Partito di Alternativa Comunista

RIVOLUZIONE E CONTRORIVOLUZIONE A CUBA

RIVOLUZIONE E CONTRORIVOLUZIONE A CUBA

 

Martín Hernández

 

All’interno della LIT, da alcuni anni stiamo studiando la situazione cubana e discutendo sul carattere di quello Stato, così come sul programma che ne discenderebbe. La LIT non ha ancora assunto una posizione definitiva (lo farà nel suo prossimo Congresso Mondiale convocato per il 2011); tuttavia, diverse sue organizzazioni e vari dirigenti (tra cui l’autore di questo lavoro) si sono decisamente pronunciati attraverso interventi orali e/o scritti, sostenendo che a Cuba, come nel resto degli ex Stati operai, il capitalismo è già stato restaurato.
Quest’ affermazione non significa mettere sullo stesso piano Cuba e il resto dei Paesi latinoamericani, poiché in questo Paese, nonostante la restaurazione del capitalismo, essendosi verificata una rivoluzione socialista trionfante (l’unica in tutto il continente), sopravvivono una serie di conquiste sociali che non esistono negli altri Paesi.

Tuttavia, non è questa la differenza fondamentale tra Cuba e il resto di quei Paesi. La differenza fondamentale è che, nel resto dei Paesi della regione, le masse hanno abbattuto diverse dittature e, benché la classe operaia e il popolo non siano riusciti a prendere il potere, hanno conquistato importanti libertà democratiche. A Cuba, al contrario, dopo la restaurazione del capitalismo, esiste sì una dittatura, ma non una dittatura del proletariato contro la borghesia come in precedenza, bensì una dittatura capitalista, contro la classe operaia e il popolo.

Per quale ragione è questa la differenza fondamentale col resto dei Paesi e non le conquiste sociali ancora esistenti? Perché queste, sotto il capitalismo, si perderanno inevitabilmente. In realtà già si stanno perdendo, come dimostra, tra l’altro, il fatto che il pieno impiego non esiste più. Di fronte a questa realtà, in cui le conquiste della rivoluzione si perderanno, alla fine i lavoratori si vedranno costretti a scendere in lotta per difenderle ma, quando tenteranno di farlo, si troveranno di fronte ad una triste realtà: essi non avranno neanche le più piccole libertà per organizzare quella lotta. Perché, a differenza dei loro fratelli del resto del continente, non avranno diritto ad organizzare uno sciopero né un sindacato libero dalla tutela dello Stato (neanche un’associazione di lavoratori), né un partito politico diverso da quello al governo, né avranno diritto a pubblicare un giornale o a realizzare una manifestazione contro il governo.

Qual è, allora, il compito principale che si pone alla classe operaia e al popolo cubani?

Lo stesso che si pose in altra epoca negli altri Paesi della regione: rovesciare questa dittatura per conquistare le più ampie libertà democratiche e progredire in direzione di una nuova rivoluzione socialista trionfante che, come quella del 1959, espropri la borghesia, nazionale ed internazionale.

Questa è, in sintesi, la posizione del settore della LIT cui ci riferivamo in precedenza.

Ma questa posizione ha provocato una furiosa reazione da parte di un’infinità di dirigenti e organizzazioni di sinistra, specialmente dei partiti stalinisti o di quelle organizzazioni che hanno origine da quei partiti. Per esempio, in Brasile, nell’aprile di quest’ anno, il Comitato Centrale del Partito Comunista Brasiliano, ha pubblicato una dichiarazione intitolata “La mano sinistra della destra”, nella quale, tra l’altro, segnala: “(…) questa internazionale di facciata (la Lit-Ci) si associa all’imperialismo per combattere la Rivoluzione Socialista Cubana (…) i suoi pronunciamenti sono al servizio dell’imperialismo (…) qualificare la Rivoluzione Cubana come ‘dittatura capitalista significa fare il gioco della controrivoluzione”.

D’altra parte, una serie d’organizzazioni sedicenti trotskiste, ma che a loro volta sono sostenitrici dei governi di Cuba e del Venezuela, portano avanti, (come non poteva essere altrimenti?) lo stesso tipo d’attacco dei partiti comunisti ma, di solito, con maggiore veemenza.

Ma, forse, la cosa più curiosa è che esistono altre organizzazioni che non sono castriste, come nel caso del Nuovo Mas e del Pts dell’Argentina, che anch’esse ci attaccano duramente con epiteti molto simili a quelli delle correnti staliniste.

Diciamo che è curioso perché queste correnti non solo sostengono che il capitalismo è stato restaurato praticamente in tutti gli ex Stati operai, ma pensano che la direzione castrista vuole la restaurazione del capitalismo a Cuba. Allora non si capisce perché ci attaccano così furiosamente. Perché se essi fossero realmente convinti che la direzione cubana vuole la restaurazione del capitalismo, cosa ci sarebbe di strano che quella stessa direzione, come quelle degli altri Stati operai, abbia raggiunto il suo obiettivo?

Prima di finire quest’introduzione si rende necessario un chiarimento sul titolo di quest’ articolo: “Rivoluzione e controrivoluzione a Cuba”.

Da quando León Trotsky scrisse il suo famoso lavoro, “Rivoluzione e controrivoluzione in Germania”, vari autori si sono ispirati a quel titolo per riferirsi ad altri Paesi: “Rivoluzione e controrivoluzione in Spagna” (Félix Morrow); “Rivoluzione e controrivoluzione in Argentina” (Abelardo Ramos); “Rivoluzione e controrivoluzione in Catalogna” (Jorge Semprun).

La nostra corrente non è stata estranea a questa tradizione. Così, Nahuel Moreno, nel 1975, scrisse un esteso lavoro intitolato “Rivoluzione e controrivoluzione in Portogallo”.

Questo reiterato “plagio” su Trotsky ci ha fatto dubitare della convenienza di usare lo stesso titolo per un lavoro su Cuba ma, alla fine, dopo avere letto la menzionata dichiarazione del Partito Comunista Brasiliano, c’è sembrato che difficilmente potevamo trovare un titolo più appropriato per affrontare l’attuale problematica cubana.

La dichiarazione del Pcb non offre un solo argomento per dimostrare che a Cuba non è stato restaurato il capitalismo. Al contrario, seguendo fedelmente la vecchia e ripugnante tradizione dello stalinismo, risponde a noi – che invece questi argomenti li forniamo per dimostrare ciò che sosteniamo – accusandoci d’essere agenti dell’imperialismo. Tuttavia, vogliamo sottolineare qualcosa di positivo nella dichiarazione del Pcb. Essa comincia con la seguente frase: “Difendere la Rivoluzione Cubana è una questione di principio”. Senza dubbio, una bella frase, che ogni rivoluzionario dovrebbe sostenere. Ma, nell’attuale situazione cubana, è necessario riempire di contenuto questa frase, perché si tenta di rispondere alla domanda: dov’è la rivoluzione e dove la controrivoluzione a Cuba? Questa è la grande discussione e, in questo senso, benché la dichiarazione del Pcb dia una risposta opposta alla nostra, essa ha il merito di entrare nel dibattito su questo tema, che ha finito per ispirare il nostro titolo.

 

L’importanza di questo dibattito

 

Crediamo che questo dibattito su Cuba, oltre ad essere importante, può finire per essere decisivo per il presente e il futuro dell’insieme delle organizzazioni di sinistra, specialmente dell’America Latina.
Esiste una tradizione nella sinistra, a livello mondiale, per ciò che riguarda la posizione di fronte alle dittature. Salvo rare eccezioni (come nel caso del Partito Comunista d’Argentina che appoggiò il dittatore Videla, o il governo cinese che appoggiò la dittatura di Pinochet), di norma la sinistra è stata contro le dittature capitaliste e ha lottato, in un modo o in un altro, per il loro rovesciamento
Tuttavia, questa vecchia e buona tradizione della sinistra può essere giunta alla fine.

