RELAZIONE INTRODUTTIVA di Antonino Marceca
Cari compagni, care compagne
Il
22 aprile dello scorso anno, dopo esserci separati dal partito di Bertinotti
ormai avviato al governo del paese, abbiamo dato inizio alla fase costituente
per la rifondazione nel nostro paese di un partito comunista e rivoluzionario,
proprio per garantire l'opposizione di classe al governo Prodi e costruire
nelle lotte operaie e popolari l'alternativa anticapitalistica e
rivoluzionaria.
Una
fase, quella costituente, si è conclusa, e possiamo affermare che si è conclusa
positivamente.
Compagni
e compagne provenienti da altre esperienze rispetto al nostro raggruppamento
iniziale partecipano oggi con noi alla costruzione del partito, un partito che
ancora non ha un nome ma che, ne siamo certi, lo avrà fra qualche ora.
Quello
che è acquisito è la natura del partito che ci accingiamo a costruire: un
partito leninista e trotskista.
Un
fatto non scontato, ma il prodotto di una lotta sul terreno programmatico e
organizzativo non solo nel Prc ma anche nella frazione della sinistra del
partito.
Una
lotta che ha dovuto confrontarsi con la pressione esercitata dalla presenza
stratificata nel paese di correnti centriste, con i loro risvolti leaderistici
e movimentiste; di correnti sindacaliste; di richieste diversificate
all'assemblaggio di componenti eclettiche unite solo da un vago richiamo al
termine "comunista".
Se
avessimo ceduto a queste spinte sarebbe venuta meno la nostra base
programmatica comune.
Abbiamo
discusso, emendato e votato nei congressi territoriali in tutto il paese le
Tesi e lo Statuto, in questo congresso continueremo la discussione,
l'approfondimento e la votazione delle Tesi e dei documenti integrativi.
Quello
che possiamo dire è che nel complesso le Tesi e lo Statuto costituiscono le
solide basi teoriche e programmatiche del nostro partito, un partito
internazionalista che lavora per la ricostruzione della Quarta Internazionale:
il Partito mondiale della rivoluzione socialista
Un
percorso che non data da oggi ma che è iniziato ormai da più di un decennio con
il lavoro, non semplice, di raggruppamento rivoluzionario nel Prc.
Nel Prc, per costruire un altro partito.
Veniamo
da una lunga e difficile lotta per il raggruppamento rivoluzionario nel Prc, un
partito, per dirla con Lenin, operaio-borghese.
La
costruzione di un partito autenticamente comunista non avviene mai in forma
artificiosa attraverso scorciatoie e semplificazioni: è anzitutto frutto di una
battaglia teorico-politica il cui esito è la creazione di un corpo selezionato
di militanti attivi e di quadri che si costituiscono in avanguardia del
proletariato.
Con
questa prospettiva abbiamo affrontato quindici anni di demarcazione, di lotte
di tendenza e di frazione, di chiarificazione politica e teorica, di paziente
lavoro rivoluzionario con le avanguardie di lotta che via via affluivano nel
Prc.
Non
sono stati anni semplici né lineari. Abbiamo conosciuto salti organizzativi e
separazioni mantenendo ferma la sbarra sulla prospettiva della costruzione del
partito leninista in questo Paese. Un compito non semplice proprio per la tanta
confusione attorno a questo concetto di organizzazione rivoluzionaria.
La
nostra tendenza si formò intorno alla rivista Proposta per la rifondazione Comunista, dopo la scissione con il Segretariato
Unificato. Il piccolo nucleo di compagni partecipò da subito alla nascita del
Prc, cogliendo la rilevanza di un processo di ricomposizione del movimento
operaio e ritenendo che ignorare questo fatto avrebbe disperso un'occasione
storica d'investimento delle posizioni marxiste rivoluzionarie a vantaggio di
un puro auto-conservatorismo.
Fin
dall'inizio il nostro orientamento è stato la costruzione di una tendenza
rivoluzionaria dentro il Prc, sul terreno del marxismo rivoluzionario
conseguente.
Furono
anni di dure battaglie per affermare la legittimità tra la base militante del
partito di una posizione alternativa ai gruppi dirigenti del Prc, il cui gruppo
dirigente e burocratico fin dalla fondazione del partito era attraversato da
una vocazione governativa.
Una
battaglia che fin dall'inizio, almeno da parte nostra, escludeva un mero
riconoscimento formale dei rapporti di organizzazione, le manovre per
l'occupazione di poltrone di governo o di sottogoverno, locali e nazionali, ma
aveva come fine quello di costruire un'organizzazione comunista di militanti e
di quadri, indipendente
Proprio
per questo, non temendo inevitabili scontri con la maggioranza riformista del
partito, né conseguenti sanzioni disciplinari, esprimevamo e praticavamo
pubblicamente le nostre posizioni. Il nostro non è mai stato un entrismo
profondo.
Questa
prospettiva politica, programmatica ed organizzativa, ha segnato tutta la
nostra storia politica all'interno del Prc, in opposizione non solo al gruppo
dirigente maggioritario ma anche all'opportunismo che ha caratterizzato negli
anni l'esperienza delle attuali "tendenze critiche" del Prc.
Tendenze
critiche che abbiamo visto partecipare alle Primarie, alla campagna elettorale
in sostegno all'Unione di Prodi in compagnia di Ferrando e dei banchieri.
