RELAZIONE
INTRODUTTIVA ALLA SESSIONE INTERNAZIONALE DEL CONGRESSO
di
Valerio Torre
La
situazione mondiale è caratterizzata dalla crisi e dall'instabilità della
dominazione capitalista. Da un lato, i capitalisti attaccano la classe operaia
per mantenere la loro capacità di fare profitti; dall'altro, la classe operaia
resiste.
Da
un punto di vista economico, la crisi capitalistica si può riscontrare nel
massiccio eccesso di capacità e di sovrapproduzione del capitale su scala
mondiale; nella crescente disuguaglianza di ricchezza e di salario; nello
sviluppo della speculazione e del carattere parassitario del capitale
finanziario ad un grado mai visto dagli anni ‘20 (si pensi che negli Usa i
profitti del 2006, in proporzione del Pil, sono notevolmente più alti che nel
1929, quando, prima del grande crollo, l'economia americana ribolliva); nelle
sempre più ricorrenti crisi finanziarie; nell'incapacità del capitalismo di
offrire una qualsiasi prospettiva di sviluppo nei paesi dipendenti; nel terrore
dei capitalisti di un brusco risveglio dopo aver fatto man bassa di profitti
negli anni ‘90 segnati dalla speculazione finanziaria.
È
di questi giorni il dibattito fra gli economisti sul tipo di impatto che il
forte rallentamento in atto dell'economia americana avrà a livello globale: fra
le posizioni di chi immagina una frenata molto brusca dei mercati statunitensi
con un passaggio dall'attuale fase di crescita recessiva (cioè di crescita che
porta con sé un aumento della disoccupazione) ad una fase di vera e propria recessione,
con una recrudescenza del protezionismo Usa; e quelle di chi, invece, ritiene
più plausibile - dopo quattro anni di boom espansivo - un atterraggio morbido
dell'economia americana ed una conseguente pausa non drammatica dell'economia
mondiale. Ed il segno di quest'incertezza sta in un'eloquente dichiarazione del
vicepresidente della Federal Reserve, Donald Kohn, che ha recentemente
affermato: «Non siamo sicuri di come sia andata l'economia, di come stia
andando, né di come andrà».
Sta
di fatto, però, che l'alternarsi di cicli di crescita e cicli recessivi connota
la situazione complessiva come fase di stagnazione, in cui i capitalisti
tentano di contrastare la caduta tendenziale del saggio di profitto attraverso
l'aumento del tasso di sfruttamento. Questa fase sembra essere destinata a
durare, poiché gli indicatori economici non fanno pensare ad un collasso del
sistema, né suggeriscono un suo riequilibrio.
Sotto
il profilo squisitamente economico, quindi, il vero problema del capitalismo è
il disequilibrio e la stagnazione; la sua vera ricetta è l'attacco ai
lavoratori.
Da
un punto di vista politico, invece, la tendenza delle masse a resistere si può
riscontrare nella serie di esplosioni sociali ad ogni latitudine del mondo,
caratterizzate da sollevazioni popolari e scioperi, sia operai che
studenteschi.
Dopo
che, nel 1991, l'Unione Sovietica cadde vittima delle sue contraddizioni interne
e della pressione imperialista e collassò su se stessa, i capitalisti erano
convinti di poter imporre un "nuovo ordine mondiale"; proclamarono la "fine
della Storia", prefigurando un'epoca in cui la lotta di classe sarebbe
scomparsa e la questione della trasformazione di questa società non sarebbe più
stata all'ordine del giorno. La politica dell'imperialismo dei primi anni ‘90 è
stata improntata al neoliberalismo in abiti formalmente democratici, all'insegna
della vecchia ricetta del "laissez faire, laissez passer". La democrazia borghese,
infatti, implica il minimo di coercizione ed il massimo di coinvolgimento della
classe operaia: cioè il minimo investimento possibile di profitti per il
controllo della classe operaia. Ne abbiamo una riprova proprio oggi in Italia
con la rapina del Tfr: il capitalismo, come sostiene con dovizia di
argomentazioni il giornale della Confindustria, Il Sole 24 Ore del 30 dicembre
scorso, giustifica il passaggio forzoso dei lavoratori ai fondi pensione come -
cito testualmente - «la sfida di far partecipare alla crescita del capitale
anche i lavoratori tramite l'adesione ai fondi pensione e la diffusione dell'investimento
azionario consapevole»; cioè come «un'altra via per meglio distribuire l'aumento
dei profitti». E nello stesso senso vanno le proposte di Confindustria stessa
di compartecipazione dei lavoratori ai rischi d'impresa attraverso la
contrattazione aziendale legata all'andamento del ciclo produttivo in cambio
dell'azzeramento della contrattazione collettiva nazionale: si tratta, appunto,
del progetto del padronato di attrarre sempre più a sé la classe lavoratrice
per legarla ai suoi destini per indebolirne la potenzialità di rottura come
classe contrapposta. E ben venga se, come sottoprodotto per ottenere il
controllo delle dinamiche di massa, la borghesia riesce anche a guadagnarci
(intercettando nei fondi pensione il salario differito del Tfr, oppure
azzerando la contrattazione collettiva e, quindi, i diritti dei lavoratori).