Se è corretto ciò che noi affermiamo – in altri termini, che a Cuba, da tempo, il capitalismo è stato restaurato e che non esiste un regime democratico borghese ma, come in Cina, una dittatura che si basa sul Partito Comunista e sulle Forze armate, e che a Cuba non esistono le minime libertà democratiche, e cioè se è corretto che Cuba è attualmente una delle poche residue dittature capitaliste a livello mondiale e praticamente l’unica che resta in America Latina – la posizione della sinistra, di fronte a questa dittatura, non è una questione di dettaglio.

La sinistra che appoggia il governo cubano fino ad ora è relativamente tranquilla perché, per sua fortuna, i lavoratori cubani non hanno ancora manifestato pubblicamente il loro scontento rispetto alle misure di restaurazione del governo. Tuttavia, è il governo a non sembrare tanto tranquillo. Ciò spiega perché Raúl Castro abbia partecipato, il 31 ottobre scorso, al Plenum Ampliato del Consiglio Nazionale della Ctc (Confederazione dei Lavoratori Cubani) per chiedere ai dirigenti sindacali che spieghino alle loro basi la bontà delle nuove riforme economiche.

Raúl ha affermato che “Cuba va verso il baratro” se non saranno applicate quelle riforme economiche (tra cui il licenziamento di un milione di lavoratori dello Stato) e, a partire da ciò, ha rivolto loro il seguente appello: “Spetta a voi, dal Segretariato della Ctc fino al più modesto dirigente, svolgere lo stesso ruolo all’epoca giocato da Lázaro Peña che, con saggezza ed esperienza, chiese nello storico XIII Congresso della Ctc, nel 1973, di rinunciare a conquiste strappate alla borghesia, poiché la situazione era cambiata e gli operai erano proprietari dei mezzi di produzione. Per esempio, propose di abrogare una legge che, piena di buone intenzioni, ma scorretta e pertanto insostenibile dal punto di vista economico, pagava il 100% del salario a chi fosse andato in pensione dopo una condotta esemplare nella sua vita lavorativa”.

Potranno i fratelli Castro, e i dirigenti della centrale sindacale statale, convincere i lavoratori che devono lasciare da parte le conquiste strappate alla borghesia? Potranno convincere i lavoratori che non devono difendere i loro posti di lavoro? Potranno convincerli dell’importanza di aumentare notevolmente il prezzo della luce? Potranno convincere il milione di nuovi disoccupati che è possibile trasformarsi in prosperi commercianti, lavorando per conto proprio come parrucchieri, sarti o giardinieri?

Può essere che ci riescano, dato che per il suo passato la direzione castrista ha ancora molto prestigio, ma può anche darsi il contrario e che a Cuba, come accadde nella maggioranza degli altri ex Stati operai, i lavoratori e il popolo si sollevino contro le conseguenze delle misure della restaurazione e comincino a mobilitarsi, a fare scioperi, ad organizzare commissioni di lotta, nuovi sindacati e, perfino, a ricorrere alla violenza per difendere i loro diritti. E se sorge un movimento da questo tipo, come è molto probabile che succeda, da che lato si collocherà la sinistra che oggi appoggia il governo cubano?

Si collocherà dalla parte dei lavoratori o sosterrà il governo che espropriò la borghesia nel passato ma che oggi sta restaurando il capitalismo?

Tutto indica che quella “sinistra” continuerà a sostenere il governo (probabilmente utilizzando l’argomento che quel movimento dei lavoratori è controllato dalla Cia e dai gusanos). Ma appoggiare e/o sostentare una dittatura di questo tipo, specialmente in America Latina dove le masse hanno una lunga tradizione di lotta antidittatoriale, inevitabilmente porterà le organizzazioni che lo faranno a cambiare il loro carattere convertendosi, oggettivamente, in organizzazioni di destra, o direttamente a sparire.

Questo pronostico può sembrare esagerato, ma sarebbe bene ricordare ciò che accadde con le organizzazioni filosovietiche o maoiste che sostennero fino all’ultimo l’ex Urss, la Germania Orientale o la Cina, quando in quei Paesi era già stato restaurato il capitalismo e le masse erano insorte contro le dittature “comuniste”. La maggioranza di quelle organizzazioni che dirigevano o codirigevano la classe operaia dei loro Paesi e avevano influenza di massa, oggi non esistono più, sono ridotte a piccoli gruppi oppure si sono trasformati in partiti borghesi.

 

Perché abbiamo ritardato tanto nel dare conto che nell’ex Urss, nell’Est europeo e in Cina il capitalismo era stato restaurato?

 

Benché sia nostra opinione che è da parecchio tempo che il capitalismo è stato restaurato a Cuba, solo in quest’ultimo anno il relativo dibattito, a livello della sinistra, sta prendendo piede.
Non costituisce una novità che sorgano questo tipo di dubbi e polemiche. La stessa cosa si verificò con la restaurazione negli altri Stati operai.

Per esempio, non c’è oggigiorno nessun settore della sinistra minimamente seria che non riconosca che il capitalismo è stato restaurato nell’ex Urss, nel resto dell’Est europeo e in Cina. Tuttavia, è stato necessario il trascorrere di molti anni perché la maggioranza della sinistra cominciasse a domandarsi se il capitalismo era stato restaurato o no, e molti più anni perché si riconoscesse che ciò era accaduto.

Per esempio, il capitalismo fu restaurato nell’ex Urss a partire dall’anno 1986; tuttavia, il gran dibattito nella sinistra sull’esistenza di questo fatto cominciò quattro o cinque anni dopo, ed il riconoscimento della restaurazione, per la maggioranza della sinistra, si produsse solo agli inizi del nuovo secolo, cioè, 14 anni dopo il suo verificarsi.

Con la Cina, il disorientamento fu ancora più grande. La restaurazione iniziò nell’anno 1978 e solo da poco è stata riconosciuta dalla maggioranza della sinistra, cioè praticamente 30 anni dopo.

C’è una serie di fattori per spiegare questa generalizzata incomprensione su ciò che era successo negli Stati operai burocratizzati, ma il fattore fondamentale ha a che vedere con la forma in cui si è prodotta la restaurazione.

Se durante la Seconda Guerra Mondiale le truppe di Hitler avessero sconfitto l’Unione Sovietica, avrebbero restaurato il capitalismo. Se questo fosse accaduto, la sinistra non avrebbe avuto il minimo dubbio che il capitalismo fosse stato restaurato nell’esatto momento in cui questo fatto si verificava.

Ma non fu così che si restaurò il capitalismo negli ex Stati operai. Non furono settori della borghesia internazionale, né gli antichi borghesi nazionali a portare avanti quel compito. Essi ne furono i grandi beneficiari, ma a restaurare il capitalismo furono i dirigenti dei Partiti comunisti che erano al potere in quegli Stati e ciò creò una grande confusione, fondamentalmente perché questi partiti restaurarono il capitalismo in nome del socialismo e, soprattutto, attaccando lo stesso capitalismo. Per esempio, Gorbaciov, il padre della restaurazione del capitalismo nell’ex Urss, diceva nel 1987 (un anno dopo che era iniziata la restaurazione nel suo Paese): “Secondo una certa opinione, per esempio, dovremmo desistere dall’economia pianificata e sancire la disoccupazione. Ma non possiamo permetterlo, dato che il nostro obiettivo è rafforzare il socialismo e non sostituirlo con un sistema diverso. Ciò che l’Occidente ci offre, in termini di economia, è inaccettabile per noi (…).

