Partito di Alternativa Comunista

Relazione politica introduttiva, di Antonino Marceca

RELAZIONE INTRODUTTIVA di Antonino Marceca

 

Cari compagni, care compagne

 

Il 22 aprile dello scorso anno, dopo esserci separati dal partito di Bertinotti ormai avviato al governo del paese, abbiamo dato inizio alla fase costituente per la rifondazione nel nostro paese di un partito comunista e rivoluzionario, proprio per garantire l'opposizione di classe al governo Prodi e costruire nelle lotte operaie e popolari l'alternativa anticapitalistica e rivoluzionaria.
Una fase, quella costituente, si è conclusa, e possiamo affermare che si è conclusa positivamente.
Compagni e compagne provenienti da altre esperienze rispetto al nostro raggruppamento iniziale partecipano oggi con noi alla costruzione del partito, un partito che ancora non ha un nome ma che, ne siamo certi, lo avrà fra qualche ora.
Quello che è acquisito è la natura del partito che ci accingiamo a costruire: un partito leninista e trotskista.
Un fatto non scontato, ma il prodotto di una lotta sul terreno programmatico e organizzativo non solo nel Prc ma anche nella frazione della sinistra del partito.
Una lotta che ha dovuto confrontarsi con la pressione esercitata dalla presenza stratificata nel paese di correnti centriste, con i loro risvolti leaderistici e movimentiste; di correnti sindacaliste; di richieste diversificate all'assemblaggio di componenti eclettiche unite solo da un vago richiamo al termine "comunista".
Se avessimo ceduto a queste spinte sarebbe venuta meno la nostra base programmatica comune.
Abbiamo discusso, emendato e votato nei congressi territoriali in tutto il paese le Tesi e lo Statuto, in questo congresso continueremo la discussione, l'approfondimento e la votazione delle Tesi e dei documenti integrativi.
Quello che possiamo dire è che nel complesso le Tesi e lo Statuto costituiscono le solide basi teoriche e programmatiche del nostro partito, un partito internazionalista che lavora per la ricostruzione della Quarta Internazionale: il Partito mondiale della rivoluzione socialista
Un percorso che non data da oggi ma che è iniziato ormai da più di un decennio con il lavoro, non semplice, di raggruppamento rivoluzionario nel Prc.

 

Nel Prc, per costruire un altro partito.

 

Veniamo da una lunga e difficile lotta per il raggruppamento rivoluzionario nel Prc, un partito, per dirla con Lenin, operaio-borghese.
La costruzione di un partito autenticamente comunista non avviene mai in forma artificiosa attraverso scorciatoie e semplificazioni: è anzitutto frutto di una battaglia teorico-politica il cui esito è la creazione di un corpo selezionato di militanti attivi e di quadri che si costituiscono in avanguardia del proletariato.
Con questa prospettiva abbiamo affrontato quindici anni di demarcazione, di lotte di tendenza e di frazione, di chiarificazione politica e teorica, di paziente lavoro rivoluzionario con le avanguardie di lotta che via via affluivano nel Prc.
Non sono stati anni semplici né lineari. Abbiamo conosciuto salti organizzativi e separazioni mantenendo ferma la sbarra sulla prospettiva della costruzione del partito leninista in questo Paese. Un compito non semplice proprio per la tanta confusione attorno a questo concetto di organizzazione rivoluzionaria.
La nostra tendenza si formò intorno alla rivista Proposta per la rifondazione Comunista, dopo la scissione con il Segretariato Unificato. Il piccolo nucleo di compagni partecipò da subito alla nascita del Prc, cogliendo la rilevanza di un processo di ricomposizione del movimento operaio e ritenendo che ignorare questo fatto avrebbe disperso un'occasione storica d'investimento delle posizioni marxiste rivoluzionarie a vantaggio di un puro auto-conservatorismo.
Fin dall'inizio il nostro orientamento è stato la costruzione di una tendenza rivoluzionaria dentro il Prc, sul terreno del marxismo rivoluzionario conseguente.
Furono anni di dure battaglie per affermare la legittimità tra la base militante del partito di una posizione alternativa ai gruppi dirigenti del Prc, il cui gruppo dirigente e burocratico fin dalla fondazione del partito era attraversato da una vocazione  governativa.
Una battaglia che fin dall'inizio, almeno da parte nostra, escludeva un mero riconoscimento formale dei rapporti di organizzazione, le manovre per l'occupazione di poltrone di governo o di sottogoverno, locali e nazionali, ma aveva come fine quello di costruire un'organizzazione comunista di militanti e di quadri, indipendente
Proprio per questo, non temendo inevitabili scontri con la maggioranza riformista del partito, né conseguenti sanzioni disciplinari, esprimevamo e praticavamo pubblicamente le nostre posizioni. Il nostro non è mai stato un entrismo profondo.
Questa prospettiva politica, programmatica ed organizzativa, ha segnato tutta la nostra storia politica all'interno del Prc, in opposizione non solo al gruppo dirigente maggioritario ma anche all'opportunismo che ha caratterizzato negli anni l'esperienza delle attuali "tendenze critiche" del Prc.
Tendenze critiche che abbiamo visto partecipare alle Primarie, alla campagna elettorale in sostegno all'Unione di Prodi in compagnia di Ferrando e dei banchieri.
Tendenze critiche - Erre-sinistra critica, Essere comunisti- che hanno votato tutte le nefandezze di questo governo: dalle missioni militari all'estero alla Finanziaria 2007, una manovra finanziaria lacrime e sangue conto i lavoratori e le masse popolari.
Una battaglia di distinzione netta che abbiamo intrapreso fin dal primo congresso di quel partito, ponendo di fronte alla crisi storica dello stalinismo e della socialdemocrazia la necessità di una rifondazione comunista rivoluzionaria.
Le tappe sono scandite dalla vicenda politica italiana e dai congressi di quel partito.
Dalla lotta contro la formazione del "polo progressista" nel 1994, alla battaglia nel 1996 contro il primo governo Prodi, la cui maggioranza parlamentare includeva il Prc. In quegli anni, malgrado teoricamente fondata, non c'erano le basi organizzative, seppur minime, per una nostra scissione.