Tuttavia,
oggi, a voler verificare gli esiti degli incauti proclami sulla fine della
Storia, la scomparsa della lotta di classe, il predominio del sistema
capitalistico come unico e migliore dei mondi possibile, si può affermare,
senza tema di smentite, che il capitalismo non è riuscito a stabilire un nuovo
equilibrio, né politico, né economico.
Nonostante
le previsioni di alcuni osservatori, compresi quelli di sinistra, circa la
possibilità di una nuova e duratura espansione economica a largo raggio, a
livello globale appunto, il massiccio eccesso di capacità e di
sovrapproduzione, le rivalità interimperialistiche e la resistenza dei
lavoratori, non consentono ai capitalisti di trarre vantaggio dai progressi
tecnologici; essi non possono più fare quelle concessioni che sarebbero
necessarie per garantire la pace sociale e permettere che il sistema funzioni.
Il nuovo ordine sociale è fallito.
Dalla
metà degli anni ‘90, i lavoratori hanno iniziato ad opporre resistenza all'ordine
neoliberale. Lotte di classe e lotte sociali si sono ripresentate sempre più
frequentemente e l'avanguardia della classe operaia ha cominciato a riprendersi
dallo shock, dalla confusione e dall'arretramento indotti dalle sconfitte degli
anni ‘80 e ‘90 e dal crollo dell'Urss, cercando di comprendere le ragioni delle
sconfitte e la maniera di superarle.
Tuttavia,
lo sviluppo della lotta di classe non è ancora giunto ad un livello tale da poter
minacciare la dominazione capitalista su scala mondiale. Al momento, i
capitalisti hanno ancora la possibilità di continuare a portare i loro attacchi
contro la classe lavoratrice ed il proletariato, manovrando all'interno dello
spazio relativamente stretto che va dal centrodestra al centrosinistra, senza
necessità di ricorrere diffusamente ai fronti popolari stile anni ‘30, alle
dittature militari od al fascismo. Però, l'incapacità dei capitalisti di
rendere stabile il sistema, da un lato; e la resistenza che oppongono le classi
subalterne, dall'altro, dimostrano che la prospettiva rivoluzionaria - sullo
sfondo del fallimento dello stalinismo, della crisi del riformismo e del crollo
delle esperienze socialdemocratiche - è più che mai attuale: la soluzione della
classe operaia alla crisi capitalista è la rivoluzione mondiale!
I
settori più aggressivi del capitalismo (come l'amministrazione Bush), che, dal
canto loro, hanno il polso della situazione che si va determinando, hanno
approfittato dell'attacco alle Twin Towers del 11 settembre 2001 per teorizzare
la c.d. "guerra preventiva al terrorismo". Hanno individuato una serie di
obiettivi strategici - vitali per l'economia ed il sistema imperialistico
nordamericano - al fine di imporre quel "nuovo ordine mondiale" che a Bush padre
non era riuscito di instaurare, nonostante i proclami in tal senso, con l'aggressione
all'Iraq del 1991. Quest'opzione bellicista - che non si limita all'attacco ed
all'occupazione dell'Afghanistan nel 2001 e dell'Iraq nel 2003 (preceduti dalla
guerra dei Balcani), ma comprende anche l'intervento militare nelle Filippine
ed in Colombia e la costante minaccia a Siria, Corea del Nord ed Iran - ha l'obiettivo
di riaffermare la supremazia militare degli Stati Uniti rispetto a quei paesi
che potrebbero essere potenzialmente "nemici" od in competizione con loro; ma,
nel contempo, tende a comprimere sempre di più i diritti dei cittadini e le
conquiste dei lavoratori attraverso le cc.dd. "misure antiterrorismo".
Tuttavia,
l'imperialismo Usa incontra una serie di problemi, come dimostra l'impasse in
Afghanistan e, in misura molto maggiore, in Iraq, dove attualmente l'amministrazione
Bush non ha la possibilità immediata di stabilizzare la situazione. L'imperialismo
americano vorrebbe già passare alla prossima guerra, ma non riesce a tirare
fuori dalle secche irachene le truppe impegnate. D'altro canto, la stessa
opinione pubblica americana si sta spostando su posizioni critiche rispetto
alle politiche di Bush: certo, non in relazione agli obiettivi, ma quantomeno
in relazione ai mezzi impiegati. In questo senso, va segnalato il memorandum
prodotto nelle scorse settimane dalla Commissione Baker che ha indicato all'amministrazione
Usa le linee per una limitata exit strategy tendente a mantenere il controllo
nordamericano in Medioriente con un minimo coinvolgimento militare.