Questa doppia faccia dei burocrati dei partiti comunisti al potere può sembrare sorprendente per il loro grado d’ipocrisia ma, in realtà, essa non deve sorprendere perché ha a che fare con la stessa natura sociale d’ogni burocrazia. Né la borghesia né la classe operaia hanno motivi per occultare i loro propositi, ma la burocrazia, non essendo una classe sociale bensì un parassita della classe operaia, li ha eccome. Dunque, come diceva Trotsky: “Essa nasconde le sue entrate. Dissimula o finge di non esistere come gruppo sociale” (L. Trotsky, La Rivoluzione Tradita, p. 248).

Per esempio, un operaio non nasconde di voler guadagnare uno stipendio maggiore e lotta apertamente per questo. Un padrone non nasconde – né ha bisogno di farlo – che vuole aumentare i profitti della sua impresa e, al contrario, quando ci riesce lo rende pubblico.

Col burocrate succede il contrario. Egli lotta con tutte le sue forze per mantenere ed ampliare i suoi privilegi, ma non può dirlo apertamente perché quei privilegi sorgono dall’usurpazione che egli fa del lavoro degli operai e delle briciole che riceve dai padroni e dello Stato. Perciò, per mantenere ed ampliare i suoi privilegi deve sempre occultare le sue vere intenzioni.

Le burocrazie al governo di quegli Stati in cui il capitalismo è stato restaurato non potevano informare dei loro piani i lavoratori e il popolo. Non potevano dire loro che stavano restaurando il capitalismo e che con ciò sarebbero finiti il pieno impiego, la salute e l’istruzione pubbliche e, ancor meno, potevano dire che il loro obiettivo era trasformarsi in nuovi borghesi per sfruttare quegli stessi lavoratori. Quelle burocrazie governanti restaurarono il capitalismo dicendo tutto il contrario. Così, ogni volta che prendevano una nuova misura per smontare l’antico Stato operaio, affermavano che era per rafforzare il socialismo e, quando non potevano occultare il carattere filocapitalista di una determinata misura, affermavano che s’ispiravano a Lenin, che analogamente, con la Nep, aveva fatto concessioni al capitalismo. Alexandr Yakovlev, un importante intellettuale e dirigente del Pc russo, che fu il principale consulente di Gorbaciov e ideatore della Perestrojka, confessò: “Se oggigiorno continuiamo a citare a Lenin è per avere una certa credibilità davanti all’opinione pubblica”.

Ma a questa confusione, provocata dal ruolo sinistro delle burocrazie governanti, si è aggiunto un altro problema. La restaurazione del capitalismo è stato un fatto inedito nella storia dell’umanità, che noialtri appartenenti alle nuove generazioni di marxisti abbiamo dovuto cercare di decifrare. Ciononostante, nessuno sapeva in anticipo quali sarebbero state le caratteristiche centrali di quel processo. In generale c’era l’idea che si poteva parlare di restaurazione del capitalismo solo quando il grosso dei mezzi di produzione e di scambio (fabbriche, banche e terre) avesse cessato di appartenere allo Stato passando in mani private, e quando il grosso dei lavoratori fosse stato salariato di quelle imprese private. Tuttavia, in nessuno degli ex Stati operai, dopo che si verificò la restaurazione, sopravvenne la privatizzazione generalizzata delle imprese statali, delle terre, delle banche e neanche delle abitazioni. Per esempio, in Russia, nel 1989 (tre anni dopo la restaurazione del capitalismo) esistevano solo 10.000 abitazioni private in tutto il Paese, e nel 1992 (sei anni dopo la restaurazione) delle oltre 200.000 imprese esistenti solo 1.352 (piccole in maggioranza) erano state privatizzate. Questi numeri ci confusero completamente, sicché, nei primi anni della restaurazione, analizzando le statistiche, giungevamo alla conclusione che non c’era stata restaurazione o che quel processo era impantanato. In realtà, nessuno prese in considerazione quanto previsto da Trotsky rispetto a come sarebbe stata la restaurazione del capitalismo nei suoi primi anni. Egli affermava che, se la restaurazione si fosse prodotta, ciò si sarebbe verificato, nei primi anni, nel quadro della proprietà statalizzata, come in realtà effettivamente accadde.

Ma oltre a questi fattori, che crearono confusione e all’epoca ci impedirono di vedere che le burocrazie governanti di quegli Stati avevano restaurato il capitalismo, ci furono altri due fattori, benché diversi, per quel che concerne le correnti politiche. Quelle che facevano riferimento ai Paesi dell’Est, all’Urss o alla Cina, resistettero fino all’ultimo prima di riconoscere la restaurazione del capitalismo, perché farlo significava accettare che essi avevano tradito tutte le rivoluzioni, che equivaleva ad accettare che, storicamente, il trotskismo aveva ragione.

Tuttavia, contraddittoriamente, anche la maggioranza delle organizzazioni trotskiste resistettero a riconoscere che la restaurazione aveva trionfato. Alcune per la pesante influenza dello stalinismo ed altre, la maggioranza, perché, invece di analizzare la realtà così com’era, la analizzavano a partire da uno dei pronostici di Trotsky (quello secondo cui la restaurazione si sarebbe potuta imporre soltanto attraverso una controrivoluzione sanguinosa), tralasciando invece quello fondamentale, secondo cui se la burocrazia fosse rimasta alla testa dell’Urss la restaurazione sarebbe stata inevitabile.

 

La restaurazione del capitalismo: un processo internazionale al quale nessuno Stato operaio burocratizzato poté, né poteva, sfuggire

 

Come dicevamo in precedenza, l’ampia maggioranza della sinistra ha fatto resistenza ad accettare l’idea che il capitalismo era stato restaurato negli ex Stati operai.
Si accettava che il capitalismo era stato restaurato in Germania Orientale (dopo l’unificazione con la Germania Occidentale) ma non nel resto dell’Est europeo. In seguito, quando non fu possibile negare che anche lì si era imposta la restaurazione, si diceva che però ciò non si era verificato nell’ex Urss. E quando si accettò che anche nell’ex Urss aveva trionfato la restaurazione, la Cina e Cuba furono innalzate a “bastioni dal socialismo”.

Questa idea, diffusa nella sinistra, che in un determinato Paese si sarebbe potuto restaurare il capitalismo mentre in altri no, mostra un’incomprensione su ciò che è stato questo processo.

Non si è capito, in altri termini, che, per il carattere dell’economia mondiale e, fondamentalmente, per il carattere di quegli Stati, essi non hanno avuto, specialmente i più deboli, altra alternativa se non andare verso il capitalismo: e questa che fu una tendenza per diversi anni, si trasformò in un’imposizione a partire dal trionfo della restaurazione nell’ex Urss.

Per comprendere in termini teorici questo processo, è necessario risalire ad una polemica che si sviluppò a partire dal 1924 nell’ex Urss.

I marxisti avevano previsto che, con lo sviluppo del capitalismo, si sarebbero sviluppate anche le sue stesse contraddizioni, a partire dalle quali sarebbe giunto un momento in cui il sistema capitalista avrebbe ostacolato, in forma assoluta, lo sviluppo delle forze produttive. Quando ciò fosse accaduto, si sarebbe posto il superamento del regime capitalista attraverso il comunismo, un regime in cui non ci sarebbero stati sfruttatori né sfruttati e nel quale tutti i suoi componenti avrebbero ricevuto secondo i propri bisogni e apportato secondo le proprie possibilità, ciò che avrebbe consentito lo sviluppo infinito delle forze produttive. Ma i marxisti avevano anche previsto che non si sarebbe potuti passare, in maniera immediata, dal capitalismo al comunismo. Che sarebbe stato necessario passare attraverso una fase intermedia che Marx denominò “prima fase del comunismo”, e che successivamente fu definita “socialista”. Questa prima fase del comunismo darebbe origine ad una società che, sin dalla sua nascita, sarebbe superiore, dal punto di vista economico e culturale, alle più avanzate delle società capitaliste.

