Ciò che dovrebbe destare stupore è che la violenza delle masse faccia paura a quei presunti pacifisti che si apprestano ad andare a governare a fianco dei guerrafondai dell'Unione.

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Riforma Moratti: figlia legittima di Berlinguer e Zecchino!

 

di Francesco Fioravanti

Il 25 ottobre dello scorso anno abbiamo assistito ad una vicenda che può essere tranquillamente assunta a modello esplicativo nell'analisi delle vicende politiche italiane degli ultimi anni: mentre a Montecitorio i parlamentari della maggioranza di centrodestra approvavano il ddl Moratti sul reclutamento e le carriere dei professori universitari, all'esterno, nelle piazze e nelle vie della capitale, più di centomila fra studenti, ricercatori e precari dell'università manifestavano il loro dissenso e la loro volontà di contrastare con decisione quel processo di destrutturazione della scuola e dell'università pubblica di cui la riforma del ministro berlusconiano rappresenta solamente un tassello, seppur di notevole importanza.

E l'opposizione di centro-ìsinistra? chiederà qualcuno giustamente ansioso di trovare risposte da quelle forze politiche che si apprestano a sostituire alla guida del paese il governo reazionario guidato dall'imprenditore di Arcore. L'Unione prodiana - continueranno legittimamente a domandarsi molti dei protagonisti di questa lunga stagione - avrà il coraggio e la volontà di proporre politiche di forte discontinuità col governo Berlusconi? Assisteremo a un'inversione di tendenza contrassegnata dalla rottura con quelle politiche che, da ormai più di quindici anni, costituiscono l'incubo dei lavoratori e dei settori più deboli della società? E riguardo al tema dell'istruzione, potremmo finalmente essere partecipi di una nuova primavera che rimetta al centro della scena la scuola pubblica, la diffusione di un sapere critico e non subalterno alle logiche del profitto, le garanzie e i diritti per ricercatori ed insegnanti? Purtroppo, ancora una volta, la risposta a questi interrogativi non può che essere negativa. La realtà dei fatti è come sempre prontissima a demolire le illusioni di coloro che credono che il futuro governo a guida Margherita-Ds-Confindustria possa rappresentare la base attraverso di una nuova stagione di riforme in grado di scompaginare il quadro politico-economico italiano; magari preparando il terreno a quell'"alternativa di società" nella quale non dovremmo avere più a che fare con "leggi Biagi e pacchetti Treu", "Bossi-Fini e Turco-Napolitano", "riforme Moratti e riforme Berlinguer".

 Il programma dell'Unione in tema d'istruzione

E' utilissimo, a tal proposito, dare un'occhiata alle 250 pagine del programma della coalizione di centrosinistra che Prodi ha presentato nei giorni scorsi, suscitando l'imbarazzo di tutta l'ala sinistra della coalizione. Ad affermare che il futuro sarà diverso rispetto a quello che ci dipingono coloro che hanno abbracciato la prospettiva di governo con banchieri ed industriali non siamo solo noi, inguaribili pessimisti che non hanno capito come l'azione dei movimenti abbia trasformato le forze del centro liberale, ma gli esponenti stessi dei due principali partiti della coalizione a guida Prodi. Ecco, ad esempio, cosa pensano i responsabili dell'istruzione di Ds e Margherita della riforma del Governo della Cdl di cui parlavo sopra: "io non penso che una legge sia lo strumento migliore per modificare la riforma Moratti; penso invece che siano necessari interventi mirati, semplici(!) ed efficaci" (Andrea Ranieri dei Ds, intervista al Manifesto del 7 ottobre 2005); "La legge n.62/2000 stabilisce che il sistema nazionale di istruzione è formato dalle scuole statali e paritarie, e che anche queste ultime svolgono un servizio pubblico. Si tratta di affrontare il problema non in termini ideologici, ma più semplicemente come una delle opportunità per i nostri ragazzi. Dal momento che le scuole paritarie, oggi, sono frequentate da circa 1 milione di alunni lo stato non può disinteressarsi del servizio che offrono" (Fiorella Farinelli, responsabile istruzione della Margherita). Affermazioni del tutto appropriate per esponenti di formazioni politiche che con il loro apporto hanno aperto la strada, in molti campi, a politiche che il centrodestra ha solamente condotto al loro sbocco naturale.

La continuità tra centrodestra e centrosinistra

In questo senso è molto difficile non vedere il legame profondo che unisce la controriforma Moratti a quelle realizzate dal centrosinistra sul finire degli anni '90, caratterizzate tutte come sono dalla volontà di seguire con decisione il percorso indicato dai ministri dell'Ue nella riunione di Bologna dello scorso decennio, la cui dichiarazione finale incoraggiava i paesi membri a procedere sulla strada di radicali innovazioni con il fine di armonizzare i vari sistemi nazionali.

Ognuna di queste controriforme presenta quegli elementi di frammentazione e divisione - dettati dall'esigenza classista di separare i percorsi di studi dei figli della borghesia da quelli dei figliastri del proletariato, con l'obiettivo esplicito di formare da una parte la futura classe dirigente del paese, dall'altra una massa di futuri lavoratori ricattabili e sfruttabili a tutto vantaggio delle imprese - che la "Moratti" porta all'esasperazione. E' quasi superfluo ricordare nuovamente come fu proprio Zecchino ad introdurre i crediti formativi e il cosiddetto "doppio binario" (3+2), innovazioni che hanno rivoluzionato l'assetto complessivo del sistema universitario italiano. La Moratti nella sua riforma - lungi dall'attaccare il sistema dei crediti formativi- non fa altro che spezzettare ulteriormente il cammino universitario, introducendo il cosiddetto percorso a Y (1+2+2), vero e proprio monumento eretto alle barriere di classe, funzionale a separare ulteriormente le sorti di chi può permettersi di studiare fino a 27/28 anni da quelle di chi questa fortuna non ce l'ha.

Sempre a proposito di soluzioni di continuità, come si fa a non ricordare che furono proprio Berlinguer e Zecchino a volere per primi un pesante ingresso delle imprese nel mondo della scuola e dell'università, che, attraverso la pratica degli stage e dei tirocini, possono ora disporre in tutta tranquillità di manodopera non retribuita? La divisione del percorso fra licei e formazione professionale attuata dal ministro milanese non è altro che la traduzione sul piano pratico del principio che chi appartiene ad una famiglia che si trova in condizioni economiche e culturali sfavorevoli non deve far altro che scegliere la strada che lo porta ad essere merce acquistabile a costi contenuti dalle imprese, sempre più bisognose di automi proni e disciplinati.

 Quali prospettive per i movimenti studenteschi?

Potremmo continuare ad elencare una lunga lista di "affinità elettive" fra le riforme che hanno fatto a pezzi l'istruzione pubblica nell'ultimo decennio. Ma così facendo in questa sede non daremmo il giusto spazio ai movimenti studenteschi che si sono opposti - seppur con limiti e contraddizioni - a questo ennesimo attacco portato ai danni degli studenti proletari e delle loro famiglie. La manifestazione del 25 ottobre che citavo all'inizio del mio articolo rappresenta solamente la punta dell'iceberg di un movimento di opposizione ai disegni "morattiani" che nell'ultimo biennio ha coinvolto un numero sempre maggiore di studenti e ricercatori. L'occupazione di numerose facoltà a Roma e in altre università d'Italia, le numerose assemblee svolte nelle scuole e nelle università del paese, la costruzione di una rete che si pone l'obiettivo di coordinare il lavoro delle varie realtà in lotta: sono tutti elementi che ci danno il segnale di come questa giovane generazione sia in grado di reagire e rispondere agli attacchi che le vengono sferrati; attacchi contrassegnati tutti dalla volontà di cancellare conquiste sociali strappate attraverso lunghe stagioni di lotta dalle classi subalterne. Certo, molta strada dovremo ancora percorrere, ma gli apologeti delle "magnifiche sorti e progressive"del capitalismo sono stati smentiti: il conflitto sociale è tutt'altro che sepolto, la nuova generazione è tutt'altro che passiva. E' la molla dei bisogni che spinge milioni di giovani a battersi per il miglioramento delle loro condizioni di vita: nelle università come nelle fabbriche, nei call-center come in qualsiasi altro luogo in cui il capitalismo fa sentire la sua oppressione. Trasformare radicalmente i rapporti di produzione è il grande compito che la storia ha affidato al proletariato nell'attuale società. Lavorare all'unificazione delle lotte per far avanzare questa prospettiva è un dovere di ogni marxista-rivoluzionario. L'unità fra studenti e lavoratori è il mezzo necessario per raggiungere questo fine. Non ci possono essere interessi comuni fra banchieri e lavoratori: o si sta con gli uni o con gli altri, in mezzo al guado - anche se qualcuno sembra dimenticarlo - non si può stare.