 

Avevamo di fronte ancora una battaglia di tendenza basata su una piattaforma sempre più compiuta e articolata nei susseguenti congressi (autonomia del movimento operaio; fronte unico di classe anticapitalistico; rifiuto della collaborazione con i governi della borghesia, nazionali e locali, come punto irrinunciabile dell'azione dei comunisti).
Base di riferimento essenziale per la costruzione nel 2002, dopo un lungo processo di chiarificazione e separazione da altre aree critiche e confuse, dell'Amr Progetto Comunista, che, indubbiamente, ha costituito l'arena politica e organizzativa da cui è nato Progetto comunista - Rifondare l'Opposizione dei Lavoratori finalizzato alla fondazione di un vero partito comunista in Italia.
Questo passaggio è stato sicuramente il più difficile, lo abbiamo affrontato con la consapevolezza che senza la scissione dalla frazione di Ferrando, con cui erano emerse sul terreno politico-organizzativo fratture insanabili, non era possibile realizzare, sulle basi del leninismo e del trotskismo, la scissione dal Prc.
Possiamo affermare, quindi, che tutta la nostra lotta politica dentro il Prc - l'azione di raggruppamento rivoluzionario e la lotta di frazione intrapresa per oltre 15 anni - è stata finalizzata alla necessità di ricostruire, dopo tanti anni, nel nostro paese un partito comunista che recuperasse i fondamenti politico-programmatici del marxismo rivoluzionario, fondamenti che lo stalinismo ha inteso fisicamente spezzare con l'assassinio del compagno Pietro Tresso.

 

Consolidamento e crescita organizzativa

 

L'avvio della fase costituente ha avuto una spinta positiva dalla partecipata assemblea nazionale del 22 aprile nella sala dell'Hotel Universo a Roma, un'assemblea entusiasta, politicamente distinta e distante da quel Comitato Politico Nazionale del Prc che riunito lo stesso giorno, senza ormai più la nostra presenza, indicava i nomi della delegazione di governo e di sottogoverno.
Non abbiamo avuto tempo nei mesi precedenti la scissione, immersi nel duro scontro politico con la frazione ferrandiana, di predisporre gli strumenti essenziali dell'azione politica, molti ci erano letteralmente saltati. In pochi giorni e settimane abbiamo dovuto ricostruire l'indirizzario dei militanti, predisporre un sito web, il giornale, trovare una sede nazionale, fornirci di un ancora debole apparato.
Il nostro sito è divenuto nei fatti un giornale telematico con aggiornamenti quasi giornalieri, il nostro giornale "progetto comunista" è uscito regolarmente con il contributo dei compagni inseriti in lotte reali, faccio un solo esempio l'articolo della compagna Patrizia sulla lotta contro la nuova e più grande base Nato a Vicenza.
Potevamo contare sui migliori quadri della Frazione, i più giovani e i migliori per formazione. Abbiamo investito su questi preziosi quadri e militanti, e poi c'era la nostra esperienza, senza modestia rappresentavamo il pilastro portante della Frazione.
I primi mesi dopo la scissione furono di consolidamento organizzativo, niente era scontato, lunghi anni di militanza in un partito riformista se da un lato ti permette l'azione di raggruppamento dall'altro ti schizza addosso alcune delle sue tossine.

 