Tendenze
critiche - Erre-sinistra critica, Essere comunisti- che hanno votato tutte le
nefandezze di questo governo: dalle missioni militari all'estero alla
Finanziaria 2007, una manovra finanziaria lacrime e sangue conto i lavoratori e
le masse popolari.
Una
battaglia di distinzione netta che abbiamo intrapreso fin dal primo congresso
di quel partito, ponendo di fronte alla crisi storica dello stalinismo e della
socialdemocrazia la necessità di una rifondazione comunista rivoluzionaria.
Le
tappe sono scandite dalla vicenda politica italiana e dai congressi di quel
partito.
Dalla
lotta contro la formazione del "polo progressista" nel 1994, alla battaglia nel
1996 contro il primo governo Prodi, la cui maggioranza parlamentare includeva il
Prc. In quegli anni, malgrado teoricamente fondata, non c'erano le basi
organizzative, seppur minime, per una nostra scissione.
Avevamo
di fronte ancora una battaglia di tendenza basata su una piattaforma sempre più
compiuta e articolata nei susseguenti congressi (autonomia del movimento
operaio; fronte unico di classe anticapitalistico; rifiuto della collaborazione
con i governi della borghesia, nazionali e locali, come punto irrinunciabile
dell'azione dei comunisti).
Base
di riferimento essenziale per la costruzione nel 2002, dopo un lungo processo
di chiarificazione e separazione da altre aree critiche e confuse, dell'Amr
Progetto Comunista, che, indubbiamente, ha costituito l'arena politica e
organizzativa da cui è nato Progetto comunista - Rifondare l'Opposizione dei
Lavoratori finalizzato alla fondazione di un vero partito comunista in Italia.
Questo
passaggio è stato sicuramente il più difficile, lo abbiamo affrontato con la
consapevolezza che senza la scissione dalla frazione di Ferrando, con cui erano
emerse sul terreno politico-organizzativo fratture insanabili, non era
possibile realizzare, sulle basi del leninismo e del trotskismo, la scissione
dal Prc.
Possiamo
affermare, quindi, che tutta la nostra lotta politica dentro il Prc - l'azione
di raggruppamento rivoluzionario e la lotta di frazione intrapresa per oltre 15
anni - è stata finalizzata alla necessità di ricostruire, dopo tanti anni, nel
nostro paese un partito comunista che recuperasse i fondamenti
politico-programmatici del marxismo rivoluzionario, fondamenti che lo
stalinismo ha inteso fisicamente spezzare con l'assassinio del compagno Pietro
Tresso.
Consolidamento e crescita organizzativa
L'avvio
della fase costituente ha avuto una spinta positiva dalla partecipata assemblea
nazionale del 22 aprile nella sala dell'Hotel Universo a Roma, un'assemblea
entusiasta, politicamente distinta e distante da quel Comitato Politico
Nazionale del Prc che riunito lo stesso giorno, senza ormai più la nostra
presenza, indicava i nomi della delegazione di governo e di sottogoverno.
Non
abbiamo avuto tempo nei mesi precedenti la scissione, immersi nel duro scontro
politico con la frazione ferrandiana, di predisporre gli strumenti essenziali
dell'azione politica, molti ci erano letteralmente saltati. In pochi giorni e
settimane abbiamo dovuto ricostruire l'indirizzario dei militanti, predisporre
un sito web, il giornale, trovare una sede nazionale, fornirci di un ancora
debole apparato.
Il
nostro sito è divenuto nei fatti un giornale telematico con aggiornamenti quasi
giornalieri, il nostro giornale "progetto comunista" è uscito regolarmente con
il contributo dei compagni inseriti in lotte reali, faccio un solo esempio
l'articolo della compagna Patrizia sulla lotta contro la nuova e più grande
base Nato a Vicenza.
Potevamo
contare sui migliori quadri della Frazione, i più giovani e i migliori per
formazione. Abbiamo investito su questi preziosi quadri e militanti, e poi
c'era la nostra esperienza, senza modestia rappresentavamo il pilastro portante
della Frazione.
I
primi mesi dopo la scissione furono di consolidamento organizzativo, niente era
scontato, lunghi anni di militanza in un partito riformista se da un lato ti
permette l'azione di raggruppamento dall'altro ti schizza addosso alcune delle
sue tossine.
Si
trattava di convincere gli indecisi, di superare scetticismi e illusioni. Per
lunghi anni è prevalsa nel senso comune della sinistra la concezione di un
partito di massa, con centinaia di migliaia di iscritti, parlamentari, consiglieri,
ecc. ora si trattava di costruire un altro partito qualitativamente e
quantitativamente diverso.
Dovevamo
spiegare che un'organizzazione rivoluzionaria che si costruisce senza la spinta
di una rivoluzione vittoriosa, come è stato nel caso della formazione dei
Partiti comunisti nei primi anni '20 dopo la Rivoluzione d'Ottobre, e in più in
una fase non rivoluzionaria non può basarsi su migliaia di migliaia di
militanti, come qualcuno demagogicamente si vantava di avere in TV.
