I marxisti e le elezioni
Alcune considerazioni di metodo in vista delle prossime amministrative
Michele Scarlino
La prossima primavera si terranno
le elezioni amministrative parziali, con alcune grandi città ed alcune province
(in particolare quella di Vicenza) chiamate al voto. È la prima volta che il
nostro neonato partito si trova dinanzi a delle elezioni.
Il PdAC, in linea con la
strategia e la tattica del marxismo rivoluzionario, ed in linea con le proprie
tesi approvate al congresso costitutivo tenutosi a Rimini in gennaio, ha deciso
di partecipare a questa tornata elettorale.
La "questione elettorale"
è stata sempre molto dibattuta tra le organizzazioni comuniste. E’ opportuno o
meno partecipare alle elezioni? Prima di rispondere a questa legittima domanda,
bisogna comprendere quale funzione hanno le elezioni in un regime
democratico-borghese come il nostro e qual è il ruolo che la borghesia assegna
loro. La questione elettorale, in realtà, non dovrebbe mai essere slegata dalla
questione dello Stato (ed in ultima analisi dalla questione del potere, cosa
che non toccheremo in questo articolo).
Un passo indietro...
Le dirigenze burocratiche e
revisioniste di Pci prima e del Prc (in sedicesimo) poi, hanno fatto credere,
in malafede, alla classe lavoratrice che l’altro mondo possibile, il
socialismo, fosse raggiungibile anche tramite mezzi parlamentari, tramite le
elezioni. Il Pci, adeguandosi e rientrando nei ranghi del "democraticismo
borghese" fece credere ai lavoratori che l’urna potesse cambiare i rapporti
di forza tra le classi (cosa mai avvenuta, nemmeno in epoche rivoluzionarie).
Ma come hanno potuto fare questo?
Questo è stato possibile grazie ad un certosino lavoro di smantellamento
teorico del marxismo portato avanti da quelle dirigenze. Facendo passare tra i
lavoratori la definizione borghese di Stato super
partes (la stessa per cui oggi Bertinotti ricopre la terza carica dello Stato
"neutrale") e sradicando dal proletariato il concetto marxista di Stato.
Cos’è lo Stato borghese per un riformista?
Lo Stato è un apparato neutrale ed indipendente della società che ha lo scopo
principale di difendere e salvaguardare il cittadino e prendere provvedimenti
per il bene della collettività. Questa è la definizione che troviamo nei
manuali di diritto.
Cos’è lo Stato borghese per un comunista?
Lo Stato è un mezzo di oppressione (tramite il potere politico, giudiziario e
militare) di una classe su un’altra. Lo Stato è il garante ed il difensore dei
privilegi della classe dominante. Per dirla con Engels: "Lo Stato è, per principio, lo Stato della
classe più potente, della classe economicamente e politicamente dominante".
Uno dei più grandi danni causati
da quelle dirigenze burocratiche è stato proprio quello di far accettare ai
lavoratori la definizione di Stato "neutrale", quindi modificabile
anche per via elettorale.
Il PdAC, invece, partecipa alle
elezioni rivendicando appieno un concetto proprio del marxismo rivoluzionario:
l’irriformabilità dello Stato borghese.
Riaffermare e rivendicare questo
basilare assunto non è superfluo. Partendo da qui cambia evidentemente anche la
concezione che abbiamo delle elezioni. Esse non sono il momento più "alto
di democrazia, ma sono, di contro, uno strumento di oppressione della classe
dominante che di tanto in tanto chiama i lavoratori a scegliere quale borghese
dovrà massacrarli. Questo vale per tutti i tipi di elezioni: dalle politiche
alle comunali. Facciamo un esempio. Alle ultime elezioni politiche la borghesia
ha posto ai lavoratori, in realtà, le seguenti domande: "Chi volete che vi
scippi il Tfr? Prodi o Berlusconi?", "Chi volete che faccia una
finanziaria lacrime e sangue? Prodi o Berlusconi?", "Chi volete che
costruisca la base a Vicenza? Prodi o Berlusconi?" e così di seguito. In
realtà alle elezioni scegliamo chi attuerà un programma già scritto dalla
borghesia…qui sta tutta la democrazia borghese! Quella democrazia che fa
scegliere al condannato a morte se morire impiccato o fucilato…
Partendo da questi due assunti
basilari, con questi due postulati nel nostro bagaglio teorico, partecipiamo
alle elezioni.
…e due avanti
A questo punto dobbiamo
chiederci: perché sarebbe invece un errore non partecipare alle elezioni?
Per noi le elezioni sono un mezzo
per propagandare il programma rivoluzionario, un mezzo per avvicinare i
lavoratori ed un mezzo per far conoscere il partito. La questione, come ci
insegna Lenin, è tattica e non esistono "feticci" di sorta a riguardo.
La classe operaia è atomizzata e molti lavoratori, la maggioranza, votano e
credono che le elezioni siano un mezzo per migliorare le loro misere condizioni
di vita. Il parlamentarismo non è quindi una partita chiusa. Da questa analisi
noi dobbiamo partire. Un marxista deve assolutamente propagandare le proprie
idee anche su questo campo e non tralasciarlo. Quello che è chiaro per noi non
lo è per i lavoratori. Sarebbe un madornale errore, un errore da circolo di
intellettuali, rinunciare a presentarsi alle elezioni. Coscienti però che il
nostro principale terreno di propaganda sono comunque le lotte che si creano
sul territorio, gli scioperi e le agitazioni.
E a chi ci dice che saremo un
partito che catalizzerà pochi voti? A loro rispondiamo che il "contare i
voti" non è un nostro problema. Il peso elettorale è un problema che
tormenta i partiti borghesi, non i partiti comunisti. Quello che conta per noi
è sfruttare il momento della campagna elettorale per far conoscere il nostro
programma, per avvicinare lavoratori, studenti, precari. Fargli capire che, in
definitiva, le loro istanze non potranno essere accolte da un governo borghese
che governa per i borghesi alle spalle dei lavoratori. Che i cambiamenti non si
ottengono dall’urna ma dalla lotta. E’ questo il senso della nostra decisione
di candidarci.
I nostri candidati (ed i nostri
eventuali eletti) saranno dei propagandisti del programma rivoluzionario. Un
partito che parte da queste considerazioni non avrà paura di propagandare il
proprio programma anche sul terreno delle elezioni.




