Partendo da questa visione, la direzione del Partito Bolscevico – che aveva diretto la presa del potere per gli operai – non aveva mai ritenuto che la sua rivoluzione fosse un obiettivo in sé. Al contrario, essendo consapevole che quella rivoluzione (che, contro le previsioni di Marx era stata realizzata in un Paese enormemente arretrato) non avrebbe potuto trionfare se non si fosse estesa a livello mondiale, soprattutto ai Paesi più avanzati, la consideravano solo come una leva per la rivoluzione mondiale. Ciò spiega perché, dopo la presa del potere e nel pieno della guerra civile, il compito centrale di quella direzione sia stato la costruzione della III Internazionale, il partito mondiale della rivoluzione.

Questa posizione del Partito Bolscevico non era prodotta di un internazionalismo astratto o da un’attitudine morale. Aveva a che vedere con una comprensione profonda del carattere dell’economia mondiale e dell’impossibilità di arrivare al socialismo a livello nazionale, specialmente in Russia, un Paese popolato in maggioranza da contadini analfabeti.

Questa era, come dicevamo in precedenza, la visione di tutta la direzione del Partito Bolscevico. Per esempio, pochi mesi dopo la morte di Lenin, nell’aprile del 1924, Stalin scrisse: “Bastano gli sforzi di un Paese per abbattere la borghesia, questo è l’insegnamento della storia della nostra rivoluzione. Ma per la vittoria definitiva del socialismo, per l’organizzazione della produzione socialista, gli sforzi di un solo Paese, soprattutto se rurale come il nostro, sono insufficienti; occorrono gli sforzi riuniti dei proletariati di vari Paesi avanzati”.

Tuttavia, questa visione sul carattere della rivoluzione e sul ruolo dell’Urss sul piano internazionale cominciò ad essere messa in discussione da Stalin pochi mesi dopo avere scritto questo testo.

A partire dalle sconfitte del proletariato europeo e dai primi successi dell’economia sovietica, Stalin cominciò a difendere la sua famosa teoria del “socialismo in un Paese solo”. Questa teoria, come segnalato da Trotsky, esprimeva l’inizio della degenerazione della III Internazionale.

La nuova teoria di Stalin affermava che l’Urss sarebbe potuta arrivare al socialismo, cioè avrebbe potuto costruire una società più avanzata dei Paesi più avanzati del capitalismo, prescindendo dalla rivoluzione mondiale.

Questa elaborazione teorica di Stalin, che negava tutta la tradizione del marxismo, diede origine ad una dura polemica con l’Opposizione di Sinistra diretta da León Trotsky.

Nel 1926 l’Opposizione di Sinistra presentò un testo in un’assemblea plenaria del Comitato Centrale del Partito Bolscevico che diceva: “Sarebbe radicalmente sbagliato credere che si possa avanzare verso il socialismo ad un ritmo arbitrariamente deciso quando ci troviamo accerchiati dal capitalismo. La marcia verso il socialismo sarà garantita solo se la distanza che separa la nostra industria da quella capitalista avanzata diminuisce manifestamente e concretamente invece di aumentare”. In quel Comitato Centrale, Stalin ottenne che si votasse contro le proposte dell’Opposizione col seguente argomento: “Chi vuole introdurre qui il fattore internazionale non comprende neanche come si formula il problema e confonde tutte le nozioni, sia per incomprensione o per un desiderio cosciente di seminare la confusione”.

Negli anni ’30 questo dibattito riprese forza. Stalin, analizzando la crescita dell’economia dell’Urss, affermava che questa era già arrivata al socialismo e marciava verso il comunismo.

Sebbene Stalin si sbagliasse nell’affermare che l’Urss era già socialista, dato che dal punto di vista economico e culturale in realtà era molto lontana dal raggiungere i Paesi capitalisti più avanzati, non si sbagliava evidenziando la spettacolare crescita dell’economia sovietica: la quale era tanto importante che Trotsky, dopo avere analizzato le statistiche economiche, nel suo libro La Rivoluzione Tradita, segnalava: “Ancora nel caso in cui l’Urss, per colpa dei suoi dirigenti, soccombesse ai colpi dall’esterno rimarrebbe, come pegno futuro, il fatto incontestabile che la rivoluzione proletaria è stata l’unica cosa che abbia permesso ad un Paese arretrato di ottenere in meno di vent’anni risultati senza precedenti nella storia …”.

Tuttavia, in quello stesso libro, Trotsky evidenziava che era necessario osservare che l’economia sovietica cresceva molto, ma partendo da livelli molto bassi; e che quella crescita spettacolare, provocata dall’espropriazione della borghesia, non si sarebbe mantenuta indefinitamente, poiché il dominio dell’economia mondiale da parte del capitale imperialista lo avrebbe impedito. Anzi, segnalava: “Quanto più tempo l’Urss resterà circondata dal capitalismo, tanto più profonda sarà la degenerazione dei suoi tessuti sociali. Un isolamento indefinito dovrebbe portare inevitabilmente, non all’instaurazione di un comunismo nazionale, bensì alla restaurazione del capitalismo (…). La classe operaia dovrà, nella sua lotta per il socialismo, espropriare la burocrazia e sulla sua tomba potrebbe collocare quest’epitaffio: “Qui giace la teoria del socialismo in un Paese solo”.

Com’è noto, nonostante i suoi vari tentativi, in Germania Orientale, in Ungheria, in Cecoslovacchia, in Polonia, la classe operaia non poté espropriare la burocrazia e Stalin con i suoi seguaci, attraverso un vero genocidio ai danni dei rivoluzionari e dei combattenti operai, si consolidarono. Questo, come previde Trotsky, determinò che quelli che erano Stati in transizione verso il socialismo si trasformarono in Stati in transizione verso il capitalismo.

Dopo la guerra civile, sotto la direzione della burocrazia stalinista, l’economia russa, in funzione dell’espropriazione della borghesia, ebbe una crescita spettacolare, ma questo risultato, nella misura in cui non trionfava la rivoluzione nei Paesi più avanzati, non si consolidò in permanenza.

Dopo la Seconda Guerra Mondiale, con l’espropriazione della borghesia nell’Est europeo e col trionfo della Rivoluzione cinese, l’Urss ruppe in parte il suo isolamento dal punto di vista economico, il che le permise, anche senza portare avanti la rivoluzione a livello mondiale, una sopravvivenza maggiore di quanto potesse sperare.

Tuttavia, già negli inizi degli anni ’50 apparvero vari sintomi di una crisi importante, non solo nell’Urss bensì nell’insieme degli Stati operai. Alla fine degli anni ’50 si sviluppò in tutti quei Paesi una discussione sulla necessità di apportare importanti cambiamenti, poiché all’epoca, sebbene tutte le loro economie continuassero a crescere, già si avvertivano segnali di un’importante diminuzione della crescita.

Agli inizi degli anni ’60, la situazione diventò ancor più critica e le autorità si videro obbligate a fare importanti riforme che furono applicate in tutto l’Est europeo tra il 1963 e il 1968.

Una parte importante di quelle riforme, per cercare di uscire dalla crisi incipiente, supponeva la necessaria relazione commerciale con i Paesi più avanzati del mondo. Queste relazioni si svilupparono grandemente, al punto che quella fase fu conosciuta come “L’Età dell’Oro del Commercio Est‑Ovest”. Ma in nessuno di quei Paesi, a causa della politica di Stalin, aveva trionfato la rivoluzione e ciò fece sì che il commercio con essi fosse completamente disuguale, tanto che l’ importazione di tecnologia occidentale finì per squilibrarne la bilancia commerciale nel contempo determinando le condizioni perché, alla fine degli anni ’60, l’insieme delle economie vivesse una situazione critica.

Per uscire dalla crisi, le burocrazie governanti avevano una sola via d’uscita strategica: riprendere la lotta dei bolscevichi per la rivoluzione mondiale, strada che, però, non erano disposti a seguire. Peggio ancora, per difendere i loro interessi nazionali, le burocrazie si mostravano sempre più incapaci di stringere relazioni tra i differenti Stati operai, al punto tale che, col passare del tempo, si creavano non solo attriti ma anche guerre tra questi Stati.

