Somalia: l'imperialismo e le sue guerre
Un'analisi sulla recente offensiva militare
Alberto Madoglio
Come già ricordato in un articolo
apparso sul nostro sito web alla fine di gennaio, le forze militari fedeli al governo
somalo, grazie soprattutto all'appoggio dell'esercito dell'Etiopia, hanno riconquistato
dopo qualche mese la capitale del Paese, Mogadiscio, e tutte le principali città
dalle quali erano state cacciate l'estate scorsa dall'offensiva delle Corti Islamiche.
Il precipitare degli eventi negli
ultimi dodici mesi nel Paese del Corno d'Africa è il frutto di una situazione di
anarchia e guerra civile che si è venuta a creare in Somalia dall'inizio degli anni
'90.
La cacciata del dittatore Siad Barre
è stata, con l'apporto dell'imperialismo italiano, l'inizio di una guerra in cui
nessuna delle fazioni impegnate nella lotta è riuscita ad imporsi in maniera netta
sulle altre; si è solo prolungata una situazione di guerra "a bassa intensità",
che ha spinto il Paese in un caos senza fine.
Il ruolo dell'Onu...
La stessa missione di "pacificazione"
dell'Onu (Restore Hope) del 1992 non ha fatto altro che peggiorare il quadro. I
Caschi Blu americani e italiani si sono macchiati di orrendi crimini nei confronti
della popolazione civile, non riuscendo allo stesso tempo a normalizzare la situazione
sul campo. Al contrario, dopo essere stati duramente battuti in diverse battaglie
dalle milizie dei vari signori della guerra, sono stati costretti ad una vergognosa
ritirata (nulla a che vedere con lo sbarco ripreso in diretta qualche anno prima
dalle truppe della Cnn).
Da allora la situazione non ha fatto
altro che peggiorare. I tentativi di creare un governo di unità nazionale sono sempre
falliti. L'ultimo tentativo fatto nel 2004 con la creazione della conferenza per
la pace e la riconciliazione non ha avuto nessun risultato, tanto che questo consesso
è stato costretto a lasciare il Paese, e a riunirsi in un Hotel di Nairobi, in Kenya!
Al contempo la Somalia
ha cessato, di fatto, di esistere come entità statale. Due regioni, Somaliland e
Putland, si sono dichiarate indipendenti, mentre nel resto del Paese erano i vari
signori della guerra a farla da padrone. Non stupisce quindi che l'apparire di una
forza politico-militare che si proponeva di riportare la pace nel Paese, abbia avuto
largo sostegno dalla popolazione stremata da una guerra civile senza fine, e che
in poco tempo sia riuscita a conquistare il controllo di tutta la nazione.
...e quello degli Usa
Tuttavia la nuova situazione creatasi
non era priva di contraddizioni. L'aver in qualche modo normalizzato la vita quotidiana
delle persone, garantendo una certa "normalità" nella vita di tutti i
giorni, prima infestata di sequestri, omicidi, violenze settarie tra i componenti
dei vari clan su cui si basa la società somala, ha avuto come contraltare l'instaurazione
di un governo fondamentalista islamico basato sulla sharia. Alla lunga questo
tentativo di riportare la pace nel Paese era destinato al fallimento, anche senza
l'intervento di forze straniere.
Ovviamente questa nuova situazione
non poteva che trovare l'opposizione dell'imperialismo internazionale, ed in particolare
di quello Usa, che negli ultimi anni ha fatto della battaglia contro il fondamentalismo
la sua ragione di vita.
Stavolta, a differenza che in Iraq
e Afghanistan, gli Stati Uniti non sono intervenuti in prima persona, ma si sono
serviti di quello che sta diventando il loro miglior alleato in un'area strategica
per i loro interessi, l'Etiopia. Washington non poteva aprire direttamente un nuovo
fronte di guerra oltre ai due citati, non solo per problemi di opportunità politica
(è ancora presente il ricordo della sconfitta subita nei primi anni novanta, al
tempo della prima invasione) ma soprattutto per l'impossibilità di disporre di truppe
sufficienti. Così ha deciso di "appaltare" questo lavoro al governo etiope
guidato da Meles Zenawi.
Quello che era già da tempo il più
forte esercito dell'area, una volta finanziato dagli Usa non ha faticato molto a
sconfiggere le raffazzonate truppe delle Corti Islamiche e a installare a Mogadiscio
il governo fantoccio riconosciuto dalla comunità internazionale. Come in Iraq, tuttavia,
la gestione del dopo guerra risulta più complicata del previsto. In varie città
del Paese, in particolare nella capitale, quasi quotidianamente vi sono attacchi
contro le truppe straniere e i simboli del nuovo governo (nei giorni scorsi colpi
di mortaio hanno raggiunto la sede del governo, Villa Somalia).
Le truppe occupanti, poi, col passare
del tempo manifestano la loro vera natura, reprimendo nel sangue ogni manifestazione
popolare di dissenso contro il nuovo corso somalo. Al di là della propaganda, quindi,
anche in questo caso non si tratta di un intervento per la difesa della democrazia
e della libertà, ma di una vera azione di guerra condotta, stavolta per interposta
persona, dall'imperialismo per tutelare i propri interessi.
Il premier etiope non può essere rappresentato
come un campione dei diritti civili e della pace. Quasi dieci anni fa ha scatenato
una guerra con l'Eritrea per il controllo di importanti sbocchi sul mare, causando
decine di migliaia di morti. Le elezioni politiche del 2005 hanno visto sistematiche
intimidazioni contro gli esponenti dell'opposizione al regime. Oggi il Paese è governato
col pugno di ferro, viene costretta al silenzio ogni voce critica del Paese (in
particolare il movimento degli insegnanti sta subendo una fortissima repressione).
L'unico merito di questo governo è
di essere, per il momento, il più sicuro alleato degli Usa in una zona in cui vi
è la presenza di "stati canaglia" come il Sudan, e dove i vecchi alleati
di Washington, Egitto e Arabia Saudita, non sembrano essere più in grado di garantire
il loro ruolo di gendarmi. Anche in quest'occasione la posizione dell'Europa non
si differenzia nella sostanza da quella americana. Le critiche italiane all'azione
contro le Corti Islamiche hanno avuto come causa il timore di non vedere tutelati
i propri interessi economici.
Quale prospettiva?
La fretta con cui Prodi e D'Alema
si sono fatti promotori di una conferenza di pace, si spiega col fatto che l'Italia,
che ha già progetti industriali per svariati milioni di euro in Etiopia, vuole vedere
riconosciuto il proprio ruolo di potenza regionale in quella che una volta era una
sua colonia, e vuole poter partecipare all'ennesima rapina che si sta preparando
ai danni del Paese.
In questa situazione il compito di
noi comunisti è quello di schierarci senza tentennamenti contro le politiche imperialiste,
anche quando queste sono portate avanti in maniera "indiretta". Allo stesso
tempo dobbiamo essere consapevoli che nessuna soluzione basata su una fantomatica
indipendenza nazionale, che nessuna via che vagheggi su di un ipotetico sviluppo
pacifico economico, è oggi possibile in Africa.
Una lotta basata sulla strategia della
rivoluzione permanente, in cui le rivendicazioni democratiche siano indissolubilmente
legate ad una lotta per l'egemonia politica e sociale del proletariato, è oggi la
sola via possibile. Così come deve essere chiaro che il miglior aiuto alle masse
somale, etiopi ed eritree potrà venire da un processo di grande mobilitazione radicale
di massa che veda protagonisti i due proletariati più forti nel continente africano,
quello nigeriano e quello sud africano.




