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La campagna contro l'art 270

Breve viaggio tra le norme di un sopruso chiamato "democrazia"

 

 

di Giovanni Ivan Alberotanza

Domenica 15 gennaio a Firenze si è svolta la riunione del Comitato promotore della campagna contro l'art. 270 (la prossima riunione è in programma per il 5 marzo a Firenze). La campagna, partita a dicembre 2004, ha per obiettivo sviluppare un lavoro di agitazione e di propaganda,di denuncia e di controinformazione a livello di massa, per sviluppare un centro di coordinamento tra le forze rivoluzionarie all'altezza di organizzare e mobilitare movimenti, realtà, singoli contro la repressione e la controrivoluzione preventiva.

 Cos'è l'art. 270?

L'art 270 nasce come articolo del Codice penale di Alfredo Rocco (Ministro di Grazia e Giustizia del regime fascista dal '25 al '32). Tutto il Codice penale del fascismo, seppur modificato con l'eliminazione di alcuni articoli e l'introduzione tra il 1980 e il 2001 degli art. 270 bis, 270 bis "allargato", 270 ter, è ancora vigente. L'art. 270 "Associazioni sovversive" così recita: "Chiunque nel territorio dello Stato promuove, costituisce, organizza o dirige associazioni dirette a stabilire violentemente la dittatura di una classe sociale sulle altre, ovvero a sopprimere violentemente una classe sociale o, comunque, a sovvertire violentemente gli ordinamenti economici o sociali costituiti nello Stato, è punito con la reclusione da 5 a 12 anni. Alla stessa pena soggiace chiunque nel territorio dello Stato promuove, costituisce, organizza o dirige associazioni aventi per fine la soppressione violenta di ogni ordinamento politico e giuridico della società. Chiunque partecipa a tali associazioni è punito con la reclusione da 1 a 3 anni. Le pene sono aumentate per coloro che ricostituiscono, anche sotto falso nome o forma simulata, le associazioni predette, delle quali sia stato ordinato lo scioglimento."

Dalla semplice lettura di questo articolo appare evidente la correttezza - sia ben chiaro: dal punto di vista della borghesia e del suo Stato - della valutazione del codice Rocco che ha dato il "socialista" ex ministro e presidente della Corte costituzionale Giuliano Vassalli, quando sulla pagina Cultura del Corriere della Sera del 06/02/05 elogia il Codice Rocco "per rispetto del principio di legalità", "chiarezza delle disposizioni", "modernità di linguaggio", "perfetto coordinamento interno e con l'esterno", concludendo: "Il guardasigilli di Mussolini lavorò per la dittatura, ma applicando le proprie idee". Non possiamo che essere oggettivamente d'accordo con il Vassalli, salvo che nelle conclusioni. Il 270, al contrario del precedente art.4 della legge 2008 del 25/10/26 per il quale l'illiceità dell'associazione proveniva dal giudizio dell'autorità, sancisce l'illiceità delle organizzazioni comuniste (primo paragrafo) e anarchiche (secondo paragrafo) nella loro stesso essere comuniste e anarchiche. Il 270 slega la difesa dell'ordinamento economico e sociale, quindi del capitalismo e dello stato borghese, dalla sua manifestazione momentanea ovvero dal fascismo. Quindi Rocco lavorò per la borghesia e il capitalismo applicando le proprie idee al fascismo.

A supportare il lavoro di Alfredo Rocco non sono solo i "revisionisti" d'oggi ma molto più concretamente gli stalinisti dell'epoca. È il Ministro di Grazia e Giustizia, Palmiro Togliatti, a non abrogare il 270 oltre ad amnistiare i fascisti tenendo in galera i rivoluzionari. Il 270 nel 1979-80 si arricchisce col Decreto Cossiga che introduce con l'art.1 il "dolo specifico d'eversione" e con il 270 bis del C.p. che, con definizione del crimine ancor più vaga del 270, prevede la punizione del "proporsi" atti di violenza. È qui che lo stato borghese (non potendosi più scagliare direttamente contro i comunisti perchè un sedicente partito comunista italiano ne fa parte) allarga la definizione del suo nemico riconquistando quel carattere dispotico e arbitrario che il 270 gli aveva sottratto. Lo Stato borghese si arroga il diritto di valutare arbitrariamente l'identità (politica) dell'accusato, la sua adesione a un determinato progetto sociale e/o politico o, viceversa, il suo grado di omologazione ai valori dominanti e per questo lo persegue.

 Dell'incendio del Reichstag e di altre storie...

Nel 2001 dopo l'11/9 il carattere sovranazionale della repressione si sistematizza con l'introduzione a partire dagli Usa (Patiot Act) di norme che tendono a smantellare l'Habeas Corpus ovvero quel fondamento del diritto moderno sancito in Inghilterra nel 1679 che definisce "il principio di illegittimità di ogni detenzione arbitraria -ed arbitraria è ogni detenzione che non sia conseguente ad un giudizio o, almeno, a un'accusa davanti ad un giudice - e genera un diritto soggettivo che può essere rivendicato dal prigioniero di fronte a un giudice, nella forma della petizione". E infatti per quanto riguarda l'Italia:

- nel 2001 vengono approvati il 270 bis "allargato", che introduce il reato di "eversione" contro paesi stranieri, inasprisce le pene (senza per questo specificare quali siano gli atti la cui intenzione viene punita, lasciandone quindi la definizione in mano all'esecutore), applica le aggravanti previste dall'art. 1 del suddetto decreto Cossiga.

- sempre nel 2001 viene approvato il 270 ter, che introduce pene più gravi per chi aiuta un "sovversivo" che non per il "sovversivo" stesso, (addirittura il doppio della pena rispetto alla "banda armata"). Gli articoli della legge che introduce il 270 ter prevedono, tra l'altro la possibilità di isolare e perquisire intere zone abitate e arrestare tutti i presenti, nonché intercettazioni preventive non solo sull'indagato, ma in generale "quando sia necessario per l'acquisizione di notizie concernenti la prevenzione" dei reati in questione (quindi su tutti e dovunque).

- nel 2002 viene approvata la Bossi-Fini che riprendendo la Turco-Napolitano sperimenta questa "uscita dal diritto per legge" sulla pelle degli immigrati.

 We Are All Cops (Siamo Tutti Sbirri)

Si arriva nel 2005 al salto di qualità della L. 155 31/07/2005, la "legge Pisanu", che, oltre a tendere a definire sempre meglio le aree da colpire e da sconfiggere, ha i seguenti scopi: punire quegli stranieri che promuovono resistenza e si oppongono in tutte le forme all'oppressione che l'imperialismo esercita nei loro paesi di origine; colpire chi lotta e a chi si oppone nel nostro paese allo sfruttamento e quanti esprimono solidarietà e sostegno alle lotte dei popoli e alle loro avanguardie; sviluppare la mobilitazione reazionaria delle masse cooptando intere categorie di lavoratori e di "cittadini" nella gestione del controllo, della prevenzione e della repressione. Per non parlare della "Finanziaria 2006", che prevede tagli e riduzioni allo stato sociale e maggiori risorse (200 milioni di euro e 2.500 assunzioni per compiti di ordine e sicurezza pubblica in più) alle forze di polizia.