Di
qui - e tenendo comunque presenti le contraddizioni che attraversano il governo
statunitense (Bush ha criticato le raccomandazioni della Commissione Baker per
un diretto coinvolgimento diplomatico di Siria ed Iran per un'ipotesi di
stabilizzazione della regione sostenendo che Siria ed Iran sono parte del
problema in Iraq, non della soluzione) - di qui, dicevo, il parziale abbandono
in sordina della tendenza all'unilateralismo in politica estera da parte di
Bush in favore di un moderato multilateralismo che implica il coinvolgimento
degli imperialismi europei per il controllo dell'intera area mediorientale:
coinvolgimento che ha trovato un immediato riscontro, per quel che riguarda il
Libano, da parte dell'Italia, intenzionata a coprire le difficoltà in politica
interna con un rinnovato protagonismo in politica estera, e della Francia,
desiderosa di partecipare alla spartizione di un bottino da cui è stata tenuta
fuori per la posizione assunta all'epoca dell'aggressione Usa all'Iraq; mentre
la stessa Germania si è subito proposta, per dare seguito alle raccomandazioni
contenute nel rapporto della Commissione Baker, come intermediario tra
Washington e Teheran, assicurando peraltro agli Stati Uniti appoggio e
cooperazione per la ricostruzione dell'Iraq non appena la situazione della sicurezza
lo consentirà: anche qui col malcelato intento di partecipare alla distribuzione
dei profitti che assicurerà l'affare della ricostruzione.
Questo
appena descritto è il prodotto delle contraddizioni interimperialistiche che
già negli anni scorsi - a dispetto delle immaginifiche costruzioni
intellettuali dei teorizzatori dell'Impero (penso alle fortune editoriali dei
libri di Toni Negri) - erano vive e vitali, come ad esempio nelle guerre
doganali e dei dazi sull'acciaio fra Stati Uniti ed Europa. Contraddizioni che si
erano ulteriormente rivitalizzate attraverso l'aggregazione di paesi (Usa, Gran
Bretagna, Italia e Spagna, da un lato; Germania, Francia, Russia e Cina, dall'altro)
che hanno fatto dell'aggressione e della successiva occupazione dell'Iraq l'occasione
per lo sviluppo dei propri rispettivi imperialismi. E proprio sulla spartizione
del bottino di guerra si era verificata un'ulteriore recrudescenza dello
scontro fra questi paesi, dal momento che gli Usa avevano espressamente escluso
dal grosso affare degli appalti per la ricostruzione dell'Iraq le imprese di
quegli stati che non li avevano militarmente appoggiati.
In
ogni caso, la soluzione bellicista che il capitalismo sta in questo momento
sperimentando non è scivolata senza reazioni sulle spalle dei lavoratori. Al
contrario!
Gli
attacchi militari e le occupazioni hanno determinato la discesa in campo di un
ampio movimento contro la guerra: in tutto il mondo, grandi masse di
lavoratori, disoccupati, donne, studenti, si sono mobilitate contro la guerra e
per la difesa dei propri diritti, tanto che dall'autunno del 2002 alla
primavera del 2003 si sono viste le più grandi manifestazioni contro la guerra
dai tempi del Vietnam.
Quest'opzione
bellicista, che il capitalismo sta praticando per instaurare un ordine mondiale
favorevole al proprio ulteriore sviluppo, sta però dispiegandosi sullo sfondo
di una congiuntura economica che non vede né crescita e progressiva espansione
del sistema capitalistico, né crisi finanziaria catastrofica ed il suo collasso,
ma una fase di complessiva stagnazione con episodi recessivi.
L'instabilità
politica e sociale che questo quadro comporta ha determinato - e determinerà ancor
di più - una netta ripresa delle lotte di massa, sia per l'aumento delle già
forti tensioni sociali, sia per l'attuazione di politiche sempre più repressive
da parte dei governi.
Certo,
il livello della lotta di classe - o, meglio, il livello di coscienza che
presiede la lotta di classe - non è paragonabile a quello di trenta anni fa; ma
se già guardiamo a dieci anni fa notiamo che il livello è notevolmente superiore.
L'Europa,
nonostante il recentissimo allargamento a 27 con l'ingresso di Bulgaria e Romania,
non può dirsi un soggetto in grado di competere con l'imperialismo americano: l'Ue
costituisce più che altro un'unione monetaria, una somma di alcuni imperialismi
nazionali che trainano a rimorchio paesi dipendenti inglobati al solo scopo di
allargare i mercati per la penetrazione delle imprese dei paesi più sviluppati
e per fruire di manodopera più a buon mercato proveniente da quelli più deboli.
È indubitabile che l'allargamento ad Est abbia regalato all'Unione quello che
le mancava, cioè un serbatoio mobile e flessibile di manodopera a basso costo
il cui utilizzo ha avuto un ruolo centrale nella ripresa economica europea con
il sorpasso, per la prima volta da anni, degli Stati Uniti.
Tuttavia,
nonostante il balzo in avanti dell'economia dell'Ue, siamo in presenza di un progetto
rimasto a metà del guado. Quasi mezzo miliardo di cittadini (seconda solo a
Cina ed India); più di un quinto del Pil mondiale e il 18% del commercio
internazionale; ventitré lingue ufficiali: eppure, l'allargamento dissennato,
perseguito con gli obiettivi appena detti, ha creato un'entità eterogenea e di
fatto ingovernabile, malvista e contrastata dal 45% dei suoi cittadini, con una
Carta costituzionale bloccata ed un ceto politico che non ha soluzioni
immediate per stabilizzare questa situazione. In realtà, ben può dirsi che l'Europa,
così come è stata costruita, è, né più né meno, una zona di libero scambio, non
già un'entità politica.