Abbiamo
fatto tesoro di altre esperienze, di altre organizzazioni marxiste
rivoluzionarie, consolidate da tempo per spiegare che per tutta una fase non
avremo migliaia di migliaia di militanti ma un partito con alcune centinaia di
quadri e militanti che aspira a costruire un'organizzazione con influenza di
massa.
Ma
noi vogliamo costruire un partito che si pone la prospettiva di inquadrare
migliaia di migliaia di militanti, di lavoratori, perchè solo un partito forte,
radicato ed egemone nella classe operaia e nelle organizzazioni di massa, può
porsi la prospettiva del potere. Senza questa egemonia la presa del potere
della classe operaia, la distruzione del sistema capitalistico, non è neppure
ipotizzabile.
Si
tratta di investire i quadri e i militanti del partito nel vivo della lotta di
classe, nei sindacati e nelle organizzazioni di massa, con la ferma convinzione
di costruire un'alternativa politica ed
organizzativa alle attuali direzioni variamente riformiste -socialdemocratiche,
staliniste e centriste- del movimento operaio.
Si
tratta di inserirci nella contraddizione e nella ormai evidente disillusione
che subisce l'avanguardia larga del movimento operaio a seguito delle politiche
del governo di collaborazione di classe, del tradimento delle sinistre radicali
di governo. Avanzando sul campo un'altra prospettiva: un governo dei
lavoratori.
E
in campo in questi mesi ci siamo stati in lotte piccole e grandi, pensò alla
nostra partecipazione alla manifestazione del 4 novembre contro la precarietà,
allo sciopero generale del 17 novembre contro la Finanziaria indetto dal
sindacalismo di base, così come alla manifestazione del 2 dicembre a Vicenza
contro la realizzazione di una nuova e più grande base militare statunitense.
Ma
soprattutto proprio per il suo significato, per la sua natura, per la forza
internazionalista che esprime voglio ricordare il nostro contributo, la nostra
partecipazione alla manifestazione degli immigrati del 26 novembre a Roma.
In
tutte queste manifestazioni e lotte il nostro collettivo di Roma sicuramente non
si è risparmiato, un collettivo di compagni che un aspirante guru, non più tra
noi, voleva emarginare proprio per raggruppare un gruppo di maostalinisti, che
lo hanno messo ancora una volta in
minoranza.
Dopo
alcuni mesi di consolidamento di quanto acquisito negli anni precedenti, negli
ultimi mesi dell'anno scorso, dopo la necessaria breve pausa estiva, arrivava
finalmente la significativa acquisizione di nuovi militanti.
Certo
davanti a noi non c'è nessuna discesa, anzi nuovi gravosi impegni ci attendono.
Dobbiamo dotarci di almeno una sede in ogni regione, dobbiamo mettere radici
più profonde nelle grandi città metropolitane, nel sindacato, nei movimenti di
lotta.
Ma
iniziamo con fiducia la nuova fase coscienti di aver approntato solide basi in
ferro e cemento mentre già si intravedono i muri portanti del nuovo edificio.
Dopo il progetto comunista è arrivata l'ora di realizzare l'opera: il partito
comunista.
La situazione nazionale, il nostro intervento
La
situazione economica del paese possiamo schematicamente rappresentarla
all'interno di un quadro che vede da un lato il persistere di un forte deficit
e debito pubblico, dall'altro le difficoltà che le aziende italiane, in gran
parte piccole e medie, presentano nel mantenere ed estendere relazioni di
fornitura alle grandi imprese e quote nei mercati internazionali.
Il
leggero aumento del Pil registrato nel paese per il 2006, intorno all'1,7% se
confrontato al Pil tedesco, intorno al 2,5%, indica da un lato il persistere
della crisi dall'altro il ruolo di seconda fila in Europa del capitalismo
italiano.
Mentre,
almeno in apparenza, la crisi Fiat sembra rientrare si approfondisce la crisi
di gruppi come Alitalia, fino a prospettarne da parte del governo la
privatizzazione, assieme alla Tirrenia, ma proprio a mostrare la natura
ideologica dell'operazione è prevista la privatizzazione anche per Fincantieri,
malgrado la stabilità del gruppo industriale.
Nel
sud del paese la borghesia mafiosa, la cui presenza si estende dall'edilizia al
settore dei servizi, permane la frazione
prevalente del blocco borghese dominante. Una borghesia che oltre ad avere un
rapporto parassitario con Enti ed aziende pubbliche è associata attraverso
consorzi, subappalti, ecc. in modo subalterno alle grandi imprese nazionali.
Sul
terreno finanziario, con la nomina di Mario Draghi a direttore di Banca Italia,
è stato rilanciato il processo di concentrazione bancaria. Un processo ancora
non concluso, ma necessario alla costruzione di un polo finanziario nazionale
in grado di sostenere la concorrenza europea.
Lo
scorso anno abbiamo assistito al controllo da parte dell'olandese Abn Amro su
Antoveneta, poi della francese Bnp Paribas su Banca Nazionale del Lavoro. A
questi processi sono seguiti l'acquisizione da parte di Unicredit del gruppo
bancario di Monaco Hvb (HypoVereinsBank) annunciando una strategia di crescita
sul mercato tedesco, e l'annuncio della fusione di San Paolo Imi e Banca
Intesa. Due banche rimangono ancora in attesa Capitalia e Montepaschi.