Si trattava di convincere gli indecisi, di superare scetticismi e illusioni. Per lunghi anni è prevalsa nel senso comune della sinistra la concezione di un partito di massa, con centinaia di migliaia di iscritti, parlamentari, consiglieri, ecc. ora si trattava di costruire un altro partito qualitativamente e quantitativamente diverso.
Dovevamo spiegare che un'organizzazione rivoluzionaria che si costruisce senza la spinta di una rivoluzione vittoriosa, come è stato nel caso della formazione dei Partiti comunisti nei primi anni '20 dopo la Rivoluzione d'Ottobre, e in più in una fase non rivoluzionaria non può basarsi su migliaia di migliaia di militanti, come qualcuno demagogicamente si vantava di avere in TV.
Abbiamo fatto tesoro di altre esperienze, di altre organizzazioni marxiste rivoluzionarie, consolidate da tempo per spiegare che per tutta una fase non avremo migliaia di migliaia di militanti ma un partito con alcune centinaia di quadri e militanti che aspira a costruire un'organizzazione con influenza di massa.
Ma noi vogliamo costruire un partito che si pone la prospettiva di inquadrare migliaia di migliaia di militanti, di lavoratori, perchè solo un partito forte, radicato ed egemone nella classe operaia e nelle organizzazioni di massa, può porsi la prospettiva del potere. Senza questa egemonia la presa del potere della classe operaia, la distruzione del sistema capitalistico, non è neppure ipotizzabile.
Si tratta di investire i quadri e i militanti del partito nel vivo della lotta di classe, nei sindacati e nelle organizzazioni di massa, con la ferma convinzione di costruire  un'alternativa politica ed organizzativa alle attuali direzioni variamente riformiste -socialdemocratiche, staliniste e centriste- del movimento operaio.
Si tratta di inserirci nella contraddizione e nella ormai evidente disillusione che subisce l'avanguardia larga del movimento operaio a seguito delle politiche del governo di collaborazione di classe, del tradimento delle sinistre radicali di governo. Avanzando sul campo un'altra prospettiva: un governo dei lavoratori.
E in campo in questi mesi ci siamo stati in lotte piccole e grandi, pensò alla nostra partecipazione alla manifestazione del 4 novembre contro la precarietà, allo sciopero generale del 17 novembre contro la Finanziaria indetto dal sindacalismo di base, così come alla manifestazione del 2 dicembre a Vicenza contro la realizzazione di una nuova e più grande base militare statunitense.
Ma soprattutto proprio per il suo significato, per la sua natura, per la forza internazionalista che esprime voglio ricordare il nostro contributo, la nostra partecipazione alla manifestazione degli immigrati del 26 novembre a Roma.
In tutte queste manifestazioni e lotte il nostro collettivo di Roma sicuramente non si è risparmiato, un collettivo di compagni che un aspirante guru, non più tra noi, voleva emarginare proprio per raggruppare un gruppo di maostalinisti, che lo hanno messo ancora una volta  in minoranza.
Dopo alcuni mesi di consolidamento di quanto acquisito negli anni precedenti, negli ultimi mesi dell'anno scorso, dopo la necessaria breve pausa estiva, arrivava finalmente la significativa acquisizione di nuovi militanti.

 

Certo davanti a noi non c'è nessuna discesa, anzi nuovi gravosi impegni ci attendono. Dobbiamo dotarci di almeno una sede in ogni regione, dobbiamo mettere radici più profonde nelle grandi città metropolitane, nel sindacato, nei movimenti di lotta.
Ma iniziamo con fiducia la nuova fase coscienti di aver approntato solide basi in ferro e cemento mentre già si intravedono i muri portanti del nuovo edificio. Dopo il progetto comunista è arrivata l'ora di realizzare l'opera: il partito comunista.

 

La situazione nazionale, il nostro intervento

 