In conclusione, quando nacque, quella italiana era già una repubblica ben poco "democratica" (non parliamo per decenza del "...fondata sul lavoro"), se per "repubblica democratica" intendiamo un paese capitalistico puro, (come l'Inghilterra e gli Stati Uniti fino alla prima guerra mondiale) ma senza militarismo e in misura notevole senza burocrazia. Oggi, dopo la legislazione emergenziale degli '80 e il "colpo di stato" normativo che va dal 2001 ad oggi - perpetrato con l'aumento dei poteri repressivi dello Stato a scopo preventivo di fronte a possibili opposizioni sociali ad una politica antipopolare e di crescente militarizzazione - tra i compiti dei marxisti-rivoluzionari c'è anche il contrasto, tanto possibile quanto necessario, ai tentativi di "socializzazione della repressione". Perciò è indispensabile la nostra forte denuncia contro ogni strumento repressivo e contro il tentativo di mobilitare le masse in senso reazionario.

La denuncia, la controinformazione, l'agitazione, la propaganda, oltre alla solidarietà ed al sostegno, hanno grande importanza e aumentano la loro efficacia se collegate al terreno della lotta e della mobilitazione per comprendere e contrastare le contraddizioni esistenti: tra lavoratori del posto ed immigrati, tra "più sicurezza" e meno libertà, per fare solo degli esempi. Soprattutto dobbiamo porre al centro della mobilitazione la contraddizione principale: quella tra proletariato e borghesia, tra lavoro e capitale. Non c'è vera cancellazione della repressione borghese e dello stato d'eccezione senza la cancellazione del dominio della borghesia. Per dirla all'inglese: "One solution! Revolution!".

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La vicenda Unipol: cooperative, Ds, capitalismo

Verso un nuovo governo di banche e Confindustria

 

di Enrica Franco

 

Il tentativo di Unipol di scalare Bnl ha destato grande clamore, per via del suo legame profondo con i Ds. Il legame strettissimo tra Ds e cooperative "rosse", Unipol compresa, non è una novità per nessuno (tranne forse che per Berlusconi!). Chi vive nelle cosiddette regioni "rosse" potrebbe testimoniarlo personalmente: le Cooperative sono il motore propulsore di queste zone, insieme allo sfruttamento selvaggio dei loro lavoratori. A destare clamore non è stato il profondo intreccio emerso tra economia e politica, ma il fatto che protagonista della vicenda sia stato un partito "di sinistra" .

 

Nel quadro della crisi capitalistica odierna la lotta per il controllo di un centro di potere come le banche assume un ruolo fondamentale. Chi controlla le banche non controlla solamente il credito, ma anche l'industria. Economicamente, l'operazione tentata da Unipol-Ds con la scalata a Bnl è quella di dar vita a quel soggetto bancario-assicurativo che è una tendenza mondiale nel capitalismo.  Il primo soggetto a dar vita a questa aggregazione è stata City Group negli Usa, seguita in Europa da  gruppi come Ing e Fortis, Kbc e Credit Suisse.

 

Politicamente, avere maggior peso nel settore finanziario significa guadagnare posizioni nei centri di potere. Infatti se l'Unione tutta si candida apertamente a rappresentare gli interessi della borghesia, è innegabile che il rapporto privilegiato con il settore bancario è degli ex-democristiani della Margherita e di Romano Prodi in particolare.

Oggi Unipol è il terzo gruppo assicurativo italiano con il 9,6% della raccolta premi, l'acquisizione di BNL avrebbe creato le condizioni per un notevole salto di qualità, proprio nell'ottica di quella tendenza al raggruppamento tra banche e assicurazioni. L'intera vicenda ha rivelato clamorosamente il disegno politico di fondo della Quercia: candidarsi a rappresentare gli interessi di Confindustria e garantirsi un ruolo di primo piano nel capitalismo italiano in grado di far valere maggiormente "le proprie ragioni".

Entrambi gli schieramenti, Centrodestra e Centrosinistra, partecipano attivamente alla  lotta tra fazioni in seno alla borghesia, come ben evidenziato dalle vicende di "Bancopoli".

 

"Temo l'onda terribile del ‘sono tutti uguali'. Siccome è facile che si affermi questo pensiero occorre subito avviare una grande operazione intellettuale", ha detto Bertinotti in un'intervista sul caso Unipol. E' invece proprio questo che dobbiamo far comprendere ai lavoratori! Il dato rilevante è come il maggiore partito della sedicente sinistra italiana (i Ds) sia legato mani e piedi con il capitalismo e il suo sistema di sfruttamento e speculazione ai danni dei lavoratori e dei piccoli risparmiatori.

Il probabile prossimo governo dell'Unione nascerà formalmente nel nome della pace sociale e della concertazione tra lavoratori e padroni, la realtà è che sarà un nemico mortale dei lavoratori e delle loro ragioni, allo stesso modo in cui lo sono le banche e il loro strozzinaggio ("legale") quotidiano. Nascerà un altro governo di Confindustria e delle Banche.

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Economia e politica

Chi ha fatto cosa

 

di Alberto Airoldi

L'ideologia dominante talvolta assume i veri e propri contorni di un'allucinazione collettiva. Nel nostro caso il fatto che il governo sia stato presieduto per 5 anni da un grottesco ciarlatano, dedito essenzialmente alla promozione degli affari di famiglia e al sostegno dei settori più retrivi del capitalismo italiano (bottegai, corporazioni, piccoli imprenditori), ha reso impossibile formulare un giudizio scientifico sulle politiche effettivamente realizzate dalla sua coalizione e da quella che lo ha preceduto e che, verosimilmente, lo sostituirà.

I marxisti rivoluzionari, non disponendo oggi di un partito, a maggior ragione non possono disporre di un proprio istituto di ricerca. I nostri giudizi sul feroce carattere antipopolare delle politiche uliviste non sono, pertanto, mai stati suffragati da un esaustivo supporto di dati. Con non poca sorpresa abbiamo trovato un ampio conforto del nostro schema di analisi della situazione italiana in un volumetto pubblicato da Luca Ricolfi (Dossier Italia, Il Mulino, 2005). E' necessario chiarire subito che le conclusioni del sociologo Ricolfi vanno, inevitabilmente, nella direzione opposta rispetto alle nostre.

Alla domanda: "Chi, in Italia, ha svolto politiche di destra e chi di sinistra?" il libro di Ricolfi fornisce una risposta inequivocabile. Le politiche tradizionalmente caratteristiche delle destre al potere (diminuzione della pressione fiscale, diminuzione della spesa sociale, aumento della povertà relativa, aumento della precarietà, privatizzazioni, ecc.) sono state realizzate dai governi Prodi e D'Alema. L'inversione di tendenza è iniziata col governo Amato ed è proseguita poi col governo Berlusconi, che ha aumentato la pressione fiscale, la spesa sociale, diminuito il lavoro nero, ridotto la precarietà e quasi fermato le privatizzazioni. Questo, almeno, fino al 2003: poi l'ampliarsi della crisi ha, probabilmente, determinato un'inversione di tendenza.

Prima di saltare sulla sedia ritenendo che questo è troppo anche per il più incallito detrattore dell'Unione, vale la pena entrare nel merito.

 Previdenza, assistenza e disuguaglianze

Cominciamo dal capitolo previdenza. La quota della spesa pubblica previdenziale sul Pil è calata, negli anni del centrosinistra dello 0,2%, mentre è cresciuta nei primi due anni berlusconiani dello 0,4%. Più pronunciato l'andamento della spesa per assistenza (trasferimenti, pensioni): dopo essersi costantemente ridotta a partire dal 1993 fino a toccare il minimo storico dell'1,43% del Pil tra il 1998 e il 2000, essa ha ripreso a crescere fino a riguadagnare un 20% nei due anni successivi.

Negli anni del centrodestra sono cresciute tutte le componenti dello stato sociale (previdenza, assistenza, spesa pubblica per istruzione e sanità).

Le disuguaglianze di classe sono complessivamente aumentate sotto tutti i governi: in particolare la distanza tra classe operaia, borghesia, impiegati e lavoratori autonomi (con l'eccezione di una parte dei piccoli esercenti e, ovviamente, del lavoro falsamente autonomo di molte partite Iva).

La disuguaglianza, intesa come scostamento del reddito dei vari gruppi sociali dal reddito medio, aumenta nei primi anni '90, decresce dal 1993 al 1998 e poi riprende a crescere. Se consideriamo invece il rapporto tra reddito medio e reddito da lavoro dipendente, la riduzione della disuguaglianza avviene tra Prodi e il primo governo D'Alema, per poi riprendere a crescere. Un'analisi dei consumi delle famiglie, infine, presenta un quadro ancora diverso: la povertà relativa aumenta nei primi anni di centrosinistra e poi diminuisce tra il 2000 e il 2003.