Proprio
per rimarcare i processi in atto sul terreno bancario basta ricordare che il
salvataggio della Fiat si deve in gran parte proprio all'intervento delle
banche, intervento che si estende alla proprietà dei maggiori mezzi di
comunicazione.
Questi
poteri forti chiedono al governo Prodi di rinsaldare le finanze pubbliche
attraverso i tagli alla sanità, scuola, previdenza, amministrazioni locali, e
favorire i processi di esternalizzazione e privatizzazione dei servizi pubblici
essenziali. Nel contempo sostenere il processo di concentrazione bancaria e le
imprese nei mercati internazionali, non solo attraverso il sostegno finanziario
diretto e indiretto ma anche attraverso un nuovo interventismo imperialista
dello Stato italiano.
Tutta
la politica economica e sociale del governo, la sua politica estera è stata
indirizzata fin dalla sua costituzione a questo obiettivo: prima il Dpef, poi
la manovrina d'estate, quindi la mazzata della Finanziaria 2007.
La
Finanziaria per il 2007 ha concluso nei tempi stabiliti il suo iter
parlamentare, senza ombra di dubbio si è trattato di una enorme ripartizione di
capitali a favore della classe dominante, un enorme flusso di denaro
indirizzato alle imprese sotto le varie voci: cuneo fiscale, fondo per
l'innovazione, per la produttività, per la competitività, credito di imposta,
rifinanziamento dell'industria bellica, fondi pensione, ecc.
L'anno che è iniziato già
vede operativo il governo nel sostegno al capitale finanziario (e alla
burocrazia sindacale) per mezzo dei Fondi pensione, attraverso l'utilizzo del
Tfr dei lavoratori (un affare di 19-21 miliardi di euro annui).
Nel contempo, dopo avere
aumentato in Finanziaria i contributi previdenziali a carico dei lavoratori
dipendenti (dello 0.30%) si annuncia una revisione dei coefficienti di
rendimento pensionistico (un taglio del 6-8%) e l'aumento dell'età
pensionabile.
Un'operazione concordata
con i sindacati concertativi e Confindustria nel mese di ottobre attraversa la
firma dei Memorandum d'Intesa del 4 ottobre, sulla revisione del sistema
pensionistico, e del 23 ottobre, sul Trattamento di fine rapporto.
Ma l'agenda di Prodi
prevede per quest'anno "un'accelerazione, un cambio di passo, una fase due",
coerente con la strada percorsa.
In tema di privatizzazioni
e liberalizzazioni sul tavolo ci sono non solo il disegno di legge che
conferisce al governo un'ampia delega a rivedere liberalizzando l'intera
normativa sull'elettricità e il gas, ma anche la proposta di legge Lanzillotta
sui servizi pubblici essenziali.
Una legge che, se
approvata, conclude un processo di liberalizzazioni e privatizzazioni dei
servizi essenziali iniziato con l'art. 35 della Legge Finanziaria per il 2002.
Il punto finale per le residue possibilità di gestione pubblica di tutta una
serie di servizi pubblici essenziali: dai rifiuti, ai trasporti pubblici
locali, alle farmacie comunali, ecc.
La proposta di legge
Lanzillotta non interviene sulla gestione del servizio idrico ma l'esperienza
pugliese, dove ogni ipotesi di publicizzazione del sistema idrico è stato
stoppato dallo stesso presidente Vendola parla da sé: l'impossibilità da parte
di Riccardo Petrella, incaricato da Vendola nel 2005 quale presidente
dell'Aquedotto pugliese, di publicizzare la Spa, soccombendo, dimettendosi,
alle multiutilities capitalistiche comunali e interregionali.
Questi processi associati
al sempre maggiore intervento di imprenditori e banche nella sanità, l'avvio
dei Fondi pensione indicano la via cercata dal capitale per valorizzarsi: un
intreccio di speculazione e monopolio naturale.
La Confindustria di
Montezemolo ha maturato la convinzione che nel quadro politico dato dal governo
di centrosinistra è possibile ottenere, dal governo e dai sindacati
concertativi, quanto richiesto dalle imprese. Da qui un crescendo di richieste,
non prima di aver chiarito che la legge Biagi non si tocca, tutte indirizzate a
spremere ulteriormente il lavoro salariato: orari, salari, contratti.
La proposta è quella di un
nuovo Patto per la produttività:. incrementare i profitti facendo lavorare di
più e pagando di meno.
Sugli orari, malgrado la
presenza nel territorio di un sindacato troppo spesso accondiscendente alle
richieste padronali, Confindustria chiede una gestione unilaterale, un potere
totale sugli orari, senza più trattare con le Rsu aziendali. Su salari e contratti
l'intendimento padronale mira a svuotare il contratto nazionale eliminando
quello che ancora permane in termini di garanzie minime nelle diverse
condizioni territoriali e aziendali. L'obiettivo è la diversificazione
salariale a livello aziendale, territoriale e finanche individuale:
l'atomizzazione della classe.
Ma lungo il percorso dalla
fase uno alla fase due non erano stati previsti i fischi degli operai di
Mirafiori indirizzati ai segretari generali di Cgil, Cisl e Uil e finanche al
presidente della Camera, Fausto Bertinotti, fischi motivati da un netto
dissenso sulla manovra finanziaria e le pensioni. Quei fischi indicano un
distacco dei lavoratori dalla burocrazia sindacale e dai partiti della sinistra
di governo.