Intanto,
altri paesi dell'ex blocco comunista, comprese le nuove repubbliche balcaniche
nate dall'esplosione della Jugoslavia, bussano alle porte dell'Ue ed il loro
ingresso determinerà ulteriori tensioni e contraddizioni.
L'America
Latina costituisce, in questo momento, il punto di sofferenza più acuto per l'imperialismo
capitalistico. E non certo per la favoletta che la stampa borghese racconta,
cioè quella di un continente praticamente espugnato dai "comunisti" grazie ad
un progressivo spostamento a sinistra determinato dall'affermazione nel tempo
di leader più o meno radicali (Lula in Brasile, Ortega in Nicaragua, Correa in
Ecuador, Morales in Bolivia; e prima ancora Bachelet in Cile, Kirchner in
Argentina). Quanto piuttosto perché più vivo è lo scontro sociale in atto, con
le masse che da tempo hanno rialzato la testa scontrandosi con governi
frontepopulisti insediati dal capitalismo stesso per sterilizzare il conflitto
sociale e bloccare una possibile rivoluzione. D'altro canto, sono gli stessi
capitalisti - che hanno in questo senso un fiuto eccezionale - ad escludere che
al momento i vari governi di "sinistra" e di "centrosinistra" in America Latina
possano costituire una minaccia per il sistema e per i loro profitti: nelle
scorse settimane, ad esempio, dopo la rielezione di Chavez, una puntuale
analisi de Il Sole 24 Ore rivelava l'assoluta tranquillità con cui il capitale
guarda ai processi in atto nel continente sudamericano con l'insediamento di
governi più o meno radicali.
Tuttavia
- e qui le previsioni dei capitalisti sono meno precise - le potenzialità rivoluzionarie
sono, in una prospettiva meno immediata, notevoli, dato che il livello di
scontro sociale può tornare a salire prepotentemente allorquando le riforme che
questi governi attueranno (persino quelli apparentemente più a sinistra, come
quelli di Chavez e di Morales) andranno in direzione liberale.
L'esempio
più evidente di quanto dicevo è costituito dal governo Lula, la cui elezione
nel 2002 suscitò grandi speranze nelle classi disagiate, che videro in questo
risultato un'occasione storica di rivincita sociale. Ma, non appena insediato,
Lula iniziò da subito a pagare il debito contratto con i rappresentanti del
capitalismo finanziario brasiliano ed internazionale per il notevolissimo
contributo che essi diedero alla sua elezione, continuando le politiche
liberiste del suo predecessore Cardoso, onorando gli impegni finanziari assunti
con il Fmi e mettendo nei posti chiave delle istituzioni di governo i
rappresentanti del grande capitale industriale e finanziario.
Dopo
solo un anno di presidenza, gli investitori internazionali e le istituzioni
finanziarie lodarono l'ortodossia economica di Lula, mentre la moneta
brasiliana, il real, si apprezzava sul dollaro di oltre il 17%, il maggior
guadagno nel 2003. La controriforma sulle pensioni determinò un'enorme ondata
di proteste e venne approvata a colpi di repressione all'interno dello stesso
Pt da cui vennero espulsi i deputati dissenzienti. La mancata attuazione delle
promesse di riforma agraria fatte ai Sem Terra determinò l'innalzarsi della conflittualità
sociale e la ripresa delle occupazioni delle terre del latifondo. Infine, la
tangentopoli del 2005 fece crollare gli indici di popolarità di Lula, che
infatti ha dovuto attendere il ballottaggio alle recenti elezioni per poter
essere riconfermato nel mandato presidenziale. La sua rielezione, peraltro,
viene vista con sempre maggior disincanto dai settori progressisti che l'hanno
sempre sostenuto.
In
Argentina, dopo le straordinarie giornate rivoluzionarie del dicembre 2001 e la
cacciata del governo De La Rua, lo sviluppo del processo rivoluzionario si è
allargato fino a creare l'embrione di un dualismo di poteri: oltre ai blocchi
delle grandi arterie nazionali, agli scioperi generali ed alle grandi
manifestazioni, le assemblee popolari e l'occupazione delle fabbriche hanno costituito
un contropotere che si è opposto con la forza dei lavoratori, dei disoccupati,
delle donne, dei giovani, al potere dello stato borghese; insomma, alla violenza
repressiva del capitale si è contrapposta la forza delle masse. Tuttavia, nella
fase successiva, proprio perché il processo rivoluzionario non ha avuto uno
sbocco in senso operaio e socialista, l'azione di contenimento delle forze
nazionaliste borghesi, dei partiti di centrosinistra e di sinistra e delle loro
centrali sindacali - che in particolare sono riuscite ad evitare che la classe
operaia assumesse un ruolo centrale nella protesta - ha incanalato la protesta
di massa in alvei legalitari più controllabili; sicché, con le elezioni
presidenziali che hanno portato Nestor Kirchner al potere, la situazione
sociale è rifluita sino ad una sostanziale stabilizzazione.