Questi 3 indicatori ci dicono cose diverse, ma concordano almeno su una: negli anni di centrosinistra le disuguaglianze sono cresciute.

Si obietterà che il centrosinistra ha condotto una politica virtuosa di risanamento del bilancio. Facendola pagare ai lavoratori dipendenti, potremmo aggiungere. Tuttavia anche questa affermazione è smentita dai fatti: il risanamento realizzato tra il 1993 e il 1999 è stato rapidamente vanificato tra il 1999 e il 2000, in particolare con la finanziaria pre-elettorale di Amato, producendo un extra deficit le cui stime variano tra 19,6 e i 13,9 miliardi di euro.

 La destra più brutta

Viene a questo punto spontaneo chiedersi come mai la politica di Berlusconi sia stata percepita così di destra. In realtà credo che congiurino diversi elementi. L'autopresentazione di destra, il lavoro di revisionismo storico, di rilegittimazione della peggior feccia pseudo culturale italiana svolto alacremente dalla Casa delle Libertà, i ripetuti attacchi alla stampa non supina ai propri interessi, la feroce repressione di Genova, hanno consolidato, per lo meno nei settori politicizzati, questa immagine. L'aspetto decisivo, però, risiede nella presa delle agenzie della borghesia nella classe lavoratrice: partiti di sinistra e sindacati. Quelle stesse agenzie che hanno sostenuto le politiche antipopolari dell'Ulivo sono riuscite a buttare sul governo Berlusconi gran parte delle responsabilità che risalivano obiettivamente al governo precedente. Ed è proprio nei settori popolari meno esposti alla propaganda politico-sindacale di sinistra che si trova la maggior tiepidezza verso l'Unione. Il peggioramento, per loro, è continuo, ed è iniziato nei primi anni '90. L'alternativa prodiana non esercita e non può esercitare un grande fascino, anche se la delusione per le mancate promesse berlusconiane si fa sempre più profonda.

Il lavoro di Ricolfi in certi punti risulta superficiale (come quando, analizzando la pressione fiscale, considera solo le imposte dirette e mai quelle indirette), in altri irritante, con la sua presunzione di essere neutrale. Tuttavia, come accennato poco sopra, i dati presentati possono tornarci molto utili nell'analisi di classe di quanto avvenuto in Italia negli ultimi anni. Per esempio viene smascherata la favoletta del tasso d'inflazione Istat e della cosiddetta "inflazione percepita".

 Modernizzazione?

La tesi di Ricolfi, per nulla originale, è che ci sarebbero nei due schieramenti delle forze trasversali realmente interessate a modernizzare il paese (esse sarebbero nei Ds, nella Margherita, nella Lega e in Forza Italia). La modernizzazione per Ricolfi, sempre molto attento a definire tutti i concetti utilizzati, è stranamente qualcosa di autoevidente, e quindi senza necessità di definizione. In quest'ottica le privatizzazioni del centrosinistra sarebbero state obiettivamente indispensabili per entrare in Europa e il Pacchetto Treu avrebbe gettato le basi per la riduzione della disoccupazione. Invece oggi risulta evidente che, anche in nell'ottica della modernizzazione capitalistica, le privatizzazioni sono state deleterie, avendo fornito a delle famiglie capitalistiche cronicamente assistite la preziosa scappatoia delle utilities. In sostanza invece che una spinta verso la "competizione internazionale" c'è stata la migrazione del gotha del capitalismo italiano verso settori oligopolistici ad alto rendimento, mentre gran parte delle imprese industriali in crisi venivano acquistate dal capitale straniero. Il Pacchetto Treu, poi, ha permesso un'ulteriore compressione di salari già bassissimi, e cioè di scaricare sul lavoro dipendente i costi della crisi. In altre parole quell'enorme crescita delle disuguaglianze di cui si parla nel libro è dovuta in gran parte a quei provvedimenti che Ricolfi considera modernizzatori.

La conclusione che ne possiamo trarre è che Ulivo e Casa delle Libertà hanno condotto a fondo un attacco contro la classe lavoratrice e alcuni settori di piccola borghesia. Il grosso dell'opera è stato realizzato dall'Ulivo, mentre l'esperienza berlusconiana non è riuscita a mantenere le sue promesse (non solo quelle del famigerato contratto, ma quelle reali, fatte alla borghesia). Berlusconi, spiazzato dalla recessione del 2001, non è riuscito ad affrontare i problemi strutturali del capitalismo italiano, venuti sempre più al pettine negli ultimi anni e, per arrestare il crollo dei propri consensi, ha dovuto intraprendere una serie di provvedimenti in controtendenza (che Ricolfi chiamerebbe populistici). Neanche questo è stato sufficiente: il lavoro sporco dovrà probabilmente essere riaffidato al centrosinistra, con la stampella di Rifondazione comunista e di settori di movimento.

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Palestina: un voto per lottare ancora

La vittoria di Hamas espressione dell'esasperazione per l'occupazione imperialista

 

di Leonardo Spinedi

Le elezioni per il rinnovo del parlamento palestinese del 25 gennaio scorso hanno avuto un esito inaspettato: la sconfitta di Al Fatah, formazione politica storicamente egemone nei territori controllati dall'Anp, e la vittoria a sorpresa di Hamas, che sbaragliando tutte le previsioni ha conquistato 76 seggi su 132 e nei fatti umiliato il suo principale antagonista politico. Si tratta di un risultato che, al di là della vuota retorica pacifista e dell'interessato allarmismo di cui sono infarciti i principali giornali borghesi, assume un significato assai importante nel quadro della lotta per la liberazione e l'autodeterminazione del popolo palestinese, non tanto per ciò che implica in maniera diretta e immediata, quanto per le ragioni che lo hanno prodotto.

 Vince il diritto alla resistenza

L'eccezionalità di questo risultato è tanto più evidente se si tiene conto delle condizioni in cui si è svolta la consultazione: il controllo politico-militare dei territori sotto la giurisdizione dell'Autorità Nazionale Palestinese è infatti in mano all'esercito israeliano, essendo quei territori soggetti dal 1967 al regime giuridico di "occupazione belligerante", ciò che ha significato la possibilità per lo stato di Israele di influenzare in maniera pesante lo svolgimento della consultazione (si pensi al rifiuto, ripensato solo all'ultimo momento, di far votare i palestinesi di Gerusalemme est, o all'impossibilità di svolgere una regolare campagna elettorale in quello stesso territorio).

Nonostante tutto questo, il verdetto è stato inequivocabile: ciò che ha consentito ad Hamas di conseguire questa vittoria è, innanzitutto, il grado enorme di esasperazione che l'occupazione imperialista ha prodotto nelle masse palestinesi, ridotte in uno stato di totale sfruttamento ed oppressione nazionale e sociale. Questo diffusissimo stato d'animo, di per sé abbastanza ovvio, si è combinato con una crescente sentimento di sfiducia nei confronti della direzione di Al Fatah, sempre più percepita - a ragione - come una lobby di potere più propensa a negoziare al ribasso con l'oppressore che non a guidare la liberazione del suo popolo; il combinarsi di questi due fattori ha indirizzato il voto della maggioranza delle masse palestinesi nei confronti di una formazione politica che ha fatto del "diritto alla resistenza" il cavallo di battaglia della sua campagna elettorale, centrata su slogan radicali e talvolta sacrosanti, che trovano però sul piano dell'azione politica e militare, come ci apprestiamo a vedere, una traduzione pratica totalmente inconseguente. Non è un caso: si tratta di analizzare la natura effettiva di questo movimento politico.

 Cos'è Hamas?

Hamas, acronimo di "Movimento di Resistenza Islamico" viene fondata nel 1987 dallo sceicco Ahmed Yassin; da subito si richiama ai valori politico religiosi dei "Fratelli Musulmani", organizzazione attiva in Egitto negli anni venti che aspirava, combinando azione politica, religiosa e militare, alla creazione di un grande Stato Islamico governato dalla shari'a.