In questo quadro, il passo successivo delle burocrazie governanti fu, ancora una volta, ricorrere all’imperialismo, questa volta alla ricerca di prestiti a basso costo, che, infatti, ottennero; ma, ancora una volta, a causa del dominio dell’imperialismo sull’economia mondiale, quei prestiti a buon mercato divennero costosi e gli ex Stati operai rimasero prigionieri di un debito estero che, come il debito estero delle colonie e semicolonie, diventò impagabile. In questo modo, l’insieme degli ex Stati operai marciava verso l’abisso.

Di tutti gli Stati operai, l’Urss, grazie alla sua economia più sviluppata e per essere un grande produttore di petrolio e gas, fu la meno colpita dalla crisi; tuttavia, anche così, i numeri mostravano una situazione disperata. Tra il 1971 e il 1985, il tasso di crescita diminuì di due volte e mezza. La burocrazia, senz’altra via d’uscita, scaricava la crisi che aveva generato sulle spalle dei lavoratori. Così, il denaro destinato all’istruzione, che nel 1950 rappresentava il 10% del reddito nazionale, agli inizi degli anni ’80 era solo del 6%; l’aumento del consumo pro capite che tra il 1966 e il 1970 era stato del 5,1%, divenne nullo agli inizi degli anni ’80, e ciò che era più tragico, l’aspettativa di vita, che nel 1972 era di 70 anni, dieci anni dopo era caduta a 60 anni.

Fu per rispondere a questa crisi economica che Gorbaciov – portato alla segreteria generale del Pcus dal sinistro Kgb – elaborò, nell’anno 1985, il suo piano di restaurazione del capitalismo. Quel piano fu votato nel XXVII Congresso del Pcus, svoltosi nel febbraio del 1986. In quel congresso fu votata anche una nuova direzione, composta in maggioranza dai restauratori (i “rinnovatori”, com’erano conosciuti all’epoca). A partire da quelle decisioni, settimana dopo settimana e mese dopo mese, la burocrazia del Pcus smontò pezzo a pezzo quel che rimaneva dell’antico Stato operaio.

Nell’agosto del 1986 si aprì l’economia alle imprese straniere. Nel mese di settembre si votò la Legge sulle Attività Individuali con cui fu legalizzato il lavoro privato; nel giugno del 1987, mediante l’approvazione della Legge delle Imprese di Stato si pose fine alla pianificazione economica centrale e al monopolio del commercio estero. Nel maggio del 1988 fu approvata la Legge sulle Cooperative, ciò che rese possibile che un anno dopo già esistessero 200.000 imprese di questo tipo. Nel dicembre del 1988 fu approvato un decreto che consentiva la vendita delle case … e questo processo di restaurazione non si fermò più.

Come si può vedere, la burocrazia governante dell’Urss non ebbe altra alternativa, di fronte alla crisi economica senza soluzione, che orientarsi verso il capitalismo. Nel resto dell’Europa dell’Est, come non poteva essere altrimenti – poiché si trattava d’economie molto più deboli e più in crisi di quella dell’Urss – accadde esattamente lo stesso.

Molto si è parlato di due modelli opposti di restaurazione, quello dell’ex Urss e del resto del Est europeo da una parte, e quello della Cina dall’altra. È vero che ci sono state diverse forme d’avanzamento verso la restaurazione. Non solo fra l’Urss e la Cina, ma anche fra tutti i Paesi tra loro. Ma le differenze sono state di forma e non di sostanza. Per esempio, normalmente si dice che la principale differenza tra il modello cinese e quello dell’Urss è che nel primo la restaurazione è stata portata a termine grazie al controllo assoluto del Partito comunista; tuttavia, in relazione a questo non c’è differenza di modelli. Nell’Urss e in tutti gli altri Paesi il modello era lo stesso: restaurare nel quadro del regime di partito unico dei partiti comunisti, solo che, in questi Paesi, le masse si sono sollevate e hanno abbattuto quei regimi e ciò ha fatto sì che fosse interessato tutto il processo di restaurazione, per quel riguarda la sua forma.

Nondimeno, nella sostanza, tutti i processi di restaurazione sono stati praticamente identici, poiché in tutti essi è stato necessario smontare la struttura economica degli antichi Stati operai. Perciò, in tutti i casi, le misure furono dirette a porre fine al monopolio del commercio estero, all’economia nazionalizzata e alla pianificazione economica centrale. Anzi, perfino per quel che riguarda problemi di forma, i processi furono molto simili (le imprese miste con capitale straniero, le cooperative, le de-nazionalizzazione e/o gli aumenti nei servizi pubblici, la privatizzazione delle abitazioni, l’inizio della privatizzazione dell’istruzione e della sanità, la chiusura delle mense pubbliche e/o l’eliminazione delle tessere annonarie, la privatizzazione della terra o della produzione agricola, la liberalizzazione graduale delle banche).

 

Che cos’è accaduto a Cuba?

Gli Stati operai, in funzione degli interessi della burocrazia, non sono mai stati leve per la rivoluzione mondiale, ma tutti essi, seguendo Stalin, hanno cercato di costruire il “socialismo in un paese solo”. Per questo motivo, nessuno di essi è potuto sfuggire ad una crisi economica senza soluzione e, dunque nessuno di essi, per rispondere a quella crisi, ha potuto fare altro se non restaurare il capitalismo.
In questo quadro, Cuba non è stata, né poteva essere, un’eccezione, perché in questo Paese la crisi economica, strutturale e congiunturale che è stata il motore di tutti i processi di restaurazione, era molto più profonda che nella maggioranza degli altri Stati.

Molto si è scritto e detto anche, e a ragione, del salto impressionante fatto da Cuba dopo la rivoluzione, soprattutto sul terreno dell’istruzione e della sanità, ma la realtà è che Cuba, dopo la rivoluzione, è continuata ad essere un Paese economicamente molto arretrato, al punto tale che non ha vissuto un processo d’ industrializzazione e la sua economia ha continuato ad essere basata sulla monocoltura di zucchero, come all’epoca di Batista.

Ma, proprio perché aveva questa debolezza strutturale nella sua economia (monocoltura di zucchero), Cuba ha incontrato molte più difficoltà rispetto al resto degli Stati operai nell’affrontare la crisi economica della quale parliamo. Per esempio, a partire dal 1975, la crisi cronica di Cuba si acutizzò in conseguenza della brutale caduta del prezzo dello zucchero sul mercato mondiale.

Rispetto a questo tema è bene ricordare un’analisi fatta nel 1982: “(…) il castrismo affronta, alla pari di tutti gli Stati burocratizzati e totalitari dell’Est europeo e dell’Asia, un’impressionante crisi economica, apparentemente senza via d’uscita”.

C’è una serie di dati che dimostrano che quest’analisi non era esagerata. Per esempio, in quel periodo, le riserve cubane scesero da 1,5 miliardi di dollari a 500 milioni. D’altra parte, basando la sua economia sulla monocoltura dello zucchero, importava il 75% dei cereali che consumava, il 68% dell’acciaio e il 100% del cotone. Per cercare di uscire da questa situazione, Cuba ricorse ai prestiti esteri, dall’Urss, dalla Francia e dal Canada, e, in poco tempo, creò un debito che arrivò ai 10 miliardi di dollari, uno dei più grandi del mondo in proporzione al numero degli abitanti.

Quest’analisi sulla situazione economica di Cuba negli anni che hanno preceduto la restaurazione è molto importante, perché è necessario comprendere che i primi Stati operai a soccombere al capitalismo furono, come non poteva essere altrimenti, quelli economicamente più deboli.