Un imprevisto che
burocrazia sindacale, governo e padronato cercano immediatamente di delimitare
coscienti del fatto che se a fine 2006 il 42.1% dei contratti era ancora in
attesa di rinnovo, nel maggio 2007 tale percentuale raggiungerà il 61.1%.
Da qui la precipitosa
chiusura di due vertenze che per la loro rilevanza erano suscettibili di
mettere in crisi la pace sociale: Ferrotranvieri e Call Center. Due contratti
con poche luci e molte ombre.
Nel caso dei
Ferrotranvieri a fronte di un aumento salariale medio di 102 euro si propone
"di insediare da gennaio 2007 un tavolo di lavoro che nel termine di tre mesi
definisca i cardini fondamentali per la regolamentazione di un compiuto
processo di liberalizzazione del settore fondato sulla concorrenza per il
mercato".
Nel caso dei lavoratori
dei Call Center se da un lato si parla di assumere a tempo indeterminato i
precari del gruppo Cos dall'altro li si assume con orari a part time di 4 ore,
con salari di 550 euro al mese e orari flessibili, una condizione invivibile.
Un accordo giustamente respinto a maggioranza dai lavoratori di Atesia, che
chiedono contratti a tempo pieno e turni fissi: una risposta di civiltà e di
dignità alla proposta di Montezemolo.
Nel
complesso il quadro che emerge è il tentativo di superare a destra i famigerati
accordi di luglio 92-93.
Le burocrazie sindacali di
Cgil, Cisl e Uil sostengono questo processo.
Il sindacalismo di base,
nelle sue organizzazioni maggioritarie, così come la Rete 28 aprile in Cgil, pur opponendosi a
questo processo non escono da una logica
da un lato di pressione sul governo e dall'altro, nei fatti tutti, di
autosufficienza organizzativa.
Il sindacalismo, legato
alle sinistre radicali di governo, per mantenere il controllo sulla sua base
sociale, può all'evenienza organizzare manifestazioni e scioperi locali
tendenti a svolgere una funzione di pressione sul governo su i vari temi sul
tappeto ma esclude ogni ipotesi di sciopero generale contro il governo e il
padronato.
La politica economica e
sociale del governo si combina con la politica estera multilaterale che ha per
protagonista il ministro D'Alema. Una politica imperialista che nel quadro
europeo segue, assieme alla Spagna, la Francia e la Germania.
Nella periferia
capitalistica, il dominio militare statunitense determina una politica a
geometria variabile: lo sganciamento dall'Iraq segna una ritrovata autonomia,
la permanenza in Afghanistan porta il segno della collaborazione con la Nato e
gli Usa, la missione in Libano, conseguente all'impantanamento statunitense in
Iraq e alla sconfitta Israeliana in Libano, segna infine il protagonismo
nazionale.
Sul
terreno della rappresentanza politica la realizzazione del Partito democratico
avanza seppur stentatamente, la realizzazione di questo partito rafforzerebbe
non solo l'esecutivo ma anche quella parte della borghesia italiana che ha
investito nell'Unione Europea. Una borghesia che, liberatasi da Berlusconi,
vuole entrare da protagonista nella contesa internazionale a fianco di
Germania, Francia e Spagna.
Questo
è il senso della nuova politica estera multilaterale che il governo, attraverso
il ministro D'Alema, ha inaugurato. Lo stesso D'Alema che abbiamo visto
all'opera nella guerra di aggressione alla Jugoslavia.
L'uscita
di settori socialdemocratici dai Ds, la ricollocazione di parte della
burocrazia sindacale in Cgil, dovrebbe portare alla costituzione del partito
della "sinistra radicale" di governo, un partito socialdemocratico.
Compito
del sindacato -Cgil, Cisl e Uil- e dei partiti della "sinistra radicale" di
governo -Prc, Pdci, Verdi e sinistra Ds- è quello di tenere al guinzaglio i
lavoratori e le masse popolari.
D'altro
canto le contraddizioni si accumulano, le speranze dei lavoratori su un
possibile miglioramento vengono ogni giorno frustrate e deluse. Il governo,
proprio per gli interessi che rappresenta, non ha nessuna intenzione di
cancellare le leggi precarizzanti. E' possibile solo qualche limatura alla
Bossi Fini, senza nemmeno arrivare alla chiusura dei Cpt, alla legge 30, alla
legge Moratti, d'altronde queste leggi varate dal governo Berlusconi
costituiscono un'evoluzione di precedenti norme varate dal primo governo Prodi.
Questo
distacco, operaio e popolare, si accentuerà nei prossimi mesi quando il
governo, proprio per gli impegni presi con i poteri forti che inviarono i loro
direttori di banca a votare per Prodi alle primarie, porterà a termine -con la
grave complicità di Cgil, Cisl e Uil- la totale distruzione del sistema
previdenziale pubblico, un processo iniziato da Dini nel 1995 con lo
smantellamento delle pensioni pubbliche a retribuzione.
Quando
il ricatto costringerà i lavoratori a utilizzare il proprio Tfr per il lancio
dei Fondi pensione, fondi su cui hanno investito i padroni, le banche e la
burocrazia sindacale. Non solo con una vasta opera di propaganda, ma anche con
il meccanismo truffaldino del silenzio-assenso.