La situazione economica del paese possiamo schematicamente rappresentarla all'interno di un quadro che vede da un lato il persistere di un forte deficit e debito pubblico, dall'altro le difficoltà che le aziende italiane, in gran parte piccole e medie, presentano nel mantenere ed estendere relazioni di fornitura alle grandi imprese e quote nei mercati internazionali.
Il leggero aumento del Pil registrato nel paese per il 2006, intorno all'1,7% se confrontato al Pil tedesco, intorno al 2,5%, indica da un lato il persistere della crisi dall'altro il ruolo di seconda fila in Europa del capitalismo italiano.
Mentre, almeno in apparenza, la crisi Fiat sembra rientrare si approfondisce la crisi di gruppi come Alitalia, fino a prospettarne da parte del governo la privatizzazione, assieme alla Tirrenia, ma proprio a mostrare la natura ideologica dell'operazione è prevista la privatizzazione anche per Fincantieri, malgrado la stabilità del gruppo industriale.
Nel sud del paese la borghesia mafiosa, la cui presenza si estende dall'edilizia al settore dei servizi,  permane la frazione prevalente del blocco borghese dominante. Una borghesia che oltre ad avere un rapporto parassitario con Enti ed aziende pubbliche è associata attraverso consorzi, subappalti, ecc. in modo subalterno alle grandi imprese nazionali.
Sul terreno finanziario, con la nomina di Mario Draghi a direttore di Banca Italia, è stato rilanciato il processo di concentrazione bancaria. Un processo ancora non concluso, ma necessario alla costruzione di un polo finanziario nazionale in grado di sostenere la concorrenza europea.
Lo scorso anno abbiamo assistito al controllo da parte dell'olandese Abn Amro su Antoveneta, poi della francese Bnp Paribas su Banca Nazionale del Lavoro. A questi processi sono seguiti l'acquisizione da parte di Unicredit del gruppo bancario di Monaco Hvb (HypoVereinsBank) annunciando una strategia di crescita sul mercato tedesco, e l'annuncio della fusione di San Paolo Imi e Banca Intesa. Due banche rimangono ancora in attesa Capitalia e Montepaschi.
Proprio per rimarcare i processi in atto sul terreno bancario basta ricordare che il salvataggio della Fiat si deve in gran parte proprio all'intervento delle banche, intervento che si estende alla proprietà dei maggiori mezzi di comunicazione.
Questi poteri forti chiedono al governo Prodi di rinsaldare le finanze pubbliche attraverso i tagli alla sanità, scuola, previdenza, amministrazioni locali, e favorire i processi di esternalizzazione e privatizzazione dei servizi pubblici essenziali. Nel contempo sostenere il processo di concentrazione bancaria e le imprese nei mercati internazionali, non solo attraverso il sostegno finanziario diretto e indiretto ma anche attraverso un nuovo interventismo imperialista dello Stato italiano.
Tutta la politica economica e sociale del governo, la sua politica estera è stata indirizzata fin dalla sua costituzione a questo obiettivo: prima il Dpef, poi la manovrina d'estate, quindi la mazzata della Finanziaria 2007.
La Finanziaria per il 2007 ha concluso nei tempi stabiliti il suo iter parlamentare, senza ombra di dubbio si è trattato di una enorme ripartizione di capitali a favore della classe dominante, un enorme flusso di denaro indirizzato alle imprese sotto le varie voci: cuneo fiscale, fondo per l'innovazione, per la produttività, per la competitività, credito di imposta, rifinanziamento dell'industria bellica, fondi pensione, ecc.
L'anno che è iniziato già vede operativo il governo nel sostegno al capitale finanziario (e alla burocrazia sindacale) per mezzo dei Fondi pensione, attraverso l'utilizzo del Tfr dei lavoratori (un affare di 19-21 miliardi di euro annui).
Nel contempo, dopo avere aumentato in Finanziaria i contributi previdenziali a carico dei lavoratori dipendenti (dello 0.30%) si annuncia una revisione dei coefficienti di rendimento pensionistico (un taglio del 6-8%) e l'aumento dell'età pensionabile.
Un'operazione concordata con i sindacati concertativi e Confindustria nel mese di ottobre attraversa la firma dei Memorandum d'Intesa del 4 ottobre, sulla revisione del sistema pensionistico, e del 23 ottobre, sul Trattamento di fine rapporto.
Ma l'agenda di Prodi prevede per quest'anno "un'accelerazione, un cambio di passo, una fase due", coerente con la strada percorsa.
In tema di privatizzazioni e liberalizzazioni sul tavolo ci sono non solo il disegno di legge che conferisce al governo un'ampia delega a rivedere liberalizzando l'intera normativa sull'elettricità e il gas, ma anche la proposta di legge Lanzillotta sui servizi pubblici essenziali.
Una legge che, se approvata, conclude un processo di liberalizzazioni e privatizzazioni dei servizi essenziali iniziato con l'art. 35 della Legge Finanziaria per il 2002. Il punto finale per le residue possibilità di gestione pubblica di tutta una serie di servizi pubblici essenziali: dai rifiuti, ai trasporti pubblici locali, alle farmacie comunali, ecc.
La proposta di legge Lanzillotta non interviene sulla gestione del servizio idrico ma l'esperienza pugliese, dove ogni ipotesi di publicizzazione del sistema idrico è stato stoppato dallo stesso presidente Vendola parla da sé: l'impossibilità da parte di Riccardo Petrella, incaricato da Vendola nel 2005 quale presidente dell'Aquedotto pugliese, di publicizzare la Spa, soccombendo, dimettendosi, alle multiutilities capitalistiche comunali e interregionali.
Questi processi associati al sempre maggiore intervento di imprenditori e banche nella sanità, l'avvio dei Fondi pensione indicano la via cercata dal capitale per valorizzarsi: un intreccio di speculazione e monopolio naturale.

 

