Continua l'offensiva imperialista
Via le truppe dall'Afghanistan!
Davide Margiotta
Il governo dell'Unione ha il
preciso mandato della borghesia di proseguire la guerra in Afghanistan, Paese
strategicamente fondamentale nella competizione mondiale. Anche le ultime vicende, come gli
attacchi contro le truppe di occupazione italiane o il rapimento di Daniele
Mastrogiacomo, sono state manipolate in vario modo dalla propaganda di guerra
allo scopo di aumentare l'impegno militare italiano come richiesto dalla Nato e
dagli Usa. Il rapimento del giornalista di Repubblica è stato
utilizzato anche dal governo per ottenere la fiducia al Senato sulle missioni
coloniali.
Non è un caso che la sua
liberazione sia avvenuta in tempo per il voto di fiducia, mentre il suo interprete
Adjmal sia stato lasciato alla mercè dei suoi rapitori. Così come nulla è stato
fatto per ottenere la scarcerazione di Hanefi, il mediatore dell'operazione che
ha portato alla sua liberazione, arrestato dai "servizi afgani". A questo
proposito sono esemplari le dichiarazioni di Bertinotti a Repubblica il
22 marzo: "... sono orgoglioso di vivere in un Paese le cui istituzioni ed il
cui governo in maniera coesa riescono a realizzare una trattativa ed a salvare
una vita umana. E' stata fatta la trattativa come si doveva, utilizzando tutte
le forze ufficiali e informali dentro un progetto guidato dal governo. Penso
che possiamo dirci orgogliosi di questa operazione".
Il voto in parlamento
Al di là della retorica pacifista
di alcuni partiti di governo, tutto l'arco parlamentare si è schierato con la
propria borghesia ed ha votato il rinnovo delle missioni coloniali (Iraq,
Afghanistan, ma anche Africa e Balcani). Il voto è stato preceduto da accorati
appelli di Fassino e Marini all'unità istituzionale e al senso di
responsabilità.
Un ordine del giorno bipartisan
proposto dal leghista Calderoli e modificato di comune accordo per poterlo
votare tutti assieme, che "impegna il governo a promuovere tutte le iniziative
finalizzate a garantire la sicurezza del nostro personale militare e civile
presente sul territorio afgano" è stato accolto da entrambi i poli della
borghesia. In parole
povere, si tratta di un ulteriore stanziamento di guerra di 488 milioni
di euro e dell'invio in
Afghanistan di nuovi mezzi aerei e terrestri da combattimento e di altre tre
compagnie della brigata Sassari, per far fronte all'impiego più diretto delle truppe italiane
contro i resistenti.
I sedicenti pacifisti del governo
di guerra hanno addirittura sbandierato come una vittoria l'accoglimento dei
loro ordini del giorno sul monitoraggio delle missioni e la verifica dei
risultati ottenuti, in vista di una fantomatica Conferenza di pace. Per il senatore "ribelle" Turigliatto,
che pure ha votato contro il singolo provvedimento, nemmeno questa ennesima
prova della reale natura del governo Prodi è stata sufficiente a far venir meno
la sua "fiducia critica". Poco dopo il voto è stato convocato il Consiglio supremo della difesa
presieduto dal capo dello Stato Napolitano, per discutere "le modalità di
attuazione dell'impegno assunto in parlamento".
La resistenza afgana e l'offensiva di primavera
L'aumento dello sforzo bellico è
reso necessario dal rafforzamento della resistenza afgana, che controlla di
fatto intere province, come Helmand, Paktia,
Khost e Zabul.
Il fronte della resistenza è composito e non è più limitato ai soli
talebani: da tempo è operativo un consiglio di guerra, esteso a diversi
"signori della guerra", che all'inizio dell'invasione appoggiavano le truppe
coloniali e venivano più elegantemente chiamati "mujaheddin". Tra i diversi
gruppi troviamo il movimento di Gulbuddin Hekmatyar (vecchio amico di
Washington ed ex ministro afgano), che gode di grande prestigio tra la
popolazione. Anche alcune tribù pakistane, storicamente in lotta tra loro, come
Wazirs e Dawar, si sono unite alla lotta di liberazione.
Questa ampia rete di alleanze ha permesso ai talebani di costituire il
cosiddetto "stato islamico di Waziristan", in territorio pakistano, dotato di
una propria amministrazione, un proprio sistema giudiziario (la Sharia),
poliziesco e fiscale. E' proprio questa nuova resistenza ad aver lanciato sotto
un unico comando l'offensiva di primavera.
La crescente forza degli insorti è ben misurabile dal cambio di
strategia: se prima gli attacchi partivano dalle basi in Pakistan, adesso
l'obiettivo è quello di consolidare delle basi in territorio afgano, forti
dell'appoggio popolare. Per arginare il dilagare della resistenza, anche
la Nato ha lanciato la propria offensiva di primavera; ufficializzata il 5
aprile dal capo degli stati maggiori del Pentagono,
Peter Pace, ma di fatto iniziata alcune settimane prima, con l'avvio
dell'operazione Achille (che impiega oltre cinque mila uomini) ai primi di
marzo.
La popolazione locale ha
manifestato in diverse occasioni contro la brutalità delle operazioni Nato, su
cui spicca la strage compiuta il 5 marzo lungo l'autostrada che collega Tokhar
con Jalalabad, quando i soldati Usa uccisero almeno sedici civili. Il loro convoglio, dicono, era
stato attaccato da un attentatore suicida, ma tutte le testimonianze parlano di
pura e semplice rappresaglia contro malcapitati civili e di corse
sull'autostrada sparando a qualsiasi cosa si muovesse. Purtroppo non esistono
prove visive dell'accaduto, poichè le truppe occupanti hanno distrutto il
materiale che i reporter di Associated Press avevano girato.
Rompere col governo di guerra!
I lavoratori non hanno nulla da guadagnare in una guerra
contro altri lavoratori e contro popoli oppressi. Al di là delle parole e degli
auspici, la guerra imperialista potrà essere fermata solamente dalla sconfitta
militare ad opera della resitenza e dalla sconfitta politica dei governi di
guerra nei Paesi imperialisti. Questo non significa in alcun modo sostenere la
politica reazionaria dei Talebani: ogni ricatto morale in questo senso è frutto
o della malafede o della ignoranza dell'elementare concetto marxista che ogni
sconfitta dell'imperialismo è una vittoria per il proletariato.
Il primo dovere di un rivoluzionario di fronte alla guerra
imperialista è lottare contro il proprio governo di guerra. Nessun sostegno al
governo Prodi, seppur "critico", è ammissibile.




