Fondi
pensione a rischio di fallimenti e per di più con un rendimento nel lungo
periodo inferiore all'Inps, che peraltro non è in crisi come vogliono farci
credere.
E
i lavoratori queste cose li capiscono a volo, ecco perché si sono inventati il
silenzio assenso e le vie obbligate. Non si spiegherebbe altrimenti la dura
contestazione il 7 dicembre dei segretari generali di Cgil, Cisl e Uil alla
Fiat Mirafiori. Segno evidente di uno scollamento, di un venir meno del
controllo delle burocrazie sindacali.
Una
sfiducia, un distacco, che investe la sinistra di governo, non a caso lo stesso
Bertinotti, benché fisicamente assente a Mirafiori, proprio in quanto maggior
rappresentante della sinistra radicale di governo è stato accusato di
tradimento dai lavoratori dello stabilimento torinese.
Il
partito che andiamo a costruire deve collegarsi a questo malessere operaio e
popolare, raggruppare i lavoratori più combattivi nei sindacati ma anche nei
luoghi di lavoro e nei quartieri popolari.
Dobbiamo
investire nell'organizzazione e nella lotta il programma di rivendicazioni
transitorie che abbiamo elaborato nelle nostre tesi.
La
fase che si apre vede i nostri militanti organizzare la lotta per la difesa del
sistema pensionistico pubblico a
retribuzione, adeguatamente rivalutato, e per la salvaguardia e il controllo
del Tfr, salario differito dei lavoratori.
Accanto
a questa lotta non possiamo tralasciare la lotta contro la precarietà, una
condizione che si estende fino ad coprire l'intera esistenza delle masse
oppresse. Non c'è soltanto la precarietà del lavoro salariato che dobbiamo
continuare a combattere, ma anche la precarietà dei pensionati al minimo, degli
immigrati, delle donne..... dei senza casa.
Il
governo e i sindacati concertativi mirano a dividere i lavoratori, le
categorie, mentre fanno di tutto per chiudere alcune vertenze come quella dei
precari dei Coll Center e dei ferrotranviari, categorie che hanno dimostrato
una forte combattività.
Nel
contempo Cgil, Cisl e Uil presentano piattaforme sindacali ridicole, come la
proposta di 78 euro di aumento per il rinnovo del contratto del commercio, un
contratto che riguarda 1,6 milioni di lavoratori.
Proprio
perchè sanno che si tratta di una categoria contrattualmente debole, ma se loro
tendono a dividere, noi vogliamo unificare ed organizzare mediante una
piattaforma sindacale di fase tutte le categorie del lavoro salariato.
Coscienti
che solo mediante la costruzione di una vertenza generale, sulla base di una
piattaforma unificante, sostenuta dallo sciopero generale contro il governo e
il padronato possiamo dare risposta a quegli operai che il 7 dicembre a Torino
contestarono i vertici della burocrazia sindacale.
Proprio per avanzare in
questa prospettiva di lotta è necessario individuare alcuni priorità di
intervento nel quadro di un programma di rivendicazioni transitorie.
Non c'è dubbio che deve
essere data priorità alla lotta per l'abrogazione delle leggi precarizzanti
(dal Pacchetto Treu alla Legge Biagi, dalla Turco Napoletano alla Bossi Fini)
che investono sia lavoratori italiani che immigrati.
Ma fin da gennaio in
coincidenza con la campagna truffaldina dei sindacati concertativi per il
lancio dei Fondi pensione deve essere avviata una campagna per la difesa e la
reintroduzione delle pensioni pubbliche a retribuzione, adeguatamente
rivalutate, e del Tfr, salario differito dei lavoratori.
Questa difesa deve essere
associata alla costruzione nei luoghi di lavoro e nei quartieri popolari di
"Comitati per la difesa delle pensioni pubbliche, del Tfr e contro la
precarietà" proprio perché la precarietà è ormai e sempre più la condizione di
esistenza dei lavoratori e delle masse
popolari.
Altro punto centrale è la
lotta contro le privatizzazioni e le liberalizzazioni dei servizi pubblici
essenziali e di aziende strategiche come Alitalia, Tirrenia e Fincantieri. Nel
corso stesso della lotta contro l'azione privatizzatrice dei governi, nazionale
e locali, deve essere rilanciata nei sindacati, nei comitati degli utenti, tra
i lavoratori la rivendicazione della nazionalizzazione, senza indennizzo e
sotto il controllo operaio.
Infine sul terreno della
politica più strettamente sindacale non solo dobbiamo contrastare tutte le
ipotesi di nuovo patto sociale - per il pubblico impiego, per la produttività-
ma dobbiamo fare una battaglia nella Rete 28 aprile in Cgil e nel sindacalismo
di base perché sia superato un atteggiamento di pura pressione sul governo.
Strettamente
combinata alla lotta contro la politica sociale ed economica del governo deve
continuare la nostra opposizione all'imperialismo, a partire da quello di casa
nostra, nel quadro di un rilancio dell'internazionalismo proletario. Una lotta
che coglie nella richiesta di chiusura delle basi Nato e nel ritiro dei
militari italiani dall'Afghanistan, dal Libano e da tutti i paesi in cui sono
presenti una sintesi rivendicativa immediata.