La Confindustria di Montezemolo ha maturato la convinzione che nel quadro politico dato dal governo di centrosinistra è possibile ottenere, dal governo e dai sindacati concertativi, quanto richiesto dalle imprese. Da qui un crescendo di richieste, non prima di aver chiarito che la legge Biagi non si tocca, tutte indirizzate a spremere ulteriormente il lavoro salariato: orari, salari, contratti.
La proposta è quella di un nuovo Patto per la produttività:. incrementare i profitti facendo lavorare di più e pagando di meno.
Sugli orari, malgrado la presenza nel territorio di un sindacato troppo spesso accondiscendente alle richieste padronali, Confindustria chiede una gestione unilaterale, un potere totale sugli orari, senza più trattare con le Rsu aziendali. Su salari e contratti l'intendimento padronale mira a svuotare il contratto nazionale eliminando quello che ancora permane in termini di garanzie minime nelle diverse condizioni territoriali e aziendali. L'obiettivo è la diversificazione salariale a livello aziendale, territoriale e finanche individuale: l'atomizzazione della classe.
Ma lungo il percorso dalla fase uno alla fase due non erano stati previsti i fischi degli operai di Mirafiori indirizzati ai segretari generali di Cgil, Cisl e Uil e finanche al presidente della Camera, Fausto Bertinotti, fischi motivati da un netto dissenso sulla manovra finanziaria e le pensioni. Quei fischi indicano un distacco dei lavoratori dalla burocrazia sindacale e dai partiti della sinistra di governo.
Un imprevisto che burocrazia sindacale, governo e padronato cercano immediatamente di delimitare coscienti del fatto che se a fine 2006 il 42.1% dei contratti era ancora in attesa di rinnovo, nel maggio 2007 tale percentuale raggiungerà il 61.1%.
Da qui la precipitosa chiusura di due vertenze che per la loro rilevanza erano suscettibili di mettere in crisi la pace sociale: Ferrotranvieri e Call Center. Due contratti con poche luci e molte ombre.
Nel caso dei Ferrotranvieri a fronte di un aumento salariale medio di 102 euro si propone "di insediare da gennaio 2007 un tavolo di lavoro che nel termine di tre mesi definisca i cardini fondamentali per la regolamentazione di un compiuto processo di liberalizzazione del settore fondato sulla concorrenza per il mercato".
Nel caso dei lavoratori dei Call Center se da un lato si parla di assumere a tempo indeterminato i precari del gruppo Cos dall'altro li si assume con orari a part time di 4 ore, con salari di 550 euro al mese e orari flessibili, una condizione invivibile. Un accordo giustamente respinto a maggioranza dai lavoratori di Atesia, che chiedono contratti a tempo pieno e turni fissi: una risposta di civiltà e di dignità alla proposta di Montezemolo.
Nel complesso il quadro che emerge è il tentativo di superare a destra i famigerati accordi di luglio 92-93.
Le burocrazie sindacali di Cgil, Cisl e Uil sostengono questo processo.
Il sindacalismo di base, nelle sue organizzazioni maggioritarie, così come la  Rete 28 aprile in Cgil, pur opponendosi a questo processo  non escono da una logica da un lato di pressione sul governo e dall'altro, nei fatti tutti, di autosufficienza organizzativa.
Il sindacalismo, legato alle sinistre radicali di governo, per mantenere il controllo sulla sua base sociale, può all'evenienza organizzare manifestazioni e scioperi locali tendenti a svolgere una funzione di pressione sul governo su i vari temi sul tappeto ma esclude ogni ipotesi di sciopero generale contro il governo e il padronato.

 

La politica economica e sociale del governo si combina con la politica estera multilaterale che ha per protagonista il ministro D'Alema. Una politica imperialista che nel quadro europeo segue, assieme alla Spagna, la Francia e la Germania.
Nella periferia capitalistica, il dominio militare statunitense determina una politica a geometria variabile: lo sganciamento dall'Iraq segna una ritrovata autonomia, la permanenza in Afghanistan porta il segno della collaborazione con la Nato e gli Usa, la missione in Libano, conseguente all'impantanamento statunitense in Iraq e alla sconfitta Israeliana in Libano, segna infine il protagonismo nazionale.
Sul terreno della rappresentanza politica la realizzazione del Partito democratico avanza seppur stentatamente, la realizzazione di questo partito rafforzerebbe non solo l'esecutivo ma anche quella parte della borghesia italiana che ha investito nell'Unione Europea. Una borghesia che, liberatasi da Berlusconi, vuole entrare da protagonista nella contesa internazionale a fianco di Germania, Francia e Spagna.
Questo è il senso della nuova politica estera multilaterale che il governo, attraverso il ministro D'Alema, ha inaugurato. Lo stesso D'Alema che abbiamo visto all'opera nella guerra di aggressione alla Jugoslavia.
L'uscita di settori socialdemocratici dai Ds, la ricollocazione di parte della burocrazia sindacale in Cgil, dovrebbe portare alla costituzione del partito della "sinistra radicale" di governo, un partito socialdemocratico.
Compito del sindacato -Cgil, Cisl e Uil- e dei partiti della "sinistra radicale" di governo -Prc, Pdci, Verdi e sinistra Ds- è quello di tenere al guinzaglio i lavoratori e le masse popolari.
D'altro canto le contraddizioni si accumulano, le speranze dei lavoratori su un possibile miglioramento vengono ogni giorno frustrate e deluse. Il governo, proprio per gli interessi che rappresenta, non ha nessuna intenzione di cancellare le leggi precarizzanti. E' possibile solo qualche limatura alla Bossi Fini, senza nemmeno arrivare alla chiusura dei Cpt, alla legge 30, alla legge Moratti, d'altronde queste leggi varate dal governo Berlusconi costituiscono un'evoluzione di precedenti norme varate dal primo governo Prodi.
Questo distacco, operaio e popolare, si accentuerà nei prossimi mesi quando il governo, proprio per gli impegni presi con i poteri forti che inviarono i loro direttori di banca a votare per Prodi alle primarie, porterà a termine -con la grave complicità di Cgil, Cisl e Uil- la totale distruzione del sistema previdenziale pubblico, un processo iniziato da Dini nel 1995 con lo smantellamento delle pensioni pubbliche a retribuzione.
Quando il ricatto costringerà i lavoratori a utilizzare il proprio Tfr per il lancio dei Fondi pensione, fondi su cui hanno investito i padroni, le banche e la burocrazia sindacale. Non solo con una vasta opera di propaganda, ma anche con il meccanismo truffaldino del silenzio-assenso.
Fondi pensione a rischio di fallimenti e per di più con un rendimento nel lungo periodo inferiore all'Inps, che peraltro non è in crisi come vogliono farci credere.