La restaurazione non cominciò dall’ex Urss bensì dalla Jugoslavia, a partire dal 1965, e ciò non fu casuale ma dovuto al fatto che quell’economia era rimasta molto più isolata e pertanto molto più indebolita delle altre, in conseguenza della crisi con l’Urss. Questo caso ha fornito una dimostrazione in più di come l’utopia reazionaria della teoria del “socialismo in un paese solo” faceva le sue vittime: la Jugoslavia, isolata, soccombeva al capitalismo mentre il resto degli Stati operai, benché in crisi, riuscì a sopravvivere per qualche tempo in più facendo parte di un blocco economico.

Né fu casuale che sia stata la Cina a seguire la Jugoslavia sulla rotta della restaurazione. In questo Paese questo processo cominciò partire dal 1978 con le cosiddette “Quattro Modernizzazioni”. La restaurazione del capitalismo in Cina, a partire da quell’anno, fu un sottoprodotto della crisi sovietica, nella quale il grande danneggiato, dal punto di vista economico, fu proprio il Paese asiatico.

In questo quadro, a partire dal 1975, Cuba era la candidata naturale ad anticipare la Cina nella sua marcia verso la restaurazione. Tuttavia, non fu così perché l’Urss venne in suo aiuto per salvarla dal disastro inevitabile. Così, tra il 1976 e il 1980, le fornì un sussidio di 2,4 miliardi di dollari annuali (l’equivalente del 75% delle esportazioni cubane) e, inoltre, intensificò il commercio con Cuba al punto tale che, tra il 1977 e il 1978, il commercio internazionale fra i due Stati, dal punto di vista del valore, rappresentava l’85% del totale del loro commercio internazionale. Tuttavia, tutto quest’aiuto rappresentò un palliativo e non consentì di superare la crisi strutturale dell’economia cubana.
Perché, da una parte, esso mantenne la debolezza cronica dell’economia cubana perpetuando la monocoltura dello zucchero e, dall’altro, aumentò qualitativamente la sua dipendenza dall’Urss.

Questi due fattori fecero sì che, poco tempo dopo, l’economia cubana esplodesse quando la crisi economica dell’Urss obbligò questo Paese a diminuire i sussidi e, fondamentalmente, quando con la restaurazione del capitalismo e la dissoluzione dell’Urss i sussidi furono eliminati e il commercio ridotto in forma sostanziale.

Così, tra il 1989 e il 1994 il Pil cubano cadde del 34,3% e le esportazioni, che arrivavano a 5,3 miliardi di dollari, scesero a 1,5. Era arrivata l’ora, anche per la burocrazia governante dello Stato cubano, di cercare di uscire dalla crisi restaurando il capitalismo. Bisognava seguire l’esempio degli altri Stati operai burocratizzati, e così fece. Per questo, a Cuba furono prese esattamente le stesse misure adottate nei restanti Stati.

Fu eliminato il monopolio del commercio estero, che in precedenza era controllato dal Mincex (Ministero del Commercio Esterno) e che passò ad essere gestito, come in qualunque Paese capitalista, dalle differenti imprese e non dallo Stato.

D’altra parte, nel luglio del 1992, fu riformata la Costituzione nazionale per legalizzare centralmente la fine dell’economia pianificata (a partire da questo provvedimento fu dissolta la Giunta nazionale di Pianificazione) e fu stabilito anche il diritto a costituire vari tipi di nuove imprese. Nel 1995, attraverso la Legge degli Investimenti Stranieri, fu legalizzata la proprietà privata dei mezzi di produzione.

Trattandosi di una dittatura, il governo cubano non divulga molti dati sul processo di privatizzazione delle vecchie imprese dello Stato. Per esempio, non esiste un’informativa su chi siano i nuovi imprenditori cubani, benché vi siano di contro abbastanza informative sulle nuove cooperative. Il governo cubano, seguendo l’esempio di quanto realizzato negli altri ex Stati operai, creò, a partire dal 1993, le Ubpc (Unità Basiche di Produzione Cooperativa). Quelle cooperative s’insediarono molto efficacemente nelle aree di produzione di zucchero (ricordiamo che Cuba è un Paese basato nella monocoltura), tanto che già nel 1994 aveva 1.555 cooperative nel settore, che coprivano il 100% dell’antica proprietà statale. I produttori associati in quelle cooperative, così come capita in molti Paesi capitalisti con la proprietà della terra, non hanno la proprietà giuridica della terra ma sono i proprietari del prodotto e conseguentemente si spartiscono i profitti.

Quelle cooperative si svilupparono anche in altre aree. Così, già nel 1994, occupavano il 76% della superficie statale dedicata alla coltivazione del caffè, il 48% di quella di riso e il 42% della superficie statale per l’allevamento.

Attualmente, nel quadro di tutti i precedenti provvedimenti, cioè di un’economia di mercato, sono state adottate o lo saranno (nel prossimo congresso del Partito Comunista Cubano) nuove e pesanti misure, la maggioranza delle quali direttamente contro gli interessi immediati dei lavoratori. Tra queste, vanno sottolineate il licenziamento, nel prossimo periodo, di un milione di impiegati statali, dei quali 500.000 saranno cacciati nei prossimi sei mesi; la costruzione di campi da golf e di appartamenti di lusso; la liberazione del mercato immobiliare; l’apertura di crediti bancari per le imprese; la fine della tessera di razionamento (grazie alla quale tutti i cubani ricevono gratuitamente una serie di prodotti di prima necessità); l’aumento del prezzo della luce. Contemporaneamente, esistono una serie di voci, rilanciate dalla stampa internazionale e non confermate né smentite dal governo cubano, che indicano che inizierà la privatizzazione dell’assistenza medica e dell’insegnamento.

 

Il dibattito con le organizzazioni castriste

Nel mese d’agosto dell’anno scorso, Raúl Castro pronunciò un discorso di fronte ai deputati cubani nei quali segnalò: “… Io non sono stato eletto presidente per restaurare il capitalismo a Cuba, né per svendere la rivoluzione, sono stato eletto per difendere, mantenere, continuare e perfezionare il socialismo, non per distruggerlo …”. Questo non è un discorso originale a Cuba. È lo stesso discorso che vanno facendo, da molti anni e ripetutamente, sia Fidel Castro che tutti i capi del governo e del Partito Comunista.
Dopo tutti i dati che abbiamo presentato sulla restaurazione del capitalismo (nessuno dei quali è negato dal governo cubano), sembra impossibile che la direzione castrista tenti convincere l’opinione pubblica che, gettando in strada un milione di lavoratori (in un Paese di 10 milioni d’abitanti) e costruendo campi da golf e condomini di lusso, si rafforzi e si “perfezioni” il socialismo. O che ciò si ottenga abolendo le tessere annonarie, privatizzando la produzione dello zucchero o lasciando nelle mani degli imprenditori il controllo del commercio estero.

Tuttavia, tutta quest’ipocrisia della direzione castrista non può sorprenderci, perché questa tattica, di restaurare il capitalismo in nome del socialismo è, come già abbiamo visto, la stessa applicata da tutte le burocrazie che hanno operato la restaurazione, al punto tale che fino ad oggi il partito che governa la Cina continua a chiamarsi Partito comunista e i suoi dirigenti assicurano che il sistema che domina quel Paese è socialista (“socialismo di mercato”).

D’altra parte, questa tattica ha dato alla direzione castrista un risultato straordinario, tanto che esistono in tutto il mondo milioni di persone che ripetono con fervore quel che dice questa direzione. E ciò ha una spiegazione.