Il quadro internazionale, la lotta per la rifondazione della Quarta Internazionale
Nell'approfondire
l'analisi del nostro paese non dobbiamo perdere di vista il quadro
internazionale. I processi politici ed economici che investono l'Italia sono
strettamente correlati con i processi che si verificano su scala mondiale. E su scala mondiale il capitalismo non ha
risolto nessuna delle sue contraddizioni, mentre continuiamo a vivere in un
epoca di crisi, guerra e rivoluzione.
La
restaurazione capitalistica negli stati operai degenerati, non ha segnato
un'epoca di pace e prosperità anzi il più grande dei nuovi paesi capitalistici,
la Russia, dopo una fase di sbandamento ha ripreso la lotta nell'arena mondiale
per imporre e salvaguardare i propri interessi nazionali, utilizzando in questa
contesa l'arma del gas e del petrolio.
Altri
paesi di minore dimensione, dopo essere stati disarticolati, sono diventati
preda di altre potenze imperialiste, statunitensi ed europei. Mentre le masse
operaie e popolari di questi paesi vivono una realtà di sfruttamento e miseria.
In
Cina il processo di restaurazione capitalistica in questi anni si è approfondito,
essa si muove nei mercati mondiali come una potenza emergente, estende i propri
interessi in Africa, dove entra in collisione con l'imperialismo francese e
statunitense, estende rapporti commerciali in America latina, soprattutto il
Brasile. L'altra faccia dello sviluppo capitalistico del paese è la condizione
dei lavoratori cinesi, privi dei più elementari diritti politici e sindacali,
anche se nel paese asiatico negli ultimi anni le lotte operaie e contadine sono
numerose e in crescita.
L'economia
statunitense sta rallentando la sua crescita, nell'ultimo trimestre il Pil è
sceso al 2%, mentre aumentano i profitti si abbassa le quota di reddito
destinata al lavoro, segno che la produttività è mantenuta con bassi salari.
Gli
Usa utilizzano l'arma della svalutazione monetaria per rilanciare le
esportazioni e riequilibrare la bilancia dei pagamenti, ma nel contempo spinge
i paesi produttori di petrolio quali l'Iran, il Venezuela e altri paesi a
convertire le riserve in dollari in euro: una nube che annuncia tempesta.
La
concorrenza tra i poli imperialisti proprio per la crisi si accentua, mentre
continua ad esplicarsi sia con la penetrazione commerciale e l'esportazioni di
capitale, con le manovre sulle monete - il dollaro è entrato in una fase di svalutazione
simile a quella del 1985/1995, i cui effetti mentre allora ricadevano sul
Giappone e pesantemente sui paesi del sud est asiatico (Corea del sud,
Thailandia, Singapore, Malaysia, Indonesia) e dell'America Latina, oggi si
riversano sull'area dell'euro-, con le nuove guerre coloniali in Medio Oriente
e le guerre regionali per procura in Africa (l'ultima in ordine di tempo nel
Corno d'Africa), con l'imposizione ai paesi dipendenti di accordi economici e
commerciali di libero scambio.
La
costruzione del polo imperialista europeo, avanza seppur in modo
contraddittorio attorno ai due paesi centrali del continente -la Francia e la
Germania-, nel contempo i paesi europei sono costretti ad accettare l'egemonia
militare dell'imperialismo statunitense, di cui la Nato è lo strumento.
La
materialità della costruzione europea è data dal processo di unificazione del
mercato interno e della moneta, dalla libertà di movimento dei capitali, dal
processo di concentrazione dei capitali, delle imprese e delle banche. La
contraddizione è data dagli interessi nazionali.
Le
normative e le direttive comunitarie, nei diversi terreni, costituiscono la
piattaforma comune della borghesia europea contro i lavoratori e le masse
popolari del continente.
Non
a caso nel 2005 a votare NO al referendum in Francia e in altri paesi, ad
opporsi alla Costituzione europea furono prevalentemente i lavoratori e le
masse popolari.
Al
nostro partito, assieme alle altre forze marxiste rivoluzionarie europee con
cui costruiremo una tendenza comune, il compito di lottare per l'unificazione
delle lotte degli operai e degli immigrati in Europa, contro i governi della
borghesia, contro l'imperialismo, per la prospettiva degli Stati Uniti
Socialisti d'Europa.
Queste
contraddizioni interimperialistiche, in caso di approfondimento della crisi
capitalistica, possono in futuro esprimesi in una maggiore barbarie di quelle
che abbiamo conosciuto con le due guerre mondiali del secolo scorso.
In
tutti i continenti riprendono le lotte dei lavoratori, dei contadini poveri,
delle masse popolari, la lotta di classe, più volte data per scomparsa,
riprende ad infiammare le masse.
La
resistenza dei popoli all'aggressione imperialista e coloniale,
dall'Afghanistan all'Iraq, mette in scacco la maggiore potenza imperialista del
mondo e le sue coalizioni.
La
nostra organizzazione ha sostenuto la resistenza dei popoli oppressi e
aggrediti, abbiamo chiesto il ritiro dei militari italiani, nel contempo
abbiamo indicato la necessità di un'altra direzione, marxista rivoluzionaria,
della resistenza.