Le
elezioni presidenziali del 2005 in Bolivia hanno indubbiamente rappresentato
l'epilogo di un lungo periodo di ascesa rivoluzionaria delle masse del paese
andino: una dinamica - come storicamente è sempre accaduto - contraddittoria e
nient'affatto lineare, ma certamente significativa rispetto all'attuale
situazione politica e sociale del continente sudamericano.
Dopo
la cacciata, nel 2003, del presidente Gonzalo Sánchez de Lozada, Evo Morales è
salito al potere sulla base di un programma che, pur conservando toni verbali
dal carattere radicale, è un progetto di "sviluppo nazionale e modernizzazione
produttiva" che rappresenta un accomodamento nella cornice della democrazia
boliviana.
Il
risultato elettorale, con la canalizzazione dell'enorme pressione popolare
nella massiccia espressione di voto per Morales, rappresenta senza dubbio un
duro colpo per l'amministrazione Bush, per l'imperialismo e per l'oligarchia
boliviana, che auspicavano (pur senza riporvi troppe speranze) la
neutralizzazione del candidato indio. Ma, allo stesso tempo, pone le classi
subalterne boliviane di fronte ad un dilemma di importanza capitale: il
programma di Morales, al di là degli altisonanti principi, non ha futuro
giacché non propone altro se non la convivenza con le grandi multinazionali
degli idrocarburi; e tuttavia, non ha alcuna capacità di ridimensionare queste
ultime, dal momento che la debole struttura dello stato andino non consente
alcun tipo di controllo effettivo su di esse. Nondimeno, le grandi
mobilitazioni operaie e popolari che sono confluite nel voto per il Mas richiedono
una riorganizzazione sociale su nuove basi, di cui una è quella della
nazionalizzazione dell'industria petrolifera senza indennizzo e sotto controllo
operaio.
Si
tratta, a ben vedere, dello "storico" dilemma: governo dei lavoratori o
capitolazione di fronte all'imperialismo delle industrie del petrolio? E, come
sempre, esso può essere sciolto in senso favorevole alle classi subalterne solo
se vi sarà una direzione alternativa del movimento operaio e contadino di
Bolivia.
Per
il Venezuela il discorso è sostanzialmente analogo: Chavez, appena rieletto
presidente, gode indubbiamente di un vasto consenso popolare costruito attraverso
la realizzazione - sia pure confusa ed ambigua - di obiettivi di
industrializzazione e redistribuzione, in favore delle classi meno abbienti e
più emarginate, del differenziale della rendita derivante dalla produzione e
dalla vendita del petrolio. Ed anche a livello internazionale, Chavez viene
ormai universalmente identificato come il leader di una pretesa "rivoluzione
bolivariana" in grado di fungere da argine all'imperialismo statunitense in
America Latina.
Nella
realtà il "chavismo" non è altro che un regime nazionalista borghese fondato su
una buona dose di populismo e sul carisma del presidente, che gli ha
consentito, agitando peraltro un antimperialismo verbale e praticando una
crescente militarizzazione dell'intera amministrazione, di incunearsi nel vuoto
di potere derivato dalla corruzione diffusa del sistema politico che ha
ereditato. Ma, il "chavismo" rappresenta pure una variante progressista
dell'"allendismo", inteso come pratica della transizione pacifica ed
istituzionale al socialismo entro la cornice legale e costituzionale fissata
dal capitalismo, con la propensione di classe a cedere nei confronti
dell'imperialismo capitalista. Ne costituisce un chiaro esempio la complessiva
politica economica e commerciale di Chavez per cui le grandi compagnie
petrolifere americane vantano solidi e redditizi contratti commerciali con la
Pdvsa (l'impresa statale del petrolio di Caracas).
La
prospettiva dei lavoratori non è e non può essere quella di restare invischiati
nell'ennesimo fallimento di un'esperienza nazionalista borghese, com'è quella
"chavista", e nella ragnatela che essa ha tessuto e tesse con l'imperialismo.
Essi dovranno - nel momento in cui oseranno chiedere di più scontrandosi con lo
stesso Chavez - comprendere i limiti insuperabili di quella politica di
compromesso, contrapponendovi la costruzione di un partito operaio
rivoluzionario indipendente che costituisca l'avanguardia operaia rivoluzionaria
su cui costruire l'unità socialista dell'America Latina
Riprendendo
il discorso, non si può non vedere che, con le specificità proprie dei singoli
paesi sudamericani, le contraddizioni che le riforme dei governi determineranno
nelle masse e la disillusione che quelle riforme indurranno potranno essere la
miccia in grado di incendiare l'intero continente, la scintilla capace di
innescare nuovi e più deflagranti processi rivoluzionari. Tuttavia, vanno fatte
alcune precisazioni.