E' dotata di un "braccio armato", le brigate Ez Eddin Al Quassam, responsabili di buona parte degli attacchi kamikaze contro la popolazione ebraica, e controlla una quantità non indifferente di strutture socio-sanitarie, assistenziali e caritatevoli in Palestina, che gli consentono di consolidare il suo radicamento specie nei settori più diseredati delle masse palestinesi, oltre a disporre di abbondanti risorse finanziarie (70-100 milioni di dollari) provenienti dalle donazioni degli stati arabi che la sostengono (principalmente Siria e Iran) e delle comunità islamiche occidentali.

Da un punto di vista di classe, lungi dal rappresentare gli interessi del proletariato palestinese, è piuttosto espressione di quella borghesia clericale araba ostile all'imperialismo nordamericano perché da esso usurpata del proprio potere, e propensa a servirsi dell'integralismo religioso per ristabilire il proprio dominio. Non si tratta dunque di un'organizzazione conseguentemente antimperialista, ma di una forza reazionaria, che cavalca la combattività delle masse palestinesi non in funzione della loro liberazione dall'oppressione imperialista, ma del ristabilimento del dominio delle classi dominanti locali. E' quindi ragionevole supporre che il futuro governo dell'Anp, pur differenziandosi nettamente dai precedenti da diversi punti di vista  non secondari, sarà un ancora una volta un governo contro gli interessi delle masse oppresse palestinesi...

 Nessuna illusione

L'aspetto straordinario del risultato delle elezioni sta evidentemente nel fatto che la maggioranza del popolo palestinese ha dimostrato con questo voto di aver fatto proprie (almeno parzialmente) alcune rivendicazioni di una radicalità straordinaria: dalla contrarietà agli accordi di Oslo ed alla Road map, ovvero i due principali assi della "via pacifica alla resa dei palestinesi" organizzata dall'imperialismo, fino alla comprensione del fatto che lo stato di Israele non può essere un interlocutore, in quanto creatura artificiale funzionale al dominio dell'imperialismo stesso in Medio Oriente, e che la lotta per la sua distruzione è il presupposto irrinunciabile per l'emancipazione di questo popolo.

E' ovvio (ma neanche tanto, specie per certa "sinistra" di governo) che ciò non significa che tale lotta debba assumere un carattere di sterminio antisemita, poiché distruggere lo stato Israeliano non significa certo distruggere gli israeliani (e dunque non significa appoggiare il folle terrorismo indiscriminato contro la popolazione civile ebraica). Al contrario: è necessario che il proletariato ebraico facciano propria, su basi di classe, la causa del proletariato palestinese, a partire dalla consapevolezza del fatto che il nemico di entrambi non è l'arabo, o l'ebreo, ma il capitalismo predatore internazionale.

E' in questo senso che, secondo noi, la prospettiva della liberazione nazionale del popolo palestinese è intimamente legata alla prospettiva rivoluzionaria e anticapitalista in Medio Oriente ed è precisamente per questo che qualunque forza politica si ponga sul terreno della conservazione dei rapporti di classe esistenti (ed Hamas in questo non fa certo eccezione) non dirigerà le masse arabe contro l'imperialismo, ma dovrà porsi in un'ottica di collaborazionismo (più o meno velato) con l'imperialismo stesso.

 La nostra posizione

Siamo lontani da chi pensa che appoggiare la lotta di un popolo oppresso significhi riconoscersi nelle direzioni nazionaliste o fondamentaliste religiose di quella lotta (direzioni che peraltro, una volta giunte al potere, hanno sempre gettato la maschera e palesato la loro natura reazionaria), rinunciando così alla possibilità di offrirle una direzione alternativa e conseguente; come siamo lontani dall'interessata ipocrisia riformista riassunta nello slogan "due popoli, due stati", propria innanzitutto della maggioranza dirigente del nostro partito; come siamo lontani da posizioni francamente bizzarre espresse anche nella vecchia serie di Progetto Comunista dalla compagna Letizia Mancusi, che attribuiscono alle Ong (finanziate dall'imperialismo) un ruolo importante nella risoluzione della questione palestinese - posizioni che, mi permetto di aggiungere, non meriterebbero nemmeno di essere prese sul serio.

Siamo lontani da tutto questo perché pensiamo che la lotta del popolo palestinese necessiti di una direzione conseguentemente antimperialista e dunque comunista e rivoluzionaria, che la costruzione di un tale soggetto politico in Medio Oriente - in grado di strappare all'integralismo islamico l'egemonia tra le masse arabe e di dirigere queste ultime contro lo stato di Israele, per conseguire l'obiettivo storico di una Repubblica Palestinese, libera, laica e socialista - rappresenti l'unica possibile via di riscatto per i popoli oppressi di questo territorio, compreso il popolo ebraico. Si tratta di un'obiettivo ambizioso e certamente prioritario per i marxisti rivoluzionari di tutto il mondo nella nostra epoca.

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  Cose dell'altro mondo

Dove va il Cile?

di Valerio Torre 

 

Il successo di Michelle Bachelet, primo presidente donna del Cile (53.5%, contro il 46.5% del candidato della destra, Sebastian Piñera), è stato da molti salutato come l'ultimo tassello in ordine di tempo del complessivo spostamento a sinistra del continente latinoamericano. Meno di un mese dopo la strabiliante affermazione di Evo Morales in Bolivia, l'elezione di questa cinquantaquattrenne pediatra, socialista ed alla guida della Concertación por la democracia (l'alleanza di centrosinistra fra la vecchia Democrazia cristiana cilena ed il Partito socialista) ha certamente contribuito a ridisegnare la mappa politica del Sud America, ma ha anche dato voce alla semplificazione giornalistica che vede - dopo lunghi anni di governi conservatori e liberisti, che hanno amministrato i rispettivi paesi adeguandosi alle regole del Washington Consensus - l'intero continente subire una sempre più profonda virata a sinistra.

In realtà, l'elezione di Michelle Bachelet non apporterà, di per sé sola, significativi cambiamenti in un paese - qual è quello cileno - che può vantare i migliori indici macroeconomici dell'America latina ma fra i peggiori sistemi di redistribuzione del reddito: è stata la stessa neoletta a dichiarare, quasi a voler sgombrare il campo da ogni possibile preoccupazione, che il modello economico liberale non verrà modificato. Del resto, ne sono consapevoli gli stessi imprenditori, che, per bocca del Presidente della Camera nazionale di commercio, Pedro Bozzo, hanno subito salutato con favore la vittoria della nuova presidente, definendola addirittura "un evento storico", ma si sono detti certi che "per il sistema economico non cambierà molto. Rimaniamo un'economia molto aperta, che negli anni recenti ha siglato 51 accordi di libero scambio".

Il Cile, infatti, è un paese dalla straordinaria propensione al commercio internazionale, grande esportatore di rame (che costituisce la ricchezza nazionale), di frutta, pesce e vino: e proprio questa vocazione, nel quadro delle politiche economiche conservatrici portate avanti dal precedente governo socialista di Ricardo Lagos, ne ha determinato un'impetuosa crescita e lo ha reso favorevole al trattato di libero commercio (Alca) con gli Stati Uniti, a differenza degli altri paesi latinoamericani. In questo senso, gli Usa possono sentirsi tranquilli, poiché il Cile di Bachelet non verrà attratto dalla sintonia fra gli stati vicini che sono contrari all'Alca e curerà invece il proprio rapporto privilegiato con il governo statunitense.

D'altronde, è stata la stessa amministrazione Bush a proclamare l'intenzione di mantenere con il Cile versione Bachelet la stessa relazione che aveva finora intrattenuto con il passato governo Lagos: "ciò che è importante - ha dichiarato il portavoce del Dipartimento di Stato, Sean McCormack - indipendentemente dall'essere di sinistra, di centro o di destra nell'orientamento politico, è il modo come si governa". L'intenzione degli Usa - ha aggiunto McCormack - è "lavorare con i governi di tutto l'emisfero in un'agenda positiva che si basi su un maggior allargamento della democrazia, sul buon governo e sull'estensione del libero commercio".