 

E i lavoratori queste cose li capiscono a volo, ecco perché si sono inventati il silenzio assenso e le vie obbligate. Non si spiegherebbe altrimenti la dura contestazione il 7 dicembre dei segretari generali di Cgil, Cisl e Uil alla Fiat Mirafiori. Segno evidente di uno scollamento, di un venir meno del controllo delle burocrazie sindacali.
Una sfiducia, un distacco, che investe la sinistra di governo, non a caso lo stesso Bertinotti, benché fisicamente assente a Mirafiori, proprio in quanto maggior rappresentante della sinistra radicale di governo è stato accusato di tradimento dai lavoratori dello stabilimento torinese.
Il partito che andiamo a costruire deve collegarsi a questo malessere operaio e popolare, raggruppare i lavoratori più combattivi nei sindacati ma anche nei luoghi di lavoro e nei quartieri popolari.
Dobbiamo investire nell'organizzazione e nella lotta il programma di rivendicazioni transitorie che abbiamo elaborato nelle nostre tesi.
La fase che si apre vede i nostri militanti organizzare la lotta per la difesa del sistema  pensionistico pubblico a retribuzione, adeguatamente rivalutato, e per la salvaguardia e il controllo del Tfr, salario differito dei lavoratori.
Accanto a questa lotta non possiamo tralasciare la lotta contro la precarietà, una condizione che si estende fino ad coprire l'intera esistenza delle masse oppresse. Non c'è soltanto la precarietà del lavoro salariato che dobbiamo continuare a combattere, ma anche la precarietà dei pensionati al minimo, degli immigrati, delle donne..... dei senza casa.
Il governo e i sindacati concertativi mirano a dividere i lavoratori, le categorie, mentre fanno di tutto per chiudere alcune vertenze come quella dei precari dei Coll Center e dei ferrotranviari, categorie che hanno dimostrato una forte combattività.
Nel contempo Cgil, Cisl e Uil presentano piattaforme sindacali ridicole, come la proposta di 78 euro di aumento per il rinnovo del contratto del commercio, un contratto che riguarda 1,6 milioni di lavoratori.
Proprio perchè sanno che si tratta di una categoria contrattualmente debole, ma se loro tendono a dividere, noi vogliamo unificare ed organizzare mediante una piattaforma sindacale di fase tutte le categorie del lavoro salariato.
Coscienti che solo mediante la costruzione di una vertenza generale, sulla base di una piattaforma unificante, sostenuta dallo sciopero generale contro il governo e il padronato possiamo dare risposta a quegli operai che il 7 dicembre a Torino contestarono i vertici della burocrazia sindacale.
Proprio per avanzare in questa prospettiva di lotta è necessario individuare alcuni priorità di intervento nel quadro di un programma di rivendicazioni transitorie.
Non c'è dubbio che deve essere data priorità alla lotta per l'abrogazione delle leggi precarizzanti (dal Pacchetto Treu alla Legge Biagi, dalla Turco Napoletano alla Bossi Fini) che investono sia lavoratori italiani che immigrati.
Ma fin da gennaio in coincidenza con la campagna truffaldina dei sindacati concertativi per il lancio dei Fondi pensione deve essere avviata una campagna per la difesa e la reintroduzione delle pensioni pubbliche a retribuzione, adeguatamente rivalutate, e del Tfr, salario differito dei lavoratori.

 

Questa difesa deve essere associata alla costruzione nei luoghi di lavoro e nei quartieri popolari di "Comitati per la difesa delle pensioni pubbliche, del Tfr e contro la precarietà" proprio perché la precarietà è ormai e sempre più la condizione di esistenza dei lavoratori  e delle masse popolari.
Altro punto centrale è la lotta contro le privatizzazioni e le liberalizzazioni dei servizi pubblici essenziali e di aziende strategiche come Alitalia, Tirrenia e Fincantieri. Nel corso stesso della lotta contro l'azione privatizzatrice dei governi, nazionale e locali, deve essere rilanciata nei sindacati, nei comitati degli utenti, tra i lavoratori la rivendicazione della nazionalizzazione, senza indennizzo e sotto il controllo operaio.
Infine sul terreno della politica più strettamente sindacale non solo dobbiamo contrastare tutte le ipotesi di nuovo patto sociale - per il pubblico impiego, per la produttività- ma dobbiamo fare una battaglia nella Rete 28 aprile in Cgil e nel sindacalismo di base perché sia superato un atteggiamento di pura pressione sul governo.
Strettamente combinata alla lotta contro la politica sociale ed economica del governo deve continuare la nostra opposizione all'imperialismo, a partire da quello di casa nostra, nel quadro di un rilancio dell'internazionalismo proletario. Una lotta che coglie nella richiesta di chiusura delle basi Nato e nel ritiro dei militari italiani dall'Afghanistan, dal Libano e da tutti i paesi in cui sono presenti una sintesi rivendicativa immediata.