All'interno
di un processo di radicalizzazione sociale, sospinta dalla crisi, un settore di
avanguardia della classe operaia può maturare un orientamento anticapitalista e
di fatto rivoluzionario, può rivendicare la propria autonomia di classe,
rivendicare la rottura con la borghesia, l'esproprio della borghesia,
rivendicare il governo dei trabajadores, e al tempo stesso sperimentare nelle
sue stesse forme organizzative l'embrione di un potere alternativo, come
abbiamo visto per l'Argentina nel 2001 e, più recentemente, con la Comune di
Oaxaca, in Messico. I poteri forti avvertono che questi esempi possono indurre
una suggestione, possono essere fattori di contagio per altre realtà. Il fatto
che, in un paese quale l'Argentina - che veniva presentato dai vertici del
centrosinistra fino a poco tempo fa come il paese che aveva sperimentato
brillantemente le ricette del neoliberismo in versione moderata - le masse si siano
ribellate contro un governo regolarmente eletto e siano riuscite con la loro
forza a cacciarlo è in qualche modo, dal punto di vista della percezione della
borghesia - che, come dicevo prima, ha un fiuto e un intuito di classe
sperimentato da secoli - un grande elemento di preoccupazione. Ed esattamente
per questo, la borghesia lavora proprio per sterilizzare quelle potenzialità.
Il punto è che non è sufficiente che quelle condizioni oggettive vi siano; è
necessario e decisivo l'intervento concentrato di un fattore soggettivo che
lavori a innescare la miccia e che contrasti le operazioni avverse della borghesia.
La
storia ci insegna che nessun movimento di massa, per quanto grande nelle sue
potenzialità, ha in sé la soluzione dei problemi che pone: il fattore decisivo
è sempre l'incontro con un progetto cosciente, con una direzione politica
capace di ricomporre quelle potenzialità sul terreno della rivoluzione. E
questo è ovunque il compito difficile dei comunisti. Che, attraverso una
battaglia di egemonia, debbono sviluppare, nel profondo dei movimenti e nel
cuore delle loro contraddizioni, una coscienza anticapitalista e rivoluzionaria
nella consapevolezza che, fuori di questa strada, l'alternativa è esattamente
la dispersione e quindi la sconfitta di quei movimenti.
Ecco
perché partiti rivoluzionari ed un'Internazionale rivoluzionaria sono gli
strumenti necessari perché la classe operaia conquisti il potere. La ragione
chiave per la quale le esplosioni sociali di questi ultimi anni sono state
tutte arginate sta nella loro direzione: composta non già da partiti
rivoluzionari, ma da partiti o burocrazie che hanno praticato la collaborazione
di classe con la borghesia e, in alcuni casi, con l'imperialismo. Come abbiamo
in altre occasioni detto, ciò che a tutte le latitudini del mondo in questi
anni è mancato non sono state le lotte, ma una prospettiva di sviluppo
rivoluzionario delle lotte ed in particolare una loro direzione rivoluzionaria.
Compito
dei marxisti rivoluzionari è, appunto, costruire la direzione capace di
intervenire nello sviluppo rivoluzionario della lotta di classe e portare la
classe operaia al potere.
Ed
è proprio per questo motivo - perché vogliamo costruirci come direzione rivoluzionaria
delle lotte in Italia sapendo che non possiamo esimerci dal costruire, in
Italia, la sezione della direzione internazionale delle lotte nel mondo - che,
nell'affrontare il difficile compito di far nascere un partito rivoluzionario,
ci siamo contemporaneamente impegnati perché esso nascesse come sezione di un'Internazionale
rivoluzionaria dei lavoratori - la Quarta (perché, come diciamo nelle Tesi, il
numero indica non già un feticcio, bensì un programma e, contemporaneamente, un
lascito storico).
Oggi
questa Internazionale non esiste. Esistono, però, varie tendenze internazionali
che si richiamano al patrimonio politico - e lo investono nelle lotte cui
partecipano - della Quarta Internazionale di Trotsky. Queste tendenze, senza
proclamarsi (al contrario di altre) la Quarta rifondata, hanno la
consapevolezza che ancora lunga è la strada per la rifondazione dell'Internazionale
rivoluzionaria dei lavoratori e nel loro orizzonte politico hanno come
obiettivo proprio la rifondazione della Quarta Internazionale.
La
necessità di rifondare la Quarta, e non costruire una nuova Internazionale, sta
nella constatazione che il processo di degenerazione che pure ha afflitto l'Internazionale
di Trotsky dopo la sua morte è stato di gran lunga meno grave e profondo di
quelli che hanno portato allo scioglimento della Prima, della Seconda e della
Terza.
La
rivoluzione proletaria è attuale perché attuali sono le sue premesse oggettive
(la crisi della società) e soggettive (l'esistenza di una classe
rivoluzionaria): e la connessione fra tali premesse è stata operata solo dal
programma (e dall'Internazionale) trotskista. Solo il programma (e l'Internazionale)
trotskista integra la lotta antiburocratica nella prospettiva della rivoluzione
anticapitalista e proletaria mondiale: è l'unico programma che oggi - nella
dichiarata continuità col bolscevismo dell'Ottobre, con le prime tre
Internazionali e con la parola d'ordine principale del marxismo, la dittatura
del proletariato - difende esplicitamente la prospettiva storica del
socialismo.