L'agenda politica del nuovo governo cileno - che va caratterizzandosi, al pari del precedente, quale agenzia dell'imperialismo - è dunque già stata dettata dalla Casa Bianca. Bachelet potrà certamente introdurre da subito qualcuna delle promesse fatte in campagna elettorale (blande misure per rendere meno precaria l'occupazione giovanile e qualche ritocco al sistema previdenziale ed al welfare state), grazie anche al surplus di sei miliardi di dollari derivati dalla crescita economica e dall'aumento del prezzo del rame; ma con questi presupposti non potrà - e non vorrà - intervenire sulle ragioni della profonda crisi sociale che affligge il suo popolo, una crisi caratterizzata dall'amplificazione oltre ogni limite della miseria e, per converso, dall'estrema concentrazione della ricchezza in poche mani. E, a ben vedere, proprio in quelle "ragioni" sta la spiegazione del miracolo economico cileno.

Le parole d'ordine avanzate in campagna elettorale dalla neoeletta presidente - "voglio un paese prospero e sviluppato; una democrazia con maggiore integrazione e che dia pari opportunità" - risuoneranno nelle orecchie di chi ci ha creduto come nobili ma vuoti proclami. In mancanza di un poderoso movimento sociale capace di agire in forma organizzata, perseverante e con forza sufficiente per generare il cambiamento necessario per una vera alternativa di potere, non ci può essere speranza per le classi subalterne.

Tuttavia, le contraddizioni sociali si prospettano sempre più esplosive. Il progetto di Bachelet - di non aumentare le tasse e di sostenere la politica di crescita delle piccole e medie imprese drenando risorse grazie ad un sistema economico che garantisce il supersfruttamento dei lavoratori - renderà ancora più acuta la polarizzazione sociale, che ha frammentato la società cilena a tutto vantaggio del 20% della popolazione più ricca.

Il nuovo governo dovrà imparare presto a fare i conti con questa situazione.

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  Bolivia: una tappa della rivoluzione latinoamericana?

La vittoria di Morales apre una fase nuova  

di Valerio Torre 

 

Le elezioni presidenziali del 18 dicembre scorso in Bolivia hanno indubbiamente rappresentato l'epilogo di un lungo periodo di ascesa rivoluzionaria delle masse del paese andino: una dinamica - come storicamente è sempre accaduto - contraddittoria e nient'affatto lineare, ma certamente significativa rispetto all'attuale situazione politica e sociale del continente sudamericano.

La privatizzazione dei servizi idrici in favore di un consorzio con a capo la multinazionale americana Bechtel (che fra i suoi proprietari annovera Dick Cheney e la famiglia Bush) produsse, sul finire del decennio scorso, tariffe insostenibili per una popolazione poverissima, che tuttavia nell'aprile del 2000 insorse a Cochabamba dichiarando quella che venne poi definita "la guerra dell'acqua": centinaia di migliaia di persone scesero nelle strade e bloccarono ogni attività, scontrandosi con l'esercito (il governo aveva promulgato la legge marziale) e pagando un alto tributo in morti, feriti, arresti e deportazioni illegali ad opera di squadre paramilitari, ma riuscendo infine a bloccare il processo di svendita delle risorse idriche.

Nell'ottobre del 2003, un'imponente mobilitazione popolare di massa arrivò a circondare il palazzo presidenziale - protetto da carri armati e trincee - chiedendo le dimissioni del presidente Gonzalo Sánchez de Lozada (detto "Goni") fautore di un piano per il trasporto e la vendita a prezzi irrisori del gas naturale (la più importante risorsa della Bolivia, che possiede l'1% delle riserve mondiali) agli Usa attraverso un gasdotto che un consorzio di multinazionali americane, inglesi, spagnole ed argentine avrebbe dovuto costruire. Il movimento rivendicava inoltre la sovranità popolare del gas, il rifiuto del Ftaa (Free trade area of America: Alca), un'assemblea costituente e l'abrogazione di tutte le leggi sulle privatizzazioni e gli investimenti stranieri.

L'insurrezione convinse il "Goni" - il cui consenso sociale si era frattanto di molto indebolito nonostante il sostegno degli Stati Uniti, della grande stampa e dell'apparato repressivo dello stato - ad abbandonare frettolosamente il paese fuggendo a Miami.

La crisi di potere che venne così a determinarsi fu direttamente gestita da Lula e Kirchner che si proclamarono diretti interlocutori degli Usa per tranquillizzarli sul decorso "istituzionale" della situazione boliviana, ma anche per tutelare contemporaneamente gli interessi delle multinazionali dei loro paesi (Petrobras e Repsol Argentina), esposte in Bolivia con ingenti investimenti e titolari di diritti di sfruttamento del gas. La loro mediazione, con l'assenso esplicito di Evo Morales (all'epoca oppositore di Sánchez de Lozada dal quale era stato sconfitto di misura alle precedenti elezioni presidenziali), portò alla successione da parte del vicepresidente, Carlos Mesa Gisbert.

Mesa è rimasto in carica fino allo scorso mese di giugno, quando, in seguito ad una nuova ondata di grandi proteste popolari che per settimane bloccarono la capitale La Paz, rassegnò definitivamente le dimissioni. Le manifestazioni di piazza, il cui obiettivo era rappresentato dalla rivendicazione della nazionalizzazione delle risorse energetiche e dalla convocazione di un'assemblea costituente, facevano seguito a mesi di tensioni sociali e violenti scontri che fecero temere lo scoppio di una vera e propria guerra civile. Il presidente nominato ad interim, Eduardo Rodriguez, accettò la carica col dichiarato scopo di traghettare il paese verso nuove elezioni.

Il risultato elettorale 

È stato subito chiaro che Jorge "Tuto" Quiroga, il candidato della destra e delle multinazionali degli idrocarburi, non avrebbe avuto grandi chance di battere il favorito, Evo Morales, indio aymara, già minatore e poi cocalero, leader della sinistra indigena ed alla testa della rabbia popolare che negli ultimi anni ha segnato la vita sociale e politica del paese andino. Ed è così accaduto che il 18 dicembre scorso, per la prima volta nella storia della Bolivia un rappresentante della maggioranza india nel paese (che è però sempre stata "minoranza" politica rispetto all'oligarchia criolla) è stato sospinto al governo di una nazione dalle mille ed esplosive contraddizioni.

Naturalmente, Morales ha dovuto affrontare e superare, per conseguire un risultato che è senz'altro "storico", parecchie difficoltà. Innanzitutto, nella cornice dell'ostilità dei potentati economici e dell'intervento penetrante dell'amministrazione Bush, l'interessata diffusione di sondaggi truccati, che lo davano sì vincitore, ma accreditandolo di un risultato intorno al 36% contro il 28% di Quiroga ed una maggioranza parlamentare dominata dalle forze politiche a lui contrarie: esito che avrebbe potuto impedirgli l'accesso al Palacio Quemado di La Paz a causa della Costituzione boliviana che assegna al parlamento il potere di nomina del presidente qualora nessuno dei candidati abbia superato la quota del 50%. Poi una revisione delle liste elettorali che ha penalizzato, cancellandoli dagli elenchi, soprattutto gli elettori di Evo (stimati in circa 800.000). Infine, l'insidioso invito all'astensione o al non voto da parte di forze della sinistra boliviana sulla base della parola d'ordine "Evo y Tuto son lo mismo".

Nonostante tutto, però, la popolazione è accorsa in massa alle urne eleggendo al primo turno con circa il 53% Morales nuovo presidente della Bolivia.

Evo Morales, il Mas ed il programma di governo

Il Movimiento al Socialismo (Mas), guidato da Evo Morales, è una formazione politica di matrice sindacale che ha avuto origine dalla resistenza dei cocaleros nei confronti delle politiche contro il narcotraffico imposte dagli Usa alla Bolivia. Già nelle elezioni del 2002, si è affermato come il secondo partito a livello nazionale ed ha attraversato tre importanti scenari di conflitto del paese (la guerra della coca, dell'acqua e del gas). Benché il suo linguaggio politico sia rimasto sostanzialmente invariato rispetto alle origini, il Mas - la cui politica è imperniata sul nazionalismo indigeno antiliberista - ha abbandonato i toni accesi dei suoi primi anni, cercando un accomodamento nella cornice della democrazia boliviana anche per ottenere il consenso di diversi settori sociali.

