Partito di Alternativa Comunista

Cose dell'altro mondo

Cose dell'altro mondo

 

a cura di Valerio Torre

 

Gas boliviano: nazionalizzazione o nazionalismo?

 

Il 1° maggio scorso la notizia della nazionalizzazione del gas da parte del neonato governo Morales in Bolivia ha fatto il giro del mondo. Un ampio dibattito si è sviluppato fra gli organi d'informazione borghesi da un lato, che hanno espresso forte preoccupazione per quello che è stato definito "uno scippo" ai danni delle imprese che hanno investito in terra andina, e la stampa progressista dall'altro, che ha invece enfatizzato il provvedimento favoleggiando di una specie di fase prerivoluzionaria latinoamericana, col capitalismo imperialista già quasi in ginocchio.

Certamente, la cornice in cui si svolto quest'evento è stata ben costruita anche in funzione dell'esposizione mediatica: l'annuncio è stato dato da Evo Morales il giorno della festa dei lavoratori ed in concomitanza con i 100 giorni dall'insediamento del suo governo. Il presidente boliviano, seguito dai suoi ministri e da funzionari statali, si è presentato sul campo estrattivo di San Alberto proclamando "el gas es nuestro!" e ordinando all'esercito di occupare e presidiare le installazioni: misura, quest'ultima, solo di facciata, poiché era del tutto evidente che nessuno avrebbe potuto contrastare l'appropriazione delle strutture.

Il decreto n. 28701, naturalmente, non dispone affatto la nazionalizzazione del gas e degli idrocarburi nel senso dell'espropriazione senza indennizzo e sotto il controllo dei lavoratori delle multinazionali che sono concessionarie dei diritti di estrazione e commercializzazione: il tentativo della stampa borghese di offrire all'opinione pubblica una rappresentazione diversa della realtà che si è venuta a determinare in Bolivia dopo le decisioni del governo è assolutamente strumentale. Sia pure con diversi accenti - e cioè a seconda degli interessi che sono stati toccati dal nuovo regime giuridico - la comunità internazionale si è limitata ad esprimere "preoccupazione" e l'auspicio che possano essere in breve raggiunte intese tali da superare attraverso la diplomazia la fase di incertezza che si è venuta a creare dopo il decreto.

Nonostante molti organi di stampa (Corriere della Sera, il Manifesto) abbiano parlato di nazionalizzazione "a sorpresa", il provvedimento era in realtà già stato largamente annunciato durante tutta la campagna elettorale di Evo Morales, tanto che il portavoce della Commissione europea, Johannes Laitenberger, ha dichiarato: "sapevamo che il governo boliviano avrebbe preso misure per aumentare il controllo statale nel settore, speravamo solo che ci sarebbe stata una consultazione".

Occorre ricordare che, dopo il referendum del giugno 2004, con cui il popolo boliviano votò per il ritorno del settore energetico sotto il controllo dello Stato e per la revoca delle estese privatizzazioni degli idrocarburi imposte dall'ex presidente Gonzalo Sanchez de Lozada, venne nel 2005 varata la legge 843 che già prevedeva di aumentare l'imposizione sui proventi delle multinazionali fino al 50% (di cui il 18% di royalties ed il 32% di tasse) dal 18% complessivo che prima queste pagavano. Oggi, dopo il decreto n. 28701, le proporzioni si sono invertite: il 18% dei proventi resteranno alle imprese e l'82%, fra royalties ed imposte, andrà invece allo Stato.

Tuttavia, nonostante sia stata data la stura ad un certo allarmismo - in un primo momento, Brasile e Spagna erano i paesi ad apparire più contrariati, dal momento che Petrobras e Repsol-Ypf (rispettivamente, brasiliana ed ibero-argentina) sono le due multinazionali più esposte con cospicui investimenti in terra andina - un più attento esame del quadro giuridico venutosi a determinare in seguito al provvedimento ha tranquillizzato i big dell'energia, che hanno tirato un sospiro di sollievo quando Morales, dalle prime intransigenti dichiarazioni ("non c'è spazio per nessuna trattativa") è passato ad un atteggiamento molto più conciliante culminato in un vertice a quattro, con Lula, Chavez e Kirchner, svoltosi a Puerto Iguazù pochi giorni dopo l'emanazione del decreto.

In realtà, la normativa approvata dal governo boliviano non contempla alcuna confisca, perché se è vero che la proprietà dei giacimenti viene autoritativamente trasferita alla Ypfb (la società energetica pubblica), le multinazionali che operano nel settore restano titolari delle concessioni a suo tempo ottenute dai predecessori di Morales. La normativa prevede invece che, entro i successivi 180 giorni, le imprese concessionarie dovranno rinegoziare i contratti sulla base delle nuove condizioni stabilite dal decreto n. 28701: ciò in applicazione del programma elettorale presentato da Morales e dal suo attuale vicepresidente Alvaro Garcia Linera (teorico del "capitalismo andino", il nuovo sistema sociale che quest'ultimo vuole applicare in Bolivia), secondo cui il paese ha necessità di soci e non di padroni.

E chi pensasse che le multinazionali intendono sottrarsi al ruolo coatto di "soci di minoranza" dello Stato andino che il decreto prevede per cinque di loro sarebbe subito smentito dalle eloquenti parole di Jana Drakic, vicepresidente della Chaco, controllata dalla Bp, secondo cui "Morales ci ha dato 180 giorni. Siamo pronti a dialogare". D'altronde, i mercati non hanno registrato alcuno scossone: Petrobras, Repsol, Bg Group e Total, non hanno accusato i forti ribassi che si temevano.

In ogni caso, subito dopo la scalata del Palacio Quemado, nuovi gruppi internazionali (Shell, Gazprom e Pdvsa) già si erano precipitati in Bolivia per proporre nuovi investimenti, per nulla spaventati dalla legge 843, che aveva drasticamente ridotto i profitti per le imprese. Le ragioni della fiducia degli investitori stanno nel fatto che il decreto si applica solo ai giacimenti con produzione quotidiana di 2,83 milioni di metri cubi, che in Bolivia sono soltanto due! A tutti gli altri si continueranno ad applicare le regole stabilite dalla legge 843. Né va sottaciuto che quelle stesse multinazionali operano nel Qatar con margini di profitto ancora più bassi che in Bolivia. E, come sostiene un esperto del settore, Luis Carlos Kinn, "con Morales gli stranieri, anche se avranno a disposizione rendimenti inferiori rispetto al passato, potranno contare su una maggiore stabilità politica. Non tutto è negativo".

Comunque, il vertice di Puerto Iguazù ha stemperato molto le tensioni iniziali con Brasile ed Argentina, che si sono subito dichiarati disposti a pagare per il gas boliviano almeno 5,5 dollari per ogni btu (l'unità di misura del gas estratto) rispetto ai 3,18 sborsati finora. Ma va considerato che il prezzo medio internazionale è di 7 dollari e negli Usa arriva fino a 14.

Come si vede, la presunta "nazionalizzazione" appare, tutto sommato, un moderato esempio di nazionalismo: il quadro giuridico-economico che il governo ha costruito non mette neanche in discussione i contratti che alcune delle multinazionali ottennero dal compiacente privatizzatore Sanchez de Lozada e che Morales stesso definì in campagna elettorale "illegittimi". Basterà adeguarsi al nuovo regime previsto dal decreto perché tornino ad essere magicamente "legittimi"!

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