Per
dare una prospettiva di vittoria alla classe operaia occorre partire dal recupero
di quel programma e di quell'Internazionale, soprattutto oggi che la crisi
congiunta del capitalismo, della socialdemocrazia e dello stalinismo apre uno
spazio storico sociale e politico obiettivamente più ampio per il rilancio di
quel programma e del suo partito mondiale.
Ci
siamo quindi posti, sulla base di queste premesse, l'obiettivo di operare per
un raggruppamento sulla convergenza politico-programmatica, partendo ovviamente
dalle forze che si richiamano al trotskismo conseguente. Dopo un lungo lavoro
istruttorio, di cui costituiscono testimonianza le approfondite discussioni all'interno
del Gruppo di Lavoro Internazionale e degli organismi dirigenti (che sono poi
sfociate in decine e decine di circolari informative per gli iscritti e
numerosi articoli sul nostro giornale) ci siamo confrontati con le due più
grandi tendenze internazionali che si richiamano ai principi del trotskismo
conseguente: la Lit-Ci (Lega internazionale dei lavoratori - Quarta
Internazionale) e la Ft-Ci (Frazione trotskista - Quarta Internazionale),
avendo anche un'interlocuzione con altre organizzazioni, tra cui la Frazione di
Lutte Ouvrière, con le quali abbiamo allacciato rapporti tendenti a chiarire il
quadro delle convergenze e delle divergenze esistenti.
Tali
relazioni hanno preso le mosse da una serie di incontri preliminari con
dirigenti di queste organizzazioni, scambio di documenti, di articoli che sono
stati pubblicati sui rispettivi organi di stampa, discussione sui nostri testi
congressuali con la presenza di dirigenti della Lit e della Ft al nostro
Consiglio Nazionale. Tutto il percorso fatto ci ha convinti che sia la Lit che
la Ft potessero essere parte - al di là di divergenze su aspetti relativi alla
tattica, che a nostro avviso non intaccavano la comune elaborazione teorica e
visione strategica - di un processo di aggregazione come percorso verso la
rifondazione della Quarta Internazionale. In questo senso, ci siamo resi
promotori di un incontro con delegazioni dell'una e dell'altra tendenza
proponendo come terreno di discussione, tra gli altri, le nostre tesi
congressuali. Tutto ciò, naturalmente, allo scopo di fornire, sia agli
organismi dirigenti che all'intero nostro corpo militante, elementi di
riflessione perché il Congresso potesse assumere una meditata decisione sulla
nostra collocazione internazionale.
Crediamo
di poter dire, senza enfasi, che quest'obiettivo - l'elaborazione collettiva di
una scelta - è stato raggiunto: la discussione sui temi internazionali e sulla
nostra collocazione nel panorama delle tendenze che si richiamano ai principi
del marxismo rivoluzionario ha veramente attraversato tutto il tessuto della
nostra organizzazione; il dibattito degli organismi dirigenti su questo punto è
stato appassionato e partecipato: tutti i compagni presenti al Cn a ciò
deputato sono intervenuti, apportando ulteriori elementi di riflessione su
quelle che poi sono state le scelte che oggi, attraverso la risoluzione che vi
è stata consegnata, vengono sottoposte alla discussione della platea
congressuale.
I
componenti del Cn, pur esprimendo valutazioni anche parzialmente diverse su
taluni aspetti relativi all'ampiezza delle differenze fra Lit e Ft (in
particolare, su questioni di politica estera, di politica sindacale e di
alleanze elettorali), si sono sostanzialmente e quasi unanimemente espressi nel
senso di un'adesione alla Lit, non solo valutando, nel complesso del dibattito,
che le posizioni da quest'ultima sui temi rispetto ai quali sussistono delle divergenze
fra le due tendenze siano più in consonanza con la nostra elaborazione politica,
ma soprattutto avendo maturato la consapevolezza che questa scelta, anche per
le modalità con cui si è prodotta (la discussione franca, fraterna e leale, il
confronto senza secondi fini sulle rispettive posizioni), costituisce realmente
un progresso sulla strada della rifondazione della Quarta poiché, appunto, si
tratta di un processo di aggregazione basato sulla chiarezza programmatica.
Oggi
viene proposto al Congresso - con questa risoluzione - di esprimersi sulla decisione
di chiedere alla Lit il riconoscimento del nostro partito come sua sezione
nazionale. Questo non significa certo chiudere la discussione con la Ft e con
le altre organizzazioni. Al contrario: è nostro intendimento proseguire, come
parte della Lit, il dibattito e l'interlocuzione con tutte quelle tendenze che
condividono i principi del marxismo rivoluzionario al fine di favorire processi
di aggregazione come parte del percorso della rifondazione della Quarta
Internazionale, secondo il metodo che rivendichiamo nelle nostre Tesi.
Riteniamo
che il tentativo di raggruppamento da noi posto in essere costituisca un passaggio
centrale nel processo lungo e difficile della rifondazione della Quarta
Internazionale ed indichi un metodo di costruzione del partito mondiale basato
sul tentativo costante di raggruppare i rivoluzionari sulla base del programma,
superando quel settarismo e quella presunzione di autosufficienza che sono
purtroppo molto diffusi e che costituiscono una delle cause della
frammentazione attuale dei trotskisti conseguenti.