 

Il quadro internazionale, la lotta per la rifondazione della Quarta Internazionale

 

Nell'approfondire l'analisi del nostro paese non dobbiamo perdere di vista il quadro internazionale. I processi politici ed economici che investono l'Italia sono strettamente correlati con i processi che si verificano su scala mondiale.  E su scala mondiale il capitalismo non ha risolto nessuna delle sue contraddizioni, mentre continuiamo a vivere in un epoca di crisi, guerra e rivoluzione.
La restaurazione capitalistica negli stati operai degenerati, non ha segnato un'epoca di pace e prosperità anzi il più grande dei nuovi paesi capitalistici, la Russia, dopo una fase di sbandamento ha ripreso la lotta nell'arena mondiale per imporre e salvaguardare i propri interessi nazionali, utilizzando in questa contesa l'arma del gas e del petrolio.
Altri paesi di minore dimensione, dopo essere stati disarticolati, sono diventati preda di altre potenze imperialiste, statunitensi ed europei. Mentre le masse operaie e popolari di questi paesi vivono una realtà di sfruttamento e miseria.
In Cina il processo di restaurazione capitalistica in questi anni si è approfondito, essa si muove nei mercati mondiali come una potenza emergente, estende i propri interessi in Africa, dove entra in collisione con l'imperialismo francese e statunitense, estende rapporti commerciali in America latina, soprattutto il Brasile. L'altra faccia dello sviluppo capitalistico del paese è la condizione dei lavoratori cinesi, privi dei più elementari diritti politici e sindacali, anche se nel paese asiatico negli ultimi anni le lotte operaie e contadine sono numerose e in crescita.

 

L'economia statunitense sta rallentando la sua crescita, nell'ultimo trimestre il Pil è sceso al 2%, mentre aumentano i profitti si abbassa le quota di reddito destinata al lavoro, segno che la produttività è mantenuta con bassi salari.
Gli Usa utilizzano l'arma della svalutazione monetaria per rilanciare le esportazioni e riequilibrare la bilancia dei pagamenti, ma nel contempo spinge i paesi produttori di petrolio quali l'Iran, il Venezuela e altri paesi a convertire le riserve in dollari in euro: una nube che annuncia tempesta.
La concorrenza tra i poli imperialisti proprio per la crisi si accentua, mentre continua ad esplicarsi sia con la penetrazione commerciale e l'esportazioni di capitale, con le manovre sulle monete - il dollaro è entrato in una fase di svalutazione simile a quella del 1985/1995, i cui effetti mentre allora ricadevano sul Giappone e pesantemente sui paesi del sud est asiatico (Corea del sud, Thailandia, Singapore, Malaysia, Indonesia) e dell'America Latina, oggi si riversano sull'area dell'euro-, con le nuove guerre coloniali in Medio Oriente e le guerre regionali per procura in Africa (l'ultima in ordine di tempo nel Corno d'Africa), con l'imposizione ai paesi dipendenti di accordi economici e commerciali di libero scambio.
La costruzione del polo imperialista europeo, avanza seppur in modo contraddittorio attorno ai due paesi centrali del continente -la Francia e la Germania-, nel contempo i paesi europei sono costretti ad accettare l'egemonia militare dell'imperialismo statunitense, di cui la Nato è lo strumento.
La materialità della costruzione europea è data dal processo di unificazione del mercato interno e della moneta, dalla libertà di movimento dei capitali, dal processo di concentrazione dei capitali, delle imprese e delle banche. La contraddizione è data dagli interessi nazionali.
Le normative e le direttive comunitarie, nei diversi terreni, costituiscono la piattaforma comune della borghesia europea contro i lavoratori e le masse popolari del continente.
Non a caso nel 2005 a votare NO al referendum in Francia e in altri paesi, ad opporsi alla Costituzione europea furono prevalentemente i lavoratori e le masse popolari.
Al nostro partito, assieme alle altre forze marxiste rivoluzionarie europee con cui costruiremo una tendenza comune, il compito di lottare per l'unificazione delle lotte degli operai e degli immigrati in Europa, contro i governi della borghesia, contro l'imperialismo, per la prospettiva degli Stati Uniti Socialisti d'Europa.
Queste contraddizioni interimperialistiche, in caso di approfondimento della crisi capitalistica, possono in futuro esprimesi in una maggiore barbarie di quelle che abbiamo conosciuto con le due guerre mondiali del secolo scorso.
In tutti i continenti riprendono le lotte dei lavoratori, dei contadini poveri, delle masse popolari, la lotta di classe, più volte data per scomparsa, riprende ad infiammare le masse.
La resistenza dei popoli all'aggressione imperialista e coloniale, dall'Afghanistan all'Iraq, mette in scacco la maggiore potenza imperialista del mondo e le sue coalizioni.