Il teorico della politica del Mas, Alvaro García Linera, oggi eletto vicepresidente, è l'ideatore del "capitalismo andino" che Morales intende instaurare, un progetto di "sviluppo nazionale e modernizzazione produttiva" che, con uno sguardo al modello brasiliano, non prevede affatto la nazionalizzazione delle risorse energetiche, bensì la rinegoziazione dei contratti di sfruttamento con le multinazionali degli idrocarburi. Insomma, il Mas, convinto che il socialismo nell'attuale Bolivia non sia attuabile, intende innanzitutto costruire ... il capitalismo. In realtà, Morales e Linera vogliono "contenere" le dinamiche conflittuali di massa che le esplosive contraddizioni sociali boliviane innescheranno.

Di ciò, peraltro, sono consapevoli i colossi petroliferi che hanno sede in Equipetrol, il quartiere esclusivo di Santa Cruz, la città sede degli affari definita "la Milano della Bolivia". Luis Carlos Kinn, apprezzato esperto del settore degli idrocarburi, ha spiegato che "Quiroga non avrebbe mai ottenuto una vittoria schiacciante, necessaria per durare. Morales, invece, può assicurare una certa stabilità" (Il Sole 24 Ore, 20/12/2005). E così Jana Drakic, vicepresidente della Chaco, partecipata della Bp, ritiene che "Morales potrebbe essere uno come Chavez. Che parla, parla, ma poi agisce in maniera diversa" (Il Sole 24 Ore, 20/12/2005), evidentemente riferendosi al fatto che il governo venezuelano ha lasciato crescere in maniera impetuosa la presenza delle industrie petrolifere statunitensi sul suo territorio. D'altronde, pare diffusamente condiviso il giudizio espresso da un imprenditore di Santa Cruz, secondo cui Morales "potrebbe prendere la strada moderata di Lula e ci andrebbe benissimo. Oppure quella di Gutierrez in Ecuador, cacciato dalla piazza per non aver corrisposto alle speranze suscitate dalla retorica dei poveri" (Il Corriere della Sera, 18/12/2005).

Quali prospettive dopo il voto

Queste analisi "di classe" impongono un'attenta riflessione.

Il risultato elettorale, con la canalizzazione dell'enorme pressione popolare nella massiccia espressione di voto per Evo Morales, rappresenta senza dubbio un duro colpo per l'amministrazione Bush, per l'imperialismo e per l'oligarchia boliviana, che auspicavano (pur senza riporvi troppe speranze) la neutralizzazione del candidato indio. Ma, allo stesso tempo, pone le classi subalterne boliviane di fronte ad un dilemma di importanza capitale: il programma di Morales, al di là degli altisonanti principi, non ha futuro giacché non propone altro se non la convivenza con le grandi multinazionali degli idrocarburi; e tuttavia, non ha alcuna capacità di ridimensionare queste ultime, dal momento che la debole struttura dello stato andino non consente alcun tipo di controllo effettivo su di esse. Nondimeno, le grandi mobilitazioni operaie e popolari che sono confluite nel voto per il Mas richiedono una riorganizzazione sociale su nuove basi, di cui una è quella della nazionalizzazione dell'industria petrolifera senza indennizzo e sotto controllo operaio.

Si tratta, a ben vedere, dello "storico" dilemma: governo dei lavoratori o capitolazione di fronte all'imperialismo delle industrie del petrolio? E, come sempre, esso può essere sciolto in senso favorevole alle classi subalterne solo se vi sarà una direzione alternativa del movimento operaio e contadino di Bolivia.

Ciò rimanda alla posizione di astensione o di invito al non voto che settori della sinistra boliviana hanno propagandato, sostenendo che non si poteva scegliere fra Quiroga e Morales. Questa posizione - che è stata apertamente combattuta dal Crqi (El Obrero internacional, n. 4) con un appello al voto per Morales, respingendone il programma e sulla base però di un vero programma rivoluzionario - costituisce la rappresentazione più esplicita dell'incapacità di quelle forze politiche di comprendere la situazione della lotta di classe nel loro stesso paese.

D'altronde, già in occasione della cacciata di Sánchez de Lozada, v'era stata l'esplicita ammissione da parte delle direzioni dei partiti e dei sindacati di essere state scavalcate dalla protesta popolare. Durante l'Assemblea nazionale della Central obrera boliviana (Cob) tenuta subito dopo la fuga del Goni, Jaime Solares, segretario esecutivo della Cob, pronunciò queste significative parole: "Chi si considera un rivoluzionario non può mentire a se stesso. Nessun leader né nessun partito politico ha diretto questa ribellione popolare. Né Evo, né Felipe (Quispe) né noi stessi siamo stati a capo della rivolta. Il conflitto, purtroppo, non ha avuto una direzione unitaria. Sono stati i lavoratori boliviani, dal basso, a mandar via a calci nel sedere l'assassino "Goni". Sono state le masse infuriate a prendere a ceffoni l'imperialismo americano. Nessun individuo né partito può aggiudicarsi la leadership di questo conflitto. Nessuno!". L'Assemblea si concluse con una constatazione, che venne ritenuta quasi comune a gran parte dei paesi dell'America Latina: "gli operai, i contadini, le nazioni oppresse e le classi medie impoverite non hanno strappato il potere alla classe dominante perché non hanno ancora un partito rivoluzionario".

Questa conclusione non è meno vera oggi: ora si tratta di costruire in Bolivia quel partito rivoluzionario che sappia intercettare le enormi pressioni popolari che in breve torneranno a far sentire tutto il loro peso.

Se allora le masse boliviane saranno guidate da quella direzione alternativa che è finora mancata, potrà scoccare la scintilla rivoluzionaria che incendierà l'intero continente latinoamericano.

31/12/2005 

  sommario

 

L'imperialismo nel pantano iracheno

La strategia statunistense per il dopo elezioni: un governo di unità nazionale

 

 

di Fabiana Stefanoni

 

Nell'attuale vuoto di iniziativa politica del movimento contro la guerra, il reportage di Rainews24 sull'uso di napalm e fosforo bianco nell'attacco a Falluja ha riportato all'attenzione di tutti la realtà dell'occupazione irachena. Nel mentre, Bertinotti si affannava - in vista di futuri incarichi ministeriali per Rifondazione comunista - a garantire la fedeltà dell'Italia agli Usa ("L'Italia è in Europa ma è leale alleato Usa", www.unioneweb.it/2005/12/06/bertinotti-pacs/) e a ritenere accettabile la proposta iniziale di Prodi sul ritiro delle truppe (le apparenti resistenze successive - di cui, a dire il vero, si sono fatti portavoce più i Verdi che il Prc - riguardavano non questioni di sostanza ma la presenza o meno della parola "occupazione" nella bozza di progamma).

In che cosa consisteva questa proposta è presto detto: nell'impegno a presentare un "calendario di ritiro", consultato il governo iracheno. Niente più niente meno che la proposta di Martino, il ministro della Difesa dell'attuale governo, che ha annunciato il ritiro delle truppe entro il 2006. Infatti, considerato che le elezioni in Iraq si sono svolte il 15 dicembre; che da pochissimo (il 20 gennaio) sono stati diramati i risultati "non certificati" delle elezioni (i quali cioè devono ancora fare i conti coi ricorsi dei sunniti); che, in base all'iter stabilito dalla nuova costituzione, dovranno passare circa due mesi dall'annuncio dei risultati "certificati" per il varo definitivo del nuovo governo; che l'eventuale governo di centrosinistra in Italia dovrà porre all'ordine del giorno la questione del ritiro e poi "consultare" quello iracheno; insomma, considerato tutto questo, di un eventuale, parziale ritiro si comincerà - forse - a parlare (solo a parlare) dall'estate. Dietro i giochi di parole, nulla di diverso da quanto annunciato da Martino: il ritiro entro il 2006, appunto.