Coscienti
che né l'islamismo politico né il nazionalismo populista può rappresentare
un'alternativa reale di liberazione per la classe operaia e i contadini poveri
dei paesi dipendenti.
Solo
una resistenza che si muove nel solco della Rivoluzione Permanente può liberare
realmente i popoli oppressi dall'imperialismo. Solo una lotta congiunta per il
socialismo nei paesi imperialisti e nei paesi dipendenti può superare questo
sistema di oppressione e di rapina.
La resistenza in Palestina e in Libano mette in scacco la maggiore potenza
regionale strettamente alleata all'imperialismo statunitense: Israele.
L'imperialismo risponde sostenendo l'asservito governo libanese e inviando le
truppe nel Paese dei Cedri -la missione Unifil 2- una missione votata nel
parlamento italiano da tutti i partiti, e da tutte le componenti, della sinistra radicale di governo.
La
necessità della distruzione dello Stato sionista e reazionario, la costruzione
di un nuovo Stato laico in cui siano garantiti i diritti democratici della
popolazione ebraica, viene riconosciuta dalla parte più avanzata degli
intellettuali democratici.
Per
parte nostra abbiamo avanzato la prospettiva di una Palestina libera, laica e
socialista nel quadro della Federazione socialista del Medio Oriente, una
prospettiva che ha come presupposto la costruzione di partiti leninisti e
trotskisti conseguenti in questi paesi.
Le lotte operaie e la
resistenza dei popoli ci dicono che è possibile distruggere questo sistema
socio economico.
La
politica dei governi progressisti, di collaborazione di classe, in tutto il
mondo ha mirato a salvaguardare i profitti, facendo ricadere sul proletariato i
costi della crisi capitalistica.
L'ultima
verifica, in tutto il mondo, di questi esperimenti di governo è ormai lunga:
l'Italia di Prodi, la Francia di Jospin, il Brasile di Lula, il Sudafrica di
Mbeki, il "nuovo kennedysmo" di Clinton negli Usa, la Gran Bretagna
di Blair, la Germania di Schroeder, la Spagna di Zapatero e le tante esperienze
di "centro-izquierda" in America Latina.
Il
loro obiettivo è stato quello di tenere a guinzaglio la classe operaia,
spezzare o prevenire la reazione delle classi subalterne coinvolgendo nel
governo partiti operai e sindacati, per tentare (a seconda dei casi) di disarmare
conflitti che talvolta hanno raggiunto livelli pre-rivoluzionari (come è
successo in Argentina) o di prevenire i conflitti (è il caso dell'Europa
specialmente) imponendo una "pace sociale", mirante al disarmo
politico e ideologico dei lavoratori.
Lo
sviluppo nel mondo delle forze marxiste rivoluzionarie è ancora largamente
insufficiente rispetto al grandioso e gravoso progetto comunista. Ci sono
certamente situazioni più avanzate e situazioni più arretrate, siamo in
presenza di uno sviluppo ineguale, l'obiettivo deve essere la costruzione di
sezioni, di partiti rivoluzionari indipendenti, in tutti i paesi del mondo.
La
prospettiva rivoluzionaria è internazionale. Il "socialismo in un Paese
solo" -che è stata più che una teoria, la copertura degli interessi della
burocrazia stalinista che poteva sopravvivere solo nell'isolamento della
rivoluzione russa- è nel contempo una contraddizione in termini e una
concezione reazionaria.
Ma
la prospettiva rivoluzionaria su scala mondiale è possibile solo costruendo
quella Internazionale marxista rivoluzionaria che oggi non esiste, la Quarta
Internazionale: laddove il numero riassume un programma e un patrimonio a cui
non rinunciamo e quindi le basi da cui ripartiamo.
La
lotta per la rifondazione della Quarta Internazionale è un percorso certamente
difficile e complesso ma necessario, non siamo soli in questo cammino accanto a
noi sentiamo non solo centinaia e migliaia di militanti marxisti rivoluzionari
nel mondo ma soprattutto la forza organizzata della Lega Internazionale dei
Lavoratori - Quarta Internazionale.
Crediamo
che solo investendo nell'unione delle forze leniniste e trotskiste conseguenti
in una tendenza internazionale centralizzata possiamo fare il primo e decisivo
passo verso la ricostruzione della Quarta Internazionale.
L'unione
delle forze leniniste e trotskiste conseguenti in una tendenza internazionale
centralizzata, oggi nella LIT-QI, è il primo passo verso la ricostruzione della
Quarta Internazionale.
Termino questa mia relazione
introduttiva con le parole di Karl Liebknecht del 1918, riportate all'inizio
delle nostre Tesi programmatiche.
"E'
arrivato il momento di costruire un partito autonomo. Dobbiamo fondare un
partito che si contrapponga ai partiti pseudo-comunisti che abusano della
parola comunismo per ingannare le masse e che operano invece in accordo con le
classi dominanti. Dobbiamo costruire un partito che rappresenti gli interessi
dei lavoratori. Un partito con un programma rivoluzionario, nel quale gli
obiettivi e i mezzi per raggiungerli siano scelti con intransigenza e fermezza
incrollabile.
Un partito nel quale tutto sia in funzione degli interessi della rivoluzione socialista."




