 

La nostra organizzazione ha sostenuto la resistenza dei popoli oppressi e aggrediti, abbiamo chiesto il ritiro dei militari italiani, nel contempo abbiamo indicato la necessità di un'altra direzione, marxista rivoluzionaria, della resistenza.
Coscienti che né l'islamismo politico né il nazionalismo populista può rappresentare un'alternativa reale di liberazione per la classe operaia e i contadini poveri dei paesi dipendenti.
Solo una resistenza che si muove nel solco della Rivoluzione Permanente può liberare realmente i popoli oppressi dall'imperialismo. Solo una lotta congiunta per il socialismo nei paesi imperialisti e nei paesi dipendenti può superare questo sistema di oppressione e di rapina.
La resistenza in Palestina e in Libano mette in scacco la maggiore potenza regionale strettamente alleata all'imperialismo statunitense: Israele. L'imperialismo risponde sostenendo l'asservito governo libanese e inviando le truppe nel Paese dei Cedri -la missione Unifil 2- una missione votata nel parlamento italiano da tutti i partiti, e da tutte le componenti, della  sinistra radicale di governo.
La necessità della distruzione dello Stato sionista e reazionario, la costruzione di un nuovo Stato laico in cui siano garantiti i diritti democratici della popolazione ebraica, viene riconosciuta dalla parte più avanzata degli intellettuali democratici.
Per parte nostra abbiamo avanzato la prospettiva di una Palestina libera, laica e socialista nel quadro della Federazione socialista del Medio Oriente, una prospettiva che ha come presupposto la costruzione di partiti leninisti e trotskisti conseguenti in questi paesi.
Le lotte operaie e la resistenza dei popoli ci dicono che è possibile distruggere questo sistema socio economico.
La politica dei governi progressisti, di collaborazione di classe, in tutto il mondo ha mirato a salvaguardare i profitti, facendo ricadere sul proletariato i costi della crisi capitalistica.
L'ultima verifica, in tutto il mondo, di questi esperimenti di governo è ormai lunga: l'Italia di Prodi, la Francia di Jospin, il Brasile di Lula, il Sudafrica di Mbeki, il "nuovo kennedysmo" di Clinton negli Usa, la Gran Bretagna di Blair, la Germania di Schroeder, la Spagna di Zapatero e le tante esperienze di "centro-izquierda" in America Latina.
Il loro obiettivo è stato quello di tenere a guinzaglio la classe operaia, spezzare o prevenire la reazione delle classi subalterne coinvolgendo nel governo partiti operai e sindacati, per tentare (a seconda dei casi) di disarmare conflitti che talvolta hanno raggiunto livelli pre-rivoluzionari (come è successo in Argentina) o di prevenire i conflitti (è il caso dell'Europa specialmente) imponendo una "pace sociale", mirante al disarmo politico e ideologico dei lavoratori.
Lo sviluppo nel mondo delle forze marxiste rivoluzionarie è ancora largamente insufficiente rispetto al grandioso e gravoso progetto comunista. Ci sono certamente situazioni più avanzate e situazioni più arretrate, siamo in presenza di uno sviluppo ineguale, l'obiettivo deve essere la costruzione di sezioni, di partiti rivoluzionari indipendenti, in tutti i paesi del mondo.

 

La prospettiva rivoluzionaria è internazionale. Il "socialismo in un Paese solo" -che è stata più che una teoria, la copertura degli interessi della burocrazia stalinista che poteva sopravvivere solo nell'isolamento della rivoluzione russa- è nel contempo una contraddizione in termini e una concezione reazionaria.
Ma la prospettiva rivoluzionaria su scala mondiale è possibile solo costruendo quella Internazionale marxista rivoluzionaria che oggi non esiste, la Quarta Internazionale: laddove il numero riassume un programma e un patrimonio a cui non rinunciamo e quindi le basi da cui ripartiamo.
La lotta per la rifondazione della Quarta Internazionale è un percorso certamente difficile e complesso ma necessario, non siamo soli in questo cammino accanto a noi sentiamo non solo centinaia e migliaia di militanti marxisti rivoluzionari nel mondo ma soprattutto la forza organizzata della Lega Internazionale dei Lavoratori - Quarta Internazionale.
Crediamo che solo investendo nell'unione delle forze leniniste e trotskiste conseguenti in una tendenza internazionale centralizzata possiamo fare il primo e decisivo passo verso la ricostruzione della Quarta Internazionale.
L'unione delle forze leniniste e trotskiste conseguenti in una tendenza internazionale centralizzata, oggi nella LIT-QI, è il primo passo verso la ricostruzione della Quarta Internazionale.

 

Termino questa mia relazione introduttiva con le parole di Karl Liebknecht del 1918, riportate all'inizio delle nostre Tesi programmatiche.

 
"E' arrivato il momento di costruire un partito autonomo. Dobbiamo fondare un partito che si contrapponga ai partiti pseudo-comunisti che abusano della parola comunismo per ingannare le masse e che operano invece in accordo con le classi dominanti. Dobbiamo costruire un partito che rappresenti gli interessi dei lavoratori. Un partito con un programma rivoluzionario, nel quale gli obiettivi e i mezzi per raggiungerli siano scelti con intransigenza e fermezza incrollabile.

Un partito nel quale tutto sia in funzione degli interessi della rivoluzione socialista."

 

 

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