 Il risultato delle elezioni parlamentari

In base ai dati ufficiali (benché "non certificati") forniti dalla commissione elettorale irachena, l'Alleanza irachena unita, ossia la coalizione sciita, ha raggiunto la maggioranza relativa dei seggi del nuovo parlamento (128 su 275), 12 in meno rispetto al risultato delle precedenti elezioni. La coalizione ha ovviamente fatto il pieno dei voti nelle province del sud e centro sud a maggioranza sciita e si è confermata, seppur con qualche perdita, la prima forza politica a Baghdad (56,55%).  Va tenuto conto del fatto che l'Alleanza irachena unita racchiude al suo interno movimenti e partiti tra loro eterogenei, sebbene accomunati da una forte connotazione religiosa e da un'ottica collaborazionista - chi più chi meno - nei confronti degli occupanti: oltre allo Sciri (il principale partito sciita, islamista e filorianiano), ricordiamo anche il Dawa e i fedeli dell'ex ribelle Muqtadà al-Sadr, i cui battaglioni sono stati parzialmente reclutati nelle forze di sicurezza governative.

Ciò che più preoccupa gli Stati Uniti dei loro alleati sciiti è la propensione filoiraniana: le stesse Brigate Badr, il braccio armato dello Sciri, che oggi svolgono compiti di polizia e che operano in stretto contatto con gli statunitensi, nacquero da ex soldati delle forze armate irachene che si rivoltarono contro Saddam Hussein durante la guerra contro l'Iran e, probabilmente, furono addestrate dai Pasdaran (le guardie rivoluzionarie iraniane). Per questo, il fatto che l'Alleanza irachena unita non abbia raggiunto la maggioranza assoluta va a favore della strategia americana di dar vita ad un governo di unità nazionale che includa Sciiti, Sunniti e Curdi, secondo l'eterna legge del divide et impera: la necessaria instabilità di un governo che include gruppi politici (ed etnici) che si sono scannati fino al giorno prima favorirà il ruolo di garanti degli americani, che - indipendentemente dal già annunciato parziale ritiro delle truppe - continueranno a mantenere sul territorio "forze di pace" (cioè d'occupazione) per presunte esigenze di stabilizzazione e controllo.

E' chiaro che la partecipazione dei Sunniti alle elezioni, dopo il boicottaggio del gennaio 2004, gioca a favore degli americani anche nel senso di un indebolimento della resistenza irachena, la quale, almeno agli occhi dell'opinione pubblica internazionale, appare isolata nell'opposizione ai governi che fanno il gioco degli occupanti. I sunniti si sono presentati in due coalizioni distinte, delle quali ha ottenuto il risultato migliore il Fronte per la concordia irachena (44 seggi), a forte caratterizzazione confessionale (ne fanno parte il Partito islamico iracheno, il Consiglio nazionale per il dialogo e la Concentrazione del popolo iracheno guidata da Adnan al-Dulaimy). L'altra formazione sunnita, a carattere nazionalista e relativamente laica, il Fronte di dialogo nazionale di Salah al-Motlak, ha ottenuto 11 seggi. Tra le organizzazioni sunnite con cui gli statunitensi hanno tentato un dialogo, solo il Consiglio degli Ulama, che racchiude molte istituzioni religiose, si è rifiutato di partecipare alle elezioni.

Deludente, benché prevedibile, è stato il risultato ottenuto dalla Lista nazionale irachena guidata da Allawi, caratterizzata da eterogenità religiosa (sciiti, sunniti, indipendenti, ex baatisti, elementi del Partito comunista) e, per questo, scarsamente attrattiva in un contesto come quello iracheno: ha ottenuto solo 25 seggi, superando il 10% solo in dieci province. Allawi, uomo di fiducia dell'imperialismo americano e della Cia, probabilmente potrà continuare a giocarsi un ruolo centrale nel futuro governo, con la funzione di mediare tra i sunniti moderati e gli sciiti.

Infine, per quanto riguarda la componente curda, il Partito democratico del Kurdistan di Massud Barzani e l'Unione patriottica curda di Jalal Talabani hanno ottenuto 53 seggi, con una vittoria massiccia nelle tre province del nord a maggioranza curda.

La strategia dell'imperialismo: un governo di unità nazionale

E' chiaro che l'obiettivo degli occupanti è quello di arrivare entro il 2006 a un apparente ritiro delle truppe che, in realtà, permetta di portare avanti l'occupazione con una nuova veste. Dato che non sarà possibile dar vita nel breve periodo a un governo fidato e relativamente stabile né dominare la resistenza armata, gli statunitensi mirano a preservare la loro presenza in Iraq con basi militari, forze di sicurezza, presenze aeree e navali; oltre che, naturalmente, con le grandi imprese destinate alla "ricostruzione economica" - e al controllo delle risorse - in Iraq, che avranno anche il compito di coordinare le imprese dei paesi alleati con subappalti e forniture (per quanto riguarda le imprese di casa nostra, si veda il tristissimo sito www.itaraq.it, dove si illustrano le... opportunità d'affari in Iraq con immagini edulcorate di Baghdad che sembrano invitare a una gita turistica). Per questo, un governo di unità nazionale - del quale gli statunitensi continueranno a farsi garanti - è la condizione ideale per mantenere l'occupazione in Iraq nonostante l'apparente "ritiro". Sarebbe sbagliato pensare che gli Stati Uniti, in queste elezioni, parteggiassero per una delle forze in campo, fosse pure il fedelissimo Allawi: lo scopo delle elezioni truffa era quello di far convogliare tutte le componenti etnico-politiche nello stesso pentolone, così da permettere all'imperialismo statunitense di continuare a tenere in mano il mestolo. La mancata di vittoria di una delle forze in campo significa la vittoria degli occupanti.

Ma l'imperialismo non avrà vita facile: gli sciiti e i kurdi, già di per sé restii a compromessi con i sunniti, controllano le regioni dove si concentrano i principali giacimenti di petrolio e quindi hanno in mano un'importante arma di ricatto nei confronti degli statunitensi. Non solo: la costituzione approvata a ottobre è volutamente ambigua circa la gestione delle riserve petrolifere, segno del fatto che gli americani non sono ancora riusciti a strappare ai loro alleati iracheni un via libera definitivo allo sfruttamento delle riserve energetiche. La carta costituzionale, infatti, stabilisce all'articolo 109 che gas e petrolio appartengono al popolo iracheno e sembra escludere le privatizzazioni; allo stesso tempo, tuttavia, si introduce la regola del "libero mercato" nella gestione dei giacimenti.

Non solo: la resistenza non è stata ancora placata e al-Zarqawi, supposto leader di al-Qaida in Iraq, non è l'unica voce del movimento armato che si oppone ai governi collaborazionisti. Basterebbe citare alcune delle tante organizzazioni ancora attive che hanno dichiarato guerra agli invasori per rendersi conto che l'imperialismo statunitense troverà grossi ostacoli nella regione: dall'Organizzazione irachena di liberazione - che offre 2 milioni di dollari a chi uccide "un membro qualsiasi del governo" e 5 milioni per la morte di un leader -, le Falangi del terremoto, quelle del Saladino e quelle dei mujahidin, i movimenti armati d'opposizione baatista ecc. E' evidente che la direzione politica della resistenza, anche in considerazione del ruolo ad oggi egemone dei movimenti armati islamisti, è ancora saldamente nelle mani degli integralisti. Tuttavia, il fatto stesso che, alla vigilia delle elezioni, si sia dato il via ad un'ondata repressiva nei confronti delle forze della sinistra sociale irachena è l'indice del timore degli americani di veder trasformate in rivolta sociale le istanze di liberazione nazionale. Il 7 dicembre sono stati rapiti due militanti del Partito comunista operaio di sinistra in Iraq; un mese prima un altro militante dello stesso partito era stato assassinato a Baghdad; il 15 dicembre a Nassirya è stata incendiata la sede del Partito Comunista Operaio iracheno su iniziativa dello Sciri. Nessuna di queste forze d'ispirazione socialista ha abbracciato oggi la parola d'ordine della rivoluzione socialista in Medio Oriente, ma uno dei timori delle forze filoamericane irachene è che la resistenza armata possa saldarsi a rivendicazioni di carattere sociale o a scioperi operai. La vittoria sul campo della resistenza irachena e la sconfitta degli imperialisti possono creare le premesse di un'ondata rivoluzionaria in Medio Oriente; ma solo il partito mondiale della rivoluzione - la Quarta Internazionale rifondata - potrà ricondurre le istanze di liberazione nazionale alla prospettiva di un Medio Oriente laico e socialista.

27-1-2006

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