In
questo senso, riteniamo che la lunga e difficile strada della rifondazione dell'Internazionale
rivoluzionaria dei lavoratori passi attraverso l'interlocuzione che, a partire
dalla scelta di collocazione internazionale che facciamo in questo Congresso,
vogliamo continuare ad avere con tutte quelle tendenze che condividono i
principi del trotskismo conseguente, sfidandole ad abbandonare il settarismo ed
il dogmatismo per discutere e confrontarsi su una base programmatica.
Dunque,
una strada lunga e difficile, quella per la ricostruzione dell'Internazionale
rivoluzionaria. Ricostruzione che costituisce una necessità storica per poter
dare una risposta realistica alle esigenze della lotta di classe, poiché il
partito internazionale dei lavoratori è da sempre elemento fondante del
movimento comunista. E se su questo percorso incontreremo sicuramente degli
scettici che irrideranno a questo nostro impegno, penso che potremo rispondere
loro come fece Trotsky alla domanda di uno scettico sulla fondazione della
Quarta Internazionale: «Ma che garanzie abbiamo che anche questa Internazionale
non degeneri? È degenerata la Prima, poi la Seconda, quindi la Terza». Ebbene,
Trotsky replicò: «Nessuna. Se degenererà, dovremo ricominciare. È la storia che
lo decide, perché quello che ci muove non è un partito visto come fine, ma la
volontà di cambiare questo mondo nell'unico senso possibile, in senso
socialista, con la rivoluzione».
E
credo che non vi sia modo più bello per concludere questa mia relazione ed
aprire spazio alla discussione che citare il paragrafo finale dello scritto di
Trotsky "Il programma di transizione". Il paragrafo si intitola: "Sotto la
bandiera della Quarta Internazionale!".
«Gli
scettici si chiedono: ma è giunto il momento di creare la Quarta
Internazionale? È impossibile, dicono, creare un'Internazionale
"artificialmente": può scaturire soltanto da grandi eventi, ecc. ecc. Tutte
queste obiezioni dimostrano soltanto che gli scettici non servono per la
creazione di una nuova Internazionale. In genere, non servono a niente.
La
Quarta Internazionale è già sorta da grandi eventi: le più grandi sconfitte del
proletariato nella storia. La causa di tali sconfitte consiste nella
degenerazione e nel tradimento delle vecchie direzioni. La lotta di classe non
ammette interruzioni. La Terza Internazionale, dopo la Seconda, è morta per
quanto concerne la rivoluzione. Viva la Quarta Internazionale!
Ma
gli scettici non vogliono tacere: "Ma è giunto il momento di proclamarne la
creazione?". La Quarta Internazionale, rispondiamo, non ha bisogno di essere
"proclamata"; esiste e lotta. È debole? Sì, le sue fila sono ancora
esigue, perché è ancora giovane. Per adesso ci sono soprattutto dei quadri: ma
questi quadri sono la sola garanzia dell'avvenire, al di fuori di questi quadri
non c'è in tutto il mondo una sola corrente rivoluzionaria degna di questo
nome. Se la nostra Internazionale è ancora debole numericamente, è forte per la
sua dottrina, il suo programma, le sue tradizioni, l'incomparabile tempra dei
suoi quadri. Se oggi c'è chi non lo vede ancora, che resti pure in disparte.
Domani sarà più evidente.
La
Quarta Internazionale è oggetto fin d'ora dell'odio giustificato degli stalinisti,
dei socialdemocratici, dei borghesi liberali, dei fascisti. Non trova, né può
trovare posto in nessun Fronte popolare. Si contrappone irriducibilmente a
tutti i raggruppamenti politici legati alla borghesia. Il suo compito:
rovesciare il dominio del capitale. Il suo obiettivo: il socialismo. Il suo
metodo: la rivoluzione proletaria.
Senza
democrazia interna non c'è educazione rivoluzionaria. Senza disciplina non c'è azione
rivoluzionaria. Il regime interno della Quarta Internazionale si basa sul
principio del centralismo democratico: piena libertà nella discussione,
completa unità nell'azione.
La
crisi attuale della civiltà umana è la crisi della direzione del proletariato.
Gli operai avanzati, riuniti nella Quarta Internazionale, indicano alla propria
classe la via d'uscita dalla crisi. Le offrono un programma basato
sull'esperienza internazionale della lotta di emancipazione del proletariato e
di tutti gli oppressi del mondo. Le offrono una bandiera incontaminata.
Operai
e operaie di tutti i paesi, raccoglietevi sotto la bandiera della Quarta Internazionale.
È la bandiera della vostra vittoria che si avvicina!».
Ed
allora, che quest'esortazione costituisca per noi, che ci accingiamo all'arduo
e pur necessario compito di rifondare la Quarta internazionale, non solo un
augurio, ma l'indicazione del cammino da seguire e dell'obiettivo da
raggiungere!