Non possiamo dimenticare che la direzione castrista è stata quella che ha diretto la rivoluzione del 1959, che ha espropriato il capitalismo nazionale e l’imperialismo, e, a partire da questo fatto, la vita dei cubani è completamente cambiata: perciò quella direzione si è trasformata in un modello, a livello nazionale ed internazionale.
D’altra parte, è necessario capire che, seguendo la tradizione imposta da Stalin, a Cuba si è sviluppato un impressionante culto della personalità – di Fidel Castro in questo caso – che, come capita sempre, mette in secondo piano la ragione. Per le persone che aderiscono a questo culto le misure restaurazioniste (per esempio, licenziare un milione di lavoratori) possono persino sembrar cattive, ma pensano che, se è Fidel che le sostiene, devono per forza essere buone, oppure possono anche essere cattive ma necessarie, perché così ha detto il Comandante.
Proprio perché si tratta di un culto della personalità e non di qualcosa di razionale, molti dei difensori dei fratelli Castro sfuggono ai dibattiti o rispondono istericamente a chi sostiene che i fratelli Castro hanno restaurato il capitalismo, accusandoli d’essere “gusanos” o “controrivoluzionari”, come nel caso del già citato Partito Comunista Brasiliano.

Ma ogni culto, essendo completamente irrazionale, non dura in eterno. In questo senso, sarà necessario vedere se durerà per molto tempo, non già tra le persone che vivono lontano da Cuba – in Spagna, Argentina, Colombia o Brasile – bensì tra il milione di nuovi lavoratori cubani disoccupati e le loro famiglie.

 

Un dibattito nel campo del movimento trotskista

Il sostegno alla direzione castrista non viene solo dai settori che la difendono, bensì, contraddittoriamente, da quelli che dicono di combatterla, come nel caso d’alcune organizzazioni che si definiscono trotskiste o hanno origine nel trotskismo, come i già citati partiti argentini Pts e Nuovo Mas.
È impressionante vedere come queste organizzazioni hanno realizzato ogni tipo di piccoli trucchi, politici e teorici, per cercare di dimostrare l’indimostrabile: che a Cuba non si è restaurato il capitalismo. In questo modo, la burocrazia restaurazionista (così la definiscono) dei fratelli Castro si sarebbe dimostrata incapace di ottenere ciò che tutte le burocrazie restaurazioniste del mondo hanno ottenuto: il ritorno al capitalismo.

Come spiegano questa situazione eccezionale? Come spiegano che Cuba sia riuscita a sopravvivere nonostante la sua brutale crisi economica?

Il Pts si limita a fornire alcuni “argomenti” per dimostrare che il capitalismo non è stato restaurato, ma non spiega il perché di questa situazione eccezionale.

Al contrario, il Nuovo Mas cerca di dare una spiegazione sull’eccezionalità cubana.

In un lavoro di Roberto Ramírez (uno dei principali dirigenti del Nuovo Mas), intitolato “Un dibattito cruciale nella sinistra. Cuba ad un crocevia”, l’autore spiega: “Cuba è riuscita a resistere in mezzo alla debacle degli ‘ex Paesi socialisti ’. Valorosamente, l’isola è rimasta una ‘eccezione”. E, a partire da ciò, l’autore segnala che, per comprendere l’attuale eccezionalità cubana, bisogna risalire al XIX secolo, perché Cuba essendo stata, insieme al Porto Rico, uno degli unici due Paesi che non si emanciparono dalla Spagna, avrebbe avuto un corso eccezionale. In questo quadro, anche il Movimento 26 Luglio, che diresse la rivoluzione del 1959, sarebbe stato eccezionale poiché non sarebbe stato espressione di nessuna classe sociale. Non era un movimento piccolo borghese, come sempre ha sostenuto il trotskismo, né un movimento di carattere non operaio né borghese. Secondo l’autore, il movimento 26 Luglio diretto da Fidel Castro era “senza classe”.

Anche per Ramírez, lo Stato cubano sorto dall’espropriazione della borghesia sarebbe qualcosa d’eccezionale, poiché non sarebbe né borghese né operaio. Sarebbe uno “Stato burocratico”. In questo modo, l’autore giunge alla conclusione che tante situazioni eccezionali diedero origine ad una nuova situazione eccezionale: a Cuba, per un insieme di fattori eccezionali, questo deplorevole finale della restaurazione capitalista è stato rinviato.

È una spiegazione, dal punto di vista teorico, poco solida. In qualche modo ha il merito di cercare di dare una spiegazione all’inspiegabile.

Vediamo ora gli argomenti di queste correnti per dimostrare che a Cuba non si è restaurato il capitalismo.

Il principale argomento utilizzato dal Nuovo Mas (usato anche dal Pts) è che a Cuba non esisterebbe una borghesia nazionale.

Su questo, Roberto Ramírez dice: “Perché questo è il punto cruciale che – non casualmente – è
sfuggito ai ‘teorici’ del Pstu‑Lit. Il problema non è fare la somma e la sottrazione di misure economiche isolate (che effettivamente nelle mani della burocrazia sono pericolosissime), bensì rispondere a una semplice domanda: dove sta la ‘nuova borghesia cubana’? Vive nella clandestinità? Risiede in Canada o in Europa? Perciò, mettere già un segno uguale tra Cuba e Cina è uno sproposito … O sarebbe il primo caso di un Paese semicoloniale la cui borghesia non è nativa, bensì europea o canadese?”
Lasciamo per ora da parte l’affermazione di Roberto Ramírez secondo cui tutte le misure restaurazioniste adottate dal governo sono “misure economiche isolate” e andiamo al suo principale argomento: “(…)sarebbe il primo caso di un Paese semicoloniale la cui borghesia non è nativa, bensì europea o canadese”. Risulta difficile credere che un dirigente come Roberto Ramírez, che ha letto tanto gli autori marxisti, dica un simile sproposito per cercare di giustificare la sua teoria della “eccezionalità” di Cuba e del suo dirigente Fidel Castro. Perché se c’è qualcosa che caratterizza le semicolonie e le colonie (e questo è il cammino di Cuba), è proprio il fatto che la sua borghesia nativa è enormemente debole e di fatto praticamente inesistente.

Ma non è questo il principale problema del testo di Ramírez. Il principale problema è che egli è convinto che non esista borghesia nativa a Cuba.

Trotsky, analizzando la burocrazia dell’Urss, diceva: “L’evoluzione delle relazioni sociali non cessa. Non si potrà pensare, evidentemente, che la burocrazia abdichi in favore dell’uguaglianza socialista … sarà, dunque, inevitabilmente necessario che cerchi appoggio nelle relazioni di proprietà … Non basta essere dirigente del trust, è necessario esserne azionista (…)”.

In tutti i processi di restaurazione è accaduto quello che Trotsky diceva. La burocrazia voleva essere azionista delle imprese e una gran percentuale di questa casta si è trasformata nei nuovi borghesi.

C’è un dato sulla Cina, abbastanza noto (che lo stesso Ramírez cita) secondo cui, dei 3.220 cinesi con una fortuna superiore a 10 milioni di dollari, 2.932 sono o erano funzionari di alto rango del Partito comunista.

A Cuba, benché non disponiamo ancora dei dati sufficienti, tutto indica che è accaduta la stessa cosa che in Cina e nei restanti ex Stati operai.

Nel 1992, la burocrazia cambiò la Costituzione nazionale per permettere l’esistenza d’altri tipi di proprietà delle imprese, oltre a quella statale.

Nel 1995, la burocrazia approvò la Legge degli Investimenti Stranieri, con cui furono legalizzati tre tipi di nuove forme di proprietà delle imprese: la straniera, la mista e l’associazione economica internazionale.

Nei tre casi fu legalizzata l’esistenza di imprenditori nazionali, poiché si stabilì che gli investitori delle imprese straniere possono vendere le proprie azioni allo Stato o agli imprenditori cubani. A loro volta, alle imprese miste e all’associazione economica internazionale, oltre a partecipare imprenditori stranieri, possono partecipare come soci imprese statali o imprenditori cubani.

Un dettaglio importante è che queste imprese non possono costruirsi liberamente. Tutte esse, e perfino la vendita d’azioni di imprese straniere ad imprese o imprenditori cubani, devono essere autorizzate dal governo, cioè, dalla burocrazia che controlla tutto il processo di privatizzazione.

Bisogna essere molto ingenui per pensare che la burocrazia restaurazionista abbia creato tutta quest’impalcatura giuridica (riforma della Costituzione, Legge degli Investimenti Stranieri …) per non approfittarsene. Sarebbe una burocrazia molto speciale. Qui sì saremmo di fronte ad un caso eccezionale, tanto eccezionale che ci obbligherebbe a rivedere il materialismo storico.

Hanno invece ragione, sia il Nuovo Mas sia il Pts, a ritenere che la nuova borghesia non sta apparendo alla luce del giorno (essa rimane nascosta dietro le imprese statali e le imprese straniere), ed è logico che così sia. È difficile immaginare Fidel o Raúl Castro, o qualunque altro dirigente del Pcc, che convoca una conferenza stampa per annunciare che hanno comprato questa o quell’impresa. Non dobbiamo dimenticare che tutta la burocrazia castrista sta restaurando il capitalismo in nome del socialismo.

 

Ancora una volta, sul carattere dello Stato cubano

Il Pts, in un testo intitolato “Difendere le conquiste della rivoluzione contro l’embargo imperialista e i piani di restaurazione della burocrazia”, non minimizza, come fa Roberto Ramírez, le misure restaurazioniste. Così, segnala che: “La riforma della Costituzione del 1992 ha legalizzato le imprese miste (associate al capitale straniero) e la piccola proprietà, ha debilitato i meccanismi di pianificazione economica e praticamente smantellato il monopolio del commercio estero (…)”. E, successivamente, segnala che: “(…) la stessa burocrazia, in particolare le Far, costituisce la principale forza interna della restaurazione del capitalismo”. Tuttavia, dopo aver fornito questi importanti dati, giunge alla stessa conclusione del Nuovo Mas: “(…) sarebbe un errore pensare che il capitalismo sia già stato restaurato sull’Isola”.
Qui il Pts fa una buona – quantunque abbastanza incompleta – descrizione della realtà, ma la caratterizzazione a cui giunge (Cuba continua ad essere uno Stato operaio) entra in totale contraddizione con quell’analisi.

Trotsky, a cui il Pts fa sempre mostra di riferirsi, non solo nei suoi successi ma anche nei suoi pochi errori, affermava che, nonostante la burocrazia, l’Urss continuava ad essere uno Stato operaio perché Stalin non era riuscito a liquidare le principali conquiste della rivoluzione: la proprietà statale dei mezzi di produzione, il monopolio del commercio estero e la pianificazione economica centrale. Tuttavia, nella citazione che abbiamo fatto, il Pts dice che praticamente queste conquiste non esistono più. Allora non si capisce perché afferma, con tanta sicurezza, che Cuba è uno Stato operaio.

D’altra parte, Trotsky affermava: “(…) la natura di classe dello Stato si definisce, non dalle sue forme politiche, ma dal suo contenuto sociale, cioè dal carattere delle forme di proprietà e dei rapporti di produzione che lo Stato in questione protegge e difende (…)”.

Il Pts dice, a ragione: “(…) la stessa burocrazia, in particolare le Far, costituisce la principale forza interna della restaurazione del capitalismo”. Allora, tornando a Trotsky, quali sono le forme di proprietà e i rapporti di produzione che lo Stato cubano protegge e difende?

Il Pts afferma che la burocrazia che sta alla testa dello Stato, e specialmente le Forze armate (che ne costituiscono la principale istituzione), vuole la restaurazione del capitalismo. E ha ragione: è dimostrato dall’insieme delle misure restaurazioniste adottate da quella stessa burocrazia.

Pertanto, secondo l’analisi e la caratterizzazione del Pts, e prendendo in considerazione il criterio di Trotsky, non dovrebbero esserci dubbi sul carattere capitalista dello Stato cubano. Tuttavia, il Pts ripete, un giorno sì e l’altro pure, che Cuba è uno Stato operaio.

 

La questione del programma

Il Pts dice: “Sarebbe un errore pensare che il capitalismo sia già stato restaurato sull’Isola e che non rimanga nessuna conquista da difendere”. Da parte sua, Roberto Ramírez, nel suo testo, dice qualcosa di simile: “(…) l’errore del Pstu‑Lit (dire che a Cuba il capitalismo è stato restaurato) porta inevitabilmente alla conclusione che ci sia poco o nulla da difendere a Cuba e che della rivoluzione del 1959 non resti praticamente nulla”.
In qualunque Paese capitalista che in precedenza era uno Stato operaio sopravvivono importanti conquiste della classe operaia e del popolo che bisogna difendere. Anzi, perfino in qualunque Paese capitalista che non è mai stato uno Stato operaio ci sono importanti conquiste dei lavoratori che bisogna difendere. Ma ciò che non può essere difeso sono le conquiste che si sono già perse. In questo caso, ciò di cui si tratta è riconquistarle.

Per esempio, nel caso di Cuba è necessario difendere la sanità e l’istruzione pubbliche, perché ancora esistono. È anche necessario difendere le imprese che continuano ad essere statali, ma non si possono difendere il monopolio del commercio estero o la pianificazione economica centrale, perché da più di un decennio non esistono più.

Allora, è vero che rimangono molte conquiste da difendere che nacquero a partire dalla rivoluzione del 1959, ma le conquiste fondamentali del ’59, quelle strutturali, quelle che trasformarono lo Stato capitalista cubano in uno Stato operaio – l’espropriazione della borghesia nazionale ed imperialista, il monopolio del commercio estero, l’economia centralmente pianificata – queste conquiste non esistono più, ed è qui che si pone la questione del programma.

Tanto il Pts che il Nuovo Mas dicono che a Cuba non bisogna fare una rivoluzione sociale, bensì solamente una rivoluzione politica.

Rispetto alla rivoluzione politica, Trotsky segnalava che se un partito rivoluzionario dovesse dirigere una rivoluzione di questo tipo contro la burocrazia governante “(…) non dovrebbe ricorrere a misure rivoluzionarie in materia di proprietà. Dovrebbe continuare a sviluppare a fondo l’esperienza dall’economia pianificata. Dopo la rivoluzione politica e dopo il crollo della burocrazia il proletariato dovrebbe fare, in economia, riforme abbastanza importanti, ma non dovrebbe fare una rivoluzione sociale”.

Questo programma, quello della rivoluzione politica, è inapplicabile per Cuba, perché esso parte da qualcosa che non esiste più sull’Isola: l’economia pianificata; e, d’altra parte, se si applicasse, sarebbe un programma di destra, perché non avrebbe come obiettivo quello di fare una rivoluzione in materia di proprietà bensì solo di fare riforme. Pertanto, una rivoluzione politica significherebbe mantenere l’attuale struttura economica. Al contrario, una rivoluzione sociale significherebbe riprendere le conquiste strutturali del ’59 che oggi non esistono più: la nuova espropriazione della borghesia, nazionale ed internazionale; il recupero del monopolio del commercio estero; la ricostruzione dell’economia centralmente pianificata.

Cuba ha bisogno di una rivoluzione che non può essere solo politica, ma deve essere sociale, perché dovrà affrontare i vecchi e i nuovi sfruttatori. Una rivoluzione sociale che dovrebbe necessariamente iniziare dal rovesciamento dell’attuale dittatura.

Allora, per terminare, ritorniamo all’inizio di questo testo ed alla frase del Pcb: “Difendere la Rivoluzione cubana è una questione di principio”.

Ma, di quale rivoluzione cubana stiamo parlando? Della Rivoluzione del ’59.

E come la difendiamo? Costruendo una nuova rivoluzione, contro il governo e lo Stato cubani che la stanno tradendo.

 

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